La malinconia del mammut. Specie estinte e come riportarle in vita


Lei scrive: “Ci stiamo mangiando la Terra viva. Il cibo che coltiviamo, alleviamo e peschiamo è la causa principale della sesta estinzione”.
Quali sono state le altri grandi morie che hanno contrassegnato la storia geologica del pianeta Terra?

Sono state tante; i paleontologi contano formalmente cinque grandi estinzioni di massa, che vengono chiamate le big five. Da qui il nome di “sesta estinzione” per l’attuale crisi della biodiversità. In realtà non esiste un discrimine netto e oggettivo tra “estinzione di massa” e altri periodi di crisi della biosfera: di certo questi cinque, e in particolare l’estinzione di fine Permiano e di fine Cretaceo, hanno scolpito in modo drammatico la storia della vita. Ci sono stati poi altri episodi minori e probabilmente altri episodi maggiori, nelle prime fasi della storia della vita, di cui abbiamo solo testimonianze indirette e che possiamo quindi solo ipotizzare.
“Ricordatevi dei cianobatteri” ci ammonisce! Quali sono le analogie tra i cianobatteri e noi scimmie sapiens?
Apparentemente non potremmo essere creature più lontane: i cianobatteri sono microscopici batteri fotosintetici, noi siamo organismi pluricellulari onnivori. Ma entrambi, come tutti i viventi, seguiamo l’imperativo darwiniano di crescere e moltiplicarsi senza guardare al futuro. Due miliardi di anni fa i cianobatteri impararono a sfruttare l’energia del Sole tramite la fotosintesi in un modo molto efficiente ma che rilasciava un gas -per le creature dell’epoca- estremamente tossico, l’ossigeno. Ne seguì probabilmente una delle più difficili crisi ecologiche della storia della vita o, perlomeno, un periodo di adattamento; l’evoluzione dei cianobatteri cambiò per sempre l’atmosfera terrestre e il destino del nostro pianeta. Allo stesso modo noi sfruttiamo fonti energetiche rilasciando gas nell’atmosfera, alterando rapidamente il clima. Certo, la CO2 e gli altri gas serra non sono direttamente velenosi, ma gli effetti sulla nostra sopravvivenza e quelli delle altre specie rischiano di essere altrettanto drammatici. È una storia che si ripete; l’unica grossa differenza è che noi dovremmo essere più lungimiranti dei batteri.
Il mammut, con tanto di zanne e pelo lanoso, è stato resuscitato grazie al Dna preservato nei ghiacci artici.

Con il pronto soccorso della tecnologia potremmo rimediare ai danni arrecati e ricondurre in vita le specie estinte?

Oddio no, nessuno ha resuscitato il mammut. Vogliono farlo, e forse non è nemmeno impossibile resuscitare qualcosa che assomigli a un mammut, ma ne siamo ancora piuttosto lontani.
Il problema è: a che serve questo? Lei mi chiede se potremmo «rimediare ai danni arrecati»: ma che significa rimediare? di che danno parliamo? Il danno per la perdita di una specie così com’era, nel suo ecosistema originario, con le interazioni originarie che aveva con altre specie, è pressoché irrimediabile a meno di specie estinte molto di recente (diciamo, meno di un paio di secoli fa). Il danno per la perdita di un’esperienza, chiamiamola così, estetica, è forse revocabile: possiamo ricostruire una creatura che abbia buona parte del genoma di un mammut e che somigli a quello che pensiamo fossero i mammut. Non sarebbe effettivamente un mammut, però, per intrinseci limiti delle nostre tecnologie e perché non esiste più l’ambiente in cui viveva. Sarebbe un simulacro, una sorta di sogno febbrile che diventa reale. È un bene? È un male? Dipende un po’ da come la si guarda. Ci piacerebbe pensare che possiamo rimediare a un male, cancellare la ferita, ma la ferita rimane: la copriamo con qualcos’altro.

Perché, a suo avviso, l’uomo, allorché distrugge qualcosa, immediatamente si rammarica e pare rivolerlo ottenere?
Siamo un po’ come dei bambini che giocano con un giocattolo fino a romperlo. Ci piace il giocattolo, ci piace così tanto che finiamo per distruggerlo. E poi lo rivogliamo. Per romperlo di nuovo. Potremmo fare discorsi complessi, ma alla fine il succo è questo.
I riferimenti sono notevoli. Oltre trenta pagine di note a fondo volume. Tra gli autori Cuvier, Balzac, Stephen Jay Gould, Dawkins, Edward O. Wilson, Rachel Carson, Borges, Freud; articoli scientifici, film come Jurassic Park e Star Wars); musica quale Ecocide degli Earth Crisis. Ebbene, quale criterio ha adottato per selezionare nessi, citazioni, richiami?
Di norma si usano dei criteri? Confesso lo stupore. Le note sono in gran parte bibliografia e alcuni chiarimenti, aneddoti, osservazioni a margine; le avrei preferite a piè di pagina ma non ho potuto scegliere. I riferimenti culturali sono spontanei, diciamo: al di là degli autori ‘scientifici’ citati, come possono essere Gould o Wilson, la scienza non esiste in un vuoto ma è immersa nella rete di tutta la nostra cultura, è naturale quindi che se parlo di scienza poi questa mi rimandi a opere letterarie, cinematografiche o che. Trovo innaturale che in molta divulgazione non si faccia (o che nel discorso umanistico non si rimandi alle scienze, o che lo si faccia in modo impacciato), come se si dovessero tener separate culture che separate non sono.
Massimo Sandal è uno scrittore e giornalista scientifico. Ha conseguito un dottorato in Biofisica sperimentale a Bologna e uno in Biologia computazionale ad Aquisgrana, dove vive tuttora. Collabora con varie testate, tra le quali Le Scienze e Wired.

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