Saffo, la ragazza di Lesbo

Saffo, tesoro d’arte ed umanità, probabilmente la poetessa più celebre dell’antichità, innumerevoli volte tradotta e, talvolta, tradita negli intenti, imitata da Apollonio Rodio, Teocrito, Lucrezio, Orazio, Catullo, Parini e Foscolo.
Per quali ragioni da sempre emerge quale pioniera nell’indagare i sentimenti dell’essere umano ed antesignana nella ricerca individuale di un posto nell’esistenza?

Saffo è la prima, come afferma Odisseas Elitis, ad averci insegnato a dire “ti amo”, la prima a porre la vita emozionale al centro del suo mondo, la prima, per quel che ne sappiamo, ad aver affermato con coraggio che la guerra e l’estetica del duello eroico sono nulla rispetto alla grammatica dei sentimenti. È lei, inoltre, ad aver insegnato alla cultura occidentale la physis dell’innamoramento. Molte primogeniture che ci autorizzano decisamente a considerarla la decima musa.
Al Giambo di Archiloco, Semonide ed Ipponatte; all’Elegia guerresca di Callino e Tirteo, alla politica di Solone, alla gnomica di Teognide e Focilide, all’amorosa di Mimnermo, risponde la lirica monodica di Saffo.
Ebbene, in qual misura la lirica monodica di Saffo è capace di affermare quella dimensione soggettiva ed individuale della Poesia, già intravistasi nei poemi esiodei?

Non ne parlerei in termini antinomici, tuttavia la centralità dell’io poetico nella produzione di Saffo è indubbio. Una centralità che come ci hanno insegnato Bruno Gentili e Claude Calame fra tutti non si può perfettamente sovrapporre all’io intimo e alla personalità individuale. Esiste, anche, in Saffo una chiara consapevolezza dell’importanza della Poesia come chiave per raggiungere non solo la Bellezza e la fama in vita, ma anche l’immortalità. Il rapporto con le Muse, così come quello con Afrodite, è esclusivo e settario.
Saffo è capace di indurci alla commozione d’un nodo in gola, allorché scrive: “Tu sei la mela non colta, il segreto/frutto rimasto celato tra i rami:/tu, la più bella, più rossa, più tonda/sola rimani”.
Chi tra noi non s’è mai sentito desolatamente solo o presuntuosamente unico? Forse è questa la ragione per la quale alimenta sussulti e tremiti dal VII sec a.C.?

Di certo questa è una delle ragioni, basti pensare anche ai notturni metafisici con quelle lune gigantesche che sono il preludio di tanta poesia occidentale, compresa quella leopardiana. Non c’è solo il canto della solitudine e dell’unicità tuttavia: anche il modo delicatissimo con cui Saffo parla della stagione in cui si diventa grandi o quello in cui si perde la bellezza della gioventù è indispensabile alla contemporaneità. Persino, in questi tempi cupi, il suo sguardo disincantato e feroce sulla guerra.

Silvia Romani insegna Mitologia, Religioni del mondo classico e Antropologia del mondo classico all’Università Statale di Milano. Tra i suoi libri: Il mito di Arianna (con Maurizio Bettini), Il mare degli dèi (con Giulio Guidorizzi) e, ora Saffo, la ragazza di Lesbo (Einaudi 2022)

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