Rock Memories. Scritti ribelli e sincronicità di un giornalista musicale

1970: dal frastuono del Piper al Dark Sound inglese, dal Blues dei neri d’America ai Corrieri Cosmici tedeschi, dai crocevia di ogni follia underground all’energia dirompente del “muro del suono”, alle maschere prog partenopee: ebbene, quale ascendente assume la politica nel panorama del rock che ha osservato?
Ho vissuto e ho osservato, il Rock, da tutte le angolazioni. Prima, da bambino, con gli occhietti sgranati sulle luci della notte al riparo nascosto di una radiolina a transistor, in collegio, il peggio possa capitare a chiunque. Mi salvarono quei suoni di ribellione, contrari alla natura coercitiva dei dogmi di santa madre chiesa. Erano i Beatles, gli Yarbirds e i Troggs. La politica non c’entrava. Era solo il respiro di una nuova generazione che non voleva subire. Quando sei o sette anni dopo mi resi conto che quello che sognavo era la Libertà, il Rock assunse per me ancora di più il suo carattere di reazione al sistema. Non era politica. Era vitale per noi correre a perdifiato in ogni direzione e senza una ragione apparente. La politica, soprattutto in Italia, ha invece poi letteralmente frantumato le capacità di coesione delle fasce giovanili che volevano emergere e lottare – anche nelle piazze – ma pacificamente. Gli scontri ai concerti hanno chiuso la stagione dei fiori e dei sogni di un mondo migliore.
La nascita del rock costituisce la contraddizione del rock stesso, considerando che la sua alba e la sua vita sono inserite entro la cultura di massa e l’industria culturale. Qual è, oggi, la funzione ed il messaggio del rock, valutando il fatto che esso sia stato sicuramente partorito da una società capitalistica nella prima fase del consumismo?
Non concordo nella premessa, secondo la quale il Rock nascerebbe e vivrebbe in funzione della cultura di massa. No. Il Rock, quello vero, è “controcultura”, è la visione a distanza di cervelli che non si sono corrotti e fatti corrompere. Inoltre, sul piano dei suoi contenuti essenziali, il Rock affonda le sue radici nel Blues dei Neri Americani e nella controcultura dei poeti e scrittori Beat, da Corso a Ferlinghetti, da Kerouac a Ginsberg, che dal Be-Bop jazzistico hanno ripreso il senso della fuoriuscita dalle regole. Alla seconda parte della domanda, rispondo con quanto ebbi modo di scrivere nel ’76 sul settimanale Nuovo Sound: “il movimento, perde i suoi connotati spontaneisti, anticapitalisti e sabotatori della società bianca, nel momento in cui subisce l’ennesima infiltrazione da parte del sistema. Il suono diviene funk – cioè ritmico e calcolato – svilisce la sua preziosa socialità: gli si opporrà negli anni ‘60 il free per dare definitiva liberazione all’essenza negra, ma nello stesso tempo i bianchi partoriranno il rock – una parola come cultura come uso di droghe come significato politico – che musicalmente è di stretta derivazione Soul e Rhythm & Blues”.
Le interviste a David Bowie a New York ed in Italia ai Gentle Giant, ad Emerson Lake & Palmer ed ai Colosseum. Oggi, si assiste al resistere d’una fruizione della musica rock principalmente da parte di chi venerava certuni artisti all’incirca venti o trenta anni fa e che, attualmente, si conforma al rito ed interviene ai medesimi concerti, sotto l’egida, chissà, della percezione di qualche cosa di scomparso ed unico. Quanto gioca la nostalgia?
Per chi ami veramente il Rock la nostalgia non esiste. Sono solito ricordare l’incipit “Ma l’amore mio non muore” e di questo sentimento bisogna nutrirsi per non trasformare il “messaggio” in una qualsivoglia imposizione di pensiero. La sede di un concerto, dei Sigur Ros o dei Rammstein resta anche oggi un catino ribollente di energia, che gli artisti incanalano verso determinate direzioni. Tali energie possono essere dirompenti sia interiormente sia esteriormente, ovvero fanno toccare con mano le linee vitale che, vedasi la Kundalini, si collocano al centro e lungo tutto il nostro essere e ne scaturisce una sensazione estatica, di elevazione e di trascendenza. Il contatto con l’elemento fisico, lo stravolgimento di ogni istante in cui il suono diventa la muraglia da scalare insieme a tanti altri individui esiste nel qui e ora. Quindi si vive nel Presente.
Ciao 2001 negli anni 1970-1974. Fra i protagonisti del suo viaggio Black Sabbath, Joe Cocker, The Doors, Frank Zappa, Miles Davis, Santana. Osanna, Franco Battiato.
Il nichilismo, lo smarrimento, il senso di vuoto incolmabile, serpeggia tra le sue pagine. Il rock come illusione?

Chiedo scusa per la risposta brevilinea: che è NO. Ma ricordo una notte al Peppermint Lounge di New York, un locale epico di cui parlerò nel secondo volume. Ero in assai giù di morale, senza soldi e solo, con una prima moglie che aveva deciso di lasciarmi e tornare in Italia. Seduto su divanetto, un bicchiere di tequila agli sgoccioli. Mi si avvicina un tizio allampanato e vestito di nero che con forte accento francese e un mezzo sorriso mi fa: “Nichilista o alcolista?” e mi misi a ridere e lui mi offrì un’altra tequila e mi disse che era un pittore della Factory di Andy Warhol. Cosa si può volere di più dalla vita?
Rievocando Reynolds e riferendosi al vivere inserendo la marcia della “retromania”, pensa che il ruolo “filosofico” del rock possa passare ad altri testimoni quanto a generi musicali?
L’ossessione per il passato significa paura del vivere oggi e non avere un domani, ma è vero che il passaggio del testimone è importante, se considerato a mo’ di staffetta 4×100. Invece il Rock è vivo proprio perché il testimone lo perde a ogni pié sospinto, per la sua caducità, per la sua profonda e fragile rappresentazione dell’animo umano che deve affrontare ogni giorno una realtà peggiore del giorno prima. Negli anni 80 post punk si inneggiava alla “lobotomia dei teenagers” come unica soluzione al loro trascinarsi verso la barbarie dell’imborghesimento. Se prendiamo i gruppi di oggi dobbiamo chiederci: dove hanno provato? In uno scantinato, un garage, chi gli ha dato i soldi per acquistare gli strumenti e l’amplificazione? Hanno messo i pannelli fonoassorbenti per non disturbare il vicinato? Hanno chiesto il permesso ai vigili urbani? Della “filosofia” degli anni 60 e primi 70, fino a Woodstock hanno capito qualcosa? La mia risposta è sì. E chi glielo ha spiegato? Nessuno. Lo sentono dentro di sé cosa è SUONARE e GRIDARE. Poi per fare ARTE c’è sempre tempo.

Maurizio Baiata scrive di sé
giornalista, saggista, documentarista, ho vissuto di Musica e di Mistero. Nel 1970 uscì il mio primo articolo sul settimanale “Ciao 2001” e da allora, per un decennio, ho collaborato con “Nuovo Sound”, “Best”, “Muzak”, “Gong”, “Stereoplay”, un percorso culminato alla direzione della prima edizione italiana di “Rolling Stone”. Dal 1972 ho condotto programmi radiofonici RAI quali “Atmosfere 2000”, “Spazio X”, “Un Passo Avanti”, “Combinazione Suono” e “Un certo Discorso”, cui sono seguite negli anni ’80 le corrispondenze da New York, per tornare alla carta stampata, come capo redattore cultura del quotidiano “Il Progresso Italo Americano” sino al 1986. Due, le esperienze in case discografiche: la prima con la RCA Italiana al marketing e promozione, la seconda, rientrato in Italia nel 1987, quale capo ufficio stampa della Virgin Dischi a Roma. Come giornalista e documentarista free lance, mi sono dedicato al campo investigativo e dei misteri (soprattutto UFO), dirigendo riviste, curando opere enciclopediche per la Fabbri e la Curcio e, nel 2002, la mostra multimediale “Mysteria – Viaggio ai Confini della Realtà” a Roma. Nel 2009, nuova importante parentesi americana, a Phoenix, Arizona, alla direzione del bimestrale “Open Minds” sino al 2011, poi al rientro in Italia, ho dato forma ai miei ricordi fra “dischi e dischi volanti” nel saggio “Gli Alieni Mi Hanno Salvato la Vita”. Ho poi curato le edizioni del best seller di Michael Wolf “The Catchers of Heaven – I Guardiani del Cielo” (Verdechiaro) e di “Roswell Il Giorno Dopo” del col. Philip Corso e la versione in inglese del film-documentario di Franco Battiato “Attraversando il Bardo – Sguardi sull’Aldilà” (Bompiani). Dal 2016 a oggi, sono stato direttore artistico del negozio “Welcome to the Jungle Record Store” a Roma, ho scritto per il mensile “Classic Rock” e il bimestrale “Vinile” e sono stato al microfono del programma “Classic Rock On Air” con Renato Marengo. Due, i fiori all’occhiello nel management musicale: lo “Spirituality Tour” di Juri Camisasca e Rosario Di Bella e l’album “Endo” del gruppo etno-ambient Nuclearte. Nel Luglio 2022 esce “Rock Memories – Scritti Ribelli e Sincronicità di un giornalista musicale”, primo di due volumi (Edizioni Verdechiaro), con copertina di Pablo Ayo e prefazioni di Susanna Schimperna e Renato Marengo. Un lungo cammino, dai primi anni Settanta ai giorni nostri, attraverso territori emozionali, musiche liriche e magiche, ruggenti e iconoclaste, poetiche e oscure, testimonianze di epoche diverse, di incroci e contaminazioni, di opere ed esperienze che restano nel tempo. Dai dischi ai dischi volanti… una vita trascorsa su questi due versanti della passione e della ricerca, sempre cercando di esprimersi sulla base di un principio fondamentale dell’informazione: la libertà si conquista in primis lottando contro l’ignoranza e l’arroganza del potere.

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