Tuscia in Pasolini: studio onnicomprensivo di un rapporto articolato

In Pier Paolo Pasolini la Tuscia viterbese è stata molto più di un banale inciso: perché la terra intorno alla Città dei Papi lo ha interessato tanto da demarcare le opere, il pensiero e la sua stessa biografia?
Parlare di Tuscia, in Pasolini, significa far riferimento a un esempio concreto di terra non ancora devastata dall’universo orrendo del consumismo e dall’industrializzazione. Nel nostro territorio lo scrittore ritrovava quel passato arcaico mosso dai “tempi lenti del vivere” che ormai, negli anni ’70, era difficile rintracciare altrove.
Le battaglie combattute in favore della Tuscia dal giornalista corsaro poggiano le fondamenta proprio su questo aspetto: per difendere questa arcaicità dall’estendersi dell’industrializzazione, Pier Paolo si impegnò in prima persona, prima a Chia e poi con l’Università della Tuscia.
Le riflessioni apparse negli ultimi anni di vita sono strettamente legate a queste dinamiche: la Tuscia è spesso il punto di partenza, o di arrivo, di denunce a carattere nazionale; e questa influenza nel pensiero, come dicevo, ha riflessi immediati sia sulla sua opera (letteraria e cinematografica) che sulla sua stessa biografia.

Lei ha dichiarato: “Il primo rapporto tra la Tuscia e Pasolini si ebbe nel 1963/64, periodo in cui il poeta scoprì le meraviglie intorno alla Torre di Chia, torre che riuscì ad acquistare solo nel 1970”
Quali sono le ragioni sottese alla completa dimenticanza del rapporto tra la Tuscia e Pasolini?

Accade spesso che le questioni di vita personale abbiano riflessi sull’apprezzamento di una persona anche sotto altri punti di vista. Pasolini ha pagato forse un po’ questo: soprattutto negli anni immediatamente successivi alla sua morte, per via delle complesse situazioni che lo hanno portato alla ribalta della stampa nazionale e internazionale, la tendenza è stata quella di “lasciarlo andare”, dimenticarlo. Ovviamente non parlo del mondo accademico, che ha sempre compreso la complessità e validità del suo pensiero.
Ora, comunque, reputo i tempi maturi per una riscoperta su larga scala: si è iniziato finalmente a sovrapporre l’opera alla persona, e il centenario della sua nascita ha rivestito, in questa svolta, un ruolo decisivo.

Il saggio, con molta evidenza, è stato sviluppato con una considerevole silloge di fonti locali e nazionali. Quali ostacoli ha incontrato nel ricostruire la vicenda di “un rapporto articolato”?
Lo studio “onnicomprensivo” (che non è onnicomprensivo per i risultati finali, ma per l’atteggiamento tenuto in fase di ricerca) ha voluto fin da subito riuscire a recuperare tante più fonti quante possibile. Ciò perché, parlando di un rapporto tra uno scrittore e un territorio, non era opportuno tralasciare ciò che è entrato nella “leggenda” dello scrittore nel territorio viterbese, apparso pertanto in testi redatti da penne di ogni tipo, anche “minori”.
La difficoltà, comunque, è stata il riuscire a trovare manoscritti originali riferiti al viterbese nel ricchissimo Archivio Vieusseux di Firenze: eccezion fatta per alcuni suggerimenti di Graziella Chiarcossi (nipote di Pasolini), ho dovuto muovermi tra le carte in maniera sistematica e talvolta esasperante, scandagliando pagina per pagina tutte le risorse a disposizione nel Fondo Pasolini, per rintracciare ogni minimo collegamento alla Tuscia.

Moltissime sono le opere che Pasolini realizzò tra le mura della sua dimora medievale: la Torre di Chia. Reputa che Pasolini nelle sue molteplici esperienze artistiche abbia puntato all’incantesimo, al mistero, alla fascinazione, alla malìa? Qual è la chiave d’accesso per discriminare i suoi intenti comunicativi?
Parlare degli intenti comunicativi di Pasolini e cercare di discriminarli non è lavoro per cervelli umani. Sicuramente era un grande amante della dialettica ad effetto: un’arte maneggiata a meraviglia che riportava in tutte le sue opere, fino ad arrivare ad ammettere egli stesso di voler “scandalizzare” attraverso Petrolio.
Forse è un azzardo, ma oserei dire che le sensazioni cui mirava come fine ultimo l’artista, in particolare con i suoi film, riguardava l’area del “sacro”. Se vogliamo parlare, dunque, di incantesimo, mistero, fascinazione e malìa, dobbiamo secondo me cominciare ad analizzarlo da questo punto di vista. Nonostante fosse dichiaratamente ateo.

Per tornare, infine, alla chiave di accesso: credo fermamente che una chiave di accesso univoca non esista.
Può offrirci un ricordo personale aderente alle ragioni che l’hanno indotta allo studio ed all’approfondimento dell’opera pasoliniana?
Nei miei primi lavori da giornalista mi sono avvicinato con forza a ciò che riguardava la Tuscia e le sue “perle” storico-naturalistiche. Poiché ciò è avvenuto in concomitanza ai miei studi letterari, che ho seguito con passione e coinvolgimento, l’interesse alla questione è nato da sé. Le Cascate di Chia e la Torre, con la valle che giunge fino alla Piramide Etrusca di Bomarzo, hanno suscitato perciò in me una curiosità che non ha trovato corrispondenza in alcuna opera edita. Solo Silvio Cappelli, attraverso un suo breve saggio, aveva toccato il tema. Ma mi ero accorto di come non esistesse una vera e propria opera completa in merito al rapporto, nonostante di eventi e articoli a riguardo ce ne fossero tantissimi. Ho pensato, quindi: perché non raccogliere tutta questa conoscenza, darle una struttura e metterla ordinatamente a disposizione di tutti?

Simone Chiani
È laureato in filologia moderna. Lavora come insegnante di lettere, progettista europeo e giornalista. È autore di tre libri: Impronte con l’editore Ensemble, Evasione con l’editore Sette Città e, sempre con l’editore viterbese, ha pubblicato il saggio Tuscia in Pasolini. Innamorato della Tuscia, la sua terra, ha contribuito in forma volontaria alla sua divulgazione attraverso progetti web-social e mostre fotografiche.

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