Il divino Platone. Filosofia e misticismo

Helios d’Egitto, Siracusa, Taranto, Cirene, Megara. In qual misura i viaggi che Platone compie, morto Socrate, lo accostarono ad affiancare al logos altri strumenti di indagine e di conoscenza?
Ho sempre pensato, seguendo una suggestione di Nietzsche, che Platone dopo una prima iniziale fascinazione per la figura di Socrate, abbia poi cercato una sua strada: da giovane, come sappiamo dall’Antologia Palatina, scriveva poesie e pare che per diventare allievo di Socrate fosse stato costretto a bruciarle per convertirsi al pensiero dialettico. I viaggi gli consentono di entrare in contatto con i luoghi dell’anti-socratismo, dove persisteva o era stata restaurata una concezione iniziatica ed esoterica della vita. In questo modo andava a riprendersi i tesori dell’arte e della giovinezza: il sentimento, l’immaginazione, l’incanto, lo stupore. Una vera conversione esistenziale prima ancora che professionale.
I greci erano profondamente ed interiormente consci del vigore, dello stupore e delle insidie insite nell’irrazionale. Quindi, perché la tradizione si ostina a reputare Platone immune da forme di pensiero primitive, se non è esente alcuna società che cade sotto la nostra diretta analisi?
Perché il logos è rassicurante e il mythos perturbante. Il logos spiega, razionalizza, colloca, pensa in modo binario e, nonostante quel che sosteneva ironicamente Socrate, il logos sa di poter sapere. Nel mythos no: siamo nel campo del verosimile, dell’incertezza, dell’ambiguità, le cose possono andare in un modo ma anche in un altro modo. Non è un caso, come ha dimostrato Marcel Detienne, che le varianti di un mito sono infinite. La potenza del mythos, che lo rende ancora oggi intrigante ai miei occhi, è che salva il mondo dal disincanto, dalla razionalizzazione e dalla potenza della tecnica. Ma da Socrate in poi l’Occidente, per motivi che qui sarebbe lungo spiegare, ha scelto la strada apollinea rispetto a quella dionisiaca quando, per dirla sempre con Nietzsche, i Greci avevano saputo tenere insieme miracolosamente le due dimensioni.
Platone, orbene, il più genuino emblema del processo d’avvio del razionalismo, si fa un simbolo controverso, operando un prolifico incastro delle idee magico-religiose che posseggono un lontano principio nella civiltà sciamanistica settentrionale. I Custodi della Repubblica come una sorta di sciamani razionalizzati?
Ci sono tanti Platone. E’ un pensatore inesauribile. Non se ne viene mai a capo. Ho scritto quattro libri su di lui. Tutta la filosofia successiva è una glossa al suo pensiero. Platone, come dice Giorgio Colli, è una sfinge, dai mille volti, dalle mille maschere. Socrate è la maschera principale, ma non è, come potremmo pensare, un personaggio risolto, a tutto tondo. Intanto ha dentro di sè un demone, che rende doppia la sua natura. E poi è come un sileno che nasconde chissà quali segreti. Il Platone della Repubblica, dei filosofi-re, tanto criticato come totalitario da Karl Popper, è solo uno dei tanti e, come cerco di mostrare nei miei lavori, non il migliore. E comunque anche l’utopia dei custodi-sciamani potrebbe essere letta come una distopia, come un grido d’allarme: attenzione, se non vi date una regolata, se non anteponete il bene comune ai vostri interessi, il rischio è che arrivino gli uomini della Provvidenza. Inoltre non ritengo che l’aspetto politico sia preminente in Platone, sicuramente è subordinato o ancillare rispetto a quello metafisico.
Lei sceglie di analizzare la “Lettera Settima” per narrare la storia di una conversione dello sguardo e del desiderio. Perché ha optato proprio per quel testo dell’autore dei “Dialoghi”?
Perché è un testo della vecchiaia, in cui Platone fa un bilancio della sua vita, deluso dalla politica del suo tempo e dai fallimentari tentativi di realizzare su questa terra una società giusta. E’ poi l’unico testo in cui parla direttamente, senza mimetizzarsi in Socrate o in altre figure. Infine perché in questo testo dice una cosa che non dice altrove, almeno non con questa chiarezza: che lui mai si è occupato, e mai si occuperà pubblicamente e discorsivamente, di questioni ultime, perché queste – come sostengo nel libro – sono al di fuori della portata degli uomini. Ciascuno, tali questioni, le coltiverà con i suoi mezzi, in un rapporto personale col divino, fatto di meditazione, purificazione, ascesi, distacco dai beni terreni. E’ il Platone mistico-artista di cui parlo.
Tra i probabili motivi del volo dalla ragione, è possibile addurre la paura della libertà, ovvero di quella luce che produce orrore e sgomento?
Le rispondo con una domanda: ci piace vivere in un mondo disincantato, dove i significati, quasi sempre decisi dai più forti, sono là, sotto gli occhi di tutti, prendere o lasciare, un mondo di fatti senza interpretazioni, dove la scienza è parola unica e ultima? Certo, la scienza libera dalla minorità, dalle streghe, dal pensiero magico, ma siamo sicuri che non abbia bisogno di un correttivo, di un bilanciamento? Lasciata a se stessa, diventa dogma e diventando dogma delegittima espressioni umane che sono portatrici di verità e di senso anche se non sono ottenute attraverso processi di analisi, di correzione e di verifica di tipo sperimentale. E’ qui che si apre il grande campo dell’arte, della poesia e della letteratura.

Stefano Cazzato si è laureato in filosofia a Pisa nel 1989. Insegna da molti anni nei Licei, attualmente al Liceo Carducci di Roma. Collabora con riviste e siti (Rocca, Via Po, Zona di disagio, Il Convivio, MuMag, Roma in jazz) e ha scritto numerosi libri: Esercizi di realismo, Manni, 1999; Dialogo con Platone. Come analizzare un testo filosofico, Armando, 2010; Una storia platonica. Ione la stirpe degli interpreti, Giuliano Ladolfi editore, 2017; Il racconto del Timeo. Platone e la letteratura, Giuliano Ladolfi editore, 2019; La quasi logica. Pratiche del consenso e del dissenso, Giuliano Ladolfi editore, 2020; Studiò diritto ma poi si piegò, Giuliano Ladolfi editore, 2021. Il divino Platone. Filosofia e misticismo, Intr. di L.Saviani, Moretti&Vitali, 2022, è il suo ultimo lavoro.

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