Così parlò l’ingegnere

La “cartolina” fotografa i napoletani rappresentati dal binomio “pizza e mandolino”, proiettandoli così lungo sentieri inclinati ed escamotage di cliché e luoghi comuni. De Crescenzo recupera il folclore, il sincretico per affrancare lo spazio identitario da ingredienti nocivi quali l’asfittica trappola nel vicolo cieco delle concezioni duali: sviluppo – sottosviluppo. L’”Ingegnere”, pur indissolubilmente legato a Napoli, ha contribuito alla “deterritorializzazione” di Napoli stessa?
Il merito maggiore di De Crescenzo è stato intuire – e poi, con pazienza far comprendere attraverso i suoi film e i suoi libri – che quelli normalmente considerati stereotipi e luoghi comuni su Napoli sono semplicemente l’essenza stessa della città e dei suoi abitanti. Rappresentano infatti le caratteristiche di un Dna difficilmente modificabile perché frutto di stratificazioni storiche e sociali millenarie. Ma ancor più sono elementi positivi, o meglio non sempre negativi, i quali comunque -in qualsivoglia accezione – oggi la rendono una città unica.
Oggi, ma non soltanto oggi. E proprio qui è il centro del pensiero di De Crescenzo che non a caso elaborò l’idea di Napoli come “aggettivo”, ovvero un insieme di valori, idee e atteggiamenti che appartengono sì a un luogo e con un’anima che nasce partenopea, ma possono al tempo stesso essere universali e indipendenti dalla localizzazione geografica.
Con tali premesse la “napoletanità” ritrova grazie a lui una diversa definizione e si mostra come elemento connaturato a una città e ai suoi abitanti, sostanzialmente immutabile e indistruttibile.
Più volte, del resto, in passato si era cercato di cancellare questa spesso detestata e condannata “napoletanità”. Si tentò, ad esempio, con il Risanamento dopo il colera del 1884, e nel dopoguerra ci provarono gli intellettuali, ma il risultato fu sempre pressoché nullo. Ne consegue che Napoli, assieme a tutto ciò che la riguarda, è – e certamente resterà ancora a lungo – una città senza tempo.
Una città “immodificabile” che con, i suoi pregi e i suoi difetti – difetti che De Crescenzo non nega e neppure condanna, ma semplicemente spiega – ha una forza interna straordinaria e inattaccabile.
Va compresa, certo – e non è facilissimo – ma questo non può tradursi in un giudizio aprioristicamente negativo. E in effetti Luciano De Crescenzo inizia proprio smontando i capisaldi pregiudizievoli che i suoi colleghi milanesi nutrivano su Napoli pur senza esserci mai stati.
Poi, con i suoi film e anche con i libri, si sforzerà di far comprendere le mille interpretazioni e sfaccettature legate al concetto della città senza tempo e al suo straordinario patrimonio umano e persino filosofico, ma lo farà senza troppe teorizzazioni, bensì semplicemente tracciando dal vero lo spaccato di un condominio partenopeo visto peraltro dall’ inedita angolazione borghese della famiglia Bellavista.
Riguardando o rileggendo oggi Così parlò Bellavista ci si renderà conto che a quarant’anni di distanza Napoli e i napoletani sono rimasti uguali. Senza tempo, appunto, e che quella che a molti potrebbe sembrare una cartolina oleografica in realtà è soltanto una bella e fedelissima fotografia.

De Crescenzo all’alba dei cinquant’anni determinò di mutare completamente vita per farsi scrittore, sceneggiatore, regista, attore, conduttore televisivo, fumettista, fotografo, storico della filosofia e filosofo lui stesso. Ebbene, quali sono i capisaldi del pensiero “decrescenziano” per vivere “in larghezza” ?
Luciano De Crescenzo è stato lui per primo un esempio di vivere “in larghezza” ovvero del vivere bene anziché più a lungo. Nel 1978 lasciò infatti il suo lavoro da ingegnere e da dirigente di una grande multinazionale semplicemente per stanchezza e per l’insofferenza di restare ancora in un contesto privo di rapporti umani e in cui il principale obiettivo era la carriera.
Un contesto certamente appagante per una personalità ambiziosa, ma non certo per un uomo che desiderava vivere appieno la vita in maniera libera, di volta in volta spinto dall’amore, dalla voglia di divertirsi o dal desiderio di dare corpo alla propria creatività.
Vivere in larghezza non era possibile forse per l’ingegner De Crescenzo, ma era invece il massimo desiderio del napoletano Luciano. Si trattò in fondo dell’eterna e irrisolta contrapposizione tra stoici ed epicurei e in lui, da buon partenopeo, prevalse la seconda scuola di pensiero.

La sua biografia dimostra che fu la scelta migliore. Sarebbe diventato, nel caso opposto, magari anche direttore generale dell’Ibm, ma in fondo oggi chi si sarebbe mai ricordato di lui?
Vivere in larghezza è in sintesi un modo di vivere alimentato più dal cuore che dalla testa, in cui alla rassegnazione prevale sempre la speranza, in cui l’arte di arrangiarsi è un modo per sopravvivere felici, e in cui bisogna lasciarsi andare senza troppi dubbi e men che mai afflizioni.
Il vivere in larghezza in lui era alimentato anche da continui paragoni attraverso cui scopriva il buono e il valore positivo delle cose. Il napoletano – diceva – quando gli capita qualcosa di brutto è portato a pensare “se morivo era peggio”, ma al tempo stesso riesce a cogliere il valore della propria diversità e con esso il peso effimero dei giudizi negativi che lo riguardano poiché in fondo “si è sempre meridionali di qualcuno”.

Luciano De Crescenzo sintetizzò questa serena noncuranza indispensabile a vivere “relativamente bene” nella scritta (che lui stesso appose, ma si saprà anni dopo) sul basamento della statua di San Gennaro e che recitava: “San Genna’ fottatenne”.

De Crescenzo fu capace di diffondere discipline specialistiche quali la filosofia, la mitologia e l’informatica, facendo esprimere in napoletano filosofi, dei dell’antica Grecia e finanche computer. Dove reputa risieda la chiave della indubbia poliedricità di De Crescenzo?
Luciano De Crescenzo mise a frutto l’universalità del linguaggio partenopeo e la simpatia del popolo napoletano. Citava spesso, infatti, una frase che dice: “il guaio di noi napoletani è che siamo simpatici”.
Da ingegnere credo avesse piena consapevolezza di quanto possa essere noiosa una qualunque disciplina scientifica o specialistica per i non appassionati, mentre d’altro canto, da napoletano, riusciva a trovare o inventare, l’aspetto leggero o divertente in ogni cosa.
Congiungendo tutto questo alla sua straordinaria dote di “raccontatore” era riuscito a dare nuova vita a filosofi, personaggi storici, santi e computer semplicemente calandoli in una realtà quanto più possibile vicina alla quotidianità dei lettori o degli spettatori e facendogli parlare il loro stesso linguaggio. In una parola, rendendoli “simpatici”.
La chiave della sua poliedricità è insomma tutta racchiusa nella capacità di appassionare, insegnare e, contemporaneamente, divertire.
E lo ha fatto in mille modi che nel libro ho descritto e analizzato soprattutto perché alcuni sono poco noti. Ad esempio, solo per citarne uno, Luciano De Crescenzo collaborò persino alla realizzazione di un gioco da tavola assieme a vari personaggi famosi. Tra loro c’era anche Giulio Andreotti.

“Così parlò l’ingegnere” ha entusiasmato ed interessato Paola De Crescenzo, unigenita ed adorata figlia di De Crescenzo, nonché gli amici Marisa Laurito e, specialmente, Renzo Arbore. Qual è stato il loro contributo a tessere 440 pagine per narrare novant’anni di vita?
Avendo lavorato al libro in gran parte durante i mesi di pandemia, ho conosciuto Paola, Marisa e Renzo inizialmente solo a telefono e dunque quando era già quasi ultimato: con loro ho avuto perciò sostanzialmente un confronto tra il mio punto di vista “esterno” di scrittore nonché di lettore e spettatore, e il loro che invece li vedeva coinvolti in maniera diretta e personale.
Marisa Laurito ha pubblicato negli stessi mesi una sua autobiografia e ovviamente il capitolo su Luciano è stato essenziale per alcune integrazioni e approfondimenti, mentre con Renzo c’è stato soprattutto uno scambio di idee sul pensiero di Luciano, e in particolare sulla sua idea della Napoli come città senza tempo.
Con Paola e poi con il marito Raffaele è nata invece una bella amicizia, ma ancor prima il suo contributo è stato costante e fondamentale perché con pazienza e interesse ha letto il libro nelle varie stesure, a volte dandomi indispensabili indicazioni o rievocando i suoi ricordi, mentre altre “scoprendo” assieme a me alcune particolarità. Ne cito una ad esempio: in una scena del film Così parlò Bellavista si notano affissi a un muro tre locandine di film di chiara ispirazione napoletana, ma a ben guardare si tratta di pellicole di epoche diverse.
La scena, che si svolge davanti al tribunale di Napoli, in realtà venne girata a Cinecittà e la stessa Paola non si era mai accorta di questo particolare con cui suo padre aveva voluto fare un chiaro riferimento alla storica tradizione cinematografica partenopea che rappresentò un primato rispetto a quella nazionale.

Può offrirci un ricordo personale inerente alle ragioni che l’hanno indotta allo studio ed all’approfondimento dell’opera e della vita rocambolesca di Luciano De Crescenzo?
In alcune mie precedenti biografie, come quelle dedicate a Nino Taranto e Alighiero Noschese, ho ripercorso la vita di personaggi ancora viventi e attivi negli anni della mia infanzia, che mi affascinavano e che, ingiustamente, non erano mai stati degnamente ricordati.
Luciano De Crescenzo, scomparso appena tre anni fa, era un personaggio amatissimo in tutta Italia e quindi, a prescindere dal mio libro, avrebbe avuto probabilmente una sorte diversa rispetto a loro.
Diciamo che ho semplicemente precorso i tempi rispetto ad altri scrittori e saggisti che certamente se ne occuperanno. Le ragioni però sono state le stesse in quanto i suoi film e i suoi libri hanno accompagnato varie generazioni, compresa la mia e a me, come certamente a moltissimi quarantenni di oggi, hanno insegnato a capire e amare Napoli e da un diverso punto di vista.
Quando Così parlò Bellavista uscì nelle sale, nel 1984, avevo dieci anni e andai a vederlo al cinema accompagnato mio padre – alla cui memoria ho dedicato il libro- ma poi molte altre volte lo rivedemmo a casa durante le cene con amici di famiglia proiettandolo con un proiettore Super 8 e noleggiando le “pizze” da Cine Sud, storico negozio di audiovisivi a Via Monteoliveto.
Non erano ancora i tempi del videoregistratore e ogni film, per me bambino, era un evento. Da grande, poi, ho scoperto che al di là del divertimento e delle battute – entrate peraltro nel linguaggio collettivo – il film e i libri di Luciano De Crescenzo racchiudevano idee e messaggi importanti che in qualche modo meritavano di essere esaminati e contestualizzati in un racconto biografico dettagliato e con un taglio diverso dalle sue due autobiografie.
Per la pubblicazione con Mondadori ho invece il dovere morale di darne il merito a Renzo Arbore che – dopo aver letto il libro e definendolo l’opera omnia sull’amico Luciano – si è impegnato tenacemente affinché avesse lo stesso suo editore.
Il libro insomma è nato così: per amore, per passione e un po’ grazie al destino. Parafrasando Luciano De Crescenzo posso dire che anche io “sono stato fortunato”.

Andrea Jelardi
Napoletano di origini sannite, laureato in Conservazione dei Beni Culturali, ha svolto attività didattica universitaria a Napoli e ha fondato a San Marco dei Cavoti (Benevento) il Modern – Museo della Pubblicità. Giornalista dal 1994 e Cavaliere al merito della Repubblica, ha pubblicato oltre venti libri.

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