Edipo a Berlino

“Edipo a Berlino” narra la storia del drammatico conflitto d’identità vissuto da un giovane militante nazionalsocialista. Quali sono le ragioni sottese al richiamo onomastico all’Edipo della classicità?
Il mito che dà vita alla tragedia di Edipo Re racconta di un uomo che compie una serie di atti apparentemente giusti (uccidere un avversario, sposare una regina) finché all’improvviso essi non gli appaiono sotto una luce radicalmente diversa, facendo di lui non più l’eroe e il re che era diventato, ma un reietto colpevole di aver ucciso suo padre e sposato sua madre. La tragedia greca è un mondo di conflitti insolubili, non ci sono risposte facili, anzi non ci sono risposte tout court, e questo mi ha sempre affascinato. La storia che ho raccontato si richiama al rischio con cui ogni essere umano deve confrontarsi, soprattutto nel momento in cui crede ciecamente di essere nel giusto. Dall’altra parte, sottopone a chi legge la questione che il cantante J.J. Goldman aveva posto ai suoi ascoltatori in una famosa canzone: “E se io (ebreo francese), fossi nato tedesco ‘ariano’ nel 1917 a Leidenstadt”?
Chi saremmo stati, se nel crescere non avessimo avuto intorno il mondo che ci è familiare, i valori che ci hanno formato, ma un mondo diverso, opposto, e per noi, così come siamo ora, spaventoso? Saremmo stati ‘tra chi resiste’ o il contrario?
Il percorso del protagonista si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria”? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?
Il passato resta, non si cancella, si può solo imparare a conviverci. Il protagonista non cerca un perdono né da se stesso né tantomeno da chi lo circonda. Via via che il suo passato riaffiora nella memoria, arriva a odiarlo e a odiare l’uomo che è stato, ma non può negare che quell’uomo è e sarà sempre una parte di lui. Solo quando accetta questa realtà, riesce ad accettare di continuare a vivere; e può accettarla perché altri intorno a lui lo hanno fatto, perché hanno scoperto chi sia stato e non per questo hanno cessato di volergli bene, malgrado anche questo affetto sia vissuto con una specie di senso di colpa; si può voler bene a un assassino, senza giustificarlo, senza provare altro che orrore per quello che ha fatto, si può amarlo così com’è, e come sarà sempre? Nell’amore e nell’amicizia altrui, il protagonista inizia ad accettarsi, senza negare il passato, ma allo stesso tempo senza negarsi un possibile futuro.
Durante la “Notte dei Cristalli”, il suo contemporaneo Edipo vede stravolta la sua esistenza da due eventi sconcertanti: l’omicidio che lui stesso effettua con inusitata ferocia contro un ebreo e la posteriore scioccante scoperta di non essere ariano bensì di origine ebraica. E’ nella scissione che si rinviene la concreta possibilità di disvelare la propria identità?
L’identità di un uomo è collegata strettamente a quella del mondo da cui è circondato. Nel caso del protagonista, la scissione che vive è una rottura d’identità, la perdita dell’identificazione con un universo totalitario e totalizzante, che risponde al suo forte bisogno di appartenenza con la richiesta di un’assoluta fedeltà. Persa quell’identità, il protagonista non ne avrà nessun’altra, per scelta: sarà un uomo in perenne esilio, ma proprio in questo esilio troverà una libertà che la sua identità di un tempo, così forte e assorbente, aveva negato a lui, in quanto carnefice, prima ancora che a coloro che ne sarebbero diventati vittime.
Nella cultura contemporanea la memoria della Shoah mantiene uno statuto speciale, che altri eventi storici non hanno. Per quali ragioni, a suo avviso?
Ci sono stati tanti eccidi nel Novecento, massacri di massa, atrocità innumerevoli, che chiedono memoria, chiedono di essere conosciuti e approfonditi. Più raro, e direi per questo ancor più difficile anche solo da concepire, è il trovarsi di fronte alla pianificazione e alla realizzazione di uno sterminio. Non un eccidio, ma la prospettiva dell’eliminazione completa di uno o più gruppi umani. La Shoah interroga in modo radicale le nostre coscienze. Per quanto mi riguarda, a colpirmi è (anche) il fatto che a sterminare milioni di esseri umani, a inventare le camere a gas, a riempire i vagoni piombati, a chiuderli e inviarli al macello, siano stati uomini e donne così simili a me, a noi, cresciuti in Europa occidentale come siamo cresciuti noi, uomini e donne che avrebbero potuto essere nostri parenti, che a volte sono stati nostri parenti; e che le vittime strappate alla loro quotidianità per essere gassati in un lager, potessero essere i compagni di classe o di lavoro dei nostri nonni e bisnonni, potessero essere i nostri nonni e bisnonni. Non sono passati ancora neanche ottant’anni da quando quell’orrore assoluto si è consumato nel cuore dell’Europa, nei luoghi in cui oggi viviamo. Ottant’anni, la vita di un essere umano, circa l’età di mia madre che è nata nel 1943, mentre a Treblinka morivano nelle camere a gas bambini della sua stessa età, la cui colpa era di essere nati, di esistere.
Come vittime o come spettatori e carnefici, la Shoah ci coinvolge, ci chiama in causa, è parte di noi e della nostra storia. La modernità, la tecnologia, non escludono esiti così terribili. E questo deve, ancor oggi, farci paura, farci riflettere.
Lei ha disegnato un profilo storico d’indubitabile fascino. Ciò, evidentemente, ha richiesto ricerche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposta di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?
Non credo di poter parlare di un vero e proprio metodo… ho iniziato a leggere testi sulla Shoah quando ero poco più di una ragazzina, e mentre scoprivo diari, racconti e testimonianze dell’epoca, ho iniziato ad immaginare la storia che ho poi raccontato. Via via che crescevo, e imparavo a fare una cernita delle fonti, a distinguere tra quelle più e meno attendibili, che avevo la possibilità di procurarmi testi sempre più dettagliati, anche la storia è cresciuta ed ha assunto contorni più definiti e precisi. Importanti sono stati anche i filmati dell’epoca, le fotografie, i viaggi nei luoghi che ho descritto e dove sono tornata per vederli spesso radicalmente cambiati, eppure ancora popolati dai fantasmi di un tempo, gli stessi che affiorano tra le pagine del libro. Ci sono tanti conflitti nascosti, a cercarli, nelle memorie. Riuscire a vederli, questi conflitti, con gli occhi dei protagonisti, è già quasi narrativa. Di lì al racconto, il passo è breve.

Francesca Veltri è docente di Sociologia all’Università della Calabria. Fra le pubblicazioni recenti: (con P. Ceri) Il movimento nella rete (Rosenberg & Sellier 2017); Se non è vero è verosimile: la costruzione del nemico fra realtà e rappresentazione, in La costruzione del nemico in Occidente, a cura di P. Ceri e A. Lorini (Rosenberg & Sellier 2019).

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