IL MALE QUOTIDIANO. INCURSIONI FILOSOFICHE NELL’HORROR

In dialogo con Selena Pastorino e Davide Navarria

L’horror è uno dei generi più fecondi e persistenti della storia delle arti. Qual è il suo linguaggio e come riesce a rispecchiare sempre la contemporaneità?
Le modalità in cui l’horror si esprime sono probabilmente innumerevoli, soprattutto se si tiene conto della sua storia millenaria. Trattandosi infatti di un genere dai confini confusi, impregnato in modo costitutivo di ibridazioni e debordante in ogni angolo dell’immaginario, potrebbe includere al proprio interno o, meglio, essere riconoscibile in qualsiasi narrazione che abbia a che fare con l’esorcismo della paura per via della sua messa in pratica, della sua sperimentazione in sicurezza, attraverso il filtro di un racconto che, tuttavia, per funzionare deve saperci toccare. In questa prospettiva, anche le favole e i miti, le leggende e le dicerie, le superstizioni e la saggistica partecipano dell’horror allo stesso titolo di racconti, romanzi, film, videogiochi e serie tv che siamo più propensi a definire come appartenenti al genere. In effetti, per quella che è la nostra direzione d’analisi, il genere ha soprattutto un certo tipo di funzionamento, che si rende evidente a partire da ciò che prova, letteralmente che sente, il fruitore. L’orrore è quell’esperienza di fruizione caratterizzata da una sorta di paradosso, perché in essa coesistono riconoscimento e straniamento: da un lato ciò che ci fa paura ci trasmette una sensazione di angoscia reale, fisica, corporea, dall’altro lato riusciamo a tollerarla proprio perché, almeno a livello razionale, la consideriamo una situazione extra-ordinaria, del tutto irrelata alla quotidianità. E invece la forza di queste narrazioni consiste proprio nello svelarci, anzi nell’immergerci nella realtà che viviamo e che siamo, senza lasciarci la possibilità di sfuggirne. La capacità di accogliere, approfondire e consolidare questa consapevolezza dipende dalla nostra personale condizione, ma l’opportunità c’è. Per questo nella contemporaneità l’horror più efficace può aiutarci a smontare alcune illusioni, a smantellare pregiudizi rassicuranti, a rimetterci in discussione rimettendoci nel nostro corpo e nel reale (S.P.).
Il testo IL MALE QUOTIDIANO. INCURSIONI FILOSOFICHE NELL’HORROR pare elaborare una filosofia dell’orrore. Ce ne descrive i termini in relazione all’Uomo?
Non siamo i primi ad aver tentato di esplorare con i mezzi della filosofia il regno dell’orrore, sebbene la maggior parte dei tentativi abbiano adottato un approccio di tipo estetico o critico. Il nostro lavoro si propone invece di lasciar respiro a quella dimensione filosofica che è già in opera nelle narrazioni horror, che ci coinvolge e ci interroga, istituendo un dialogo potenzialmente inesauribile che si intreccia con le nostre domande di senso. C’è una profonda onestà esistenziale, per quanto assurdo possa sembrare, nel funzionamento dell’orrore, che proprio laddove mette in scena l’inverosimile, l’inaspettato, l’abominevole ci richiama all’urgenza del nostro posizionarci nel mondo. Trovo molto pertinente la scelta di definire il nostro sguardo “una filosofia dell’orrore”, perché il senso della nostra elaborazione consiste proprio nell’aver sviluppato prospettive plurali che partendo dall’individuale, dal vissuto, e servendosi delle competenze professionali che la filosofia ci ha fornito vuole costruire una rete di rimandi, un orizzonte, da mettere in dialogo con altri, a partire dall’incontro duale che fonda questo testo. Insomma, se c’è un modo in cui la filosofia dell’horror, così come abbiamo provato a metterla in opera, si lega all’umano è nella capacità di restituirgli consapevolezza delle domande che lo animano, personalmente, fin dentro le viscere e che nella fruizione dell’orrore si palesano come movimenti di viscere di fronte all’evisceramento altrui. Di qui è possibile costruire rimandi tra umani che muovano da questa coscienza anzitutto corporale e che rimettano al centro l’esigenza di far corpo insieme di fronte alle minacce dell’incorporeo, comunque questo si presenti (S.P.).
Trova che le contingenze storiche, politiche, sociali siano propizie ad una reale acquisizione e comprensione di quanto il corpo, assoluto protagonista dell’horror, sia debole o perfezione fisica ed edonismo sono ancora da reputarsi mezzi e simboli di scalata sociale?
Anche in altri lavori, entrambi abbiamo notato come nella contemporaneità la duplice, ossimorica, realtà del corpo abbia assunto una deriva potenzialmente molto pericolosa. Dentro il nostro corpo ci troviamo da sempre e da sempre siamo abituati a considerarlo non solo come la dimensione della nostra soggettività, ma anche come ciò che ci espone all’altro, al suo sguardo, al suo giudizio, al suo gesto, insomma, ciò che ci rende oggetto per altri possibili soggetti. Con l’avanzare storico dell’interesse per l’aspetto fisico, per il culto dell’apparenza esteso oltre ogni confine temporale, spaziale, sociale, professionale, questa dicotomia si è approfondita e nel varco apertosi tra ciò che appariamo come corpo e ciò che come corpo sentiamo di essere si sono insinuate le più spregevoli minacce per la nostra integrità. Non già integrità morale, ma proprio quel senso di interezza che deriva dal sentirsi tutti, prima ancora che dal sapersi tutti visti. Una volta che questa consapevolezza è acquisita, e costantemente ricercata, curata, tutelata, del proprio corpo è possibile fare qualcosa come soggetti, sottrarsi alla totale vulnerabilità cui l’alienazione contemporanea altrimenti ci sospingerebbe. Per attivare questo tipo di approccio al sé, ogni esperienza può essere valida, fintanto che sia vissuta, corporalmente, visceramente, cioè profondamente e realmente. In questo senso, non c’è un accesso privilegiato, ma ogni occasione può diventare un’opportunità, che sia ascoltare l’esperienza di un altro corpo, vivere in situazioni che minacciano la propria o altrui corporeità, esperire sulla propria pelle un cambiamento importante, ma anche provare quel brivido d’orrore interiore che le narrazioni horror possono offrire (S.P.).
Tra le pagine emerge la nozione di spazio sacro/profano sino a giungere all’Archetipo del Centro. Ebbene, quale valore assume lo spazio, in particolare la casa, nelle plurime forme della narrazione horror?
L’horror è un genere capace di sconvolgere le nostre esistenze. Senza alcuna pietà o riguardo per i nostri pii desideri esso sconfessa brutalmente l’illusione della sicurezza. Desideriamo poter sempre attivare un piano d’emergenza quando la vita diventa intollerabile. Vorremmo, almeno qualche volta, collocarci nel mondo come semplici spettatori. Uscire dal gioco. Sarebbe bello che il dramma, la farsa o la tragedia di cui siamo protagonisti fosse, almeno per un attimo, messa tra parentesi. Un attimo di respiro per poi tornare a lottare. Purtroppo o per fortuna non è così che funziona: la vita non è un videogioco e nemmeno uno spettacolo che possa essere interrotto o messo in pausa a comando. Non siamo “a volte” in gioco: siamo sempre in gioco, esposti e ingaggiati in una vicenda che non ammette pause o interruzioni. La vita è un flusso che certo prevede arresti e deviazioni, rallentamenti e riorientamenti, ma ciò non toglie che non possiamo mai e in nessun caso scendere dall’auto per osservarci procedere da lontano e in sicurezza. Anche quando riflettiamo sulla nostra vita stiamo esistendo, e siamo perciò costretti a continuare a tenere le mani ben salde sul volante, per non finire fuori strada o in fondo a un fosso. Vi sono alcune coordinate dell’esperienza umana che ci ricordano in modo privilegiato e con particolare chiarezza che non è possibile sospendere questa (a volte folle) corsa che chiamiamo vita. Ad esempio, il nostro essere corpi pulsionali, desideranti, pulsanti: è la legge del vivente, che continuamente ha fame, sete, vuole e brama. O anche la temporalità che, come M. Heidegger tra altri ha magistralmente raccontato, ci rende quegli esseri che siamo (il nostro essere è nel tempo, siamo esseri temporali). Un altro vincolo inaggirabile che ci inchioda alla nostra condizione è indubbiamente lo spazio. Siamo necessariamente qui o lì, sopra rispetto a un sotto, a latere rispetto a un centro, in periferia o nel cuore della città, o di noi stessi. Lo spazio può essere angusto e stretto, o ampio e “respirante”; spazio intimo o spazio dell’invasione indesiderata, spazio conquistato o spazio da difendere e così via. Per noi umani lo spazio è questione conoscitiva, identitaria, relazionale, affettiva e molto altro. Questa importanza degli spazi-luoghi, fisici o dell’anima-simbolici, è spesso sottolineata dalle narrazioni orrorifiche. Esse raccontano in molti modi le “storture”, le distorsioni, i de-centramenti mortiferi della nostra collocazione, che vorremmo pensare qui e ora ma che, ciononostante, è spesso chissà dove e chissà quando. Lo spazio “vissuto bene” forma e struttura il nostro esistere, offre certezze e orienta. Sono qui, a casa: là fuori c’è il mondo, ci sono gli altri, ci sono le cose. Ma anche, purtroppo, lo spazio intorno a noi può de-formarsi, de-centrarsi e decentrarci inesorabilmente. È possibile, e a volte accade, di perdersi nello spazio. E così non siamo più certi che siamo qui a casa, che là fuori c’è il mondo, gli altri, le cose. Tutto si può confondere. Apriamo la porta e siamo ancora dentro casa. Chiusi e imprigionati in un loop senza fine. Oppure, apriamo la porta e fuori il mondo è scomparso. Non c’è più un sopra e un sotto, o questi ultimi si sono allegramente e senza alcun senso o preavviso invertiti, come accade con il sottosopra di Stranger Things. Lo spazio diventa spazio-contro, spazio letteralmente perverso, invertito, scoordinato. E iniziano gli incubi, le discese infinite, le curve che non si vogliono in alcun modo raddrizzare, gli angoscianti girare a vuoto e non arrivare da nessuna parte. Inchiodati in un “qui” assoluto, dove non c’è scampo perché ogni alternativo “altrove” è per sempre interdetto. Senza avere la minima idea di dove sia davvero questo fantomatico “qui”. Nell’horror, che amplifica ed esplicita l’orrore della realtà così com’essa si svolge, lo spazio diventa foresta intricata, abisso tortuoso della memoria, terribile tana del mostro. Lo spazio evoca il centro, il tesoro nascosto, ma in una imprescindibile dialettica con il labirinto. Il centro è attingibile, forse, se siamo in grado di superare gli ostacoli, le deviazioni, le trappole che il caso o il male personale (umano o diabolico che sia) costantemente collocano tra un passo e l’altro. Ogni passo avanti o indietro nel labirinto può significare la morte, o in ogni caso l’irreparabile. Ecco dunque l’archetipo del Centro cui facevi cenno nella domanda. È una costante dell’umano, come hanno chiarito Mircea Eliade e Carl Gustav Jung, e le narrazioni horror ne fanno (a volte, quando centrano l’obiettivo) sapiente utilizzo. C’è del marcio, qualcosa non funziona, il male si diffonde e infetta le esistenze dei protagonisti. Ebbene, nel cammino dell’eroe, che con ogni mezzo cerca di contrastare il male, ogni sforzo, ogni lacrima o goccia di sangue versata converge lì: in soffitta, in cantina, nell’antro del mostro, nel cuore della foresta o in fondo al pozzo, dove giace Samara/Sadako (il riferimento è a The Ring). È un topos antichissimo e non è nemmeno il caso di tirare in ballo Teseo, Arianna, il suo filo e il terribile Minotauro: si tratta davvero di un complesso archetipico-narrativo entrato a fondo nel nostro immaginario. Noi siamo convinti che moltissimi horror non facciano altro che proporre delle variazioni sul tema di tale schema elementare ma allo stesso tempo profondissimo. In tutto questo, la casa non fa eccezione, anzi: proprio perché è evidentemente il simbolo più immediato d’intimità, accoglienza, ospitalità e familiarità, esso è anche il più “pervertibile”. La casa diventa centro ed epicentro maligno quando, invece che proteggere e accogliere, distrugge e respinge, soffoca e fagocita. Le variazioni sul tema sono anche qui moltissime e a queste complesse dinamiche antropologico-abitative abbiamo dedicato un intero capitolo del nostro saggio (D.N.).
E’ stato possibile definire l’horror con gli strumenti della Filosofia? Ovvero rispondere al quesito principe: cos’è l’horror?
Io direi di no. Fin dall’inizio abbiamo alzato bandiera bianca rispetto alla possibilità di definire l’horror in modo preciso, puntuale o scientifico, nel senso di una proposta di classificazione tipologica, epistemologica o narratologica. In questo senso il sottotitolo del saggio, incursioni filosofiche nell’horror, è volutamente programmatico. La nostra intenzione è stata ed è quella di esplorare un territorio sconfinato, utilizzando come chiave di lettura alcuni strumenti che la riflessione filosofica ci offre, ma senza la pretesa di mappare in modo esaustivo questo territorio, come se fosse possibile delimitare i confini della narrazione. Il rischio della lettura filosofica della letteratura (come della poesia, del cinema, delle serie tv e dell’arte in generale) è quello di cedere alla tentazione del sistema e della classificazione “esaustiva”. Secondo tale approccio, da una parte ci sarebbe il caotico mondo del testo, che andrebbe ordinato e compreso secondo schemi di volta in volta dettati dalla logica, dalla semiotica, dall’ermeneutica e via dicendo; dall’altra, il “cosmico” lavoro di sistematizzazione del logos e del concetto. In altri termini, spesso in una certa declinazione del lavoro filosofico gioca una forte ansia totalitaria e uno spirito decisamente positivistico. Come se fosse possibile sbrogliare la matassa degli innumerevoli fili che aggrovigliano il mondo, illuminare le ombre dell’inconscio, individuare in filigrana l’intelaiatura segreta e misteriosa dell’essere. La filosofia ha una vocazione esplicativa ed essa è certo legittimata a spiegare e comprendere quanto più è possibile. Se qualcosa può essere compreso, analizzato, sviscerato e “ruminato”, il compito del filosofo è proprio quello di avanzare il più possibile verso i sensi, i significati, gli snodi delle realtà ch’esso pone sotto la propria lente. Ma bisogna fare attenzione, perché non tutto è comprensibile o riconducibile all’ordine del senso o del significato, almeno così come noi occidentali abbiamo immaginato tali concetti. Il filosofo cerca la verità ma a volte la verità semplicemente non si dà, o si offre secondo molteplici e prismatiche facce. Spesso si nasconde, o erra altrove. Così alla dittatura del tutto dispiegato preferiamo proporre la democrazia del capirci qualcosa di più, quanto e quando possibile. Crediamo che si debba contrastare l’illusione di poter una volta per sempre ordinare il mythos con la forza del logos. Noi parteggiamo decisamente per il mythos, ma non perché disprezziamo il logos, quanto piuttosto perché siamo convinti che vi sia un logos nel mythos, un senso nel (a volte caotico) mondo del testo e della narrazione, una logica dell’immaginazione e un rigore della fantasia. Senza doverle pensare come dimensioni alternative. D’altra parte lo insegnava già Platone, che come è noto dei miti faceva abbondante utilizzo. Rispetto alla narrazione (in questo caso horror), la filosofia può dunque svolgere un ruolo ausiliario, ancillare, similmente a come la filosofia si poneva al servizio della teologia nei secoli centrali del Medioevo europeo e cristiano. Essa può e deve evidenziare snodi, elaborare concetti, illuminare topoi e dettagliare dinamiche. In altre parole, essa deve comprendere, non “spiegare” l’orrore. Questo perché l’orrore è spesso insensato, è accadere di imprevedibili eventi che sconvolgono e perturbano proprio quel logos con il quale ci sforziamo costantemente di tramutare il caos in cosmo, l’incomprensibile in sensato. L’evento accaduto o narrato è prioritario rispetto al logos che lo “spiega”. Il nostro è dunque un approccio molto più nietzschiano che hegeliano, molto più esistenziale e fenomenologico che sistemico ed esplicativo. È sempre utile ricordare che ci sono molte più cose in cielo e in terra, Orazio, che nella tua filosofia (D.N.).

SELENA PASTORINO è Dottore di ricerca in Filosofia. Si occupa del pensiero nietzscheano, con particolare riferimento alla questione dell’interpretazione e del prospettivismo, cui ha dedicato una monografia edita da ETS (Prospettive dell’interpretazione. Nietzsche, l’ermeneutica e la scrittura in Al di là del bene e del male). Per i tipi del Melangolo ha curato Per la dottrina dello stile e Da quali stelle siamo caduti? e per Mimesis ha pubblicato Black Mirror. Narrazioni filosofiche, con Fausto Lammoglia. Dal 2015 è docente liceale di Filosofia e Storia.
DAVIDE NAVARRIA è insegnante di storia e filosofia presso la Fondazione V. Grossman. Ha approfondito e si occupa di società dei consumi e new media, antropologia dei social network e pornografia, cinema horror e serie tv. Nel 2014 consegue un Dottorato di Ricerca in Antropologia religiosa presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. I suoi interessi vertono sulla questione del sacro, del religioso e del simbolico, con particolare riferimento alla società dei consumi e ai fenomeni culturali a essa connessi. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo La scena chiusa. L’idolo come pervertimento del dramma umano, in M. Doni (a cura di), Disgusto e desiderio. Enciclopedia dell’osceno (Milano 2015); Il sapore del sangue. La serietà dell’orrore, in N. Gruppi, G. Giannini (a cura di), Buffy e i suoi fratelli. Adolescenti, Mito e Fantastico nei Nuovi Media (Reggio Calabria 2019). Per Mimesis ha pubblicato L’anima tigrata. I plurali di Psyché di G. Durand (Milano 2017), Campi dell’immaginario (Milano 2018), L’agire intimo (Milano 2019). Benvenuti nel Pornocene. All you can fuck! (Roma 2020).

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