Pier Paolo Pasolini 6 domande a giovani poeti

Pasolini: nome suggestivo. Pasolini, come ha asserito Ferroni, “buono a tutti gli usi, sacramentale e terragno, infernale e divino”?
La sua malìa consiste nell’essere “carico di tutte le possibili tensioni umane, artistiche, ideologiche, antropologiche, morali, politiche e oltre.”?

Credo che non tanto Pasolini, in quanto uomo e nella sua speciale umanità, ma la sua molteplice e multiforme Opera, fra letteratura, critica, cinema, teatro, giornalismo polemico e molti altri generi che si intrecciano e ibridano, sia “buona a tutti gli usi”, ovvero sia e sia stata nel tempo variamente usata, criticata, distorta, ripresa, abbandonata, nuovamente esaltata e denigrata a seconda di tesi e necessità particolari. Pasolini è autore prolifico e sempre preda di una vena sperimentale inesauribile. La sua malia consiste in quella capacità, unica nel panorama letterario e artistico italiano, di essere originale, nella propria peculiarità e unicità, praticamente ineguagliabili e inimitabili, e rimanere inconsumabile, nonostante tutto e tutti.
“Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta.”
Per quale ragione, Professore, ha sostenuto che anche in questo pensiero vada ricercato “il valore dell’eredità del Pasolini poeta”?

La sconfitta e non la vittoria è il valore per antonomasia in un’epoca di superficiali e continui, insolubili conflitti. C’è un film nel quale Totò, attore amato da Pasolini, pronuncia una battuta: “Oggi per far colpo bisogna essere futili. Fatti futilizzare!”. Il film è del 1949, ma quell’esortazione sembra essere contemporanea, e soprattutto sembra contenere tutto quanto contro cui Pasolini ha lottato nel corso della sua vita: il suo imperativo era “non farti futilizzare”. Non divenire qualcosa di futile, o per dirla pasolinianamente: non ti trasformare in merce. In un momento nel quale i giovani e giovanissimi vengono manipolati e ingannati dai media, che intontiscono con sempre nuove strategie di “futilizzazione”, ecco Pasolini mostra il valore e dimostra con la sua stessa esistenza la forza della sconfitta, dell’essere contro i valori-poteri dominanti, contro la mercificazione di tutto, anche di ciò che dovrebbe essere sacro, puro, non mercificabile. La sconfitta è esattamente il contrario della vittoria a tutti i costi. La vittoria è nel denaro e nella possibilità di acquistare facilmente oggetti dei brand più costosi. Oggi, credo, abbiamo veramente bisogno di resilienza e di capacità di accogliere la sconfitta come monito alla felicità e alla verità. La lettura dei testi in poesia di Pasolini è un’esperienza, un esercizio spirituale, una prova di intelligenza e di cuore: chi ha scoperto, come me a 16 anni, le poesie delle sillogi Poesia in forma di rosa o Trasumanr e organizzar ha cambiato il punto di vista sul mondo, sulla vita, sull’amore. La poesia di Pasolini consente di cambiare prospettiva su noi stessi e scoprire la sconfitta come valore.
Michele Bordoni, Simone Burratti, Riccardo Canaletti, Mariapia
Crisafulli, Riccardo Delfino, Claudia Di Palma, Giorgio Ghiotti, Federica Gullotta, Gianluca Michelli, Antonio Francesco Perozzi, Antonio Perrone, Sacha Piersanti, Eleonora Rimolo, Mara Sabia, Daniele Sannipoli, Mattia Tarantino, Rudy Toffanetti, Sonia Ziccardi.: “giovani poeti”.
Qual è il lascito pasoliniano che li accomuna?

I 18 poeti selezionati per il volume hanno consentito, grazie alle risposte alle domande, di comprendere innanzitutto la complessità e la varietà degli approcci di lettura e di interpretazione dell’Opera pasoliniana. In tale direzione è evidente ciò che differenzia l’esperienza con il testo e con la creatività di Pasolini: ognuno di loro, come in un puzzle di molti pezzi e molto variopinto, ha posto esattamente nell’esatta collocazione una tessera. Lascio a critici ma anche ai lettori comuni la possibilità di disegnare un itinerario di coincidenze e di elementi comuni. A me preme, invece, evidenziare che i 18 poeti hanno tutti segnato un elemento peculiare del cosmo pasoliniano, esibendo, fra l’altro la sua intelligenza costante, anche nel contraddirsi. Nel costruire un’estetica e un’etica della contraddizione.
La poesia di Pasolini è permeata di mesta malinconia; è l’effige di una realtà che instancabilmente cambia, peggiorando.
Ritiene corretto che sia stata l’ultima prova di poesia civile italiana?

Forse non proprio l’ultima, come alcuni dei poeti coinvolti nel volume dimostrano, penso per citarne solo due a Eleonora Rimolo e a Antonio Francesco Perozzi.
È poesia civile quella di Pasolini perché poesia di civiltà: tanto della civiltà occidentale quanto della tradizione millenaria dell’Occidente greco-latino, cristiano e medievale, razionale e illuminista, poi marxiano, infine gramsciano. La poesia di Pier Paolo Pasolini quanto più è espressione di sé, del proprio e singolare male di vivere, sentimento di uno stare al mondo essendo innamorato della realtà al punto di morire per quest’amore, tanto più espone e si espone a divenire poesia civile. Si accolga così come lo formulo il paradosso e lo si metta alla prova della scoperta dei testi in poesia di Pasolini.
Mi tornano alla mente i celeberrimi versi su Roma, emblema dell’odi et amo, che Pasolini dedica all’urbe, dopo essere stato accolto, in fuga da Casarsa per i fatti di Ramuscello, dalle Ceneri di Gramsci:
«Stupenda e misera città, /che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci /gli uomini imparano bambini, le piccole cose in cui la grandezza /della vita in pace si scopre, come /andare duri e pronti nella ressa delle strade, rivolgersi a un altro uomo /senza tremare, non vergognarsi /di guardare il denaro contato con pigre dita dal fattorino /che suda contro le facciate in corsa /in un colore eterno d’estate; a difendermi, a offendere, ad avere /il mondo davanti agli occhi e non /soltanto in cuore, a capire che pochi conoscono le passioni /in cui io sono vissuto: /che non mi sono fraterni, eppure sono fratelli proprio nell’avere /passioni di uomini /che allegri, inconsci, interi vivono di esperienze /ignote a me. Stupenda e misera /città che mi hai fatto fare esperienza di quella vita /ignota: fino a farmi scoprire /ciò che, in ognuno, era il mondo.»
Professore, Pasolini è stato scrittore, regista, sceneggiatore, attore e drammaturgo. Si riesce a scorgere un tratto comune tra i differenti linguaggi adottati?
Sono molti i tratti comuni, in primis la categoria del poetico. Pasolini è poetico sempre, qualsivoglia opera tenti di creare: essere poetico sempre significa dimostrare la propria fragilità, la paura, la solitudine, gli amori e i fastidi, soprattutto, lo ripeto, un vero e proprio incantamento per la realtà, non così come brutalmente appare, ma come il Poeta delle Ceneri la percepisce, la sente, filtrata da una passione incontenibile e da un’ideologia così personale, da non poter essere esportata o utilizzata direttamente in alcun ambito, né politico, né sociale, certamente non in poesia o in arte, da nessun altro. In secundis, il desiderio di erotizzare l’esistenza, in qualsivoglia manifestazione o forma di scrittura. Erotizzare l’esistenza significa provare fino in fondo l’esuberanza dei sensi nel dono di sé, fino alla consunzione, alla morte. Una condizione interata senza sosta, senza reticenze o timori, senza falsi pudori, che si estenua in una autoesposizione senza protezione o scudo. Tutto diventa problematico e difficilmente contenibile, afferrabile, definibile quando i corpi e il corpo entrano nel conflitto dell’erotizzazione col potere, necessario rivedere le sequenze filmiche di Salò o le cento giornate di Sodoma. L’erotizzazione della realtà è il tentativo di far divenire nella realtà quotidiana, in ogni manifestazione della realtà, il corpo fisico, i corpi nella loro fisicità, una prova della metafisica. Oltre ogni giudizio morale o speculazione intellettuale.
«Nello sviluppo del mio individuo, della diversità, sono stato precocissimo; e non mi è successo, come a Gide, di gridare d’un tratto ‘Sono diverso dagli altri’ con angoscia inaspettata; io l’ho sempre saputo» così Pasolini.

Angelo Favaro
È professore incaricato di Letteratura italiana, presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, e insegna come docente a tempo indeterminato nei licei. Ha curato il numero unico monografico, dedicato a Moravia oggi, della rivista internazionale di studi «Mosaico». Ha curato inoltre il volume Alberto Moravia e gli amici (Sinestesie, Avellino 2011), e i quattro volumi di atti delle rispettive edizioni di convegni internazionali dedicati a Alberto Moravia e La ciociara.
Da ultimo Moravia, Pasolini e il conformismo (Sinestesie, Avellino 2018). Per il volume Letteratura de Il contributo italiano alla storia del pensiero (Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2018) ha scritto il saggio su Alberto Moravia. Si occupa e ha pubblicato lavori di letteratura teatrale, comparatistica letteraria, studi inerenti alla mediterraneità europea. Ha studiato regia teatrale e lavorato nel campo, anche scrivendo per le scene. Ha partecipato su invito e partecipa a convegni internazionali. Ha studiato e ha pubblicato contributi sull’opera di Dante, Foscolo, De Sanctis, Carducci, D’Annunzio, Pirandello, Pasolini, Sanguineti, Tondelli, Luzi, Giudici. Per l’Edizione Nazionale dell’Opera Omnia di Pirandello sta lavorando al volume sul mito religioso Lazzaro. È membro dell’ADI, della SEI, fa parte del Comitato Scientifico della Fondazione Ippolito e Stanislao Nievo, e della Fondazione Carlo Gesualdo; è nel Comitato Scientifico della Rivista Internazionale di Studi «Sinestesie». Suoi saggi compaiono nei due volumi pasoliniani a cura di Maura Locantore: La sfinge nell’abisso (2021), Io lotto contro tutti (2022). È membro del Comitato Scientifico Internazionale afferente al Comitato Nazionale per il Centenario dalla nascita di Pier Paolo Pasolini del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali.

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