I rifugiati politici nella Grecia antica

“Esule, profugo, rifugiato sono termini affini”. Ebbene, reputa che siano sovrapponibili nella Grecia antica così come nella realtà coeva?

Le parole delle migrazioni, per citare un saggio recente di Raffaella Setti, sono sempre in viaggio. Quella del viaggio è un’immagine efficace, credo, per sottolineare la mobilità del lessico migratorio, ma anche la tendenza alla risemantizzazione delle parole nell’uso dei parlanti, tendenza che da un lato rivela una certa approssimazione nell’uso comune, esito talvolta di scarsa consapevolezza, dall’altro tradisce precise intenzioni dietro alle scelte linguistiche. Sia sufficiente pensare a come in Italia, come conseguenza dei flussi migratori dall’Africa prima, dalla Siria poi, l’uso del termine migrante si sia imposto nel linguaggio comune a discapito di vocaboli tradizionali come emigrato/immigrato, tipici del lessico novecentesco della migrazione. Un destino analogo ha accomunato i termini profugo e rifugiato che sono protagonisti del mio libro: essi si sovrappongono spesso nell’uso comune, ma non si può parlare a rigore di perfetta sinonimia. Profugo, letteralmente “colui che cerca scampo”, è termine dell’italiano antico, di ascendenza latina, risalente al XIII secolo; rifugiato, invece, viene introdotto a seguito della formalizzazione del concetto di «rifugiato» nella Convenzione di Ginevra del 1951, a partire dal francese réfugié, già attestato nell’Editto di Nantes del 1598. Tale operazione di definizione del concetto di rifugiato è alla base del processo di diversificazione dell’uso di questi termini in ambito istituzionale. Una diversificazione importante, tutt’altro che neutra, che deve essere tenuta nella giusta considerazione per definire e riconoscere diritti e prerogative di soggetti da tutelare.
Per ciò che concerne l’antichità greca, occorre precisare che le categorie a cui si deve fare riferimento sono quella dell’esilio e dell’esule (principalmente phygé e phygás, benché gli autori antichi abbiano adoperato talvolta termini diversi, finanche più generici per indicare l’esilio e la condizione giuridica da esso risultante), all’interno del quale lo storico può riconoscere di volta in volta situazioni accostabili alla condizione del moderno rifugiato. Ciò può sembrare un’operazione anacronistica, essendo quello di rifugiato concetto novecentesco, ma l’origine del fenomeno è, in fondo, molto più antica della sua formalizzazione e risale in realtà all’antica Grecia e alla realtà delle libere poleis. Il mondo greco, in effetti, sperimentò situazioni di guerra cronica dovute alle lotte tra poleis, ai conflitti contro nemici esterni o alle sedizioni interne, nel contesto delle quali la lotta tra fazioni opposte si risolse spesso nell’espulsione della parte sconfitta. Benché dunque non esista piena sinonimia fra i termini della migrazione, né si possa sostenere una perfetta sovrapponibilità fra antichi e nuovi rifugiati, è altrettanto vero che è possibile rilevare somiglianze, analogie che rendono l’applicazione del concetto moderno all’antico particolarmente feconda sotto il profilo ermeneutico. Ritengo che il confronto tra situazioni e concetti di epoche diverse sia utile sotto una prospettiva duplice, non solo perché consente di giungere a una migliore comprensione dell’antico, ma anche perché aiuta a riflettere sul nostro tempo e ad illuminarlo di nuovi significati.

Il tema dell’esilio ha toccato la storia greca dall’arcaismo all’età ellenistica-romana. Il reperimento di fonti, Dottoressa Loddo, ha costituito un ostacolo alla sua ricerca?

Chiunque voglia indagare l’esilio nella Grecia antica può dirsi sufficientemente fortunato perché può avvalersi di un buon numero di fonti, che coprono un arco temporale piuttosto continuo. Si tratta di materiale certamente eterogeneo: oltre all’importante contributo offerto dai resoconti storici e dalla documentazione epigrafica bisogna considerare anche i riferimenti che si trovano in altri generi letterari come l’epica, la lirica, l’oratoria o il teatro. Occorre rilevare, tuttavia, una difficoltà non da poco con cui lo storico si deve confrontare quando tenti di ricostruire una storia dei rifugiati nell’antichità greca. Gli antichi hanno dato spazio prevalentemente a quella che potremmo definire la grande storia, intesa come resoconto di eventi concernenti la sfera politico-militare, con il risultato di trascurare nella maggior parte di casi la prospettiva dal basso. Ciò si traduce in un’attenzione marcata alle vicissitudini di quei rifugiati che nel libro definisco celebri, ovvero di personaggi di primo piano della scena politica, le cui vicende personali influirono nelle dinamiche comunitarie e influenzarono in sostanza il corso della storia. Per le stesse ragioni possiamo disporre di buone informazioni sulle attività di gruppi politicizzati di rifugiati, benché molti dettagli sulla loro vita in esilio ci sfuggano. Questi gruppi hanno lasciato una traccia evidente nelle fonti, specie quando adottarono un atteggiamento pugnace, combattivo nei confronti dell’esilio, dando avvio a operazioni di vario genere, spesso discutibili sul piano morale, per tornare in patria. Di contro, disponiamo di pochi dati sulle esperienze individuali dei rifugiati ordinari. Il pregiudizio elitista degli autori antichi, unito alla prospettiva politica di cui si è detto, ha finito per oscurare le storie degli ultimi, rendendo ardua l’impresa di trovare risposte a molti degli interrogativi che li riguardano. Non siamo in grado, ad esempio, di determinare con precisione il numero dei rifugiati; il discorso sulla scelta della destinazione d’esilio è giocoforza parziale, perché costruito su una documentazione limitata, che riflette le strategie di soggetti politicamente attivi; mancano dati certi sull’estrazione sociale dei fuoriusciti, sulle possibilità concrete di promozione sociale, sull’esistenza di sovvenzioni pubbliche e di reti private che potessero alleviare la condizione di chi perdeva, insieme alla cittadinanza, tutto il suo mondo. Ciò che possiamo affermare con sicurezza è che tutti i rifugiati, a prescindere dalla condizione sociale, condividevano il senso di straniamento che l’abbandono della patria suscitava in una realtà come quella della Grecia delle poleis, in cui il cittadino interpretava la sua identità mediante l’appartenenza alla comunità civica.

Oggidì, elevatissima è l’attenzione alle condizioni di vita di chi per i più disparati e disperati motivi lascia la terra natia.
Si possono rintracciare forme antiche di attivismo dei rifugiati nonché forme di organizzazione sociopolitica in esilio?

La sua domanda mi dà modo di precisare che le attitudini dei rifugiati della Grecia antica nei confronti dell’esilio furono piuttosto diversificate. Non è raro leggere di fondazioni di città da parte di fuoriusciti, soprattutto in età arcaica, quando l’avventura coloniale rappresentava un’opzione possibile. Alcuni esuli cercarono forme di integrazione più o meno definitiva nei paesi ospitanti, intravedendo nella condizione di straniero residente o nella naturalizzazione occasioni concrete per ricominciare. Altri fecero propri gli ideali del cosmopolitismo, diffusosi su impulso delle scuole filosofiche cinica e stoica, e rifiutarono l’idea che l’esilio fosse un male assoluto sulla base della considerazione che era possibile allargare i confini della polis al mondo intero. È noto, a questo proposito, il motto di Diogene di Sinope che, a chi gli chiedeva di dove fosse originario, rispose di essere un cittadino del mondo. Nondimeno, l’orientamento prevalente era di considerare l’allontanamento dalla città d’origine, forzato o indotto che fosse, una fase transitoria dell’esistenza, in attesa della tanto agognata kathodos, il rientro in patria. È in questo contesto che possiamo cogliere meglio l’attivismo dei rifugiati, che si esplicò sia a livello culturale e religioso, con l’organizzazione di (e la partecipazione a) festival religiosi ed eventi sportivi e culturali di carattere panellenico, sia sul piano politico e militare. In generale, si può affermare che la tendenza era quella di riprodurre anche in esilio il modello poleico, imitando le istituzioni e le pratiche civiche che meglio si conoscevano. In questa scelta è facile riconoscere ragioni culturali e considerazioni di ordine pratico, che inducevano a ricorrere a ciò con cui si aveva una maggiore familiarità. Un esempio calzante è costituito dalle assemblee e dal meccanismo della deliberazione collettiva, che accomuna cittadini di pieno diritto e rifugiati. È degno di nota, in questo senso, che, laddove è possibile operare un confronto, le decisioni formali degli esuli si ispirano e riproducono lessico e formule tipiche della deliberazione delle città greche. Addirittura, esistono casi non sparuti in cui comunità di rifugiati, per lo più oppositori e dissidenti politici, si costituirono come demos (popolo) in esilio, un modo insieme per legittimare la propria posizione e disconoscere l’autorità del governo in carica in patria. Merita un cenno anche l’intensa attività diplomatica dei rifugiati, che si realizzò con l’invio di vere e proprie delegazioni presso le città alleate o le grandi potenze dell’epoca, con l’obiettivo di ottenere aiuto o di vedere riconosciute le proprie istanze a livello internazionale. La guerra, infine. Il ricorso all’attività militare da parte dei fuoriusciti fu a tal punto frequente da suscitare un dibattito, di cui le fonti antiche conservano alcune voci, sulla (il)liceità di muovere guerra contro i concittadini e sulla condotta che l’esule doveva tenere nei confronti della patria durante l’esilio. Le azioni militari riconducibili agli esuli comprendevano azioni di disturbo, saccheggi e devastazioni del territorio della madrepatria, portate con lo scopo di persuadere gli antichi nemici a decretare il richiamo formale degli esuli, ma anche spedizioni militari vere e proprie, che prevedevano l’arruolamento di truppe mercenarie e il supporto di potenze straniere, per rovesciare i governi in carica e sovvertire l’ordine costituito. Gli esuli che volessero far ritorno in patria necessitavano di un provvedimento formale che autorizzasse il loro rientro.

Quali erano gli strumenti formali con cui si autorizzava il rientro degli esuli?

Le città greche prestarono grande attenzione alla regolamentazione del rientro in patria, elemento questo che spiega la diversificazione degli strumenti formali elaborati. La principale distinzione concerne provvedimenti ad personam e misure a vantaggio di gruppi. Nel primo caso si parla di condono (adeia), un provvedimento che sospendeva gli effetti di una sentenza giudiziaria e la conseguente applicazione della pena, consentendo al beneficiario di fare ritorno in patria in sicurezza e di sottrarsi al pericolo di arresto sommario. Nel caso di gruppi si deve parlare piuttosto di amnistia. È degno di nota che il greco antico non impiegò un termine tecnico per indicare l’amnistia fino alla piena età ellenistica, ma si servì di una perifrasi evocativa di una precisa esperienza storica: il me mnesikakein (l’impegno a non ricordare il male subito) che vide la sua applicazione più nota ad Atene negli accordi di riconciliazione del 403 a.C. L’amnistia rappresentò un importante strumento politico per superare momenti di grave crisi per la comunità civica e ritrovare la concordia, normalizzando i rapporti fra i cittadini. In particolare, fu lo strumento a cui si ricorreva per ricomporre il conflitto civico, la stasis o guerra civile che lacerò a lungo le poleis. L’amnistia implicava la rinuncia dello stato a perseguire in giudizio gli individui destinatari del provvedimento amnistiale e ad applicare le pene previamente comminate. Desistere da qualsiasi forma di ritorsione nei confronti degli esuli rappresentava la condizione necessaria per ottenere una riconciliazione duratura.

Demarato, Alcibiade, Temistocle, Diagora di Melo sono “i rifugiati celebri” la cui vicenda è oggetto dei suoi studi.
Si possono rilevare dinamiche ricorrenti e tattiche di condotta che essi condividono con i “rifugiati ordinari?”

Credo sia possibile individuare diverse analogie tra le esperienze dei personaggi storici che ho definito “rifugiati celebri” e i rifugiati comuni. Con ciò non intendo dire che le vicende di personaggi di spicco della scena politica ateniese come Temistocle o Alcibiade vadano considerate come paradigmatiche; piuttosto esse sono rappresentative di attitudini e di strategie di comportamento che sono riconoscibili anche nelle vicende collettive. Si tratta di percorsi analoghi che prevedono l’abbandono della città di origine, l’individuazione di un luogo alternativo in cui insediarsi, la ricerca della sicurezza materiale e psicologica, l’affidarsi a questo scopo a familiari, amici, ma anche a un network esteso di conoscenze al di fuori della patria, il tentativo di reinventarsi nel nuovo contesto. Non è fuori luogo supporre che le esperienze siano state simili anche sotto il profilo emotivo, benché le testimonianze antiche su questo tema siano limitate: i timori e le aspettative per un futuro che appariva incerto saranno stati ragionevolmente analoghi, propri com’erano della condizione di rifugiato, così come il senso di straniamento che lo sradicamento dal paese di origine generava. È anche vero però che in questo discorso le diseguaglianze materiali devono aver giocato un ruolo importante, un aspetto su cui i resoconti antichi si soffermano solo occasionalmente. È da questo punto di vista probabilmente che le differenze fra rifugiati di alto profilo e rifugiati ordinari si fanno più marcate.

Laura Loddo è ricercatrice presso l’Università degli Studi di Cagliari, dove insegna Storia della storiografia greca ed Epigrafia greca. I suoi interessi includono la storia politico-istituzionale, specie d’età arcaica e classica, il diritto attico, la legislazione antica, la cittadinanza e l’esilio politico. Tra le sue pubblicazioni Solone demotikotatos. Il legislatore e il politico nella cultura democratica ateniese, LED, Milano 2018 e Political Refugees in the Ancient Greek World. Literary, Historical and Philosophical Essays, Presses Universitaires du Midi, Toulouse 2020.

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