Cinema e terrorismoLa lotta armata sul grande schermo

Il terrorismo eversivo, rosso e nero, ha avuto un ruolo rilevante nella storia italiana recente. Quanto reputa che abbia influenzato sentimenti personali e collettivi?
Difficile fare una valutazione oggi. La lotta armata ha segnato soprattutto gli anni Settanta. Poi, dal rapimento Moro, non è stato più un conflitto tra Stato e movimenti che, con l’uso della violenza, volevano “cambiare il mondo” ma un groviglio di giochi, doppi giochi, tripli giochi, servizi segreti deviati, sospetti su apparati dello Stato infiltrati nella lotta armata. Quando un fenomeno di malcontento politico non può essere risolto in modo trasparente e costruttivo, lo si inquina, lo si corrompe, si fa in modo che nell’opinione pubblica si insinui il dubbio, la sfiducia sia nello Stato sia nei movimenti. L’obiettivo è di costruire una cortina fumogena che non consente di affrontare il problema della lotta armata con chiarezza. Lo scopo delle autorità istituzionali è di inscenare una lotta contro il terrorismo ma in realtà non lo si vuole risolvere perché la condizione di incertezza è funzionale al mantenimento di un clima politico che di certo non giova a chi vorrebbe migliorare tutti quei settori della società che non funzionano. Il terrorismo di sinistra (per usare una grossolana definizione) ha, con il tempo, alimentato un sentimento di disorientamento nei cittadini.
Il terrorismo di destra, o meglio: lo stragismo (vedi la Banza Nazionale dell’Agricoltura a Milano, l’Italicus, Piazza della Loggia a Brescia, la stazione di Bologna), aveva l’obiettivo di seminare terrore, scoraggiare il Paese nel perseguire una politica di modernizzazione dello Stato, della sanità, dell’istruzione, del mondo del lavoro. E tuttavia, nonostante le sue atrocità, il terrorismo di destra è stato seguito poco, lo si è tenuto quasi in disparte per incanalare l’attenzione dell’opinione pubblica quasi esclusivamente sul terrorismo di sinistra che, in realtà, dovrebbe essere tenuto distinto dalla lotta armata. Parlare di lotta armata e parlare di terrorismo rosso significa parlare di due cose diverse.
In sintesi, sì, il periodo degli “anni di piombo” ha inciso sulla sensibilità del Paese rendendolo insicuro ma, purtroppo, la violenza ha preso il sopravvento allontanando la gente dal dibattito politico invece di coinvolgerla maggiormente e in modo costruttivo.

Da “Buongiorno, notte” e “La Prima Linea” a “Maledetti vi amerò” e “La caduta degli angeli ribelli”: 50 accuratissime schede di film. E’ rintracciabile un filo rosso ad accomunare la produzione cinematografica relativa alla lotta armata degli anni Settanta?
Un filo rosso? Non saprei. È noto che la stragrande maggioranza dei registi italiani è “di sinistra” anche se questa definizione non è da interpretarsi in chiave ideologica. Diciamo, piuttosto, che i registi sono “di sinistra” più che altro perché, a differenza della letteratura, in Italia il cinema ha saputo andare al cuore del pubblico in modo più efficace. Diciamo, allora, che il “filo rosso” nel cinema italiano è costituito da una grande sensibilità che mira a rappresentare sullo schermo le tematiche sociali, culturali, politiche più svariate. La capacità del cinema italiano di raccontare la società è di gran lunga superiore alla letteratura e alla poesia (forse solo la canzone d’autore – De André e tantissimi altri – è riuscita a descrivere con grande accuratezza gli stati d’animo che hanno caratterizzato periodi chiave della storia sociale italiana). Detto questo, se il cinema si è occupato di terrorismo/lotta armata è perché l’approccio dei registi era dettato dal bisogno di raccontare un periodo travagliato (anni 70-80) sul piano umano più che sul piano politico e ideologico.
In copertina, da una scena di “Colpire al cuore” di Gianni Amelio, si nota l’abbraccio di Trintignant al figlio. E, poi, “Caro papà”, “Colpire al cuore”, “La seconda volta”, “Buongiorno notte”: in qual misura la lotta armata sul grande schermo ha forti connotazioni romantiche?
Nessuno dei 50 film che ho inserito nella rassegna ha tentato di spiegare le origini e le cause del terrorismo/lotta armata. Se qualche regista ci avesse provato, non avrebbe girato una storia romanzata ma un “docu-drama” o, più semplicemente, un documentario. Quasi mai i protagonisti di questi film dicono perché hanno scelto quella strada. Ma quasi sempre sono alle prese con problemi di coscienza e sensi di colpa che li spingono ad avere dubbi, a pensare di uscire dal movimento. Il cinema ha proposto al pubblico figure di eroi “maledetti” che hanno fatto scelte discutibili e non sanno come uscire dal vicolo cieco. In alcuni casi, il film assume i contorni del poliziesco oppure della spy story che allude a complotti internazionali.
“…i registi hanno preferito assumere un atteggiamento prudente. Nessuno di loro è mai partito da un assunto provocatorio come il seguente: se lo Stato è insensibile alle istanze dei cittadini, è giustificato l’uso della violenza da parte di alcuni individui per costringere le istituzioni ad ascoltare?”
Qual è la ragione sottesa a tale condotta?

La spiegazione è tragicamente deludente. Nessun regista ha mai superato un certo limite nel proporre una storia provocatoria per una semplice ragione: i criteri di produzione e promozione impongono regole che condizionano le scelte artistiche e contenutistiche. In altre parole, per non urtare troppo l’opinione pubblica, con il rischio di decretare il fallimento del film negli incassi, le storie raccontate privilegiano gli aspetti “romantici” a discapito di incisive riflessioni politiche.
Gli Anni di piombo nei film. Ebbene, la lotta politica, l’adesione ad una causa: i nostri tempi possono ospitare, a suo avviso, siffatti propositi di cambiamento sociale?
Domanda molto bella e intelligente. Se c’è una cosa che gli anni di piombo hanno insegnato, è sicuramente che la lotta armata non ha coinvolto il Paese. Dice un personaggio in “Nucleo Zero” di Lizzani: “la gente ci seguirà”. Questo è stato l’errore di valutazione più grave commesso dai militanti: la gente comune non ha seguito né le Brigate Rosse né altri gruppi armati. La lotta armata, quindi, è una scelta oggi improponibile. Se oggi ci sono rigurgiti di violenza politica “di sinistra”, non trovano nessun seguito e spesso sono gesti isolati. C’è, piuttosto, da preoccuparsi del il terrorismo di destra che invece ha una struttura alle spalle e apparati politici che lo sostengono. Ma il quadro non deve essere sconfortante: la lotta politica, su altre basi, è ancora possibile se essa si pone obiettivi concreti e ben delineati come, ad esempio, il clima, la sanità, il lavoro, l’accoglienza e l’integrazione. Per ottenere risultati in questi settori, non è la lotta armata la via da seguire ma la sensibilizzazione, il dialogo sociale costante, instancabile, aperto e libero da pregiudizi.

Carmine Mezzacappa è scrittore e traduttore dall’inglese. Sul cinema ha pubblicato numerosi articoli su riviste britanniche e due romanzi: Un antico rancore e L’invisibile confine dell’aria.

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