Pasolini: La città dei sensi

«Lo sguardo di Pasolini dentro la città ha una connotazione precisa e sempre uguale: la fascinazione, ovvero l’ipnosi, la rarefazione dell’immagine nello sguardo magnetizzato.”
Reputa che Pasolini nelle sue molteplici esperienze artistiche abbia puntato all’incantesimo, al mistero, alla fascinazione, alla malìa? Qual è la chiave d’accesso per discriminare i suoi intenti comunicativi?

Quello di Pasolini è un occhio vivente che effettua la ricognizione sulla città: nei film, ovviamente; nei romanzi; ma soprattutto nella poesia, in particolare nei poemetti de Le ceneri di Gramsci. Nel Pianto della scavatrice dopo aver vagato per Roma, il poeta si imbatte nell’opera di demolizione di un palazzo per farne sorgere uno nuovo. È lì che si sommano il “dolore della distruzione”, come lo definisce, allo stupore per il nuovo che avanza, la modernità. “Piange ciò che muta anche per farsi migliore”, scrive in uno dei passaggi più alti del poemetto. In queste ricognizioni all’interno della città, l’occhio che guarda subisce la fascinazione di quello che vede: tra la luce che abbaglia e lo scuro della percezione. È la contraddizione dei due opposti che sono sempre legati nella sua poesia: è lo “scandalo del contraddirmi” che Pasolini rivendica a ogni passaggio. E questa convivenza dei termini opposti è spesso giocata tra luce e buio (in questo c’è la lezione di Roberto Longhi, il grande critico d’arte di cui Pasolini fu allievo e che gli fece scoprire i segreti del Cristo del Mantegna, di Masaccio, di Caravaggio…), dove lo sguardo che attraversa le cose è spesso abbagliato. “Ma a che serve la luce?”, si chiede ne Le ceneri. Quindi non è il mistero o la malìa, piuttosto è la percezione dei sensi che forma e investe il racconto. Per questo ho voluto intitolare il libro La città dei sensi: nella descrizione della città ci sono gli odori, i sapori, i suoni, la tattilità che ogni strada gli rimanda. E quella percezione racconta una città che si trasforma in metropoli, dove si perde ogni punto di riferimento, dove i sensi si perdono.

Pier Paolo Pasolini giunge a Roma con sua madre il 28 gennaio 1950. Hanno dovuto lasciare la loro casa di Casarsa, è un periodo di profonda miseria, ciononostante Pasolini s’innamora perdutamente della città: “Roma è divina” sostiene.
Quanto il sottoproletariato che vive in miseri sobborghi, le borgate hanno contribuito a definire l’uomo, i suoi incontri entusiastici, i suoi disincanto politici, i suoi amori, il suo radicalismo, i suoi attimi di avaria e di fuga?

Pasolini a Roma è lo “straniero friulano”, e già nelle prime prove poetiche in dialetto friulano racconta un mondo al confine, un punto di congiunzione tra l’Italia e la mitteleuropa: scrive di soggetti sulla soglia di un mondo in divenire, che hanno una creaturalità arcaica, contadina, pura: incontaminata. Quel mondo lo cerca dentro le borgate romane, la cintura tra la campagna e la città, il luogo dove “la borghese storia non entra”, come scrive ne Le ceneri di Gramsci. Cerca dentro quel luogo magmatico fatto di baracche e fango, di palazzoni in costruzione e prati al confine della città un’umanità in transito, come la definisce, che aspira a diventare altro. Cerca in quei soggetti quella purezza non contaminata dal consumismo, dalla storia borghese, dai bisogni materiali che aveva lasciato nel Friuli del dopoguerra. Ma non è così, sono due mondi profondamente diversi e Pasolini mitizza un’umanità che è molto più elementare nelle aspirazioni: il sogno è quello di entrare dentro la città, dentro i palazzi popolari che sorgono come mura di un moderno medioevo dentro le periferie. È la storia di Mamma Roma, insomma.

“Ragazzi di vita”, “Una vita violenta”, “Comizi d’amore”, “Accattone” e “Mamma Roma”: si potrebbe discorrere di un atteggiamento “naturalista” di Pasolini verso la sessualità?

Indubbiamente l’elemento naturalista dà forma ai soggetti che racconta e verso la stessa sessualità di cui peraltro, al contrario di quello che si può credere, non c’è moltissima traccia nei versi, almeno fino agli anni settanta. Ma in Pasolini quel naturalismo è una forma di neorealismo, cioè la restituzione della realtà attraverso le sue forme e la percezione del reale. Può sembrare un paradosso (e, come ho detto primo, la forma della contraddizione è il suo stilema preferito), ma quell’universo sporco, fangoso, violento è colto in una creaturalità religiosa che non ha nulla di mistico ma molto di umano. Divinamente umano: Il Vangelo secondo Matteo è un film di uno spessore religioso immenso, così come La Ricotta, e quella religiosità si esprime proprio attraverso l’approccio creaturale e “naturalista”. Il tormento del poeta è l’essere “con te e contro di te: con te nel cuore, in luce, contro te nelle buie viscere”. È questo l’eterno stato della sua poetica: le buie viscere e il cuore che è luce. Ovvero la ricognizione diurna dentro la città alla ricerca della comprensione di un mondo che si sta trasformando (ed è il racconto della città), e il vagabondare notturno con la macchina alla ricerca del sesso. Ma sarebbe fuorviante leggere la poetica di Pasolini nell’ottica della sua sessualità, così come è fuorviante leggere la vita di Pasolini attraverso l’imbuto della sua morte.

La vista, l’olfatto, il tatto. Sono i sensi il passaporto per evitare filtri ideologici e scavare nelle liriche pasoliniane?
Sì, come ho detto i sensi restituiscono la visione del mondo così come è percepito. Che non è una forma mai neutrale, è sempre un punto di vista forte sulle cose (e sappiamo quanto questi punti di vista forti sulle cose abbiano pesato nell’immagine di Pasolini). Del resto Passione e ideologia è una delle raccolte di scritti più nota e più importante. Pasolini non è mai distante dalle cose che racconta, ne è testimone e spesso soggetto che le esplora e le vive. Bisogna calarsi dentro con il suo punto di vista, attraverso i suoi sensi per farci investire dalla lucidità del suo racconto. Anche, direi soprattutto, in versi. Pasolini non è mai neutrale nel restituirci gli scorci che percepisce e che illuminano un universo più grande: quando nei poemetti de Le ceneri di Gramsci descrive gli odori e la luce di Testaccio, racconta un mondo che si trasforma in un modo che non gli piace. E non ne fa mistero. Quando in Mamma Roma o Una vita violenta, in Ragazzi di vita o Accattone racconta e filma le borgate e l’umanità “in transito” che ci vive, racconta con la percezione dei sensi la fine di un mondo che sta diventando altro e non per questo migliore. L’ingresso “dentro Roma” è l’ingresso dentro la Storia che Pasolini definisce borghese e tragica. E quella mutazione antropologica dell’Italia che descrive e che lo terrorizza è tutta dentro la percezione dei sensi e della realtà.

Può offrirci un ricordo personale aderente alle ragioni che l’hanno indotta allo studio ed all’approfondimento dell’opera pasoliniana?

Questo libro arriva da lontanissimo. All’Università ho studiato con Biancamaria Frabotta, una poetessa straordinaria e una docente universitaria rara. Per puro caso abitavo a Pietralata, il quartiere dove Pasolini ambienta la storia di Tommaso Puzzilli, il protagonista di Una vita violenta. Pietralata era ed è ancora un quartiere di Roma abbastanza comodo per raggiungere l’università La Sapienza. Non è vicinissimo come San Lorenzo, ma già allora San Lorenzo era un quartiere più fighettino e per studenti squattrinati come me Pietralata era più consono alle mie possibilità. Frabotta mi fece leggere Pasolini e ne rimasi folgorato per la forza del racconto soprattutto in versi della città di Roma. Una cartografia umana che mi parlava. Così mi laurai su Pasolini e Biancamaria dopo la laurea fece il mio nome a Laura Betti, la vestale di Pasolini e creatrice del Fondo Pasolini, quando le chiese uno studente da portare a Venezia per la retrospettiva sul cinema di Pasolini e la Betti voleva ci fossero una ventina di studenti o neolaureati. Dopo Venezia andai a lavorare per due anni al Fondo Pasolini con Laura, conobbi ogni carta, ogni fotogramma, ogni dettaglio di Pasolini. Poi iniziai a fare il giornalista e Pasolini restò sempre per me un nume tutelare. Tre anni fa mia figlia si laurea in architettura, parliamo molto di urbanistica e forma della città. Riprendo in mano cose dimenticate e ci lavoro. Grazie a Flora Fusarelli gli do un ordine, un percorso, un senso compiuto. Ne viene fuori La città dei sensi. Ho un dolore enorme legato all’uscita del libro. Dovevo chiamare Biancamaria Frabotta con la quale ero rimasto sempre in contatto in tutti questi anni e dirle “ho pubblicato il libro su Pasolini, devo dartelo anche perché c’è il ringraziamento a te e al tuo stimolo in tutti questi anni”. Dovevo chiamarla, ho rimandato e una settimana prima che il libro fosse stampato Biancamaria è morta. Senza che fossi riuscito a darle il libro, nemmeno a parlargliene.

Giommaria Monti
Giornalista e autore televisivo, è autore del programma di RaiTre Agorà. Ha lavorato con Michele Santoro ai programmi Annozero, Il Raggio Verde, Circus, Moby Dick e si è occupato per La7 di Omnibus, Niente di personale, Tetris. È autore di diversi libri, tra i quali ricordiamo Falcone e Borsellino: la calunnia, il tradimento, la tragedia, Francesco De Gregori. Dell’amore e di altre canzoni e La notte brucia ancora (con Giampaolo Mattei), Hina. Questa è la mia vita (con Marco Ventura).

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