Dalla sala al palcoscenico: il linguaggio gestuale della danza classica

La danza è con palese evidenza un’arte che vive, si nutre, si esplica attraverso il corpo: ritiene che ciò le conferisca lo statuto di un’attività che si esaurisce nella costituzione corporea o entra in relazione con il pensiero?
La relazione mente-corpo è una riflessione che mi è molto cara. Ho dedicato a tale ricerca la mia prima pubblicazione “I sentieri del gesto”(L’argolibro, Agropoli, 2017.)
La mia ricerca sul movimento, infatti, parte proprio dall’assunto che noi non “abbiamo”un corpo ma “siamo”un corpo, ragione per cui, l’essere umano deve essere visto come un intero, che è maggiore della somma delle parti che lo compongono. In quest’ottica la danza, attraverso il gesto, diviene “intenzione”. Pensiero ed azione confluiscono in un unico flusso: l’ “essere”non è così diverso dal “fare”; ed il fare, a sua volta non è che una forma di esteriorizzazione dell’essere.
Jodorowsky ha asserito che occorre imparare a danzare con la realtà. Danzare è interagire con gli altri?
Sì. Innanzitutto, a mio avviso, la danza, come tutte le arti, necessita degli altri per comunicare e condivididere un’intenzione o un’idea.
L’etimologia stessa del termine coreografia, può essere un invito a riflettere. La “coreografia” è una fusione di due concetti greci: “chore” e “grafein”. “Chore” significa “coro” e “grafein” significa “scrivere”. In questo senso la coreografia può essere immaginata come l’arte di scrivere e organizzare il tempo e lo spazio che esiste tra un gruppo di persone e, l’atto del danzare, può essere vissuto come la possibilità di percepire gli altri attraverso una comunione di intenti, di corpi e di respiri.
La danza potrebbe essere considerata come la più inconfutabile ed eterna di tutte le teodicee?
In realtà mi piace pensare alla danza come qualcosa di estremamente confutabile. Credo sia tra le discipline quella che per sua intima natura più eserciti il dubbio, la contraddizione, le sfumature.
Sicuramente però credo nel potere educativo delle arti e della bellezza in generale. Da questo punto di vista, la danza, per me, soprattutto in questo particolare momento storico, è un tentativo. Il tentativo di costruire una strada, una strada che possa indicare quel legame misterioso, inafferrabile e indistruttibile che esiste tra la bellezza ed il bene. La bellezza che suscita l’amore, la bellezza come splendore del vero, la bellezza che riconcilia le parti lacerate e che educa all’armonia interiore e collettiva. La bellezza come motore della costruzione, della crescita e del miglioramento.
Perché la bellezza, come la danza, non è un discorso ma un fatto.
Emma Goldman ha sostenuto che una rivoluzione che non le consenta di danzare non è degna di essere combattuta. La danza è politica?
Dal mio punto di vista ogni azione che compiamo è un atto politico.
Mi chiedo spesso se è possibile rintracciare un esercizio politico latente nella danza e la mia risposta è sì. Perché danzare richiede lo studio e la comprensione dell’essere insieme, della democrazia.
Il danzatore ha la preziosa possibilità, attraverso lo studio del corpo e del movimento, di capire il corpo per capire il mondo; ha la possibilità di amarsi e di amare; la possibilità di accettare ed accogliere l’inaspettato, il desueto, il diverso.
In questo senso, sto lavorando da circa un anno alla produzione di uno spettacolo teatrale “Joan e Victor: una storia d’amore” che racconta le vicende di Victor Jara e sua moglie Joan Turner (coreografa e danzatrice britannico- cilena) che hanno usato l’arte della musica e della danza per compiere una rivoluzione socio-culturale in Cile negli anni Settanta.
Maestra, come avviene quel passaggio vago e indescrivibile del ‘miracolo’ che si compie dalla sala di danza alla scena?
Credo sia un percorso molto intimo e personale.
Per la mia esperienza posso affermare che si tratta di una vera e propria immersione.
Quando danzo sento che il mio corpo “si fa” musica e pensiero. Non sento di muovermi ma di “essere mossa” dalla musica e dal ritmo del mio respiro. Questo avviene dopo anni di studio, di concentrazione, di cura, di pazienza e di amore. Nella sala di danza la pratica, lo studio giornaliero, la passione, la concentrazione, la cura per il dettaglio, l’amore per se stessi e per quello che si fa sono il passaggio obbligato per il miracolo del palcoscenico.
Forse la risposta è l’amore.
E’ l’amore che compie il miracolo.

Maria Virginia Marchesano

Laureatasi con lode presso l’Accademia Nazionale di Danza è docente di Tecnica della Danza Classica presso il Liceo Coreutico Statale “E. Pascal” di Pompei e socia Airdanza (Associazione Italiana per la Ricerca sulla danza). Come danzatrice ha lavorato accanto a coreografi come Luc Bouy e Susanne Linke, e registi come Franco Zeffirelli. È autrice de “I sentieri del gesto”, l’ArgoLibro Editore, Agropoli, 2017. Cura la rubrica “La danza e le sue parole”per «GBopera Magazine» ed è autrice (settore danza) per «Live – Performing & Arts». È inoltre autrice e coreografa di progetti teatrali (Quello che la primavera fa con i ciliegi, Platero ed io, Deserto, Victor e Joan: una storia d’amore). In collaborazione con AIRdanza, CeSAL (Centro di studi sull’America Latina) e L’Università “L’Orientale” di Napoli organizza la giornata di studi “Joan Turner Jara”

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