MASCHILISMO ORECCHIABILE mezzo secolo di sessismo nella musica leggera italiana

 Dove sei stata, cos’hai fatto mai?/Una donna! Donna, dimmi:/ cosa vuol dire “sono una donna” ormai? Una canzone è solo melodia oppure può costituire un’occasione per un’indagine sociologica sui modelli culturali dominanti?

Ogni canzone è testo e melodia. In alcune conta di più la componente testuale, in altre quella ritmica. Ciò è vero a prescindere dal fatto che si parli di canzoni pop o di cantautorato. Ci sono canzoni pop in cui conta di più il testo (es. la canzone C’è un boa nella canoa di Andrea Mingardi, non avendo una melodia particolarmente godibile, punta tutto sull’ironia del testo… sebbene anche questa sia fondamentalmente ridotta alla rima – boa-canoa – e alla comicità un po’ nonsense, un po’ demenziale, del verso “speriamo che muoa”), altre in cui il testo consta di sole tre parole (“sole, cuore, amore”), cantate però in modo tale che si conficchino per sempre nell’orecchio. Similmente, ci sono canzoni di cantautorato dove il testo è tutto (si pensi a gran parte della produzione di Guccini) e altre in cui la musica val ben più della parola (es. Max di Paolo Conte). Ciò che differenzia una canzone leggera da una impegnata, semmai, è l’originalità: il cantautorato ha come obiettivo quello di andare al di là dell’intrattenimento; viceversa, chi ascolta una canzonetta sa di non dover affrontare un particolare sforzo interpretativo. È proprio per la sua costitutiva assenza di originalità che la musica leggera si presta a un’indagine sociologica: non avendo l’onere di dire qualcosa di nuovo, punta sul confermare ciò che già conosciamo. Dunque offre un utile fermoimmagine del pensiero medio (o perché no, dello “spirito del tempo”) della società che l’ha prodotta.

Oltre 170 testi di canzoni in voga dalla fine degli anni Cinquanta alla fine degli anni Zero: qual è il tratto che le accomuna rispetto alla rappresentazione della donna?

Direi solo il genere (l’essere pop). Dopodiché il mio librino prova proprio a offrirsi come strumento per orientarsi nei diversi stereotipi con i quali viene rappresentata non solo la donna nelle canzoni leggere (che nelle categorie proposte può essere di tre tipi: “angelo”, che è fondamentalmente la musa descritta nelle liriche medievali; “immobile”, quella che è quel tipo di donna sempre pronta a dire un altro sì…; “circe”, e cioè la figura della tentatrice, della maga capace di sedurre e dominare ogni uomo), ma anche l’uomo (e le categorie sono “stalker”, “play boy” e “gran maestro d’amore”) e le relazioni (“quando lui lascia lei”, canzoni in cui ci si appella alla presunta naturale propensione alla caccia e quindi all’abbandono perpetrato dagli uomini; “quando lei lascia lui”, e quando c’è una lei che ha lasciato un lui, be’, di solito è una…). Otto categorie, otto stereotipi che in tutto il periodo preso in analisi non sembrano assolutamente essere cambiati.

Lei osserva e scandaglia le forme del linguaggio sessista nei testi delle canzoni pop. L’orecchiabilità delle stesse può veicolare contenuti tipici della meccanica della cultura patriarcale?

Può farlo. Per la semplice ragione che rispecchia la società. Se la società, di decennio in decennio, dovesse del tutto abbandonare certi stereotipi e abbracciarne altri, ecco che la musica leggera comincerebbe semplicemente a cantarli. Il concetto fondamentale da tenere presente è che la cultura pop rappresenta ciò che diamo per scontato e già conosciamo. E nel farlo ci dà conferme, ci rassicura.

Mediante l’uso della Parola (anche quella pop delle canzoni) è possibile educare ad usi, costumi e consuetudini civili? 

Se per “Parola” con la P maiuscola intendiamo in generale il linguaggio, certo. Sin dai primi istanti in cui veniamo al mondo (ma anche prima, nell’utero materno) sono le parole a formarci e indirizzarci verso usi, costumi e consuetudini della società in cui nasciamo. In questa accezione di “educazione” si ha a che fare con soggetti praticamente inermi (i neonati) e quindi senz’altro ben plasmabili con le parole.

La parola che come scopo ha quello di educare, però, non coincide con l’arte. Il fine ultimo dell’uso artistico della parola non è infatti l’educazione del fruitore, ma quello di suscitarne empatia, compartecipazione, appagamento… insomma, di stimolarne l’intelletto. E stimolare l’intelletto non significa necessariamente educare. Con il romanzo Lolita, Nabokov non ci educa alla pedofilia perché narra le passioni di un adulto per una ragazzina, ci pone semplicemente davanti a quello scenario. Uno scenario additabile come scandaloso da chi non possiede, davanti a un testo, altre capacità di lettura se non quella dell’interpretazione letterale. Come se le parole fossero strumenti sacri e quindi sempre destinati a dire il vero.

Penso che l’uso artistico pop della parola, invece, consista più che altro nell’intrattenere, nell’allietare, ma lo fa dando conferme, rassicurando; non vuole né innovare, né impegnare l’intelligenza molto oltre al piano letterale. Ma anch’essa non educa, tutt’al più rappresenta.

Stante il sessismo, è possibile porre un argine mediante l’opera del Legislatore, ovvero promulgando leggi?

Nel medioevo quando un re ariano si convertiva al cattolicesimo si considerava automaticamente convertito, insieme a lui, anche tutto il suo popolo. Già la cosa era un po’ meno automatica quando si trattava della conversazione di un re pagano. Voglio dire, per legge puoi stabilire, vietare, multare, e a volte questi sono effettivamente argini utili. Funziona bene anche con le mucche: se le metti in un recinto elettrificato tendono a non cercare di uscire. Non per questo, però, rinunciano alla voglia di andare a brucare dove l’erba è meno battuta.

Insomma, il Legislatore può provarci a mettere un argine al sessismo, se ha molta fantasia (avrebbe un bel da fare a descriverne ogni possibile forma e poi stabilire per ciascun tipo la sua ammenda!), ma il mio timore è che finisca per proibire la lettura di “Lolita”, anziché stimolare gli intelletti (che è ciò che immagino si stia auspicando nel porre questo problema).

Riccardo Burgazzi, filologo. Ha insegnato Letteratura latina medievale e Storia del libro all’Università Carolina di Praga, poi all’interno del master in editoria dell’Università di Verona. Autore di saggi e articoli, ha scritto anche due romanzi, Storia del Michelasso, che mangia, beve e va a spasso (2016) e Le primavere di Praga (2018), entrambi pubblicati da Prospero Editore.

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