Lessico essenziale – Introduzione a Pasolini in 33 voci

Pasolini dichiarò: “I racconti di Canterbury sono stati scritti quarant’anni dopo il Decameron ma i rapporti tra realismo e dimensione fantastica sono gli stessi, solo Chaucer era più grossolano di Boccaccio; d’altra parte era più moderno, poiché in Inghilterra esisteva già una borghesia, come più tardi nella Spagna di Cervantes. Cioè esiste già una contraddizione: da un lato l’aspetto epico con gli eroi grossolani e pieni di vitalità del Medioevo, dall’altro l’ironia e l’autoironia, fenomeni essenzialmente borghesi e segni di cattiva coscienza”
Può commentare tale asserzione alla luce dei suoi studi?

L’intera “Trilogia della vita” nasce come critica impietosa del presente, un presente che a Pasolini non piace affatto, che è figlio della mutazione antropologica avvenuta in Italia nell’arco di un quindicennio, e che ha prodotto l’omologazione nei bisogni e il genocidio di tutte le forme di vita minore. Il Medioevo dei “Racconti di Canterbury, ma la stessa cosa potrebbe dirsi per “Il Decameron” e per “Il fiore delle Mille e una notte”, costituisce agli occhi di Pasolini il miglior esempio di un’epoca nella quale a definire la condizione umana erano ancora parole come spontaneità, vitalismo, verità, autenticità, le quali appaiono invece svuotate di significato, quasi incomprensibili, all’interno della società del neocapitalismo. Tuttavia, nei “Racconti di Canterbury” due elementi colpiscono lo spettatore: il tema della morte, rispetto al “Decameron”, si fa più marcato, mentre quello erotico perde parte della sua solarità mediterranea (primo elemento); inoltre, già compare la critica nei confronti di una borghesia (secondo elemento) che, in quanto trionfante in Inghilterra, esibisce già tutto il suo marciume morale, il suo ridurre l’esistenza all’accumulo di denaro e alla crapula. Da ciò trae origine la contraddizione di cui parlavi nella domanda.
L’immaginario letterario e l’attività giornalistica di Paolini nella sua produzione cinematografica.
Ha ritrovato segni, rimandi, riverberi?

La ragione di fondo che spinge Pasolini a passare dai racconti e dai romanzi romani al cinema, nonostante il grande successo di “Ragazzi di vita” e di “Una vita violenta”, va ricercata nell’esigenza, per lui fortissima, di rinvenire un linguaggio che non “evochi” la realtà, ma che la “riproduca”. Insomma, a partire da un certo punto, lui intende far parlare la realtà attraverso la realtà stessa. Ciò a cui, però, Pasolini non vuole rinunciare, al di là del linguaggio impiegato e impiegabile, è l’osservazione dell’esistente e, in particolare, dello spazio e degli uomini che abitano suddetto spazio. Ora, a partire grosso modo dalla metà degli anni Sessanta, Pasolini si rende conto che il patto organico, che per secoli ha legato lo spazio e gli uomini (si pensi, a titolo d’esempio, al Friuli contadino), si spezza, a causa dell’avanzare della modernità capitalistica. Quali sono le conseguenze del neocapitalismo sia a livello di forma dell’ambiente naturale e cittadino sia a livello di mentalità, immaginario, psicologia, gusti, desideri degli uomini? Dinanzi a questo processo irreversibile, di cui Pasolini è testimone critico, possono mutare i sentimenti provati – che passano in lui dallo smarrimento alla disperazione – ma non cambia il suo sforzo tenace di offrire una risposta a tali interrogativi. Insomma, l’oggetto di riflessione è lo stesso, e senza soluzione di continuità scivola da un ambito artistico ed espressivo all’altro.
Attaccato e finanche osteggiato da tanti nel corso della sua vita, Pier Paolo Pasolini ha conosciuto post mortem una rivalutazione capillare.
E’ da reputarsi un’icona pop?

All’interno dei manuali scolastici dell’ultimo anno della scuola secondaria superiore, lo spazio dedicato a Pasolini oramai eguaglia quello riservato ai suoi “fratelli” Calvino e Gadda. I giovani – ne ho avuto conferma al recente Festival “un giorno d’autunno” (Siena 7-24 novembre) – riempiono le sale nelle quali vengono proiettati i suoi film. Non pochi di loro mi confessano che la lettura degli “Scritti corsari” ha costituito una cesura, ha diviso la loro esistenza in un prima e in un dopo. E allora rispondo di sì alla tua domanda, ti dico che l’artista bolognese è anche un’icona pop, se concentriamo la nostra attenzione su due aspetti che tale definizione racchiude, cioè la visibilità e il carattere esemplare di Pasolini come “parresiaste”, come chi intrattiene con la verità un rapporto etico e non ideologico, assoluto e non relativo o strumentale.
Dalla A di “Accattone” alla Z di “Zigaina Giuseppe”: 33 voci per introdurre Pasolini.
Qual è la “voce” che meglio esprime l’essenza pasoliniana?

È difficilissimo rispondere a questa domanda. Se costretto a scegliere, però, una voce, forse direi “solitudine”. Quest’ultima è stata la cifra stessa dell’intera esistenza di Pasolini (precoce conseguenza della sua diversità sessuale), ora percepita come inebriante ed esaltante, come lo fu anche per l’amato Rimbaud, garanzia di libertà e indipendenza di pensiero, ora sentita come atroce e disperata, perché testimone incontrovertibile del solco che si è aperto con gli altri, anche con le persone che si sono amate di più e che ci hanno amato di più.
Storia personale e storia professionale serrate in intimo connubio. Riflettendo, in particolare, su Salò, reputa che Pasolini abbia plasmato la sua intera produzione a propria immagine e somiglianza?
No. Di sicuro si può parlare – e Carla Benedetti lo ha fatto benissimo nel suo “Pasolini contro Calvino” – di una radicale impurità estetica: l’artista Pasolini in carne ed ossa, infatti, è sempre sulla scena, il suo io è un io smodato. Analogamente, si può anche osservare che gli addentellati tra l’opera di Pasolini e la realtà extratestuale sono fortissimi, con la conseguenza che a definire la prima – l’opera – le dichiarazioni, i processi subiti, gli interventi giornalistici non contano meno dei film o delle sceneggiature o dei testi narrativi. Però, a me pare mancare in Pasolini una precisa e cosciente volontà di plasmare a propria somiglianza la sua produzione. Per lui è stato naturale e spontaneo partire da sé (la sua vita, il suo vissuto), come gli era stato naturale e spontaneo avvicinarsi inizialmente ai braccianti friulani e poi ai sottoproletari romani. Non scordiamoci che in ordine di tempo la prima scrittura pasoliniana è quella diaristica dei “Quaderni rossi”: negli anni la finzione accampa i propri diritti, conducendo a opere più liberate fantasticamente dalla biografia, ma quest’ultima non viene mai completamente meno.

Francesco Ricci

Critico letterario e docente, ha pubblicato ‘Il Nulla e la luce. Profili letterari di poeti italiani del Novecento’ (Siena 2002), ‘Amori novecenteschi. Saggi su Cardarelli, Sbarbaro, Pavese, Bertolucci’ (Civitella in Val di Chiana 2011), ‘Anime nude. Finzioni e interpretazioni intorno a 10 poeti del Novecento’, scritto con lo psicologo Silvio Ciappi (Firenze 2011), ‘Un inverno in versi’ (Siena 2012), ‘Da ogni dove e in nessun luogo’ (Siena 2014), ‘Occhi belli di luce’ (Siena 2014), ‘Tre donne. Anna Achmatova, Alda Merini, Antonia Pozzi’ (Siena 2015), ‘Pier Paolo, un figlio, un fratello’ (Siena 2016, Premio Rive Gauche di Firenze 2018), ‘Laggiù nel profondo. Mondo letterario e mondo psicoanalitico in Lehane, McCarthy, Schnitzler, Serrano, Tobino’, scritto con lo psicoanalista Andrea Marzi (Siena 2017), ‘La bella giovinezza. Sillabari per millennials’ (Siena 2017), ‘Prossimi e distanti. Gli adolescenti del terzo millennio’ (Siena 2019), ‘Elsa. Le prigioni delle donne’ (Siena 2019, Premio della Critica al Premio letterario nazionale Città di Grosseto 2020), ‘Storie d’amicizia e di scrittura’ (Siena 2020), ‘Radici’ (atto unico liberamente ispirato a Pier Paolo, un figlio, un fratello, Siena 2022), ‘Lessico essenziale. Introduzione a Pasolini in 33 voci’ (Siena 2022), ‘Madri e fratelli’ (Siena 2022). Inoltre, ha scritto il capitolo dedicato alla letteratura per il volume collettaneo interdisciplinare ‘Il Postmoderno’ (Siena 2015).

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