Moda. Il favoloso viaggio tra simbolo e desiderio

Paul Poiret, la Haute Couture, l’abito-rivoluzione di Coco Chanel, Madeleine Vionnet, Dior, il New Look, la nascita dell’Alta Moda Italiana, Armani, Versace, la sfida del Dandy: la storia della moda è un viatico per ripercorrere la storia di noi tutti?
Sì, le trasformazioni del costume riguardano ognuno di noi. Da sempre l’abito rivela il suo tempo, e ripercorre la sua storia significa ripercorre il nostro cammino. Soprattutto quello femminile. Sono le donne ad avere vestito il mondo, prima ancora che nel vero e proprio ruolo di sarte, in quello di madri, mogli, figlie che, dall’inizio dei tempi, hanno provveduto a cucire e a seguire la manutenzione degli indumenti di tutta la famiglia. Il mestiere sartoriale nasce esclusivamente al femminile e, con l’invenzione della macchina da cucire, diviene uno straordinario strumento di emancipazione economica e culturale per milioni di donne. Per questo il mio racconto riporta al centro la figura della sarta, perché è una straordinaria, affascinante cartina al tornasole delle tappe più importanti della Storia del Femminile.

“Desiderio” pare fungere da “parola chiave”: quali sono i desideri che decifrano e suscitano gli abiti?
Desiderio è la grande parola-chiave di tutto il discorso Moda. Ed è anche la parola-chiave della modernità, di cui esprime l’essenza prima: il movimento, il cambiamento continuo. Desiderio è qualcosa che ci fa muovere, che ci spinge avanti e in questo senso ha una connotazione sia positiva che negativa. Se da un lato esprime forza vitale, dall’altro esprime e suscita instabilità, insoddisfazione, quella particolare infelicità tipicamente moderna che è la frustrazione. Gli abiti sono sempre espressione di un desiderio. Sia maschile che femminile. Ogni donna si veste per piacere a se stessa e agli altri, e nel farlo é inevitabilmente condizionata da quello che pensa gli altri desiderino trovare in lei. Ma qui sta il punto: ogni donna dovrebbe indossare sempre e unicamente ciò che le corrisponde. Che è autentica espressione della sua identità. Per questo era fondamentale il ruolo della sarta: perché una sarta vera sapeva capire la donna che le stava di fronte, e dunque sapeva davvero vestirla. Con un abito che fosse davvero il suo abito; e proprio per questo la rendesse autenticamente bella.

Qual è l’anello di congiunzione formale e sostanziale interpretato nell’indossare un capo di alta sartoria come un cencio da mercatino rionale?
La personalità, il carattere. È questa l’eleganza: non l’abito costoso, non l’abito firmato. L’eleganza non ha nulla a che fare con l’idea di brand, e perfino con l’idea di moda. Chanel diceva: “eleganza non è indossare un abito nuovo”. Insomma, eleganti si è, non si diventa.

La Haute Couture è stata l’epoca d’oro dell’arte sartoriale. In quella specifica e, probabilmente, irripetibile epoca s’impose il termine “Creazione”. L’abito quanto racchiude di “divino”?
Definire il sarto/sarta creatore, esprime il riconoscere in lui/lei la capacità di realizzare non solo un manufatto perfetto sul piano tecnico ma soprattutto ideale. Il grande couturier era colui che creava una nuova donna non solo un abito meraviglioso.

Soventemente, si reputa che la Moda sia una frivolezza, un passatempo per sfaccendati ed oziosi, perdendo di vista che rappresenta milioni di dollari e innumerevoli posti di lavoro. Quali sono le ragioni per le quali gli abiti e la loro storia siano derubricati a vuota insulsaggine?
Non tutti gli abiti sono uguali. Quelli di alta moda erano opere d’arte. Quelli sartoriali sono espressione di una identità. Quelli prodotti in serie dal mercato dei consumi di massa sono soprattutto merci. Ognuno di essi ci racconta una realtà storica e culturale complessa ed è solo la superficialità di chi li guarda a non rendersene conto. La superficialità è negli occhi, anzi nelle teste, di chi guarda.

Gabriella Maldini, dopo il diploma al liceo classico, si è laureata in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna. Ha svolto un Master in Comunicazione a Roma e Milano, poi un corso di Racconto e Romanzo e uno di Sceneggiatura cinematografica alla Scuola Holden di Torino. E’ docente di cinema e ha diverse collaborazioni in atto, fra cui quella con Università Aperta di Imola, la libreria Mondadori di Forlì e le scuole medie per le quali sta portando avanti un progetto didattico che coinvolge i ragazzi delle classi terze in una ‘lezione cinematografica’ sul rapporto umano e formativo che unisce allievo e insegnante. Da pochi mesi è uscito il suo primo libro, edito da Carta Canta, dal titolo ‘I narratori della modernità’, un saggio di letteratura francese dedicato a Balzac, Flaubert, Zola e Maupassant, come quei grandi padri della letteratura che per primi hanno colto la nascita del mondo moderno.

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