La famiglia «spezzata». La crisi dell’oikos nella tragedia di Euripide

La famiglia «spezzata»: perché i legami familiari, così come intesi da Euripide, sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare ed attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?
I legami familiari risultano elemento imprescindibile, profondamente connesso all’idea della sopravvivenza alla morte, per così dire: tramite la famiglia e la sopravvivenza dei suoi culti, l’uomo greco perpetua il ricordo di sé e di tutto ciò che è stato prima di lui. Quando la sopravvivenza della famiglia e della propria discendenza risultano minacciate, si accendono, pertanto, paure ancestrali. Tutto ciò che mette a repentaglio la sopravvivenza del nucleo familiare rappresenta, così, la minaccia dell’oblio, della perdita permanente del vissuto personale di intere generazioni di uomini.
Più prosaicamente, però, il tutto si riconduce, al contempo, a un più razionale timore per la perdita e la dissipazione di un patrimonio familiare, il kleros, che agli ierà, componente religioso-sacrale, risulta intrinsecamente congiunto.

“Alcesti” ed un unico quesito: spettava o no ad Admeto accettare il sacrificio della moglie? Quali sono le innovative istanze culturali sottese a questo interrogativo?
Personalmente, ritengo che l’accettazione del sacrificio di Alcesti rappresenti un messaggio apparentemente e amaramente conforme al processo di cancellazione che subiva la figura femminile ad Atene: doveva risultare evidente, al di là di qualsivoglia finzione letteraria, come una donna dovesse, purtroppo, risultare perfettamente sostituibile, secondo la logica patriarcale ateniese. Pertanto, le parole di Alcesti, che si contrappongono alle deboli e retoriche ricusazioni di Admeto, rappresentano uno specchio più o meno fedele al pensiero comune.
Non escludo però che, per contrasto, Euripide intendesse altresì suscitare una reazione emotiva nel suo pubblico, invitato a riflettere sulla concreta rilevanza dell’elemento femminile nella quotidianità della famiglia ateniese classica, importanza, questa, misconosciuta dal diritto e dalla società.

“Fenice”: “Ma avendo commesso io stesso l’errore, non consiglierei mai ad un altro uomo di cedere il potere ai suoi figli prima che l’oscurità si sia abbassata sui suoi occhi, se desidera continuare ad essere onorato da loro”
Non per tutti i padri avere un figlio che sia beneficiario dei propri lasciti costituisce una fortuna?

Euripide ama mettere in crisi e sfidare il buon senso del suo pubblico, portando all’estremo paradosso l’attrito sorto dal contrasto tragico. Egli vuole, in questo modo, dimostrare, quasi da “sofista”, come anche il rapporto forse più sacro, quello tra padre e figlio, possa non essere considerato aprioristicamente una benedizione, quando la mentalità ateniese aborriva tipicamente la sterilità, poiché in grado di condannare un oikos alla tanto temuta estinzione. Non ritengo, però, che Euripide intendesse prendere una posizione netta al riguardo, e nemmeno fosse intenzionato a suggerire delle risposte al suo pubblico: la sua abilità sta, appunto, nel provocare gli spettatori e il loro buon senso fino al paradosso, costringendoli a mettere in discussione anche i più profondi e consolidati capisaldi morali ed etici della società ateniese, lasciando, infine, al pubblico stesso il compito, quanto mai arduo, di costruirsi un’opinione critica, anche qualora ciò significasse rottura con il pensiero comune, in un momento in cui tendevano a sbiadire quei valori tradizionali, all’apparenza certezze monolitiche, che avevano confortato le generazioni precedenti.
“Elettra”: il matricidio è un fatto squisitamente personale. Ebbene, quale differenza può stabilirsi rispetto all’universale concetto eschileo di giustizia in un contesto di relazioni familiari?
La differenza sostanziale, a mio giudizio, potrebbe proprio consistere nel risalto attribuito da Euripide al dramma del singolo. Il tragediografo finisce, così, per risultare ben lontano da quella volontà eschilea di rinviare a categorie universali e a massimi sistemi comuni a un’intera civiltà che, con una certa solennità, intende affermare le proprie categorie valoriali. Si tratta, cionondimeno, di un conflitto parimenti drammatico e puramente tragico. Nel rinfacciare alla madre la slealtà, i tradimenti, il dolore procurato, l’Elettra euripidea riesce a risultare comunque convincente, mai superficiale o insincera. Questa evoluzione del conflitto tragico parrebbe rimandare a un più generale ripiegamento della società greca sull’individualismo, sul dramma del singolo e sulla sua ritrovata centralità, anche a scapito dell’interesse della collettività.
Jacobs rende metafora l’uccisione dei figli, definendo come “Complesso di Medea” il comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra padre e figli a seguito di separazioni conflittuali: in qual misura ritiene che Euripide abbia inferto il colpo mortale all’oikos?
Ritengo che la Medea, con la sua datazione così alta, non rappresenti un colpo già mortale, ma, forse, la prima ferita realmente profonda. Con essa, Euripide squarcia un velo sulla società ateniese, smaschera, con la violenza efferata della sua protagonista, alcuni costrutti sociali apparentemente indiscutibili, come la subordinazione assoluta della componente femminile e l’apparente onnipotenza del kyrios nella gestione dell’oikos, ma, al contempo, rammenta la pericolosità della gestione spensierata della vita familiare all’uomo ateniese, che la subordina spesso alle preoccupazioni per la “cosa pubblica”. Egli ricorda, così, al suo pubblico, come non debba essere sottovalutato quel legame più arcaico e primordiale che è il legame di sangue, un legame connesso a spaventose e incontrollabili: egli, che si trova costretto ad affidare la sorte del proprio patrimonio e discendenza a questo legame, vorrebbe operare su di esso un controllo spasmodico e, forse, vano: più si illude di poter fare ciò che vuole, più rischierà di condannare la propria famiglia alla rovina. Si pensi allora a quegli eroi, come Neottolemo, che “inquinano” la propria discendenza introducendo in casa varie concubine e figli illegittimi, oppure a quelli, come Giasone, che pensano di poter ripudiare una donna e disconoscere i figli di primo letto solo per la sopraggiunta occasione di conseguire una discendenza migliore: tutti costoro si misurano con queste forze troppo più grandi e, per loro, incontrollabili, in grado di portarli alla rovina, se non debitamente considerate.

Luca Bergadano, dottore di ricerca in Scienze archeologiche, storiche e storico-artistiche presso l’Università degli Studi di Torino, si è dedicato, fin dalla sua tesi magistrale, ad approfondire i legami tra il teatro euripideo e la società ateniese della seconda metà del V secolo. Dalla sua tesi di dottorato, egli ha tratto la sua recente monografia intitolata La famiglia ‘spezzata’: La crisi dell’oikos nella tragedia di Euripide. Precedentemente, ha pubblicato per RDE un contributo sullo Ione di Euripide dal titolo: Lo Ione di Euripide tra oikos, polis ed ethnos.

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...