La logica del cuore. Ho scritto «ti amo» e tante altre parole sconnesse

Amore, abbandono, dolore, gelosia: una girandola di sentimenti; i temi che tange paiono essere attinti dal patrimonio tragico greco. Quanto è stato influenzato dalle letterature che l’hanno preceduta? Ha dei mentori o non ravvede punti di riferimento?
Sì. È vero, mi ha sempre attratto il pathos, la “consistenza del sentire”. Credo che senza intensità emozionale i sentimenti non valgono la pena. Quando sei innamorato, sia pure di un’illusione irreale, tutto assume i contorni del tragico, l’idea stessa di poter perdere “quella persona” assume toni da tragedia.
Ovviamente nel mio percorso poetico mi sono ispirata a tanti “grandi”, a poeti come Kavafis, il più moderno dei tragici, a Silvya Plath, al suo sentirsi sotto una campana di vetro, una campana da cui attingeva i sentimenti del mondo intorno a lei, ma ne aveva paura. Ho conosciuto con l’età adulta la bellezza della poesia di Antonia Pozzi e quella di Amelia Rosselli, i loro versi eminenti hanno stimolato ogni mia fibra sensibile. Anche loro hanno avuto un iter doloroso nell’approccio poetico, sono state divorate dal demone della ricerca estetica. Avendo fatto il liceo classico devo molto anche ai tragici greci, col tempo le loro opere le ho trasformate in memoria, per rinforzare lo scheletro del mio poetare, e ancora oggi credo che i loro testi abbraccino l’intera umanità, di ogni tempo e luogo. E ringrazio un mentore in assoluto, Pier Paolo Pasolini, la bellezza di ogni sua parola è insostituibile. Ci vedo armonia, ritmo e oscenità.
L’amore, soventemente, appare fugace, ingannevole, temporaneo e deludente. Ritiene che siffatto sentimento non possa assumere carattere salvifico?
L’amore è sempre salvifico, anche quando è fugace e ingannevole, senza amore la vita non serve. In questo mondo così pragmatico si tende a pensare che l’amore, soprattutto a una certa età, diciamo dai cinquanta in su, sia solo una mattana, proprio perché tanta gente non ci crede più. Invece, secondo me, l’amore è una sorta di fede, di religione, ecco perché è salvifico. E una religione che si materializza in un volto, un sorriso, due occhi che ti sorridono. Come una luce che ti inonda, che ti modella la mente, i tendini, i nervi. La parola amore ha un suono da fiaba, anche quando è senza lieto fine e senza futuro. Perché, se ci pensa, di ogni amore vissuto e finito ci portiamo dentro sempre delle cose, e questo significa che ogni amore ha il suo peso, certo a volte il peso di una rosa tardiva, leggero e fastidioso, alcune volte il peso di una montagna, enorme, come l’inciampo di un tempo che non torna più. Ma di quel tempo non provi più tristezza.
In un tempo politico, sociale ed economico che grida l’impellente bisogno di tessere un dialogo con sé stessi, la conflittualità interiore può essere lenita dalla Poesia?
Sicuramente sì, è una forma di libertà, per far sì che il presente, così deludente e ingannevole, come lo ha definito lei, non finisca per essere un tempo irrilevante, un tempo amputato di certezze. La poesia lenisce il conflitto con la vita, scrivere, leggere poesie, è una lotta mite, riguardosa, per affermare che esistiamo. Ci faccia caso, quando si legge una poesia ci sembra quasi di decifrare un segreto che ci riguarda, anche se non ci riguarda. E un riallineare i pensieri su qualche ieri felice o triste, non importa, ma che in quel momento ti appare bello, perché assume un senso, e la bellezza è senso. Ecco, quello che manca in assoluto ai nostri giorni è la bellezza, siamo circondati da agi, viviamo nel confort delle antenne, nella sicurezza delle porte blindate, ma non troviamo un grammo di bellezza da nessuna parte. Come se tutta la confusione del nostro tempo venisse spogliata di valore, si riducesse solo a un apparire. Invece la poesia è per la vita.
La sua versificazione è lucida, nitida, disincantata, priva di edulcorazioni, scevra da vergogne. C’è un limite a ciò che si può narrare?
Tutti gli aggettivi che lei usa per definire la mia poesia sono, per me, medaglie al valore. La ringrazio per questo. Ma se c’è un canone estetico a cui mi attengo in assoluto, direi che è il rigore. Il superfluo vorrei eliminarlo per sempre da ogni verso, perché la poesia deve essere lucida e nitida, scevra da inganni.
Una volta, una ragazza mi ha detto Vedo la mia anima in ogni tua poesia, ecco questa frase non l’ho mai dimenticata. Perché ha centrato in pieno il senso del mio poetare: le mie poesie cercano spiragli, finestre, porte, fessure, per uscire un po’ dalla troppa impostazione, per stare fuori, tra la gente, per essere smart, come si usa dire oggi. Inoltre, la poesia d’amore nasce sempre dal bisogno di certe emozioni, dalla paura di vivere quelle emozioni fino in fondo, dalla paura che la persona che ami ti dica che non voglia stare con te, che non prova niente per te, che ti dica ti voglio bene, o che non te lo dica, sussiste sempre una sorta di paura, è la non accettazione che l’altra persona possa farti andare oltre, in una sorta di malia, oltre i limiti che ti eri imposto. E se subentra quella paura la poesia d’amore sa farsi anche erotica, sa diventare oscena, a tratti, perché esplica il bisogno di comunicare la tua passione, di raccontare al mondo intero quell’amore, quella pazzia. La tua debolezza.
Lei reputa che il potere delle parole d’amore sia infallibile ma esse possono altresì costituire un veleno a rilascio graduale. Ebbene, qual è l’antidoto?
Le parole d’amore lasciano sempre una traccia, che sovente è traccia di morte. E come se l’amante abbandonato, scrivendo, voglia lasciare indizi della sua morte nella memoria del suo carnefice. Con una volontà demoniaca. In fondo le poesie più intense, sofferte, sono quelle che scrivi quando hai il cuore a pezzi, quelle che quando sei guarito dal mal d’amore, e le riguardi, pensi Dovevo essere proprio matta. C’è da aggiunger che io scrivo poesie al femminile, racconto del mio amore verso le donne, per farlo uscire da quel palinsesto di codici in cui lo hanno incasellato secoli di oscurità. Per dargli parola, per farlo parlare. Certo che la poesia, come ogni atto d’amore, può prendersi una rivalsa e caricarsi di parole di rabbia, inoculare veleno. E non c’è antidoto, perché quelle parole che hai scritto sono già una stigmatizzazione. Potremmo chiamarla utopia, invece di poesia, e scoprire che non c’è alcun antidoto all’utopia. L’utopia è l’unica parola che dà senso alle cose umane.

Emilia Testa ha avuto riconoscimenti in numerosi concorsi, tra cui il Premio Clepsamia 2020 a Milano con il racconto “L’incanto”, il primo posto al Concorso Letterario Intercontinentale “Stabia in Versi” con il racconto “La voce amica della luna”, il terzo posto al Premio Nazionale di Lettere d’Arte Città Viva di Ostuni con la poesia “Il futuro del passato”. Molti suoi lavori figurano in prestigiose antologie poetiche, quali “Il Tiburtino 2020” edito dalla Aletti Editore, “Luci Sparse 2020”, “Pagine di arte e poesia” edito dall’Accademia dei Bronzi, “Ravenna al mare” edito dalla Claudio Nanni Editore, “Le poesie del Clepsamia 2020” edito da VJ Edizioni, antologia dell’Associazione Culturale “Città viva di Ostuni 2020” edito dall’editore Locorotondo. Sempre per Dantebus Edizioni nel 2020 ha pubblicato, per la collana poetica “Logos”, dodici poesie all’interno dell’antologia collettiva. E ancora nel 2020 con la Vitale Edizioni ha pubblicato la sua prima opera monografica “Il rovescio liquido delle parole”.

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