Wonder Woman. Un’amazzone tra noi

Wonder Woman possiede una storia “così frammentaria da rendere praticamente impossibile per un lettore libero da ossessione filologica seguirne il percorso.”
Per quale ragione la sua frammentarietà è “ontologica”?

È un interrogativo complesso (non più complesso dell’intricata parabola editoriale di Wonder Woman, intendiamoci). Il virgolettato che citi appartiene all’ottima prefazione di Boris Battaglia al libro: in un quel passaggio, si riflette sulla discontinuità diegetica con cui l’Amazzone ci è stata nel tempo restituita; una discrasia che vale tanto per noi (viziata dall’enorme ritardo divulgativo con cui vennero importate in Italia le icone supereroistiche) quanto per gli Stati Uniti. In ottant’anni di storia, Diana è stata infatti sottoposta ad un profluvio di riletture e stravolgimenti, tali da rendere difficile circostanziarne un unico profilo biografico e, per l’appunto, ‘ontologico’. Da quel lontano dicembre del 1941, anno del suo esordio su carta, tante sono state le evoluzioni e le involuzioni ad avvicendarsi. A dirla così sembra controintuitivo; del resto la nona arte, e i suoi paladini, vivono di continue rivisitazioni. Ciò che però rende, a mio avviso, paradigmatico il cammino di Wonder Woman è la sua straordinaria permeabilità con le istanze sociali; l’aver saputo cavalcare e intercettare i conflitti e le insorgenze che innervavano il dibattito pubblico contemporaneo. Il che la rende un’eroina sorprendentemente radicata nell’oggi, molto più di quanto si immagini (da qui il sottotitolo, a lungo ponderato con l’editrice Mara Bevilacqua, Un’Amazzone tra noi).
Wonder Woman è “un archetipo i cui elementi costitutivi hanno come fondamenta una continua contraddizione.”
E’ forse questa la ragione per cui è stata sottoposta ad assidue riletture e reinterpretazioni nel corso dei suoi otto decenni di vita?

La sua auto-contraddittorietà è stato senz’altro il motore di diversi riadattamenti. A proposito di ‘frammentazione ontologica’, non sottovaluto che la serie originale, al netto delle sue ambiguità tematiche, si predisponesse da subito a svariate rielaborazioni (tra loro spesso dissonanti). La prima grande contraddizione di Diana viene dalla cornice storica che l’ha battezzata: La Seconda Guerra Mondiale e, più precisamente, l’attacco a Pearl Harbor; una fase di profondo soft power, dove la macchina della propaganda era più che mai in azione. Pochi mesi prima di Wonder Woman, con la sua gonna a fondo blu, irrorata di stelle, e il corpetto rosso con un’imponente aquila impressa, la Timely Comics aveva già arruolato il suo ‘eroe-vessillo’: Steve Rogers, aka Capitan America. Ironia vuole che, per amore di un altro Steve (l’aviatore Trevor), Diana abbracciava la causa statunitense, lasciandosi alle spalle l’isola Paradiso per assurgere a protettrice degli umani.
Già da questo primo tassello possiamo addurre una doppia lettura. Da una parte è paradossale che gran parte dell’equipaggiamento fisico e morale di Diana venga, già dalle prime pagine, messo al servizio di un bisogno maschile: in questo caso, la guerra (per parafrasare Virginia Woolf ne Le tre ghinee). Dall’altro lato, è evidente il valore del suo ‘espatrio volontario’: transitando dalla sua Herland (un lido utopico, deistico e privilegiato) alla dimensione caduca dell’umanità, l’eroina sceglie deliberatamente il suo percorso, ridefinendo i topoi dell’eroismo tradizionale, aspetto per l’epoca non scontato.
Strutturato in cinque capitoli – A Woman in Wonderland, L’isola della sorellanza, Wonder Woman for President, La dea della verità, Back to the future! – il suo racconto si profila come un tour nel tempo. Ebbene, in qual misura la rappresentazione di Wonder Woman è stata influenzata dagli accadimenti storici e culturali coevi?
Della sua epopea i femminismi ne furono l’indubbio detonatore. Il viaggio di Diana si dispiega quasi simmetricamente ai moti e ai fermenti di ciascuna ondata. Le sue stesse origini si intersecano a un doppio filo con l’attivismo statunitense del primo ‘900. Molti sarebbero i nessi e i rimandi da enunciare. Basterebbe anche solo scandagliare i retroscena dei suoi padri o delle sue madri di pennino (da William Moulton Marston, personaggio controverso, accreditatosi teorico del femminismo liberale, passando per Olive Byrne, figlia di Ethel Byrne e nipote di Margaret Sanger, due storiche militanti dei diritti riproduttivi, fino all’irreverente calco del disegnatore Harry G. Peter, da sempre vicino alla causa suffragista, e via seguitando).
Va detto che la continuity narrativa di Wonder Woman non godrà sempre della stessa verve rivoluzionaria. Come accennavo, nella sua storia si parla di evoluzioni ma anche di ‘involuzioni’. Sulle tavole del Secondo Dopoguerra cominceranno ad insinuarsi infatti delle tinte conversatrici: Diana diverrà d’un tratto una principessa docile e morigerata, più sollecita al matrimonio, alla via domestica o a dispensare consigli amorosi alle lettrici, piuttosto che a decostruire da dentro le storture della ‘Terra di Lui’ (il mondo patriarcale). E questo sarà solo il preludio di un lento restyling regressivo, culminato poi nel 1968. Nel decennio successivo, l’eroina tornerà però a vivificarsi, complice l’importante lavoro di retrospettiva compiuto da Gloria Steinem (si pensi alla sola scelta di inserire l’Amazzone sulla prima copertina di Ms. Magazine). Più in generale, saranno i neofemminismi a dare una decisiva sterzata: mutuando le loro pratiche di ridefinizione dell’immaginario, Diana giungerà nel tempo a scoprirsi e narrarsi da nuove posture. Questo spirito rinnovativo diverrà un tratto caratteristico, destinato a palesarsi sotto l’influsso delle successive forme di lotta e aggregazione (non ultimo, l’approccio intersezionale). A queste spinte ‘sabotatrici’ si alterneranno comunque riletture complesse e, spesso, problematiche, figlie per metà dello stuolo di autrici e autori che si sono susseguiti (ognuno con diverse prospettive).
“Agli uomini si presenta come una figura forte e primaria, capace di soddisfare i piaceri più reconditi e le aspettative amorose inespresse; alle donne si propone, al contrario, come fulgente esempio di giustizia, leadership e carisma femminile”
Wonder Woman come la quintessenza del femminile e del femminismo?
La frase da te menzionata è un riferimento ai primordi editoriali dell’Amazzone, e a come veniva mostrata al pubblico di massa. Il sottofondo erotico di quelle tavole, nella sua eccezionalità storica, destò non poco scalpore (parliamo di albi che, ricordiamolo, erano distribuiti a lettori e lettrici per lo più adolescenti). I coniugi Marston e il loro team creativo videro inoltre nella loro ‘Atena contemporanea’ la possibilità di redimere voci e battaglie a lungo sopite. Ciò accadeva in anni in cui le donne sperimentarono un protagonismo pubblico del tutto inedito. Oggi è difficile sbilanciarsi sull’effettiva aderenza dell’eroina a un senso lato del ‘femminile’ e, soprattutto, del ‘femminismo’. Citando Judith Butler, non esiste un solo modo di definirsi ‘femminista’, ma ‘uno per ognuna’. Per il resto è chiaro che, essendo la sua identità frutto di tante rielaborazioni, si sia interpretato il messaggio in maniera cangiante e discontinua. Per tre quarti di secolo, Wonder Woman è stata amata, esecrata, rivaluta e discussa. Nel ’72 non tutte accoglievano faustamente la sua riapparizione su Ms. Magazine; molte avrebbero preferito vedere una personalità più ‘down-to-earth’, e meno iperbolica. Alcuni anni fa l’eroina è stata addirittura nominata ambasciatrice onoraria dall’Onu, rendendo omaggio a uno dei suoi ruoli più ricorrenti negli albi. Inutile a dirlo, la scelta non è stata assolta da dubbi e polemiche. A fronte della frammentarietà ‘ontologica’ su discussa, mi sento di dire che la Principessa di Themyscira custodisce in sé tante anime e vocazioni. Nominarla sotto termini assoluti è praticamente impossibile.
“Bella come Afrodite e saggia come Atena, con la velocità di Mercurio e la forza di Ercole”
Quanto ha inciso Wonder Woman sulla cultura dell’immagine?

La sua traccia c’è e resterà. Si potrebbe quasi stilare una monografia su tutte le emuli di Wonder Woman (anche quelle inconsapevoli); figure che attraversano tra l’altro più estetiche e stili narrativi: Da Buffy l’Ammazzavampiri, passando per la saga di Hunger Games, fino alla principessa ribelle di Brave dei Pixar Studios, e tante altre. Nel perimetro della cultura popolare contemporanea potremmo quasi ritenerla un canone, una precursora dal potenziale tutt’ora in esplorazione. Resta da capire se il suo afflato politico, quella sua stessa forza eversiva, sia oggi rintracciabile in tutte le sue ‘simili’. Francamente non ne sarei così certo.

Francesco Milo Cordeschi si interessa di cinema e arti visive. Dopo la laurea al DAMS dell’Università Roma Tre, si è specializzato in editoria e giornalismo. Fino al 2019 ha curato contenuti e iniziative del magazine Opere Prime, dedicato agli esordi registici italiani ed esteri. Attualmente collabora con il Gruppo Editoriale GEDI. Wonder Woman. Un’Amazzone tra noi è il suo primo libro.

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