Quintetto d’estate

Il maestro del conservatorio “Santa Lucia” di Siracusa seleziona 5 ragazzi di 20 anni per un viaggio in camper a Riga. Quintetto d’estate è la narrazione di un viaggio. Può costituire oggetto di riflessione il viaggio velato sempre di un alone di mistero, pur se concepito come spostamento in un luogo noto, laddove la realtà tecnologica in cui siamo immersi ci impone di non passare inosservati, puntando proprio sul dato noto e visibile?
Per quanto accurate e sofisticata, la tecnologia non riesce mai a eliminare del tutto la componente misteriosa del viaggio. Posso conoscere con precisione le coordinate di qualunque posto attraverso il GPS, i percorsi stradali con più traffico o meno traffico grazie ai servizi di Google, le foto dei luoghi che voglio visitare e le recensioni dei ristoranti che troverò lungo il percorso tramite Wikipedia e TripAdvisor, ma non posso prevedere gli incontri né posso scrutare la mente e il cuore delle persone che incontrerò. Il viaggio è e rimane imprevedibile nella sua porzione più ampia, altrimenti non si spiegherebbe perché affascina così tanto, da Ulisse che brama il ritorno a Itaca fino al più annoiato lavoratore che sogna di interrompere la propria alienazione con una vacanza esotica. Sono le persone e gli incontri che rendono speciale ogni viaggio, e di riflesso l’esperienza che se ne ricava. Persino i viaggi in solitaria mantengono questo fascino, perché si ha l’opportunità di incontrare sé stessi ed esplorare parti sconosciute del proprio io.
Tra le pagine si coglie l’introversione, la scontrosità, l’inquietudine e la disubbidienza adolescenziale. Quali tratti assume la giovinezza nella ricerca di coordinate, d’interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni?
Credo che la giovinezza sia il punto di vista privilegiato per osservare e comprendere le contraddizioni della realtà, e anche per provare a superarle. La tendenza a ribellarsi è il segno che qualcosa non va, ma anche l’ago della bussola che punta verso una possibile soluzione. Chi non è più giovane, a mio avviso, ha due compiti: guidare la scontrosità degli adolescenti, per incanalarne l’energia in modo costruttivo e sano, e lasciarsi guidare dalle loro proteste per cogliere quello che l’eccesso di maturità ha reso ormai invisibile o scontato. Tutti i giovani, con cui sono a stretto contatto nell amia funzione di docente, vogliono delle relazioni interpersonali meno tossiche, un ambiente più pulito, una società più equa, un rispetto reciproco nelle relazioni interculturali. Insomma, senza scomodare Greta Thunberg, i ragazzi vogliono una società più equilibrata, che non spinga le persone a scontrarsi nelle amicizie o nel lavoro, che accolga le diversità, che eviti lo scontro amato per dirimere le questioni internazionali e che non lasci ai posteri un ambiente invivibile e avvelenato. Vedendo i grandi disattendere tutto ciò, è normale che i giovani siano scontrosi, disubbidienti, inquieti.
Incursioni nella commedia, nella favola, nel realismo, nel romanzo di formazione. Quanto ha attinto ai generi codificati dalla letteratura ed in che misura il suo romanzo ne diverge?
In senso lato, tutti i romanzi sono romanzi di formazione. Che tristezza se un personaggio non si evolve, non matura, non diventa migliore. In poche parole: non dà forma al cambiamento interiore. Sia chiaro, quando dico migliore non do giudizi morali. Un romanzo che ha per protagonista un assassino diventa piacevole se, alla fine, il l’assassino si mostra più abile e più astuto nel mettere in atto i suoi piani criminali. Quindi, ben venga l’etichetta di romanzo di formazione per il mio Quintetto d’estate: la accetto volentieri. Anche l’etichetta di romanzo di viaggio è da me ben accetta: esistono dei capolavori assoluti nella letteratura di viaggio, a partire dall’Odissea fino a certe gradevoli storie moderne, come Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Pirsig, Latinoamericana di Che Guevara, Le voci di Marrakech di Canetti… tutte storie che ho amato e che mi hanno divertito e fatto riflettere. Direi che nel mio romanzo sono presenti chiare incursioni sia nel Bildungsroman che nella letteratura di viaggio, ma non è solo un viaggio fisico, è anche un viaggio nel tempo, nella cultura classica, dalla quale si attinge per esplorare nel presente alcuni elementi del profondo umano, che restano immutati nei secoli. Nel mio romanzo, questi elementi sono spesso rivelati al lettore in coppie di opposizioni, come paternità e genitorialità, promiscuità e nudità, amicizia e competizione, cultura e istinto, istruzione e docenza.
Il suo homo viaticor ha uno sguardo delicatamente carezzevole, accoratamente umile, soavemente poetico, fortemente empatico e mai profanatore dei luoghi.
In quale accezione possiamo declinare il suo uso del termine “viaggio”?

Il viaggio è il percorso che porta alla conoscenza, la conoscenza di sé e degli altri, dei sentimenti, delle aspirazioni, del future ma anche della tradizione. La conoscenza coincide con il punto di partenza del viaggio e si compie con il ritorno, per cui il mio libro affronta il più classico dei topoi, ovvero il “Nostos”, il ritorno a casa dell’eroe. La partenza che innesca l’allontanamento è un evento necessario per guardare la propria origine da lontano, per osservare sé stessi da una prospettiva inedita, e cogliere quegli elementi sapienziali che si ignoravano fino a un istante prima di partire. L’umiltà consiste nel lasciare arricchirsi dalle diversità che si incontrano lungo il cammino (la promiscuità ha un valore positivo per i miei personaggi); poesia ed empatia entrano a stretto contatto nell’ammirare la diversità dei luoghi visitati, ma anche nel ricordare con affetto il luogo da cui si è partiti. Nessun luogo viene mai profanato, proprio perché si rispetta ciò che si incontra lungo il viaggio e se ne fa tesoro nel compararlo con il proprio luogo d’origine.
Sono tante le rispondenze e gli accorgimenti di carattere musicale presenti nell’intera architettura della sua narrazione. Reputa che la musica si riferisca al puro calcolo di rapporti numerici o rispecchi la verità dei sentimenti dell’animo umano?
La musica è matematica applicata ai suoni: altezze, intensità, timbri, durate, intervalli… tutto questo si può misurare oggettivamente e con precisione. Lo aveva già fatto Pitagora mezzo millennio prima della nascita di Cristo, studiando il monocordo e le relazioni tra suoni e lunghezza della corda, gettando le basi per l’armonia. Il mondo è armonia. Le relazioni umane sono basate sulle leggi dell’armonia. Quando si spezza qualcosa e non si va d’accordo, l’armonia è sparita. Calcolo matematico e sentimenti dell’animo umano si fondono dunque nell’armonia della musica, che, mancando di uno spessore semantico, riesce a veicolare insegnamenti ed emozioni pressoché universali. Intanto perché la musica rievoca tali emozioni con efficacia e poi perché avvicina gli essere umani invitandoli a sintonizzarsi sulla stessa frequenza mentre suonano insieme, proprio come fanno i miei personaggi: intonano gli strumenti, prendendo fiato nello stesso momento, assecondano il medesimo ritmo della composizione. Loro costituiscono un quintetto, ma il quintetto è più grande della somma dei singoli musicisti, perché nell’insieme si materializza l’armonia, dimensione concreta nella musica e metaforica nella vita.

Quintetto d’estate

Giuseppe Raudino dal 2009 insegna materie inerenti a comunicazione, antropologia culturale e ricerca sociale all’Università di Scienze Applicate a Groningen, Paesi Bassi.

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