Generato e non creato. Mistica e filosofia della nascita: la maternità surrogata e il futuro dell’umanità

La maternità surrogata origina un insolito connubio tra ‘tecnologia’ e ‘carnalità’ in cui accrescere della prima determina lo scindersi e il diradarsi della seconda.
Cos’è di fatto la maternità surrogata?

La maternità surrogata è innanzitutto un’idea. Quella seconda la quale tra la donna che genera e gesta un bambino e il bambino che viene gestato nel grembo di questa donna per nove mesi, vi possa non essere un legame materno-filiale. Perchè la madre, stando al modo di pensare che ha prodotto il concetto di maternità surrogata, non è colei che genera e gesta il bimbo, ma è colei, colui o anche coloro che “si sentono” madre del bambino e quindi rivendicano il diritto a vedersi riconosciuto questo titolo dal contesto giuridico e sociale in cui vivono. La maternità surrogata, di fatto, ma anche in teoria, è un termine, un concetto, un’idea, abbastanza delirante. Per quanto riguarda invece la pratica dell’utero in affitto, la situazione è più complessa, perché non vi è solo un modo di praticare la surrogazione, ma ve ne sono diversi. Però l’aspetto più importante non è tanto il come, ma il cosa.
Si attribuisce a tre figure femminili ciò che nella generazione avviene nel corpo dell’unica madre. Con la maternità surrogata si appalta anche il “materno” alla tecnologia?
In realtà le figure possono essere anche più di tre. Se poi si considerano tutti i soggetti che intervengono nel processo è possibile vedere chiaramente che la maternità surrogata è una vera e propria forma di riproduzione comunitaria. Si pensi solo ai medici, agli avvocati, ai mediatori culturali, alle almeno due donne coinvolte, di cui una dona gli ovuli e l’altra porta avanti la gravidanza. Io naturalmente ho provato a spiegare che la maternità surrogata non è qualcosa che abbia a che fare con gli sviluppi della tecnologia applicati all’ambito della riproduzione, anche, ma non in primo luogo, è invece, una prassi che segnala una grande involuzione culturale. Nelle civiltà antiche, come quella mesopotamica, questa prassi, per esempio, era già presente. Si pensi alla storia di Sara e Agar, la moglie del patriarca Abramo e la sua schiava, che ci viene raccontata nel libro della Genesi. L’elemento più importante da cogliere in ciò, a mio avviso, è soprattutto giuridico, filosofico e culturale. Infatti, questa pratica è propria di contesti culturali e antropologici in cui è presente la schiavitù. Il corpo della schiava è visto come un’estensione del corpo della padrona. Per questo la committente può rivendicare la maternità del figlio, perché in fondo la persona della gestante è un mero “mezzo”: uno strumento funzionale alla produzione di un bimbo. Ora però, in un contesto culturale in cui la schivitù e sdoganata, e si può pensare al corpo di una donna come ad uno strumento di riproduzione, anche la dignità del bambino come persona, e la stessa dignità dei committenti, è qualcosa di assolutamente arbitrario e precario. La mia tesi è che invece nell’unicità del rapporto con l’origine di ognuno, cioè nel rapporto materno-filiale, che è un rapporto esclusivo, si gioca la dignità “unica” e inviolabile di ogni uomo e donna. Noi siamo persone, inalienabili e irripetibili, perché siamo figli. Perché, in un certo senso, siamo generati e non creati.
I piani di lettura del fenomeno di supplenza di maternità sono davvero ampi. Lei compie un’indagine transdisciplinare basata sul principio della: “convergenza filosofica”. Quali sono gli ambiti scientifico-disciplinari che si intersecano?
Io sono filosofo, per cui la prospettiva è naturalmente filosofica. Ma la filosofia è un approccio critico che si nutre di tanti punti di vista. Convergenza filosofica è un concetto che ho creato per tentare di spiegare che oggi una vera sintesi dei saperi può avvenire solo se tutti i settori scientifico-disciplinari si adoperano per approfondire il proprio statuto ontologico, cioè la specificità dell’approccio al reale che rappresentano, pensando la realtà di cui si occupano nel modo che gli è proprio, ma allo stesso tempo imparando a pensare che quel modo è “un modo” di intendere la realtà. Convergenza filosofica è uno strumento che ci aiuta ad aver chiaro il fatto che la vita è oltre i modi in cui la interpretiamo o la organizziamo intellettualmente. Tutte le discipline sono evocate nel testo. Perché nel testo c’è una vera e propria teoria della razionalità umana sviluppata a partire dall’evento della nascita. Dalla biologia alla psicologia, dalla filosofia al diritto, dalla linguistica alla teologia, passando per l’economia e la politologia, naturalmente.
La maternità surrogata viene considerata come un paradigma cruciale per decifrare i mutamenti radicali che avvengono su scala globale. Perché ritiene che proprio la maternità surrogata sia un’utile cartina di tornasole?
Perché la maternità surrogata è un fenomeno che riguarda il rapporto originario, quello tra l’Io e l’Origine. Ciò che si interpone tra l’Io e l’Origine è ciò che noi chiamiamo “Mondo”. Per questo nel modo in cui viviamo il rapporto originario si gioca il nostro modo di fare mondo, cioè di costruire la cultura: il contesto giuridico, linguistico, tecnologico, simbolico che abitiamo. La maternità surrogata, se letta attentamente, è un fatto che ci impone una riflessione antropologia radicale sul nostro tempo, in cui il mondo che stiamo creando è un mondo che nega la propria relatività e contingenza, cioè la propria dipendenza originaria dal rapporto originario, e si pensa come un “assoluto”. Qualcosa di alieno ad ogni principio di relazione.
Le sue pagine denunciano un granitico ottimismo. Cosa risponde a coloro che individuano nella maternità surrogata una deflagrazione della differenza tra persone e cose?
Questi ultimi due mesi li ho passati in Ucraina, paese che conoscevo bene per i miei studi sulla maternità surrogata e nel quale sono tornato come corrispondente di guerra e analista. Io non sono un ottimista, sono un realista, quindi non vedo né il bicchiere mezzo pieno né mezzo vuoto. Vedo il bicchiere, e vedo l’acqua, i livelli cambiano, ma l’acqua e il bicchiere restano lì. Non mi spaventa la guerra, né la maternità surrogata, ma mi spaventa la stupidità umana (che è il tema del mio primo libro), cioè la tendenza ad assolutizzare prospettive limitate, egoiche, egocentriche. Il rapporto originario segnala un’origine che è mistero, cioè qualcosa che è più grande del mondo, filosoficamente inteso, allora ecco che in qualunque modo si mettano al mondo i bambini, questi resteranno, in ogni caso, segno e coscienza di un mistero originario che trascende le forme culturali, la tecnica e i deliri giuridici di un determinato “sistema-mondo”. L’uomo resta più grande delle sue ossessioni e dei propri deliri di onnipotenza, resta “coscienza di un mistero” che è il mistero della vita. Essere nati è fare esperienza di quell’assoluta gratuità che precede e trascende ogni nostro tentativo di controllo paranoico e di gestione compulsiva dell’esistenza. Il mio ottimismo, se così vogliamo chiamarlo, nasce da questa certezza: la vita è più grande dei nostri schemi e delle nostre tecniche. Un bambino che nasce per maternità surrogata ha un’origine ferita, ma ha comunque un’origine che è mistero e che lo rende mistero a se stesso. Questo carattere misterico della vita umana è ciò che ci rende davvero liberi.

Simone Tropea
Laureato in Filosofia, si è specializzato in Bioetica ed Etica delle Tecnologie girovagando per l’Europa. La sua vita oggi si divide soprattutto tra Roma e Madrid. Collabora con diverse università italiane e straniere ed è giornalista scientifico dal 2016 oltre che corrispondente dall’Ucraina per Avvenire.

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