Gli Asburgo. Da Sissi a Zita

Elisabetta, Sissi, imperatrice d’Austria e regina d’Ungheria e Zita di Borbone-Parma, moglie dell’ultimo imperatore Carlo.
Un caleidoscopio di universi femminili, dissimili quanto ad età, condizione, ruolo sociale, esperienza esistenziale.
Qual tratto le accomuna?

Elisabetta e Zita sono due figure molto interessanti, sebbene molto diverse tra loro.
Entrambe bellissime, hanno saputo lasciare una traccia nell’immaginario collettivo. Sissi, o, meglio Sisi come sarebbe più corretto chiamarla, è andata sposa giovanissima a Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria. Il giorno del matrimonio incantò Vienna con la sua bellezza acerba e i modi fanciulleschi, ma appena quindici giorni dopo, scriveva il suo disagio, sentendosi già prigioniera in una gabbia dorata.
Divenne madre di tre figli nel giro di quattro anni, sperimentò il lutto per la morte della primogenita e il dolore per i tradimenti del marito. Reagì cercando se stessa e fuggendo da Vienna, sempre.
Zita, al contrario, sentiva di dover partecipare attivamente al ruolo di regina e il marito Carlo concordava con lei ogni decisione. Non si lamentò mai, non fuggì mai, ma accettò con dignità l’esilio e la difficoltà dopo la morte di Carlo a soli trentaquattro anni.
Un aspetto, però, unisce queste due donne così diverse: la fedeltà alla Corona, che anche Sissi, a differenza di quanto si possa pensare, osservò per tutta la vita.
I suoi ritratti muliebri navigano nel tempo. Quale criterio di scelta ha adottato per veleggiare attraverso la storia d’Europa?
Amo raccontare la storia con accuratezza, ma nello stesso tempo in modo accattivante, studiando e raccontando i personaggi femminili, illudendomi di conoscere e incontrare le persone al di là del personaggio.
La passione per la storia delle grandi dinastie è nata quasi per caso, in seguito alla visita a un museo privato di storia della moda. Accarezzare abiti, cimeli, lettere di un tempo lontano ha fatto nascere il desiderio di raccontare quel mondo.
Sono partita da “I Romanov” pubblicato nel 2018, perché, quel giorno, nel museo era in corso una mostra dedicata celebre dinastia e ho deciso all’istante quello che avrei voluto raccontare.
Devo ringraziare la casa editrice Marsilio che mi ha proposto di raccontare un’altra casa regnante e ho scelto Gli Asburgo, limitandomi, però, agli ultimi anni della dinastia. Solo per studiare settant’anni ho impiegato tre anni e mezzo!
Quelle descritte sono di certo donne emblematiche: le loro passioni ardimentose, le scelte intrepide, la debolezza e l’impeto del loro essere, ma anche l’inarrendevolezza, il genio e la forza di volontà che le hanno connotate. Quale messaggio ci offrono?
I miei libri hanno come punto di unione la forza delle donne: è stato così per il libro Rita Levi Montalcini: aggiungere vita ai giorni, ancora più forte è stato il messaggio che traspare nel breve saggio scritto assieme a due carissime amiche, Donatella Alfonso e Laura Amoretti, dal titolo Destinazione Ravensbrück. E’ il nome di un campo di sterminio, situato a ottanta chilometri a nord di Berlino, che è stato definito “la più terribile prigione femminile della storia”.
Il testo racconta l’esperienza di vita di donne, prigioniere, amiche, eroine spesso senza nome, che hanno cercato di dare una risposta al male, riuscendo a sopravvivere.
Le donne che possiamo leggere tra le pagine lanciano un inno alla vita e una non comune forza di volontà.
La ringrazio per aver compreso il messaggio che in prima persona ricerco in ogni storia.
Le sue pagine quanto si distaccano dal femminismo nelle sue plurime e molteplici flessioni?
Nel libro dedicato agli Asburgo, tra le figure dell’Ottocento e primi Novecento, ho faticato a trovare vere battagliere dell’emancipazione femminile. Mi sarebbe piaciuto scorgere tra i comportamenti di Sissi una vicinanza alle donne, che in quegli stessi anni stavano lottando per il diritto al voto, per le prime tutele del lavoro femminile e minorile. Purtroppo non è stato così. Era una donna dalla personalità troppo complessa e inquieta e concentrata sui suoi fantasmi. Peccato davvero.
Zita non ha avuto il tempo per battersi per le donne e mi piace pensare, o forse, sperare, che lo avrebbe fatto, proteggendo le madri lavoratrici.
Un pensiero va alla nostra regina Elena che nel 1908 ha inaugurato in Campidoglio il primo Congresso delle donne italiane, mandando un messaggio chiaro, almeno dal punto di vista formale.
Il suo romanzo ha, evidentemente, richiesto ricerche storiche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposta di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?
La ringrazio per avere accostato il mio testo ad un romanzo, perché il mio obiettivo è proprio quello di raccontare la storia fruibile e appassionante.
Il libro sulla dinastia degli Asburgo ha comportato un lavoro di ricerca tra più di cinquanta testi e nello stesso tempo di sintesi. La parte della ricerca è sicuramente la più affascinante, soprattutto quando si ha la fortuna di trovare testi nella versione originale di molti anni fa.
Per correttezza storica ho eliminato ogni fonte che non fosse comprovata, ma basata sul semplice sentito dire, anche se riportata in biografie conosciute.
Ho cercato di riportare dettagli della vita di ogni giorno, per rendere questi personaggi più vicini a noi, evitando però di sottolineare dettagli scabrosi, utili solo a creare scalpore ma poco rispettosi delle persone. Insomma, ho cercato di comportarmi con lealtà.

Raffaella Ranise si è laureata in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Genova. Ha collaborato alla cattedra di Diritto del lavoro della stessa Università presso il polo imperiese. Da alcuni anni si dedica alla scrittura. Ha pubblicato, insieme a Giuseppina Tripodi, Rita Levi-Montalcini: aggiungere vita ai giorni (Longanesi) e, per Marsilio, Noi un punto nell’universo. Storia semplice dell’astronomia (con la collaborazione di Francesca Matteucci) e I Romanov. Storia di una dinastia tra luci e ombre.

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