Bukowski & babbaluci

Cosa hanno in comune i babbaluci, ovvero le lumache, e Charles Bukowski?
In apparenza nulla, ma nessuno come il grande poeta e scrittore americano ci ha spiegato che la fragilità è un valore, una fragilità paradossale, mostrata con una dolcezza aspra, una forma di sopravvivenza alla difficoltà di essere umani. Le sue frasi sono molto usate sui social credo per questo: trasmettono il bisogno di corazzarci, proprio come le lumache, con un guscio di ironia e cinismo che lascia trasparire una sensibilità maschile nuova, triste e allegra, insieme, sempre profonda e spiazzante.
Uno scrittore chino al mito di Bukowsky, amici di chat, plurime fidanzate, editoria, figli di papà, poeti falliti. Tanto parrebbe malinconico e tutto tratteggiato in modo caustico e dissacrante. Cosa, concretamente, in una temperie di decadenza morale, culturale e civile dovrebbe spingerci alla sopravvivenza ed alla speranza?
Tutto, le albe e i tramonti, la natura, l’amore, le stagioni. I sentimenti personali, che avvertiamo e sentiamo, sono qualcosa che ci appartiene davvero, la letteratura, quella alta e necessaria, ambisce a questo: salvaguardare il nostro vissuto interiore.
Nevrosi, difetti, paranoie. Legami, solitudini, ferite, volti incrociati casualmente. Quale idea ha inteso veicolare delle relazioni interpersonali?
Che nonostante questo si incontrano facce che si desidera vedere per tutta la vita. Come accade al protagonista. Anche se stiamo sui social, se pensiamo di arrivare a chiunque, c’è qualcosa di inspiegabile, imprevisto e potente che decide per noi, se riusciamo a instaurare un legame profondo è un miracolo di maturità e consapevolezza che dobbiamo celebrare.
Il suo è un formidabile campionario di esemplari umani. Da dove ha attinto notizie ed elementi per compilare tanto riccamente un bestiario straordinario altresì esilarante?
Sono personaggi umanissimi e a volte toccanti, direi commoventi e sì, vero, spesso si sorride con amarezza. Ho attinto dalla vita, dagli incontri, dalla musica che ascolto e dalle serie che vedo. Un po’ ovunque. Molto da alcune impressioni mie, da alcune suggestioni fuggevoli.
Il suo è un romanzo avvincente e toccante che intrecciando inventiva, storia dei nostri tempi e sentimentalismo, attizza il focus sul vigore delle storie, della fantasia e dell’amore. In qual misura esso s’inserisce e diverge, al contempo, dal codice del genere “romanzo”?
Non lo so, dovrebbero dirlo i lettori, io credo di aver fatto da una parte, metanarrazione: ovvero racconto di uno scrittore che scrive un romanzo. Si tratta di una specie di gioco che invita il lettore a partecipare. Chi legge si chiede: il protagonista riuscirà nel suo intento? Dall’altra la forza delle storie, quando funzionano, è questa: ci riguardano sempre, ci sono dentro pulsioni che ci fanno dire, “ecco: il protagonista avverte le mie stesse gioie e le mie stesse paure, vede gli altri un po’ come li vedo io, non sono solo/a”. In questo senso, allora, credo di aver scritto qualcosa di condivisibile, un romanzo vero e proprio, con uno spaccato della società

Daniela Gambino, scrittrice e giornalista. Ha pubblicato per le guide Newton Compton “101 cose da fare in Sicilia almeno una vota nella vita” e “101 storie sulla Sicilia che non ti hanno mai raccontato”, il saggio “Vent’anni” (con Ettore Zanca), vincitore del Premio gesti e parole di legalità, la ricerca “Media: la versione delle donne – Indagine sul giornalismo al femminile in Italia” pubblicato da Effequ e “Conto i giorni felici” uscito per Graphe.it. Nel 2017 con Laurana Editore è uscito il romanzo “La Perdonanza”.

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