LA METÀ DEL DOPPIOCura, traduzione e postfazione di Giovanni Barone

“Le luci della strada viste dall’alto si accendono nel colmo della malinconia. Un’immagine del genere si potrebbe vedere dalla loro finestra, se uno dei due potesse sciogliersi dall’abbraccio, accostarsi al davanzale e odorare una parte intera dell’estate.” Henri Meschonnic adopera “il tradurre” , Georges Mounin usa le locuzioni activité traduisante oppure opération traduisante. Ebbene, come si disambigua il termine “traduzione”?
È un periodo questo, ed è bene che sia così, in cui si dibatte molto sulla traduzione letteraria e sul ruolo del traduttore. Ci sono convegni internazionali e nazionali, pubblicazioni, focus dedicati nei più importanti Saloni del Libro, da noi come in altre parti d’Europa e del mondo. La consapevolezza che ho io del mio fare traduzione è -per rispondere alla sua domanda- una opération traduisante. ma non nel senso secco del termine, in un significato più complesso. Chiarisco subito che sono un traduttore indipendente e che sono io a proporre l’autore e la traduzione del suo lavoro alla casa editrice. L’autore lo scelgo in base ai miei gusti letterari e non esulo quasi mai dall’area latino-americana per la forte passione che mi lega a quelle letterature. Soltanto in un caso ho tradotto un’autrice spagnola. Poiché mi piace fare anche un’operazione di scouting, propongo soprattutto autori non ancora conosciuti dai lettori italiani. Detto questo, il mio fare traduzione prevede una conoscenza approfondita dell’autore sul quale sto lavorando, di tutta la sua produzione e -se non c’è possibilità di una conoscenza personale- conoscere la sua vita in ogni suo dettaglio: formazione culturale, contesto familiare e sociale, letture e autori di culto, famiglia ecc. Per me tutto ciò è importante perché la traduzione letteraria non è una questione tecnica, non devo soltanto “dire le stesse cose con altre parole”, ma devo rispettare e restituire linguaggi altri, per esempio la velocità di narrazione, la forza o la leggerezza della voce narrante, le emozioni che trapassano nel linguaggio, quando ci sono, le tipologie di lessico che usa l’autore, i suoi repertori con tutte le differenziazioni. Questo e molto altro ancora lo posso ottenere soltanto se conosco profondamente l’autore, se conosco la sua storia e la sua cultura. Anche perché nella traduzione letteraria può avvenire che certe parole o certi riferimenti devono essere cambiati o soppressi. Soltanto se io traduttore sento il mio autore come doppio, come parte altra di me stesso (e qui mi rifaccio all’idea della traduzione che ha lo scrittore Tommaso Pincio), lo sento insomma in qualche modo intimamente connesso, posso operare modifiche o sostituzioni così come le farebbe lui, senza dover tradire o prevaricare il suo testo. Una opération traduisante dunque -almeno nel mio casoparticolarmente intima e che tocca anche versanti extra-linguistici.
Nella rappresentazione contemporanea della figura traduttiva, è stata fortemente voluta anche dagli organi istituzionali l’introduzione della codifica di mediatore. Lei ha tradotto “La metà del doppio”. Ritiene di essere dotato esclusivamente di un talento traduttivo linguistico o di essere anche un mediatore culturale?
Credo di poter rispondere: entrambe le cose. Non posso negare di possedere certe capacità traduttive conoscendo la lingua spagnola e alcune sue varianti da oltre quarant’anni e conoscendo molti testi della letteratura ispano-americana, critica letteraria compresa. Ma certamente la codifica di mediatore la ritengo essenziale. L’opera letteraria ha un valore in sé ma è frutto di una cultura (nazionale e non solo letteraria) così come lo è l’autore di quell’opera. Chi traduce non restituisce soltanto il portato linguistico dell’opera ma deve tenere in conto il contesto culturale nel quale quell’autore si è formato e nel quale è nato il suo lavoro, come accennavo anche nella risposta precedente. D’altra parte, come si dice, la traduzione è un ponte tra due lingue e tra due culture.
Piani temporali scomposti, crepe, “interstizi di assurdo” che compromettono il linguaggio medesimo. Quali sono le peculiarità della narrazione di Fernando Bermúdez?
Bermúdez ci propone un tipo di scrittura colta e a più livelli sovrapposti. È complessa se pretendiamo di ricostruire tutti i riferimenti e le citazioni che l’autore si riserva di non esplicitare. Ma è pienamente fruibile da tutti anche se non sappiamo che in un certo passo di un certo racconto si sta citando, per esempio, una descrizione di Juan José Saer, o si riprende un espediente narrativo di Macedonio Fernández a sua volta utilizzato da Ricardo Piglia, o si sta rendendo un omaggio a Italo Calvino. Voglio dire che il piano di fruizione immediata della sua narrazione scorre senza difficoltà, pur con tutta l’intertestualità e con gli interstizi di assurdo di cui parlava Borges, ma questa è una caratteristica della letteratura fantastica. Il primo racconto, Mezzanotte passata, gioca sull’alternanza di piani temporali, ma non credo che ciò possa costituire una difficoltà per il lettore. Piuttosto possono sfuggire gli elementi di “ritorno del rimosso” che lì sono presenti e che solo una lettura di tipo freudiano è in grado di cogliere. Comunque lo stesso Bermúdez, in un collegamento in videoconferenza da Stoccolma organizzato dalla cas editrice Spartaco, ha ribadito che ci sono piani di significati e di riferimenti nella sua scrittura che -se vengono percepiti- bene. Altrimenti la narrazione fluisce senza intaccare minimamente ciò che l’autore vuole comunicare.
Borges, Cortázar, Arlt, Horacio Quiroga, Macedonio Fernández, Silvina Ocampo, Manuel Puig ed Alan Pauls: la letteratura sudamericana è costellata di sperimentazioni talvolta eccentriche. A suo avviso quanto incidono le specificità storiche fra riverberi di colonizzazione e strascichi di decolonizzazione, anni di dittatura e le tipicità linguistiche quali l’infinità di dialetti che si distacca dalla lingua nazionale?
I nomi che lei elenca, soprattutto i primi, sono dei monumenti della letteratura mondiale, e molti altri se ne potrebbero aggiungere. Trovo che un elemento che andrebbe ancora approfondito dagli studiosi di Storia delle letterature sia questa unicità della letteratura argentina che -a pochi decenni dall’indipendenza del paesedà i natali ad autori di altissimo profilo letterario. Certo, c’è un prima e un dopo Borges: prima di lui i circoli letterari riprendevano ancora i fervori e i dibattiti dell’epoca della colonizzazione e la lingua e la cultura peninsulare continuavano ad essere precisi punti di riferimento. La Repubblica Argentina nasce libera e indipendente nel 1816 e i primi anni di decolonizzazione sono anche gli anni dei grandi flussi migratori che giungono dall’Europa e che dureranno più di 150 anni popolando intere città e regioni del grande paese. Macedonio Fernández, che Borges considerava suo maestro, nasce nel 1874, ed è ancora oggi considerato un unicum nel panorama delle letterature sudamericane. Borges nasce nel 1899 ed è il faro inarrivabile della letteratura fantastica che tutti conosciamo. Sono autori di una storia letteraria appena agli inizi eppure già grandissimi, dei capiscuola. Horacio Quiroga nasce in Uruguay nel 1878 ma trascorre gli anni più fervidi della sua breve vita in Argentina, ed è considerato ancora il maestro dell’arte del racconto in tutto il Sudamerica. Roberto Arlt nasce nel 1900 a Buenos Aires ed è figlio di genitori appena giunti con le navi che sfornavano migranti da tutta Europa. Sarà lui a dare voce ai personaggi minori della grande capitale, a raccontare storie di immigrazione ed emarginazione e a dare dignità letteraria al lunfardo, una lingua franca orale che si diffondeva in quegli anni a Buenos Aires nel crogiolo di nazionalità e di lingue e dialetti che si stava creando. Cortázar sarà colui che innoverà più di ogni altro le strutture narrative del romanzo e la sua modernità si deve al fatto che visse la maggior parte dei suoi anni in Francia, peraltro luogo d’elezione di molti scrittori argentini, che la visiteranno una o più volte per aggiornare le proprie conoscenze e in molti casi modificare la propria visione del mondo. La storia quindi -e non potrebbe essere altrimenti- è fortemente intrecciata con l’evoluzione letteraria di questo grande paese: la decolonizzazione. l’impressionante e costante flusso di migranti in arrivo nel porto di Buenos Aires, la babele di lingue che finirà per dare statuto a una variante dello spagnolo peninsulare, la cosiddetta variante rioplatense, che si diversifica non poco dallo spagnolo sia nel lessico che nella sintassi e nella pronuncia. E, più vicino a noi, il triste periodo della dittatura (1976-1983) che imbavagliò o eliminò fisicamente la maggior parte degli intellettuali o che ne determinò una diaspora. Le specificità storiche di questo paese hanno dunque inciso non poco nella sua storia letteraria. Basti pensare agli innumerevoli autori contemporanei che continuano a raccontare gli anni della dittatura e dei desaparecidos, una ferita ancora aperta e sanguinante difficile da superare in tempi brevi.
Lei ha scelto sette racconti per La metà del doppio. Ci racconta un aneddoto legato proprio alla scelta?
I racconti dell’edizione originale de La mitad del doble (Editorial Sudamericana, Buenos Aires, 1998) erano dieci; ne ho scelti solo sette, perché? Diciamo che il mio proposito era quello di far conoscere un autore che ritenevo e ritengo straordinario e mi ero messo nei panni di un ipotetico lettore italiano per il quale il nome di Bermúdez suonava del tutto sconosciuto. Bisognava catturare l’attenzione e tenerne il livello sempre alto. La traduzione della raccolta nella sua interezza poteva essere un rischio per vari motivi: alcuni racconti non mantenevano la medesima tensione narrativa e la forza di altri e non garantivano una coerenza tematica dall’inizio alla fine. Mi sono assunto dunque la responsabilità di scegliere quelli che ritenevo i racconti di maggiore impatto e che restituivano al meglio la scrittura colta e fortemente letteraria di Bermúdez. Ne ho esclusi cinque forse peccando di presunzione e unilateralità ma ne ho parlato con l’autore che mi ha inviato due inediti, di grande valore peraltro. Sono così nati i 7 racconti che fanno parte de La metà del doppio. Tra i cinque da me scelti, quello su cui posso raccontare qualcosa di particolare che spieghi anche i miei criteri di selezione è Blomma, che mi colpì profondamente fin dalla prima lettura. Leggendo, ho rivissuto i lunghi viaggi notturni in pullman, così frequenti in Argentina, che spesso anch’io facevo, negli anni trascorsi in quel paese, per raggiungere città distanti molte centinaia di chilometri. E posso confermare che quel racconto-puzzle di Bermúdez (fantasticare su alcuni passeggeri nel corso del viaggio, arrivare stanchi al mattino nella grandi e caotiche stazioni dei pullman, i taxi per arrivare in città, i piccoli hotel pronti ad accogliere i viaggiatori) presenta elementi assolutamente condivisibili. Chi come me ha viaggiato in pullman per visitare Mendoza -la città dove si svolge la storia- rivivrà esattamente tutte le sensazioni descritte dall’autore. Non potevo dunque non scegliere questo splendido racconto, modello di scrittura allo stesso tempo realistica e fantastica, che descrive in maniera così viva e tangibile il percorso in una città, con l’espediente narrativo della lettrice che irrompe nella storia e con la quale l’autore dialoga rendendola infine protagonista. Un racconto scelto dunque perché ci sono momenti di possibile identificazione e per la grande perizia di Bermúdez nel saper dosare l’irruzione del fantastico in una situazione reale (i riferimenti a Calvino -altro elemento che ha giocato per la scelta- sono evidenti).

Giovanni Barone, già funzionario del ministero dell’Istruzione e poi degli Esteri, e collaboratore presso il Consolato generale d’Italia a Rosario in Argentina in programmi di diffusione della lingua e della cultura italiana. Per la casa editrice e/o ha tradotto «Animali domestici» dell’argentino Guillermo Saccomanno e «Carne di cane» del cubano Pedro Juan Gutiérrez. Sono in fase di pubblicazione le sue traduzioni dei romanzi «Confessione» dell’argentino Martín Kohan per Morlacchi (Università di Perugia) e «In mezzo a strane vittime» del messicano Daniel Saldaña París per Arcoiris (Salerno). Sempre per Spartaco uscirà a fine anno la sua traduzione del romanzo che Fernando Bermúdez aveva annunciato venticinque anni fa e che era rimasto per varie ragioni incompiuto.

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