L’amore per gli animali. Come la relazione con le altre specie ci ha cambiato

Il tema zoomorfo è senz’altro pervasivo.
E’ possibile pensare ad un orientamento elettivo dell’essere umano verso le altre specie?

Nel mio libro affronto il tema del desiderio nell’essere umano partendo da un’impostazione teologica. Come ho scritto nel libro Le radici del desiderio (Apeiron, 2021) le nostre passioni e i nostri orientamenti sono guidati da tendenze di base che sono presenti nella nostra specie, come la propensione a raccogliere, ad accudire, a imitare, a collaborare. Come il gatto è richiamato dal movimento e ama rincorrere, così l’essere umano è attratto dalle icone (per esempio: un fiore o una conchiglia) e ama raccogliere. Queste tendenze sono alla base delle nostre azioni e dei nostri giochi, sono come predicati verbali che ci caratterizzano e che ci calamitano verso certe cose che ritroviamo nel mondo. Di fronte a un cucciolo la nostra tendenza ad accudire – in etologia si chiama motivazione epimeletica – viene fortemente sollecitata dalle sue forme infantili, come la fronte bombata, gli occhi grandi e il muso schiacciato – ciò che viene definito baby schema – per cui proviamo tenerezza e voglia di adottare e proteggere. Gran parte del nostro rapporto con gli animali è sostenuto dalla motivazione epimeletica che nell’essere umano è molto forte; potremmo dire che è una tendenza spiccata, come nel gatto la motivazione predatoria che rende irresistibile tutto ciò che si muove. Ho dedicato nel mio libro un intero capitolo a questa disposizione perché sta alla base del processo di domesticazione: l’uomo non ha adottato cuccioli di altre specie per poterli sfruttare, perché questa possibilità è venuta di conseguenza, ma perché coinvolto da un punto di vista parentale, come dimostrano le pratiche di materane – ossia di allattamento al seno di cuccioli – ancora presenti in altre popolazioni. Ma nel mio libro ho parlato anche di altre motivazioni, come la tendenza mimetica che ci porta a sognare davanti al volo degli uccelli e immaginare di poter librare anche noi nell’aria o di subire il fascino dei rituali di corteggiamento degli animali e assumerli nella danza. Alla fine possiamo scoprire che l’interesse verso gli animali è unacaratteristica fondamentale dell’umanità, che non va assolutamente banalizzata. Io la paragono all’utilizzo della pietra scheggiata e del fuoco, vale a dire un fondamento umano.

Quali sono le ragioni che rendono l’essere umano fortemente disposto a fornire cure parentali agli animali?
Questa domanda ci porta a riflettere sulla storia dell’evoluzione umana, che sappiamo essere stata caratterizzata da due grandi rivoluzioni morfologiche: l’andatura bipede e l’ingrandimento del neurocranio. Sappiamo che per prima cosa si è strutturato il bipedismo, già presente negli australopitechi circa 4 milioni di anni fa. Il bipedismo produce un rimodernamento complessivo della struttura scheletrica con formazione del piede, modificazione a esse della colonna vertebrale, foro occipitale centrato, modificazione delle ossa del bacino, ridefinizione delle lunghezze degli arti anteriori e posteriori. Indubbiamente la liberazione delle mani dal compito locomotorio, più altri fattori, ha contribuito a premiare lo sviluppo del neurocranio. Tuttavia c’è un problema: il rapporto del volume della testa del feto e la larghezza del canale del parto. Occorre evitare le distocie, per cui si sceglie la strada del parto prematuro, quando le ossa craniche non sono ancora saldate e il volume ancora ridotto. Se paragoniamo un cucciolo umano a uno di scimpanzé, il nostro cugino più prossimo, rileviamo importanti differenze: 1) il volume encefalico del neonato umano è circa il 20% di quello dell’adulto mentre nello scimpanzé è il 50%; 2) nel nostro cucciolo le ossa craniche non sono ancora saldate, mentre nello scimpanzé lo sono; 3) le capacità di coordinamento motorio nell’essere umano sono molto scarse, al punto che il neonato fa fatica persino a tenere su la testa, mentre così non è per lo scimpanzé. Ne consegue che l’essere umano si presenta al mondo in una condizione più immatura, potremmo dire neotenica, rispetto allo scimpanzé, per cui parliamo di esogestazione ossia di un finissaggio di gestazione all’esterno attraverso un accudimento molto speciale. Cosa significa questo e come s’inserisce nella nostra tendenza all’accudimento di altre specie? E’ presto detto. Se in una specie si rafforza il bisogno di accudimento nel cucciolo deve necessariamente, pena l’estinzione, svilupparsi anche nel genitore la propensione a fornire cure parentali: si tratta, cioè, di due caratteristiche che devono coevolvere nella specie. D’altro canto una propensione epimeletica rende più sensibili alle richieste di accudimento, ma – come ha scritto magnificamente Konrad Lorenz – i cuccioli dei mammiferi hanno caratteristiche comuni, il già citato baby schema, questo produce l’adozione transpecifica.
Posto che l’antispecismo sia, dunque, fondamentalmente, politico e non osservabile da una prospettiva astrattamente morale, la questione animale è l’aspetto indispensabile di ogni presupposto di trasformazione dell’esistente?

Il nostro rapporto con le altre specie risente di diversi fattori, che hanno a che fare con tutte le variabili dell’esistenza umana, per cui non possiamo meravigliarci se muta nel tempo, nelle diverse forme culturali, nelle geografie, nelle strutture sociali ed economiche. Persino la tecnologia ha una ricaduta sul modo di trattare gli animali, spesso per la semplice ragione che un dispositivo tecnologico va a sostituire la prestazione precedentemente assolta dall’animale. La forza motrice, per esempio, è stata sostituita dalle macchine e non è azzardato pensare che presto le biotecnologie sostituiranno l’utilizzo alimentare degli animali. Di certo, osserviamo che lo sfruttamento intensivo degli utili secoli ricalca il modello economico e produttivo della rivoluzione industriale, che ha sostituito il modello economico rurale. Nello stesso tempo sappiamo che il mattatoio industriale, diverso da quello tradizionale o dalle macellazioni private, strutturato come sequenza di smontaggio del corpo dell’animale, ha ispirato la catena di montaggio, semplicemente modificando il verso della sequenza. C’è pertanto un duplice rapporto tra animale e macchine, non perché cartesianamente l’animale sia un automa, ma perché il modo di pensare alla macchina da parte dell’uomo ha sempre seguito l’ispirazione della conformazione strutturale e performativa dell’animale. Di certo l’economia influenza il nostro rapporto con le altre specie, ma anche la consuetudine sociale e l’educazione. Oggi le persone vivono in città e hanno scarsi rapporti con la natura nelle sue caratteristiche globali, per cui anche il modo di pensare l’alterità ha subito un’influenza: le persone sono più sensibili alla sofferenza animale ma, nello stesso tempo, più negligenti rispetto all’estinzione delle specie e alla compromissione delle popolazioni dovute alla distruzione del loro habitat. La società rurale, per esempio, era meno attenta alla senzienza animale ma ci teneva di più alla presenza animale e quindi più sensibile da un punto di vista ecologico. Vivere in mezzo a tanti animali accresceva la capacità di riconoscere e accettare la loro diversità comportamentale, mentre oggi si rischia l’antropomorfizzazione. In altre parole sono molti i fattori sociali che entrano in questo argomento e non basta la riflessione etica.
Quanto incidono la deriva tecnologica e la crisi ambientale in atto ad ampliare il divario che ci separa dagli animali?
C’è un divario che va colmato, soprattutto nelle nuove generazioni che, immerse costantemente nella dimensione digitale, hanno perduto contatto con la realtà naturale. Non si tratta solo di una perdita di conoscenze, ma di legame affettivo, perché sappiamo che non si tratta solo di conoscere in modo freddo le caratteristiche degli animali bensì di contrarre un legame affettivo precoce durante la crescita. Abbiamo cioè bisogno di una nuova educazione sentimentale che ricolleghi la prossemica affettiva del bambino alla realtà naturale. In caso contrario egli magari non farà nulla di male agli animali in modo diretto m sarà indifferente alla loro sparizione dovuta a scelte economiche e sociali che erodano la loro nicchia di vita. Il rapporto con le altre specie è stato fondamentale per la storia dell’umanità e temo che questo nuovo innamoramento per le macchine e gli oggetti sarà fonte di problemi per le persone perché ci disabituerà alle relazioni e tenderemo sempre di più a considerare gli altri, anche il nostro prossimo umano, come oggetti da possedere e da usare. L’empatia è una caratteristica della nostra natura che, però, richiede esercizio, ma l’allenamento indotto da computer, smartphone o oggettivistica varia non va certo nella direzione della reciprocità relazionale. Vedo, in effetti, un incrinarsi delle capacità relazionali delle persone e una pericolosa e progressiva deriva narcisistica negli individui, disabituati alla gestione della frustrazione e alla dialettica interattiva, che viceversa stanno alla base delle capacità conviviali. Penso che la relazione con gli animali ci abbia aiutato a sviluppare doti di empatia più robuste, perché comunque ci si doveva confrontare con la loro diversità, e tutto questo ora rischiamo di perderlo.
«Gli animali in quanto tali, e non le proiezioni che li hanno trasformati in maschere per una nuova commedia dell’arte, sono di fatto scomparsi dal nostro orizzonte e dai nostri interessi. Non li vediamo, non li conosciamo, non proviamo più stupore […] oggi di questo è utile parlare, perché credo che le conseguenze saranno gravi».
Può motivare questa sua asserzione?

Quando guardo le persone che portano a spasso il loro cane dentro un passeggino o trattano il gatto come se fosse un peluche mi rattristo perché mi rendo conto che questo rapporto così prezioso sta progressivamente degenerando e gli animali rischiano di diventare dei surrogati deprivati della loro stessa anima animale. Si vuole il gatto ma non la felicità, si adotta un cane pensando a un bambino e tutto questo è molto triste. Aristotele sosteneva che la meraviglia è la qualità più importante dell’essere umano, il motore del suo interrogarsi sul mondo, del suo filosofare. Ecco, temo che stiamo perdendo questo modo sentimentale di guardare l’orizzonte, rimanendo chiusi all’internodella stanza degli specchi dei nostri dispositivi elettronici. E se è vero, come ho sostenuto in tutto il libro, che l’essere umano si alimenta e si è sempre alimentato alla fonte della biodiversità, che la sua creatività non è mai stata solipsistica, bensì sempre dialogica e che le altre specie sono state per noi delle epifanie, cioè delle ispirazioni, beh, allora, è evidente che questo divorzio lo pagheremo nel tempo a caro prezzo.

Roberto Marchesini è filosofo e studioso della relazione tra l’essere umano e le altre specie. Autore di oltre un centinaio di pubblicazioni nel campo della filosofia, dell’etologia e della zooantropologia, tiene conferenze in tutto il mondo sulla prospettiva postumanista. È direttore della rivista «Animal Studies» e della Scuola d’interazione uomo-animale. Ha pubblicato, tra gli altri, La fabbrica delle chimere (Bollati Boringhieri, 1999), Post-Human (Bollati Boringhieri, 2002), Tecnosfera (Castelvecchi, 2017). I suoi lavori sono tradotti in numerose lingue. Nel 2018, la casa editrice Routledge ha pubblicato The Philosophical Ethology of Roberto Marchesini, una raccolta dei suoi lavori più significativi.

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