Ilaria Alpi. L’altra verità

Un duplice delitto contro una giornalista ed un operatore inermi nella Somalia dei signori della guerra. Lei affronta un tema spinoso e drammatico. Ciò, evidentemente, ha richiesto ricerche storiche accurate e meticolose.
Quale metodo si è imposto di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?

Il metodo è quello del giornalismo investigativo e dello storico. Si tratta di un approccio che non trascura nessun particolare, atti processuali, pubblicistica, interviste, incontro con i protagonisti, cercando di ascoltare tutte le campane per capire quale può essere una verità storica anche se diversa da quella processuale. Un metodo che permette, anche a distanza di anni, interessanti soperte.

In questi anni l’ipotesi più accreditata per la morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin è stata quella d’una imboscata su commissione, una trappola fatale congiunta al traffico di armi e di materiali radioattivi in Somalia. Lei esclude questa pista.
Per quali ragioni opta per la vendetta somala e non considera il traffico di armi e di scorie radioattive?

Semplicemente mettendo in fila gli avvenimenti. Miran e Ilaria non dovevano essere lì dove sono morti. E ci sono trovati per una serie di circostanze che li avevano portati a Nord del paese e fatti rientrare quando la Capitale somala è in pieno smantellamento. Gli eserciti si ritiravano, i giornalisti erano tutti andati via da quella zona della città. Anche sulle inchieste segrete e sulle scoperte fatte da Ilaria non c’è traccia nel racconto dei suoi colleghi. Ma io avanzo un’altra ipotesi: si è trattato comunque di un delitto su commissione. Un delitto con un mandante di cui faccio nome e cognome.

Il percorso narrativo si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense.
Si possono davvero chiudere i conti con il passato, nella fattispecie politico?

Certamente sì. Altrimenti il mondo non potrebbe andare avanti se non si mettono in soffitta i fantasmi del passato. Ma lo si può fare solo a patto che si sia una operazione verità, ci sia la voglia di andare fino in fondo con la giustizia o, quantomeno, con l’apertura di tutti i sepolcri imbiancati, con lo scoperchiamento di tutte le nefandezze e gli errori. Non per uno spirito di vendetta, ma perché la pacificazione e il progresso camminano sulle gambe della conoscenza.

“Traducendo Brecht” di Franco Fortini recita “Fra quelli dei nemici; scrivi anche il tuo nome”.
Quanto ha inteso disturbare la falsa coscienza di tutti noi mediante una narrazione così poco rassicurante e confortevole circa una pagina davvero nera della Repubblica italiana?

Certe morti interrogano tutti noi, turbano i sonni delle persone perbene e degli onesti. “Potevo fare di più?”, si interroga uno dei protagonisti di un’altra storia che ho scritto e a cui tengo moltissimo, quella di Giuseppe Di Matteo. Tutti possiamo fare di più. La divisione allora diventa tra quelli che ci provano, che si ostinano, che si mettono in gioco e ci mettono la faccia e quelli che, pur non essendo complici, si girano dall’altra parte, che scelgono il quieto vivere, la comodità dell’incoscienza. È un po’ quello che avviene ora con la guerra.

Oltre venticinque anni dopo ancora non si conosce la verità: non si sono rivelati né gli assassini né gli ipotetici mandanti.
Resterà un mistero insoluto?

No. Un duplice omicidio non si prescrive. Possono sempre arrivare rivelazioni, nuove prove, metodi scientifici che aprono scenari. Di delitti scoperti a distanza di anni ce ne sono diversi, molto dipende anche da chi si ostina a non dimenticare. Magari anche scrivendo un libro.

Pino Nazio, sociologo della Comunicazione, giornalista professionista e regista. È stato direttore di radio e tv locali, quotidiani, periodici e testate on line. Ha realizzato documentari, inchieste e spot di pubblicità sociale. Per tredici anni è stato inviato di Chi l’ha visto? I suoi servizi sono stati trasmessi da Canale 5, Italia 1, Tmc, ha firmato, come autore, programmi per Rai 1, Rai2, 3 e La7. Ha insegnato Storia della radio e della televisione alla Scuola Superiore di Metodologia dell’Informazione e del Giornalismo Televisivo e Sistema giornalistico, spazi televisivi e politica alla LUMSA. Ha pubblicato, tra l’altro, Le parole della televisione, Il manuale del giornalista televisivo e Il chi è della TV e una decina di libri del filone non-fiction novel, trasformando in chiave di romanzo storie vere: da Giuseppe Di Matteo a Emanuela Orlandi, da Serena Mollicone a Yara Gambirasio, da Aldo Moro alla Strage di Ustica.

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