“Storie di guappi e femminielli” di Monica Florio (Guida Editori)

“Alla storia del costume di Napoli appartengono guappi e femminielli: qual è il filo rosso che li accomuna?”
-Questi due personaggi sono legati alla realtà del vicolo, microcosmo autosufficiente perché dotato di una propria economia a cui ognuno di loro contribuiva. Se il guappo fungeva da garante dell’ordine e da mediatore, il femminiello svolgeva degli incarichi per conto del vicinato, oltre ad esercitare la prostituzione, una delle attività illecite, insieme al contrabbando e all’usura, che sorreggevano l’economia del vicolo. Entrambi sono l’espressione di una sottocultura che, sotto la spinta globalizzante, si è estinta e di un mondo che appartiene al passato ed è stato spazzato via con le sue tradizioni.

“Cultura patriarcale di stampo camorristico, sentimento religioso e gestualità enfatica, dunque, legano il gamurro della Spagna medievale e il femminiello, anello di congiunzione tra il maschile e il femminile. Si tratta di semplicistiche espressioni di una sottocultura folklorica?”
-Anche le origini spagnole accomunano guappi e femminielli che hanno avuto un’importanza tutt’altro che secondaria nella storia della nostra città. In particolare, i guappi hanno rappresentato un’autorità che si è contrapposta a quella costituita fino a sostituirla. In un contesto come quello meridionale, difficile da gestire a livello sociale e politico perché sempre sul filo dell’illegalità, i guappi hanno goduto di un potere indiscusso al punto che, se un regista doveva girare un film in un vicolo, era costretto a chiedere loro l’autorizzazione.
Del resto, dopo la proclamazione dell’unità d’Italia, il questore Carlo Aveta aveva nominato i guappi Nicola Capuano e Nicola Jossa Commissari di Pubblica Sicurezza e se ne era servito per combattere la camorra.
Per quanto riguarda i femminielli, è stato riconosciuto, anche se tardivamente, il loro contributo alle Quattro giornate di Napoli. Insieme alle donne, ebbero un ruolo di primo piano nell’organizzare la resistenza, mobilitandosi per la ricerca dei viveri ed erigendo le barricate di San Giovanniello – nell’area di Piazza Carlo III -, il quartiere dove abitava Vincenzo ‘O femminiello, uno dei valorosi.

“Lei riporta riti, cerimonie e condotte dei guappi e dei femminielli, tessendo un’opera di saggistica che si avvale di varie fonti (letterarie, giornalistiche e iconografiche) ed è il frutto di un accurato lavoro di ricerca. In qual misura il femminiello, che potrebbe essere accostato ad altri esempi atipici di identità di genere come il Muxe, è una figura radicata nello specifico contesto napoletano?”.
-Il femminiello è profondamente radicato in un contesto di per sé tollerante quale quello napoletano in cui l’omosessualità non è mai stata considerata un crimine (si pensi che nell’Ottocento Napoli era considerata la città più liberale d’Europa). Il suo atteggiamento collaborativo ha favorito l’inclusione nel vicolo dove era protetto dagli stessi guappi e dalle donne che gli affidavano i loro figli. Nel vicolo ha goduto di un rispetto già ricevuto in famiglia, nella quale è ben integrato e svolge le faccende domestiche. Come in Messico un muxe non è emarginato, così il femminiello vive con naturalezza la propria condizione atipica e, incarnando un tipo di femminilità tradizionale, quasi retrò, è accettato anche socialmente, come è dimostrato dalla sua partecipazione alle feste popolari come il rito propiziatorio della tammurriata, la tombola vajassa e la riffa. Inoltre, a causa della sua identità difficile da catalogare, è sempre stato benvoluto perché, secondo le credenze popolari, si riteneva che portasse fortuna in virtù dei poteri magici a lui attribuiti che ne facevano un intermediario dell’aldilà.

“La ‘cartolina’ fotografa i napoletani rappresentati dal binomio “pizza e mandolino”, proiettandoli così lungo sentieri inclinati ed escamotage di cliché e luoghi comuni. Come si affranca lo spazio identitario da ingredienti nocivi quali l’asfittica trappola nel vicolo cieco delle concezioni duali: moderno – arretrato, sviluppo – sottosviluppo?”
-Per pensare Napoli in modo differente, senza ricadere in un’immagine edulcorata o precipitare nei soliti triti dualismi, è necessario promuovere la cultura, che è soprattutto cultura della legalità. Ciò deve portare alla creazione di spazi di accoglienza per togliere dalla città eventuale manovalanza per la malavita. Quest’impegno nel sociale comporta, ovviamente, un’attenzione ai minori, alle fasce deboli che rimarranno tali se persiste il fenomeno dell’evasione scolastica. Per realizzare tali progetti occorre una reale volontà politica di cambiare lo status quo, trasformazione che può essere attuata anche attraverso l’associazionismo laico e religioso.

Monica Florio

Scrittrice e saggista

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