La parola e il silenzio

Il suo lavoro pare che sia stato pensato anche come un apporto all’allargamento di una cittadinanza attiva e consapevole, ispirata ai valori dell’indulgenza e della considerazione dell’altro.
Quali competenze logiche ritiene che i cittadini debbano possedere per prendere parte efficacemente al discorso pubblico?

Più che competenze logiche, credo che ogni cittadino debba semplicemente riconoscere un fatto nudo e crudo: l’altro, il diverso, siamo noi; l’altro vale ontologicamente quanto noi. Chi nega nell’altro un essere simile a noi sta semplicemente fondando le basi per una futura discriminazione. Quando si raggiunge questa consapevolezza, tutto diventa più semplice. Se si respinge la sostanziale autenticità di chi è diverso da noi, ma lo si riduce a un “meno di noi”, inferiore e infine biasimabile, ecco che il mondo si dividerà in sette contrapposte, con esiti catastrofici. Ognuno può e deve partecipare al discorso pubblico, tenendo tuttavia sempre a mente che ogni sua idea può e deve essere sottoposta a critica, e che lo studio non è secondario. Non si tratta di relativismo, ma di sano confronto su solide basi.
Se dimentichiamo quanto sia importante il dovere di istruirsi, oltre al diritto a esprimersi, rischiamo prevalga la chiacchiera, parafrasando Heidegger, che oggi è esemplificata nei dibattiti sui social. Non c’è più differenza tra opinioni alte e basse, tutti si sentono custodi di pensieri memorabili. Il risultato è la massificazione delle coscienze e il depotenziamento della vita politica reale. L’uomo è un animale sociale, deve stare nelle piazze vere e approfondire il sapere attraverso il confronto democratico.
La Filosofia può assurgere a Scienza e, come le scienze della natura, curare il linguaggio corrente e contemporaneo al fine di argomentare agonisticamente e catturare l’assenso?
La filosofia, come sostiene Wittgenstein, deve smascherare i falsi discorsi che si presentano assoluti:
è su questo terreno che fioriscono gli integralismi. Personalmente credo in una filosofia dell’emancipazione, ovvero un pensiero capace di stimolare il discorso politico, il crollo di dogmatismi e fanatismi, e che favorisca anche la liberazione interiore. Oggi la filosofia deve salvarsi dalla sterilità del discorso autoreferenziale e tornare a occuparsi delle persone. Si può catturare l’assenso per vari scopi, è essenziale che questi ultimi siano umanitari e non egoistici.
Come distaccarsi dal vicolo cieco imboccato dai mezzi di comunicazione? E quanto il connubio linguaggio e violenza ha consentito il dilagare degli estremismi ideologici?
Prima di tutto bisognerebbe avere qualcosa da comunicare. Oggi si assiste troppo spesso invece a una trasmissione di vuoti di senso, narcisistici e autoreferenziali. Non si vuole edificare nulla di costruttivo, ma si esalta la mediocrità, foriera di una apatia concettuale. Vengono erette cattedrali di stupidità con precisi scopi politici. La violenza e il linguaggio vanno di pari passo nel momento in cui quest’ultimo vuole essere definitivo, assertivo. Quando reclama esclusività di senso. Se una parola deve significare soltanto quanto espresso dal potere, ecco che la democrazia, cioè l’ermeneutica applicata al livello politico, cede il passo all’oligarchia. Auspico un mondo libertario. Oggi la tendenza è opposta, si vogliono persone asservite, depresse, chiuse in casa e con la convinzione di una imminente catastrofe a cui ci si può sottrarre solo ubbidendo al paternalismo della classe dirigente. Anche questo è un estremismo ideologico. Reputo inoltre fondamentale custodire “uno stato d’animo fecondo”. Dobbiamo proteggere il nostro sentimento di meraviglia per il mondo, anche quando ci spaventa: thaumazein dicevano i greci antichi. Ebbene, se cediamo al nichilismo totale si possono verificare due conseguenze: una chiusura integralista, fondata sulla paura, oppure una resa desolante, perché nulla ha valore. Auspico invece che l’umanità possa riconoscersi e ritrovarsi, ma serve un lavoro interiore profondissimo. Buone letture e meno sms, rapporti leali e meno ossessione per i like. Vita vera.
La neoretorica di Perelman, la logica di Toulmin, le moderne teorie dell’argomentazione, gli usi linguistici di Wittgenstein e gli atti performativi di Austin: qual può essere il modo di operare della ragione umana nella vita pratica? Quali dispositivi applicare?
Performazione vuol dire spesso persuasione, e in sé non c’è nulla di sbagliato. Dobbiamo essere vigili, tuttavia. Facilmente si può sedurre per scopi malvagi. Così un tempo un serpentello convinse due giovani ingenui a commettere il primo sacrilegio, addirittura contro loro stessi (sebbene al momento non lo compresero). Intendo dire, al di là delle battutacce, che senza un’etica condivisa, un’etica volta al benessere generale, ogni atto linguistico è sempre un rischio: parola emancipativa o dittatura del significato? L’azione performativa, denotativa, deve continuamente confrontarsi con il suo effetto dal punto di vista morale. Tra i tanti drammi della nostra società, la leggerezza nell’uso delle parole risulta fra i più drammatici perché induce all’apatia, al degrado e quindi all’immoralità. Se il linguaggio invece sposa l’umanità, l’uomo disinnesca la violenza a priori. Nel gesto poetico intravedo la via maestra per la salvezza umana. Qui la parola viene purificata, rispettata e celebrata, ed è l’opposto di quella usata dal linguaggio della tecnocrazia, un monolite per cui le persone sono dati statistici e algoritmi da spremere. La ragione umana deve avere sempre come obiettivo la salute dell’essere umano, fisica e psicologica. L’arte e la scienza sono i due “strumenti” più adatti a forgiare persone emancipate.
L’ars dicendi è capace di mutare il destino della società?
Ogni ars, se votata a celebrare la vita libera, può essere la porta segreta per accedere a una società migliore. La parola “risanata” ha un compito fondamentale, serve a osservare il mondo da più punti di vista. Oggi invece si usa e abusa della lingua, trasformando la complessità in superficialità, nascondendo le alternative non omologate. Reputo fondamentale ricordarci dell’altra faccia della medaglia: il silenzio, lo sfondo da cui la parola emerge, ci rammenta due atteggiamenti fondamentali del vivere “altro”. Prima di tutto l’ascolto. Dal silenzio può sorgere non il mutismo, non la rassegnazione ma, se ben disposti, lo splendore del mondo.
Secondo, un atteggiamento contemplativo dell’esistenza, quando non reprime la corporalità ma la educa, quando non si sviluppa da disturbi psicotici ma nasce dalla libera ricerca – conduce ad oasi di pace in grado di rendere la vita migliore e più serena. Non ci può essere rivoluzione esteriore senza aver prima raggiunto la pace interiore, non si può fondare una società più giusta se le nostre anime sono divorate dal rancore o dall’odio.
Per mutare il destino della società serve innanzi tutto raccogliersi in un sentimento d’amore.

Andrea Comincini, laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi Roma Tre, ha conseguito un Ph.D. in Italianistica all’University College Dublin, dove ha lavorato in qualità di Senior Tutor. È stato Helm-Everett Fellow presso la Indiana University. Ha pubblicato: Itinerari filosofico-letterari, Altri dovrebbero aver paura (traduzione e curatela di lettere inedite di Sacco e Vanzetti, con prefazione di Valerio Evangelisti e con un contributo di Andrea Camilleri; Voci dalla Resistenza, una collezione di testimonianze sulla vita dei partigiani; L’anima e il mattatoio (poesie);Le ragioni di una congiura, ancora su Sacco e Vanzetti; La persuasione e la retorica di C. Michelstaedter, edizione critica.; Nefes. Piccolo trattato sull’esistenza infranta (Tangram edizioni scientifiche). Ha tradotto e curato vari testi di letteratura angloamericana (Fitzgerald, Bennett, Melville) collabora con varie riviste filosofiche e letterarie.

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