Le storie degli altri

“Le storie degli altri” compone una sinfonia di sentimenti e generi: indaga nella vita di una coppia, scandaglia le relazioni famigliari, rovescia la realtà.
Quale funzione assume la categoria “tempo” in questo excursus?

Io credo che il tempo rappresenti un elemento essenziale nella percezione della nostra vita. Noi ci muoviamo sempre nel tempo e nello spazio, sono le due misure di riferimento che organizzano la nostra limitata esistenza. Il tempo è il metro con cui misuriamo non solo la quantità ma, e forse soprattutto, l’evoluzione della nostra vita, anche la più intima.
Joseph e Miriam: innumerevoli contraddizioni ed un dolore che serpeggia sottocutaneo. Qual è l’antidoto alla sofferenza?
Una bella domanda!… una risposta scontata porterebbe a dire “l’amore”, ma personalmente sono più propenso per la “serenità. La serenità è data dall’equilibrio e dall’integrazione di tutte quelle parti di noi che quando scisse e frammentate provocano sofferenza. In ultima analisi si tratta sempre di stare bene con sé stessi, accettarsi in toto con tutte le nostre contraddizioni, le nostre fragilità, le nostre caratteristiche, anche le più intime, che spesso, errando, vorremmo eliminare. In fondo è la forma di amore più importante, L’amore per sé stessi.
Il percorso dei protagonisti si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti per il mistero d’una morte. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria”? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?
No Mai! Il passato è parte fondante della nostra identità. So chi sono perché conosco la mia storia. L’autocoscienza di sé non può essere possibile senza memoria, senza la storicizzazione della propria vita. Lo vediamo spesso nella sofferenza delle persone che per trauma o malattia si trovano a dover affrontare i terrori senza nome delle amnesie retrograde.
Joseph e Miriam: legami, solitudini, ferite, volti incrociati casualmente.
Quale idea ha inteso veicolare delle relazioni interpersonali?
Le relazioni sono tutto ciò che abbiamo a disposizione per costruire la nostra identità. Noi ci ri-conosciamo nella relazione con l’Altro, ri-confermiamo o ri-mettiamo in discussione la struttura più profonda del nostro Sé. È così che l’individuo matura, può crescere, può riconoscere e integrare le proprie parti più nascoste perfino a sé stesso.
Cosa l’ha indotta valicare i confini del pudore che protegge, solitamente, l’animo umano?
Ma è proprio questo “pudore” che spesso genera disagio, malattia. Questa specie di vergogna da nascondere che inevitabilmente ci allontana anche da noi stessi. Che ci fa sentire colpevoli, giudicati…e condannati. Questo pudore/vergona che ci impedisce di chiedere aiuto all’Altro, all’amico come al terapeuta e ci costringe a trasportare a vita questo pesante fardello e che impedisce spesso appunto la relazione con l’Altro.
Forse questo è stato uno dei motivi più “urgenti” che mi ha spinto a scrivere, in forma romanzata, un libro che intende mostrare una psicologia “spendibile” e non un mero esercizio intellettuale.

Giuseppe Ruiz de Ballesteros nasce a Napoli il 2 gennaio del 1955. La sua infanzia e adolescenza è marcatamente segnata da numerosi cambi di città relativi agli sviluppi della carriera del padre ingegnere. Napoli, Genova, Roma, Madrid, a diciannove anni, stanco di questi trasferimenti, lascia la famiglia paterna per trasferirsi in Umbria dove fin da bambino trascorreva le vacanze estive in casa dei nonni paterni e che lui sente come casa sua. L’Umbria diventa così la sua patria adottiva dove tuttora vive e lavora come psicologo clinico.

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