L’ASSURDA EVIDENZA. UN DIARIO FILOSOFICO

Lei esordisce con una chiara dichiarazione programmatica: “Questo libro è un diario, perché un saggio non può offrire un rendiconto credibile di ciò che penso”
Dove approda il suo viaggio esistenziale e filosofico?

Il mio viaggio approda dove parte, all’assurdo, ma con un vissuto diverso da quello della partenza. A cambiare non è in questo percorso filosofico non è l’approdo, ma le condizioni di arrivo: l’assurdo non viene più considerato un luogo di dolore ma al contrario di liberazione dalla sofferenza – d’altra parte come può esserci dolore dove non c’è alcun senso?

Enigmi, esperimenti mentali, illustrazioni, citazioni e paradossi. Quali sono le peculiarità della scrittura filosofica secondo la sua interpretazione?

La scrittura filosofica ha molte strade e possibilità; un po’ come in narrativa ogni filosofo e filosofa ha un suo stile di scrittura. Ultimamente la filosofia ha un po’ perso la sua varietà stilistica, limitando il suo campo al saggio accademico. È stata abbandonata la forma dell’aforisma, del diario, del dialogo, la confessione, la poesia, nonostante siano stili che hanno fatto la storia della filosofia, con autori e autrici come Weil, Platone, Cioran, Nietzsche, Zhuangzi, Laozi, Kierkegaard, Zambrano, S. Agostino, Parmenide… nel mio libro ho provato a ritornare a questa varietà, anche se molte sue parti sono esplicitamente saggistiche.

Il filosofo può intendersi come paradigma dell’umanità?

Direi di no. Tutte le persone sono diverse, al netto di vari tratti in comune, e chiunque assurga a paradigma di qualcosa crea pericolose generalizzazioni. Chi fa filosofia non è paradigma nemmeno di “persona saggia”, o “colta”, o “intelligente”, perché tutte queste caratteristiche hanno molte declinazioni e non sempre (anzi quasi mai) coincidono in una persona. L’esempio recente di Giorgio Agamben è sintomatico: un grande filosofo scivola su informazioni errate in un ambito che non è il suo, la scienza medica. Sbaglia chi segue il suo errore “perché è un grande filosofo” e sbaglia chi sostiene che abbia perso il suo smalto intellettuale – anzi, ultimamente ha scritto un bellissimo libro. È solo una persona che ha fatto un errore in un ambito che non conosce, capita.

Lei ci narra la sua esperienza di pensiero che spazia in modo autentico dalla filosofia occidentale al pensiero buddhista e Zen. Perché, a suo avviso, l’approccio alla Filosofia continua ad essere meramente teorico?

La filosofia è una disciplina in gran parte teorica, ma dalla teoria nasce spesso una pratica – senza teorie scientifiche non avremmo l’attuale tecnologia, per dirne una. Nella filosofia l’aspetto pratico viene più facilmente ignorato, perché è più interno che esterno; si declina in stili di vita, approcci all’esistenza e alla conoscenza del mondo. Non è una misinterpretazione del pubblico però, anche chi si occupa di questa disciplina dovrebbe sottolinearne più spesso i risvolti esistenziali.

Lei è di formazione filosofo ed artista visivo. Qual è il valore delle illustrazioni, appartenenti alla serie Meditazioni, che arricchiscono il suo scritto?

Queste illustrazioni sono un mix tra assemblaggi di opere già esistenti (libere dal copyright) e di mie integrazioni, e sono state sviluppate dopo delle sessioni di meditazione. Da questo punto di vista si tratta di una proiezione visiva del processo di costruzione e decostruzione di senso che avviene durante la meditazione, e che mi ha accompagnato nella stesura di questo libro. Ne sono, in un certo senso, la traduzione visiva.

Francesco D’Isa, di formazione filosofo e artista visivo, ha esposto internazionalmente in gallerie e centri d’arte contemporanea. Dopo l’esordio con la graphic novel I. (Nottetempo, 2011), ha pubblicato saggi e romanzi per Hoepli, effequ, Tunué e Newton Compton. Il suo ultimo romanzo è La Stanza di Therese (Tunué, 2017), mentre per Edizioni Tlon è uscito il suo saggio filosofico L’assurda evidenza (2022). Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.

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