Napoli Purp Fiction: Da Mario Merola a Pino Mauro I 10 film da vedere almeno una volta nella vita

Lei racconta 10 pellicole di un filone che si sviluppa tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli Ottanta dello scorso secolo. Quale strada si percorre per uscire dall’universo dei B-Movie e diventare fonte di ispirazione per famosi cineasti negli States?
Quella che ti porta a guardare oltre gli schemi e le prigioni in cui il pensiero unico dominante, il pregiudizio, gli ingranaggi dell’omologazione hanno relegato quasi tutti gli aspetti dell’esistenza, tra cui la cultura e l’arte in generale. Per comprendere il valore di un’opera, e nel caso specifico riscoprirla, renderle giustizia, c’è bisogno di osservatori attenti, coraggiosi, liberi, che sappiano vedere oltre il filtro del perbenismo a guardia del sistema, che condanna senza processo, e senza alcuna possibilità di appello. Non è un caso se tra i primi a ispirarsi al genere che affronto in questo libro, e quindi a sdoganarlo, ci sia uno come Quentin Tarantino.
Mario Merola, Pino Mauro e Mario Trevi. Qual è il fil rouge sotteso a siffatti interpreti teatrali?
Senza voler nulla togliere alla carriera e all’elevato spessore artistico di Trevi, di cui pure parlo nel mio libro, raccontando un film da lui interpretato, va riconosciuto a Merola e a Mauro il titolo di massimi esponenti del genere. Assodato, dunque, che la sfida principale si è giocata sempre tra loro, parliamo dei due che meglio degli altri hanno saputo incarnare lo spirito dei personaggi che proponevano, riuscendo a farsi accettare a priori dallo spettatore e entrando con il popolo – come hanno sempre definito il pubblico – in connessione e simbiosi perfette. Sarà per il fatto che sia Merola che Mauro provengono da esperienze di vita importanti, per certi versi, leggendarie, che li hanno portati in maniera del tutto naturale a passare da semplici interpreti, nel teatro e nel cinema, a vere e proprie maschere della tradizione pop partenopea. Credo sia questa la caratteristica che li lega, oltre naturalmente alla indiscutibile potenza espressiva del loro canto.
La “cartolina” fotografa i napoletani rappresentati dal binomio “pizza e mandolino”, proiettandoli così lungo sentieri inclinati ed escamotage di cliché e luoghi comuni. La filmografia che esamina ha recuperato il volgare, il folclore, il sincretico per affrancare lo spazio identitario da ingredienti nocivi quali l’asfittica trappola nel vicolo cieco delle concezioni duali: moderno – arretrato, sviluppo – sottosviluppo.
La sceneggiata, pur indissolubilmente legata a Napoli, ha contribuito alla “deterritorializzazione” di Napoli stessa?

Se con il termine “deterritorializzazione”, che al di là del senso di crisi, di rottura, che porta insito già nella sua struttura, si intende l’abbattimento dei confini territoriali, e quindi, lato sensu, la facoltà di Napoli di eludere le frontiere e trasferire ovunque il suo messaggio rendendolo universale, la sceneggiata gioca sicuramente un ruolo fondamentale nell’influenza che la città e l’essere napoletano continuano ad avere sul mondo, per quel che riguarda l’aspetto filosofico, culturale, morale. A patto, però, che venga tenuta nel dovuto conto la sua essenza profondamente pop e non ci si fermi a relegarla nello spazio semplicistico della espressione artistica minore, né, ancora peggio, a chiuderla in uno spazio fisico.
Lei ha dichiarato: “Quei film cristallizzano una Napoli che non c’è più e recano dentro una sorta di proto-pulp.”
Ebbene, quei guappi vecchio stampo, quei contrabbandieri, quei motoscafi blu, quei “samurai partenopei” si possono reputare parte integrante del nostro patrimonio culturale?

Ci troviamo davanti, né più né meno, a delle maschere di vita, reali, quindi testimonianze di esistenza; di persone che la singolarità, lo spiccato “typos” ha inevitabilmente elevato a personaggi prima raccontati nelle storie, nelle novelle, nelle canzoni, e poi trasposti sulle tavole del palcoscenico e nelle pellicole cinematografiche. Nel bene e nel male, al di là del marchio, quasi sempre negativo, che la cosiddetta società civile ha lasciato sulla pelle ma fortunatamente, non nell’essenza di detti personaggi, fanno parte del nostro tessuto sociale, e di conseguenza entrano di diritto nel nostro patrimonio culturale.
Dieci titoli. Quale criterio ha adottato per operare la sua scelta tassonomica?
Va chiarito subito che la mia non è né vuole essere una classifica, né tanto meno un tentativo di classificazione o di critica, bensì un racconto di quelle pellicole. Nel percorso, certo, non facile, ho affrontato una mole elevata di titoli, e ho dovuto fare inevitabilmente i conti, prima di tutto, con la prospettiva soggettiva, con l’emozione che ho percepito vedendo e rivedendo quelle opere, con la veracità, il pathos, la realtà che trasmettevano. E ho provato a spiegare prima a me stesso, perché, a distanza di 50 anni, continuino ad esercitare tanto fascino e a focalizzare l’attenzione dello spettatore.

Giancarlo Tommasone
Vive e lavora a Napoli come giornalista. Si approccia alla scrittura da giovanissimo, componendo poesie, canzoni, e racconti. Ha all’attivo tre volumi, ‘Le scarpe di Connie’ (Boopen, 2011); ‘Torazina’ – Cartoline da Acidolandia (Esa, 2013); ‘Napoli Purp Fiction’ – Da Mario Merola a Pino Mauro. I 10 film da vedere almeno una volta nella vita (Stylo24 Edizioni, 2022). Collabora assiduamente con la Collana Vita da Cattivi in qualità di autore, dal 2007. Tra i lavori realizzati, una monografia di Pasquale Barra, elemento apicale della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, che è contenuta nel libro ‘Nuova camorra organizzata, la vera storia dei cutoliani’ (2016); il reportage ‘Bambini di camorra’ (2018).
E’ autore di diversi racconti noir, tra cui ‘Next stop Frullone’ contenuto nell’antologia ‘Lavori in corso’ (Boopen Led, 2010) e ‘Core a destra’ contenuto in ‘Campania Ferox’ (Boopen Led, 2012). Ha pubblicato due raccolte di poesie, ‘Monologhi d’oltreporta’ (1998); ‘Versi sconnessi’ (2001). Altre sue poesie sono contenute in antologie, tra queste ‘Fiori del bene’ (AA.VV. 2009), e ‘Parole di rabbia’ (AA.VV. 2011).
Songwriter e cantautore, nel 2017, con lo pseudonimo di Hello Spunk ha pubblicato l’album ‘Radical shit’ per l’etichetta discografica Studio8.

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