Linfe di grafia e altri racconti

Il periodo storico che attraversiamo è ambiguo, rasenta l’illogicità, incute avvilimento e suscita sconforto. A suo giudizio, merita dignità letteraria?
Viviamo dentro un periodo altamente distopico. Mi viene da pensare che George Orwell, attraverso il suo libro 1984, non fosse semplicemente uno scrittore visionario, bensì un viaggiatore nel tempo venuto in soccorso al genere umano prima che tutto crollasse irrimediabilmente. Penso che se non avessimo tuttora lo strumento della scrittura, questa umanità sarebbe ancor più alla deriva. Nonostante faccia di tutto per utilizzare le parole a uso e consumo senza un briciolo di dignità, soprattutto per ciò che riguarda l’informazione cosiddetta “mainstream”. Responsabile di spingere, le già poche risorse cognitive rimaste a troppe persone rassegnate e chiuse dentro il loro microcosmo, verso l’accettazione del verosimile che è altra cosa rispetto alla verità. Alle persone manca sempre più la coscienza critica, ma soprattutto la volontà, il desiderio di ricercarla e applicarla quotidianamente. Tutto dev’essere fast, consumabile il prima possibile per poi passare ad altro senza troppe risorse da destinare all’ingombrante memoria.
I suoi racconti paiono proporre un’intensa riflessione sul senso della scrittura come resistenza in questo incerto presente.
Può offrircene una sintesi?

Cercherò di essere il più sintetico possibile, anche se qui, proprio qui, avrei moltissimo da dire. Spero, innanzitutto, che dalla mia scrittura, oltre che ovviamente dai contenuti, traspaia il rispetto verso l’uso della parola. Abbiamo una lingua immensa, dolcissima, piena di termini che possono meglio avvicinarsi o essere perfettamente calzanti con il nostro sentire e su ciò che vogliamo trasmettere. Ecco, io desidero che tutto questo abbia una forma, una sinuosità quasi musicale. La scrittura è anche ricerca, secondo me, senza scivolare nel banale o più semplicemente nel suo elementare utilizzo e comprensione. Forse è anche questo sinonimo di talento, di unicità. Penso sia davvero importante, per un autore, avere uno stile differente, riconoscibile da altri. Soprattutto per chi, come me, scrive dentro l’universo infinito, variegato dei moti dell’anima, che sono un flusso inarrestabile, alcune volte imprevedibile.
Linfe di grafia e altri racconti: ci spiega l’esigenza di dedicarsi alla narrazione di breve respiro?
Non vorrei apparire presuntuoso, ma ci vuole una certa capacità per poter “rastremare” condensare, in passaggi abbastanza brevi, tutto il costrutto di cui si intenda narrare. Anche per me questo è uno dei tanti misteri cui non credo riuscirò mai a dare risposte certe. Siamo il prodotto del nostro vissuto e questo è un fatto, ma ci sono percorsi interiori, inesplorati che affiorano durante la scrittura che non sapevamo di possedere soltanto un minuto prima, ma proprio per questo straordinari e che ci fanno comprendere con esattezza quasi millimetrica la profonda appartenenza alla scrittura. Molti scrivono, ma il numero di persone capaci di arrivare, attraverso le parole, alle emozioni del lettore, si riduce drasticamente. Forse è anche meglio e giusto così.
Il suo pare profilarsi come un resoconto d’insieme sulla vita, un’immersione nella contemporaneità talvolta spietata e disillusa.
Esistono balsami per lenire l’amara ruvidezza della realtà?

Come è scritto nella quarta di copertina, molti di questi racconti sono dovuti agli ascolti quotidiani. Nei vari luoghi di possibili aggregazioni. Altri mi sono stati narrati soltanto in piccole parti, ma sufficientemente adeguate a innescare un processo di immaginazione e desiderio di condividere riflessioni nonché visioni sulle problematiche che attraversiamo più o meno tutti nel nostro percorso di esistenza. “Il principio d’infusione”, a me molto caro, è il meccanismo propulsore del mio desiderio di trasferire nel sentire altrui le emozioni. Soprattutto per quelle persone che si sentono sopraffatte dai loro travagli interiori e non posseggono strumenti adatti per poterli combattere, risolvere o almeno comprendere. È questo il senso, lo scopo della mia scrittura, senza presunzione aggiunta. Ci tengo molto a precisarlo. Si può aiutare in molti modi il nostro prossimo, ognuno con i propri mezzi. Fondamentale, però, che siano sinceri. Credo fermamente che uno scrittore, soprattutto se scrive di argomenti così delicati e personali, abbia il dovere morale di assomigliare il più possibile a ciò che vuole trasmettere agli altri. L’unico balsamo per lenire le asperità della vita è quello di cercare di rimanere presenti a se stessi e di avere il coraggio di scegliere… sempre. Scegliere, spesso, è doloroso e quasi mai a costo zero, ma è sempre meglio che attendere che qualcun altro lo faccia per noi e senza diritto alcuno.
Lei tesse una prosa che narra quasi d’una atemporalità, in cui si stenta a riconoscere il contesto storico in cui la vita si svolge. La vita umana vive una costante condizione di anonimato?
Credo che ogni periodo storico abbia dei contesti specifici, ma altri assolutamente reiterati e presenti in ogni epoca. La natura umana è complessa, spesso impaurita, ma anche furba e vincolata alle piccole necessità che non danno profondità all’anima, ma fanno vivere la condizione dell’effimero come un bisogno. Viviamo un certo tipo di solitudine dovuta anche alle menzogne della politica, alle istituzioni che fanno delle chiacchiere vuote, ripetute come un mantra la loro primaria fonte d’ispirazione. Si susseguono governi a mitraglia, ma molte delle questioni irrisolte rimangono e rimarranno tali chissà ancora per quanto tempo. L’attenzione scivola cinicamente sul problema appena sorto, qualsiasi esso sia, accantonando o dimenticandosi, come per incanto, del precedente. Non esiste dignità in politica e, francamente, anche nel genere umano, che si è chiuso all’interno del suo piccolo universo di futili certezze e va avanti senza volontà di aggregazione, di sforzo quotidiano verso il bene comune. Se così non fosse, il “potere” non avrebbe tutto questo spazio di manovra. Purtroppo, l’umanità impara, qualche volta, ma si dimentica presto delle lezioni “vitae”. In questo senso la vita è indirizzata verso l’anonimato, cognitivo soprattutto. Proprio per ostacolare la forza delle masse, indirizzandone il pensiero con gli strumenti della paura, della precarietà e dell’inganno.

Roberto Anzaldi scrive di sé
Da autore ho pubblicato nell’aprile 2006 con la casa editrice Liberodiscrivere, il racconto per bambini “Cornelio”. All’interno del secondo volume (A mezz’aria) della trilogia intitolata: “Fantagraphia”, presentata per la prima volta al Salone internazionale del libro di Torino nello stesso anno. Nel 2008 ho collaborato con un mio racconto (Un punto rosso) alla silloge: “La mano che scrive vale la mano per arare”. Un progetto letterario privato – nato in rete tra utenti di un sito di scrittura creativa – con la finalità di raccogliere fondi destinati alla associazione Parada.
Un romanzo finito e in attesa di pubblicazione, molti racconti, come la stesura di un nuovo romanzo, sono attualmente mia linfa vitale e in costante cammino. Come dico sempre per farmi coraggio: “Cammino la vita con impegno e continuo incanto, in attesa di poter realizzare nuovi progetti legati alla scrittura, così come il vedere davvero concretizzato il suo straordinario sogno…”
https://robertoanzaldi.it nella sezione “Pubblicazioni”.

Un pensiero riguardo “Linfe di grafia e altri racconti

  1. La ringrazio, Giusy, innanzitutto per l’opportunità e per avermi dato la possibilità, attraverso le sue domande interessanti e particolari, di esprimere diversi concetti, ben oltre il contenuto stesso del libro.

    Roberto Anzaldi

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