Sentenza Zidane. Empireo e tenebra di un 10 in rivolta

Nel Novecento il calcio ha sconfitto i totalitarismi di Hitler e di Stalin.
Quale funzione politico-sociale-antropologica ha assunto Zinedine Zidane?

Zidane rappresenta il prototipo dell’integrazione africana nel tessuto sociale occidentale. Diversi sociologi transalpini sono concordi a sostenere che “ha fatto più lui con i suoi dribbling per l’inclusione degli immigrati che vent’anni di politiche d’integrazione dei vari governi francesi”. Un concetto che all’apparenza può sembrare fuori luogo, in realtà nasconde una sorprendente verità: è stato un uomo di sangue algerino a regalare il primo mondiale alla Francia, tra l’altro giocato in casa, con due gol da urlo al temuto Brasile di Ronaldo. Ciò è stato riconosciuto fin dal primo momento: il condottiero sportivo della nazione è il figlio della sofferta ex colonia. Grazie ai successi di Zidane, è a partire dallo sport che il Paese ha compreso quanto l’assorbimento di talenti di origine straniera, cresciuti, formati al di là delle Alpi, fosse importante per rigenerare tutti i settori della struttura economica e delle differenti sovrastrutture. Possiamo definire Zidane un ambasciatore degli stranieri in Francia, che diventano guida e ispirazione dell’intero popolo.
Ripercorrendo la storia del fuoriclasse francoalgerino, lei giunge fino alla testata a Marco Materazzi durante i Mondiali del 2006. Quel gesto richiamò con veemenza l’interesse dell’opinione pubblica internazionale.
Un campione dello sport quale eroe tragico contemporaneo?

Sostengo con piacere e convinzione che il calcio è il mito vestito da viandante. Tutti noi ci ritroviamo a leggere durante la scuola dell’obbligo, fin dalla tenera età, i miti greci con le avventure di Ulisse e Achille, il mito romano con la fuga di Enea e ancora gli scritti epici cavallereschi che rimandano a Carlo Magno con la morte di Orlando, o a Re Artù e via dicendo. Ebbene, noi abbandoniamo quelle storie di superamento di difficoltà, di guerra, d’amore tormentato, avendocele sempre presente. Le ricerchiamo inconsapevolmente nel cinema, nei libri e nello sport. La carriera di Zidane è una tragedia sublime: la testata a Materazzi determina la fine della sua professione in campo, portando una morte veloce, dolorosissima, inspiegabile all’Olympiastadion in mondo visione. Una morte metaforica, che ricorda i finali pieni di pathos delle tragedie di Eschilo, Euripide e Sofocle. Zidane non è morto fisicamente, ma è morto l’artista del tappeto verde con quel gesto così istintivo, così folle. Un’uscita di scena violenta, ma per la sua istintività, sublime. Solo lui poteva essere capace di tanto nell’evento più seguito nel pianeta: è tornato bambino nei campi polverosi della periferia di Marsiglia.
Lei ha redatto un libro rigoroso, avvalendosi di una serie di testimoni. Alcuni di essi provengono dalla narrazione sportiva vivente: Francesco Repice, Riccardo Cucchi, Bruno Pizzul, Roberto Beccantini e Max Callegari
Ha incontrato accessi aperti o muri invalicabili a testimonianza della vicenda umana e sportiva di Zidane? Il calcio è un “sistema” a chiusura ermetica?

Chi lo ha gustato in campo, parla sempre con grande piacere di Zidane. Anche coloro che sono legati a lui da ricordi dolorosi, come Bruno Pizzul, che ha commentato le eliminazioni beffarde dell’Italia contro la Francia del dieci nel 1998 e nella finale di Rotterdam degli Europei del 2000. Repice e Beccantini, dall’alto della loro capacità di descrivere in maniera avventurosa e poetica l’evento sportivo, sono riusciti addirittura a farmi notare dei lati che non avevo preso in considerazione prima. Cucchi ha commentato la tragedia sublime della finale dei mondiali del 2006 e nelle sue parole ho ritrovato una sorta di pietà cristiana, mista a incredulità per quello che ha visto. Callegari è un esperto dello Zidane allenatore, da molti sottovalutato rispetto alla figura da calciatore, invece, la sua analisi dimostra come il campione francoalgerino sia forse l’unico ad avere rivoluzionato come stile il modo di essere in panchina rispetto a quello che era in campo: se uniamo lo Zidane calciatore, estro, istinto, e lo Zidane allenatore, pragmatismo, posatezza, abbiamo l’essenza del calcio in una persona sola. Per rispondere alla domanda, la risposta è no, il calcio non è chiuso all’interno di un salotto, anzi, è accessibile, la differenza la fa le intenzioni di chi vuole raccontarlo. I protagonisti posso mettersi a disposizione se non si parla di gossip o si vuole fare polemica gratuita acchiappa clic.
Altre meravigliose suggestioni provengono Albert Camus, Charles Baudelaire, Louis-Ferdinand Céline, Jacques Brel e Caravaggio. Il suo intende costituire anche un omaggio letterario?
Zidane è un rivoluzionario del pallone. Zidane è un poeta che declama a centrocampo. Zidane è un narratore divorato dall’istinto. Zidane è un cantautore che canta quello che gli passa dalla testa. Zidane dipinge calcio con il chiaroscuro. Era semplice accostare la sua figura carismatica a quella di intellettuali, uomini di ardente cultura, che sembrano entrare in contatto con lui. Qualora l’avessero conosciuto di persona, si sarebbero sentiti indubitabilmente in sintonia: essi sono gli Zidane dei loro rispettivi mezzi espressivi. Sì, questo libro è un omaggio letterario al calciatore caratterialmente più amano, fisicamente più divino, della storia di questo sport. È insieme fragilità e onnipotenza: uomo del popolo costernato dalle difficoltà, che reagisce da persona comune, come reagiremmo noi alle provocazioni, con mezzi atletici e tecnici da divinità dell’Olimpo. La maggior parte dei calciatori, conoscendone vita, carriera, vizi e virtù, alla lunga sono noiosi. Zidane non può annoiare: è l’imprevedibilità fatta umano.
Lei ripercorre i “21 frangenti infernali e paradisiaci della leggenda franco-algerina”. Ci offre un ricordo personale?
Ci sono nel libro degli aneddoti, uno su tutti spiega la mia passione per questo calciatore. Certi legami non si scelgono: nascono in maniera volontaria e spesso sono loro a scegliere te. Racconterò molto brevemente un aneddoto che non è nel libro. A nemmeno sette anni avevo una bici rossa, con la quale facevo delle gare “clandestine”. Una scheda telefonica tra i raggi per imitare il rombo di una moto, sul telaio c’erano attaccati un sacco di adesivi della Ferrari, di Dragon Ball e qualche donna nuda. Erano dei porta fortuna. Un giorno, prima di Pasqua, alla fine di una gara su una strada di campagna contro dei miei amici, ho preso una buca, volando altissimo dalla bici. Ho sbattuto con il mento cadendo al suolo, procurandomi una ferita da nove punti. Un mio amico con la maglia della Juve si è avvicinato, ha tirato fuori una figurina panini di Zidane alla Juventus e l’ha attaccata sulla parte frontale della mia bici. “Ecco”, mi ha detto con sicurezza, “quando ci sono delle corse difficili rivolgiti a lui, a me ha portato sempre fortuna”. Da tifoso juventino quale era, ho capito il messaggio che voleva darmi: quando la mia squadra è in crisi si appoggia sulle spalle di Zidane: è un faro nel buio, un uomo che può cambiare gli eventi di una sfida. Ecco cos’è stato Zidane per la mia generazione, i millennials: il decano del carisma, della sicurezza.

Annibale Gagliani
Docente di lettere e d’italiano per stranieri, giornalista pubblicista, scrittore. Si è formato al Nuovo Quotidiano di Puglia. Scrive per Treccani, L’Intellettuale Dissidente e Contrasti – SportMediaset. Collabora con Atenei nazionali studiando l’evoluzione della Linguistica Italiana. Lavora come sceneggiatore per la casa di produzione cinematografica Cattive Produzioni. Ha pubblicato il saggio Impegno e disincanto in Pasolini, De André, Gaber e R. Gaetano (2018) e il romanzo breve Romanzo caporale (2019), libro consigliato dal portale on line del Governo e dal Ministro delle politiche agroalimentari Teresa Bellanova.

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