C’è differenza. Identità di genere e linguaggi: storie, corpi, immagini e parole

Perché il patriarcato è tutt’altro che scomparso dalla nostra società e quale significato assume, oggi, il termine “femminismo”?

Non si cancella in poco tempo una storia lunga migliaia di anni. Negli ultimi decenni sono mutati ruoli e condizioni materiali, si sono evolute le forme della sessualità e della famiglia, le manifestazioni estreme del machismo stanno tramontando; molto più lentamente muta l’immaginario di riferimento su cui si è costruita nei millenni la supremazia maschile. Vecchio e nuovo convivono e confliggono nell’esperienza dei soggetti e delle società, imprigionando nelle contraddizioni soprattutto le giovani generazioni. Il patriarcato è forse indebolito ma non è defunto: l’esperienza recente ce lo conferma.

Le norme religiose, a cui sono poi seguite le leggi civili, hanno acuito le disparità e le differenze tra maschi e femmine. Qual è ad oggi lo status delle discriminazioni di genere?

È molto diverso da un Paese all’altro, ma se ci riferiamo all’Italia c’è qualcosa che non va nel sistema educativo, se pregiudizi e stereotipi sessisti sono ancora oggi così radicati nella cultura diffusa del Paese, nel linguaggio comune e nelle relazioni quotidiane tra donne e uomini. C’è qualcosa che non va nelle famiglie, se in esse continua a riprodursi la tradizionale e asimmmetrica divisione dei ruoli tra i generi. C’è qualcosa che non va nel mondo istituzionale, se consideriamo la ridotta presenza delle donne nei luoghi della rappresentanza e della decisione. C’è qualcosa che non va nel mercato del lavoro e nell’area della formazione, se permangono il fenomeno della disparità nelle retribuzioni e nelle carriere, il soffitto di cristallo, la maggiore disoccupazione femminile, in particolare nelle regioni meridionali. C’è qualcosa di profondamente irrisolto nel rapporto con il genere maschile, se le reazioni degli uomini alla libertà femminile sono addirittura divenute più violente.

Qual è l’urgenza, se la ravvede, in questa peculiare contingenza storica, pensando ai fatti di cronaca?

Innanzitutto, a breve termine, diffondere a tutti i livelli una consapevolezza intorno a quella che chiamiamo cultura dello stupro e che consiste nel trovare giustificazioni alla violenza maschile e nel rivittimizzare le donne che la subiscono.
In secondo luogo, a lungo termine, modificare le discipline scolastiche inserendo in tutte uno sguardo di genere, cosa possibile se si formano adeguatamente le docenti attingendo all’ormai vastissima bibliografia di studi in materia – italiani e non – e alla ricca esperienza di buone pratiche.

Oggidì, il corpo messo al centro del dibattito nella società contemporanea è quello muliebre. Quali forze diverse ed in contrapposizione si combattono su questo campo?

I corpi femminili – quei corpi indispensabili che generano e nutrono e curano – sono da sempre più sistematicamente normati, con interventi che cominciano fin dalla nascita.
Il controllo sociale si fonda su quello della sessualità. Regolamentandola di fatto si regolamenta la società sul piano familiare, politico, economico e soprattutto simbolico. Con lo stretto controllo della donna – “per il suo bene” – da parte del padre, del marito, del figlio o del fratello viene garantita la purezza della linea di discendenza. È questo il nodo cruciale, alla radice della distinzione ancora vigente tra donne per bene e donne per male, tra le mogli/madri rassicuranti e le maliarde/vamp inquietanti.
Siamo scienziate, magistrate, ministre, ma l’immaginario collettivo ci vuole ancora o materne o sexy, stimolato dalle tv e dall’onnipresente sistema della pubblicità. Se un mezzo di comunicazione di massa filtra una descrizione del genere femminile legata a un ruolo fisso o a tratti che minano la dignità personale, i comportamenti di ambedue i sessi ne rimarranno fortemente influenzati.
Che in Italia i corpi delle donne siano rappresentati o come madri o come oggetti sessuali è una delle principali critiche sollevate dal Comitato delle Nazioni Unite che ha il compito di monitorare l’attuazione della Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione (CEDAW) negli Stati che l’hanno ratificata.
Secondo le Nazioni Unite, in Italia “persistono profondi stereotipi che hanno un impatto schiacciante sul ruolo della donna e sulle responsabilità che essa ha nella società e in famiglia”.

La polisemia di accezioni (genere linguistico, biologico e sociale) che sviluppa, dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza?

L’organizzazione simbolica del mondo sociale porta l’impronta delle disuguaglianze di genere. Le norme servono, ma si svuotano se non c’è la cultura adatta: con questo termine non si intende tanto quella accademica quanto quella diffusa, sostenuta da tradizioni e credenze leggibili proprio nei modi di dire, nelle battute quotidiane, nei proverbi popolari. Essa non genera automaticamente violenza fisica, ma genera il contesto in cui la violenza sulle donne può nascere, essere giustificata o addirittura prendere senso. “Al cavallo si dà di sprone, alla moglie si dà di bastone”.
In questa cultura il genere è costruito come sistema di valori per cui sono concepibili solo due tipologie umane, solo due modalità di comportamento sono accettabili, solo due destini sono possibili: sono determinati dagli organi riproduttivi con cui si nasce e si strutturano socialmente in forma gerarchica.
Dietro forme ed espressioni linguistiche di uso comune spesso si celano stereotipi e pregiudizi sociali, culturali e sessuali trasmessi spesso in maniera inconsapevole.
Lavorare sul linguaggio significa lavorare sull’organizzazione della coscienza.
Gli stereotipi non sono un’immagine del mondo, ma l’immagine di un mondo immutabile cui ci siamo adattati. In questo mondo, le persone non solo hanno un posto preciso, ma si devono comportare secondo previsioni che confermino la nostra visione.
Quando diventano uno dei principali filtri con cui si guarda la realtà imbrigliano le persone in etichette e consuetudini da cui è difficile svincolarsi. Esse condizionano il ruolo che si assume nelle relazioni e in famiglia, la strada formativa e professionale che si decide di intraprendere, la scelta del/della partner, l’educazione di figli e figlie e molti altri aspetti della vita.

Graziella Priulla
Sociologa e saggista, ha insegnato per quarant’anni all’Università di Catania nel Dipartimento di scienze politiche e sociali.
Tra le sue pubblicazioni più recenti: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi: storie, corpi, immagini e parole (FrancoAngeli), I caratteri elementari della comunicazione (Laterza), L’Italia dell’ignoranza (FrancoAngeli), Parole tossiche (Settenove), Violate. Sessismo e cultura dello stupro (Villaggio Maori), La libertà difficile delle donne (Settenove).

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