Maria Che Danza Sulle Antenne Di Un Calabrone

Tra le pagine si coglie l’introversione, la scontrosità, l’inquietudine e la disubbidienza adolescenziale. Quali tratti assume la giovinezza nella ricerca di coordinate, d’interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni?

Introversione, inquietudine e brama di emancipazione caratterizzano il ventenne Berto, il protagonista del mio romanzo. Sono anche la conseguenza delle sue difficoltà a rapportarsi al mondo che gli appare duro e ingiusto. E forse del suo rappresentare, com’era nelle mie intenzioni, la banalità del bene che lo porta a interiorizzare le conseguenze negative dei suoi rapporti familiari. Il suo agire tuttavia è determinato dal difficile rapporto con il padre, perché Berto è un ragazzo che porta sulle spalle il fardello di un padre che non lo riconosce.

Il suo romanzo narra di un di un ragazzo, Berto, e di sua nonna Pina, agli antipodi tuttavia legati da un laccio sentimentale inscindibile, quello della famiglia.
Perché i legami familiari sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare ed attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?

Con Maria che danza… ho voluto parlare di famiglia proprio per riuscire a rispondere a questa domanda. Ho voluto parlare in particolare di famiglia patriarcale cui ho contrapposto il mito della Sacra famiglia che ho rappresentato con i protagonisti della seconda parte del mio romanzo, Pino e Maria. Un mito straordinariamente attuale e molto vicino al sentire dei nostri tempi a mio parere. Come quella del Vangelo, anche la famiglia di Pino è una comunità basata sull’amore e sul rispetto, dove nessuno appartiene a qualcuno, dove i genitori insegnano con l’esempio la responsabilità e l’etica del lavoro ai figli. E dove questi ultimi seguono i genitori anche se sono figli di Dio.

Il suo romanzo esemplifica un viaggio lungo l’Italia, da Milano a San Severo, che è anche un iter formativo il cui sbocco è la precarietà come status esistenziale, quindi permanente, calcificato. Tale condizione è individuale o generazionale?

Temo che la precarietà esistenziale sia una condizione umana più che generazionale. Con questa premessa posso aggiungere che la precarietà di Berto ha origine, ancora una volta, nel difficile rapporto con il padre e che ha nome preciso: ignavia. Perché, seppur inconsciamente, finisce per vivere la vita voluta dal padre. “Non era mai stato vivo, come diceva Dante. Lui era uno spettatore della vita e correva anche lui dietro bandiere che non significavano nulla”, scrivo in un passo della parte finale della storia. L’ignavia è il suo peccato originale. E forse anche quello della nostra generazione che più delle altre si è conformata alle indicazioni della società dei consumi, della pubblicità e dei modelli di vita proposti dalla cultura dominante senza seguire il proprio cuore. Per ritrovarsi poi in una vita che non ci rispecchia.

Il percorso dei protagonisti si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?

Sì, con il mio romanzo volevo parlare di nonni. E parlare di nonni significa parlare di memoria. Memoria come strumento “per colmare i crateri della morte e della solitudine” e memoria come strumento di giustizia. Ma attenzione, non è sufficiente ricordare per chiudere i conti con il passato, soprattutto se parliamo di memoria collettiva, se parliamo del nostro passato fascista di cui racconto attraverso la nonna. Per questo occorre un passo ulteriore. Occorre il coraggio di aprire un dibattito sul passato come è accaduto in Germania negli anni Sessanta con il Vergangenheitsbewältigung, quella riflessione cioè sul periodo nazista e sull’Olocausto realizzata con l’obiettivo di definire una visione del passato ampiamente riconosciuta dalla società.

Per conto della sua società, Ubisoft, lei racconta ai ragazzi italiani i brand che hanno fatto la storia dell’industria dei videogiochi. Il suo è anche un romanzo di formazione ed in che misura, se lo è, diverge dal genere codificato dalla tradizione?

Sì, Maria che danza… è anche un romanzo di formazione. Non era nelle mie intenzioni iniziali ma la figura della nonna me lo ha imposto. Penso anche che risponda a tutti i canoni propri del Bildungsroman. Anche se forse appaiono diluiti tra altri elementi di altri generi che lo rendono un po’ romanzo d’amore e un po’ saga familiare, con al centro il magico e l’irrazionale che irrompono nella vita del protagonista come uno spartiacque.

Alberto Coco ha lavorato a contatto con tutto il mondo occupandosi di marketing e di comunicazione, di licensing e publishing. Per conto della sua società, Ubisoft, racconta ai ragazzi italiani i brand che hanno fatto la storia dell’industria dei videogiochi. Maria che danza sulle antenne di un calabrone è il suo primo romanzo.

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