L’abitare migrante

Lei esplora la questione dell’abitare dei migranti in Italia in una “prospettiva multiscalare e longitudinale”. Reputa che l’Italia possegga specifiche peculiarità dell’abitare migrante?
L’Italia è un paese che storicamente ha costruito il proprio modello abitativo sull’idea della casa di proprietà, le cosiddette “quattro mura”. A partire dal secondo dopoguerra, con la legge Fanfani e con il suo strumento operativo, il cosiddetto piano “INA Casa”, l’Italia ha dato avvio a una massiccia operazione di costruzione di alloggi popolari che intendeva sopperire al tempo stesso a una carenza di case abitabili, in conseguenza dei danni della Seconda guerra mondiale e, al tempo stesso, al rilancio dell’economia attraverso un impulso pubblico al lavoro operaio necessario a costruire gli immobili. Un piano di matrice keynesiana, potremmo dire. Tuttavia quel piano, già allora, dava della centralità della casa di proprietà, perché la maggior parte degli alloggi costruiti furno ceduti alle persone che le occupavano attraverso la formula dell’affitto a riscatto. Quindi assistiamo a una sorta di socializzazione dei costi necessari allo sviluppo della proprietà privata. Questa impronta, resterà una costante negli anni. Nel senso che lo strumento abitativo non entrerà mai del tutto, nella “cassetta degli attrezzi” del welfare italiano. Anche per questo motivo la casa, in Italia è stata considerata fino a poco tempo fa – indicativamente fino alla crisi del 2008 – un “bene rifugio”, oltre che un modo per trasferire capitale e status da una generazione all’altra. E oggi ci troviamo in una situazione in cui circa tre quarti della popolazione vive in casa di proprietà, essendo al tempo stesso uno dei paesi dell’Europa occidentale con la quota minore di alloggi di edilizia popolare. Le conseguenze di questa situazione sono che: a) la maggior parte degli italiani accede alla casa per via intergenerazionale; ovvero la casa viene ereditata da genitori, nonni, zii, ecc. Oppure viene acquisita con risorse che provengono, almeno in parte, dal nucleo familiare di origine; b) la scarsità di “case popolari” fa sì che moltissime situazioni di disagio legate al fenomeno abitativo siano sostanzialmente “scoperte” e che si crei una sorta di “guerra tra poveri” per l’accesso alle poche case popolari disponibili. Il fatto che il 75% della popolazione viva in case di proprietà è un fatto che sembrerebbe essere un fatto positivo. Tuttavia, c’è un lato oscuro; perché proprio il fatto che tre quarti degli italiani ha (almeno) una casa mette in ombra le condizioni di chi non ha questo privilegio. Italiani e stranieri. La componente straniera, poi è particolarmente penalizzata perché non solo non possono accedere alla casa per via intergenerazionale ma, in gran parte dei casi, non hanno neanche le risorse sociali, relazionali, familiari per compensare, almeno parzialmente, gli svantaggi dell’essere senza casa. Faccio un esempio, se io, cittadino italiano nato da una famiglia di ceto medio, per qualche motivo mi trovo ad essere senza casa, in linea di massima posso tornare a casa di mio padre, di mia madre oppure di un fratello o di una sorella. Perché è molto probabile che qualcuno di loro abbia una casa e/o abbia le risorse per compensare, almeno temporaneamente, la mia condizione di disagio abitativo. Non è così per le persone immigrate. La residualità dell’edilizia popolare in Italia, poi, fa sì che il diritto alla casa diventi una sorta di lotteria, che fa nascere nuovi conflitti lungo la “linea del colore”. “Noi” contro “loro”, italiani contro stranieri. L’idea del “prima gli italiani”, tante volte sbandierata quando si parla di accesso alla casa, in altre parole, impedisce di mettere in discussione la questione delle risorse realmente dedicate al welfare abitativo in Italia, che sono scarsissime. Inoltre, la regionalizzazione delle politiche abitative “razzismo istituzionale”, in cui le singole regioni, per compiacere l’elettorato, invece di aumentare le risorse per le politiche della casa, hanno posto limitazioni all’accesso agli alloggi ERP da parte dei cittadini stranieri (in regola!). L’approccio che ho seguito nel mio libro “L’abitare migrante. Racconti di vita e percorsi abitativi di migranti in Italia”, edito da Meltemi, è multiscalare – perché ho cercato di analizzare il tema dell’abitare dei migranti a diversi livelli: a livello teorico, a livello legislativo, a livello territoriale e a livello biogrfico – ed è longitudinale perché nella ricerca che ho svolto ho scelto di utilizzare la metodologia dei racconti di vita, ovvero di inquadrare la questione abitativa in una prospettiva temporale valorizzando la complessità dei percorsi biografici delle persone e l’impatto che la questione casa su di essi.
Spostandosi dal “macro” al “micro”, ritiene che la situazione dell’abitare sia un aspetto critico anche per gli stranieri in condizione di regolarità?
Bisogna fare una premessa, a causa della norma che ancora oggi – dopo vent’anni – delinea le condizioni di accesso al permesso di soggiorno, creando una sorta di doppio legame tra documenti e lavoro (non si può accedere a un lavoro regolare senza i documenti in regola, ma non si può accedere ai documenti se si è senza lavoro, o se si resta senza lavoro per più di sei mesi), mi riferisco alla Legge Bossi-Fini (l. 189/2002), la questione della condizione della “regolarità” dei documenti ha un impatto fortissimo sulla vita delle persone immigrate. Inoltre, per uno straniero l’accesso alla casa con un contratto in regola è infatti possibile accedere solo con i documenti in regola e con la capacità economica di pagare un affitto. E qui si crea il corto-circuito documenti-lavoro-casa, che pone molte persone in condizioni di marginalità estrema. Ovvero di fronte alla necessità di accettare locazioni in nero, canoni esagerati, oppure di abitare in locali non ideonei all’uso abitativo, ecc. Detto questo, la questione abitativa è un aspetto di grande criticità anche per gli stranieri in condizioni di regolarità. Innanzitutto, gli stranieri debbono fronteggiare una sempre crescente intolleranza che spesso si traduce in forme di discriminazione. Per esempio, proprietari che non affittano a persone straniere, agenzie che quando chiama qualcuno con un nome straniero o che si esprimono in un italiano che tradisce la provenienza dall’estero rispondono che l’immobile è stato appena affittato, o venduto. E, come detto, quando trovano spesso devono sottostare a condizioni difficilmente sostenibili. Come gli affitti a ore, o gli affitti a singole stanze al costo di un intero alloggio, ecc. Secondariamente, dobbiamo ricordare che, gli immigrati spesso lavorano in segmenti del mercato del lavoro a bassa remunerazione e fortemente esposti al rischio di instabilità lavorativa. E questo, oltre a limitare la loro capacità reddituale/di risparmio, si configura anche come un problema per l’accesso al credito (mutui). Se poi pensiamo che attorno a ogni casa ruotano progetti di vita personale e familiare, investimenti economici, speranze per il futuro, desideri di ricongiungimenti o di indipendenza, nonché di sicurezza e di intimità, è facile capire quanto problematica possa essere la questione della casa, anche per uno straniero in regola.
Includere la dimensione eterotopica della “casa” nel suo campo di osservazione si traduce nell’escludere decisamente che per “casa” s’intenda “le quattro mura”.
Può fornire una definizione di “casa” per un migrante?

Parto dall’ultima parte della domanda. Non posso certamente dare la definizione della casa per un migrante. Innanzitutto, perché io non sono un migrante. Anche se, come penso valga per quasi tutti ormai, la storia della mia famiglia si intreccia a storie di migrazioni; nel mio caso interne. Ma soprattutto, non posso dare una definizione di casa perché ognuno ha la sua. Nel testo più che semplificare, cerco di complessificare il discorso sulla casa. Innanzitutto, smentendo il fatto che la casa sia solo la casa “fisica”, le “quattro mura”; potremmo dire la casa “oggettiva” quella che può essere misurata in metri quadri, dotazioni/impianti, ecc. E che può essere comprata e venduta attraverso l’attribuzione di un valore economico. Secondariamente, ho cercato di mostrare come la “casa” non necessariamente coincida con uno spazio fisico, con una terra (l’idea che il concetto di casa sia sovrapponibile a quello di patria), con un mero luogo di “memorie” (la casa solo come casa d’origine), o con un luogo per definizione felice e pacificato (l’idea romanticizzata della casa come fonte di ogni buon sentimento). In questo senso, raccogliere i racconti di vita abitativa di molti migranti è stato super interessante perché mi ha permesso di vedere come l’idea di casa sia profondamente connessa ai percorsi biografici delle persone, alle loro vicende familiari, alle loro storie lavorative e alle mille traversie che devono affrontare ogni giorno. In questa prospettiva la casa è un luogo in cui ci “riconosciamo” e che quotidianamente (ri)creiamo e in cui riallacciamo i fili delle nostre esperienze. Così per qualcuno la casa non è un luogo, ma sono più luoghi. La casa qui e la casa nel paese d’origine; per altri la casa è un luogo che non esiste più (es.: il paese d’origine al tempo in cui lo si è lasciato); per altri ancora la casa è il micro-spazio che si è riusciti a conquistare lottando contro pregiudizi e discriminazioni, sia qua che nel paese dal quale sono partiti.
A suo avviso, quanto incidono i vincoli legali nella determinazione dei modelli d’insediamento?
Tantissimo, ne ho parlato rispondendo alle sue prime domande.
Il tema che affronta è innegabilmente pressapoco ignorato dalla politica, pur delineandosi come una delle chiavi dell’inclusione. Per quale ragione la tematica dell’”abitare migrante” non riscuote l’interesse dei Governi?
Per le ragioni storiche che ho provato ad illustrare nelle prime domande la questione della casa, nel nostro paese, sembra essere essenzialmente una “questione privata”. In ogni stato, l’organizzazione del welfare è un mix di interventi dello Stato o di sue emanazioni (servizi forniti da enti pubblici), mercato (servizi che si possono comprare da privati) e interventi familiari. In Italia, sulla questione abitativa, lo Stato sembra avere abdicato alle sue funzioni, lasciandone la “distribuzione” quasi esclusivamente al mercato e alle famiglie.
Da questo punto di vista, il primo problema è che in Italia non si parla proprio di “casa”. In altre parole, noi ci muoviamo in una sorta di deriva silenziosa, in ragione della quale la casa è un tema che non entra nell’agenda di alcuna forza politica. In merito, segnalo che i “Piani Casa” – da quello di Berlusconi del 2008 a quello di Renzi del 2013 – non hanno mai avuto come obiettivo quello di rinforzare lo stock di alloggi di edilizia residenziale pubblica. Anzi, sono stati spesso strumenti di alienazione del patrimonio pubblico. Ma per quanto riguarda il fenomeno migratorio, ci sono due altri aspetti che vanno menzionati. Primo, in Italia, l’immigrazione è tutto fuorché una novità. E’ da almeno quarant’anni, infatti, che il nostro paese è divenuto un paese di destinazione – otre che di attraversamento – da parte di migranti provenienti dall’estero. Tuttavia, si tratta di un fenomeno che, soprattutto sui media, non è mai letto nelle sue dinamiche di consolidamento e di sedimentazione ma è trattato quasi solo in termini emergenziali. Ne consegue che tutto quello che riguarda l’immigrazione deve essere incorniciato come un evento eccezionale, o in termini “umanitari” (l’immigrato come vittima o come soggetto che deve essere salvato) o in termini “securitari” (l’immigrato come criminale o come minaccia alle nostre “tradizioni”). Tutto quello che accade “lentamente”, quotidianamente, – come l’abitare – e che non risponde a questi criteri, semplicemente non entra a far parte del discorso pubblico sugli immigrati. E dunque non entra nel dibattito politico. Secondariamente, il tema dell’abitare migrante non interessa i governi per una ragione molto semplice: gli immigrati non votano. Pagano i contributi con le loro buste paga e le tasse sui loro redditi – ovviamente, quando sono in regola – ma non votano. Ovvero sono esclusi dalla comunità politica in cui vivono. Inoltre, come dicevo prima, da quando la retorica del “prima gli italiani” ha preso piede, ogni politica sociale appena più inclusiva viene avversata furiosamente in ragione del fatto che potrebbero beneficiarne anche dei cittadini stranieri. Per concludere, mi sembra che il silenzio sull’abitare migrante riveli l’incapacità ad accettare non tanto, non solo, il fenomeno migratorio di per sé; quanto che l’Italia attuale non è solo bianca, non è solo cattolica, non è solo “tradizione”. In questo senso, parlare dell’abitare migrante cercando di riportare nel testo la complessità e le difficoltà affrontate dai migranti relativamente alla questione della casa, mi sembra un modo per provare ad affrontare questo “tabù”.

Enrico Fravega, sociologo, è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Genova (MOBS. Mobilities, solidarities and imaginaries across the borders). Da diversi anni svolge attività di ricerca nel campo della sociologia delle migrazioni, occupandosi in particolare di questioni abitative, housing pathways e insediamenti informali.

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