Amarsi. Seduzione e desiderio nel Rinascimento

Nell’Italia del Quattro e Cinquecento va in scena il gioco della seduzione. Erotismo è innanzi tutto gioco tra chi tenta di ottenere qualcosa e si espone, laddove l’altro si allontana. E’ indubitabile che si invita in tal modo il partner a concedere il suo corpo, ad essere il suo stesso corpo e ad offrirsi, non quale mera ed inconsapevole carne ma in quanto corporeità abitata da un individuo che è libertà.
Quanto deve l’erotismo al senso di curiosità, ossia al fascino sperimentato nei confronti di un corpo che non è il proprio, alla promessa di una coincidenza, interiore ed esteriore, con l’altro?

Nel nostro libro si parla di erotismo e di seduzione. Il testo si incentra proprio sul processo seduttivo che caratterizza il Rinascimento. Abbiamo seguito un percorso fatto da cinque tappe: guardarsi, privarsi, toccarsi, baciarsi, fare l’amore. La stessa letteratura ellenistica parlava di queste varie tappe, che poi sono state riprese nel Rinascimento a partire da Lorenzo de’ Medici in un suo canto per il Carnevale.
Lì la corporeità è un importante elemento di seduzione. Nel Rinascimento si vuole riproporre un modello che ha le sue basi nella classicità greca, nella tradizione dell’antica Grecia, dove il corpo era un valore, corpo inteso come immagine, come segno di coraggio e bellezza. La corporeità si riscopre dopo il Medioevo, dove era stata estremamente celata. La corporeità di cui noi parliamo nel nostro libro ha dimensioni diverse,perché la seduzione non è unicamente legata alla corporeità strettamente in senso fisico,ma anche ad altre dimensioni. Quindi, dall’abbigliamento con le donne che si vestono,acconciano i loro capelli in modo particolare come segno di seduzione,guardano al loro abbigliamento in modo raffinato, legato ai vari sensi al percorso che abbiamo identificato.
Quindi la vista, il tatto, il gusto, l’olfatto sono tutti elementi che portano all’attrazione, perché seduzione è appunto attrarre a sé. Ma il nostro libro parla anche di amarsi,che significa non solo capacità di sedurre, ma anche di lasciarsi andare, di lasciarsi percorrere dall’altro, di entrare in contatto con l’intimità dell’altro. Quello che abbiamo descritto, dunque, riguarda anche questo incontro con l’altro, questa unione tra soggetti diversi, che possono essere uomini con donne, dunque amori eterosessuali, ma anche di uomini che si innamorano di altri uomini, dunque amori omosessuali e anche di donne che si innamorano di altre donne.
Palazzi, piazze, alcove vibrano di un nuovo modo di amarsi e di concepire il desiderio. L’arte erotica rinascimentale palesa sia la prossimità e la vicinanza alla frenesia, all’eccitazione ed al desiderio di possesso fisico, sia la capacità di trattenersi, di rinunciare al possesso reale in favore dell’immaginazione.
Tale sublimazione possiede lo scopo di distaccarsi dalla sessualità oppure intende purificarne certi aspetti risultanti maggiormente difficoltosi, facendosi in tal modo arte, pura utopia?

Il nostro libro pone l’accento sull’amore passionale, che nasce dall’attrazione, dalla seduzione che coinvolge la corporeità, ma vuole anche superare un dibattito tra l’amore profano, cioè amore legato ai sensi, e amore sacro, cioè amore che ha elementi di sublimazione, di contatto con la dimensione divina.
C’è un superamento di questa dicotomia, di cui parla anche Tullia d’Aragona, chiamata anche “cortigiana onesta”; precedentemente, si utilizzava quest’espressione per delineare donne che erano disponibili sessualmente sotto prestazioni in denaro, e che grazie a tali azioni avevano raggiunto delle posizioni sociali anche elevate.
Dunque, grazie alla loro professione di meretrici, godevano di grande liquidità e potevano comprarsi dimore sfarzose. Molto spesso capitava che fossero donne molto intelligenti, come Tullia d’Aragona, che seducevano non solo con la loro corporeità ma anche con la loro cultura. Tullia suonava il liuto, cantava divinamente, sapeva anche scrivere, era una filosofa. Nella sua opera pubblicata nel 1547 denominata “Infinità d’amore”, parla con Benedetto Varchi su cosa sia l’amore.
In un passaggio presente nel nostro libro, lei definisce l’amore fatto da due ragioni: una disonesta e l’altra onesta.
Il disonesto è proprio degli uomini volgari e plebei, cioè di quegli uomini che hanno un animo basso e vile e sono senza virtù e gentilezza, qualunque essi siano, di piccolo o grande lignaggio, volti solo a goder della cosa amata. Il suo fine non è altro che quello degli animali bruti, cioè di avere solo piacere senza curare più oltre.
L’amore onesto, proprio degli uomini nobili, chiunque essi siano, cioè poveri o ricchi, non è generato dal desiderio, ma dalla ragione, che ha per suo fine il trasformarsi nella cosa amata, tal che di due diventino uno solo. Per Tullia, appunto, il fine ultimo dell’amore, non è concepito come per Marsilio o come Giovanni Pico della Mirandola come unione mistica, bensì il fine è la compenetrazione tra corpo e spirito, che può portare anche a vette spirituali elevate,ma non prescinde mai dalla corporeità degli amanti. Una simile compenetrazione è sempre frutto del rapporto terreno tra amante e amato, cioè quella reciprocità dell’amarsi.
Nelle relazioni fra donne e uomini, in quelle omoerotiche, tra ceti diversi, la rivoluzione amorosa del Rinascimento cambia per sempre la società.
Il sesso e la sessualità, per rottura di livello ontologico, restano una forza di natura più o meno incerta, ovvero un tabù da censurare implacabilmente?

Bisogna distinguere tra ‘400 e ‘500, soprattutto nei primi decenni del ‘500, si verifica l’apoteosi di questa licenza sessuale, di questa apertura, anche riguardo la raffigurazione dell’amore, di questo percorso, del momento del guardarsi, del parlarsi, toccarsi, baciarsi, fare l’amore.
Ci sarà un momento, quando Pietro Aretino scrive i suoi sonetti e li illustra, illustrerà i vari modi di fare l’amore, le varie posizioni esplicite, erotiche, trasgressive, e questo libro è stato dato alla stampa, ma nel momento in cui è stato dato alla stampa c’è stata la paura da parte sopratutto delle autorità religiose che questo potesse avere una divulgazione molto ampia.
In seguito vedremo che ci sarà la Controriforma, con un periodo dove sarà presente una grande condanna della sessualità.
Le ninfe avvenenti di Botticelli, le opulente e discinte matrone di Tiziano, gli dèi lussuriosi, come il possente Marte che, pur vincitore di mille battaglie, soccombe alla bellezza di Venere.
L’uomo finito, centrato su se stesso, si sente spinto ad unirsi a qualcosa d’altro ed a rischiare così di perdersi negli altri, nella “comunità carnale”.
Il sentimento erotico preludente alla voluttà in qual misura ritiene che sia intrinsecamente associato alla finitezza a cui è destinato l’individuo?

Quando si parla di eros, bisogna sempre pensare ad una relazione dove si incontrano contraddizioni,ambivalenze,la paura del perdersi nell’altro,di essere abbandonati.
Ci sono sempre questi chiaroscuri,quindi abbiamo da una parte la finitezza e dall’altra l’eternità. Finitezza: il legame può essere anche di brevissima durata, passione momentanea, succedeva anche all’epoca, con donne sposate che si invaghivano di giovani, come si parla nella novella di Piccolomini sui due amanti. Per finitezza si intende anche unione, cioè che da due si diventa uno oppure quattro (amore generativo), come fatto riferimento con Tullia d’Aragona. L’amore è conoscenza e trasformazione di sé,ma anche forza creatrice. Pensiamo all’amore come capacità di creazione, pensiamo ai dipinti del Botticelli ispirati all’amore e alla passione, a quelli del Michelangelo. Possiamo anche pensare all’amore che vive Properzia de Rossi, primissima scultrice bolognese che secondo il Vasari avrebbe avuto un amore non corrisposto nei confronti di Antonio Galeazzo Malvasia. Grazie a questa lacerazione che lei vive, realizza questo grandissimo bassorilievo,
“Giuseppe e la moglie di Putifarre”, che si trova ancora oggi nella chiesa di San Petronio. Questo bassorilievo è arrivato fino a noi, finitezza, dunque, ma anche eternità.
Professoressa Greco, l’Apoxyómenos di Lisippo, datato al 340-330 a.C.; gli altorilievi dell’India orientale, raffiguranti molteplici posizioni sessuali; l’innumerevole arte ceramica greca del periodo arcaico con scene esplicite di pederastia ma anche i peni in erezione, collocati all’entrata di ville e dimore patrizie.
Perché è così difficoltoso avvicinarsi ai costumi, agli usi ed alle consuetudini delle trascorse civiltà che, soventemente, trattano l’erotismo e la sessualità con una buona dose d’umorismo?

Come mai è così difficile confrontarsi con le altre culture? Bisogna dire che nel nostro libro c’è un invito al lettore..la richiesta di immedesimarsi nel Rinascimento, con la consapevolezza però che è un epoca diversa dalla nostra.
Spesso ci fanno questa domanda: perché occuparsi del passato? Ci sono delle analogie con il presente? Sì, ci sono delle analogie, trovate attraverso indagini sociologiche sull’amore. Quello che avviene oggi è lo stesso di quello che avveniva agli antipodi, cioè nel Rinascimento. Oggi gli amori iniziano grazie a piattaforme digitali, ma le tappe dell’incontro sono le stesse che avvenivamo nel Rinascimento, cioè guardarsi, anche con una piccola foto che si vede nel proprio profilo; poi, si inizia a parlare scambiando le prime mail, è un incontro che avviene mediante lo scambio di pensieri e anche di poesie e poi lentamente dal guardarsi si incomincia ad uscire dall’ambito virtuale per poi arrivare al reale, ci si conosce e possono seguire dei momenti dove ci si sfiora, ci si tocca.
Ci sono elementi in cui oggi ci riconosciamo, però è fondamentale sforzarsi di entrare in un’altra epoca che non è la nostra, questo è il nostro invito. Ci sono tanti quadri, poesie, che portiamo degli autori dell’epoca, quindi un scivolare lentamente in un’altra epoca, che ha altri modi di vedere. Questo è molto importante, anche perché, solo conoscendo bene il passato, possiamo capire il nostro presente, ma anche perché si fa lo sforzo di conoscere sfaccettature diverse dalle nostre, si fa lo sforzo di comprendere la diversità storica delle nostre società ed interazioni.
Ciò al giorno d’oggi è un problema, perché cerchiamo sempre la banalizzazione, la semplificazione, ridurre con poche formule il nostro mondo. Però, se ci sforzassimo di vedere le peculiarità del passato, potremmo vedere tante cose, come anche il cambiamento del ruolo della donna nel Rinascimento, salvo alcune eccezioni, ci sono tantissime donne che sono estremamente soggiogate alla cultura patriarcale, relegate al ruolo di mogli e di madri e che quindi non hanno la possibilità di scoprire tutti gli ambiti della propria capacità di seduzione; questo ci fa diventare consapevoli di cosa abbiamo acquisito e che si può anche facilmente perdere, come ben sappiamo.
Lo stesso discorso è applicabile riguardo gli amori omosessuali. Come sappiamo, c’era stata un’apertura nel Rinascimento, ma poi c’è stata una grandissima condanna di questi legami amorosi, che oggi lentamente stanno emergendo, questo ci fa comprendere il nostro percorso, le nostre battaglie, le nostre conquiste.

Silvana Greco
Ha conseguito il dottorato di ricerca in sociologia all’Università di Milano e ottenuto l’abilitazione a professore in sociologia alla Technische Universität Dresden. Dopo aver insegnato in prestigiose università italiane, dal 2013 è docente di Sociologia del giudaismo presso la Freie Universität Berlin. È autrice di una sessantina di pubblicazioni sulla sociologia della cultura, dell’arte, dell’ebraismo. Tra i suoi volumi: Il Rinascimento parla ebraico (con G. Busi, 2019); Cibo, identità culturale e religione. Tra antico e contemporaneo (con G. Busi, C. Lambrugo, G. Curatola, M. Albanese, 2016); L’amicizia nell’età adulta. Legami d’intimità e traiettorie di vita (con P. Rebughini, M. Ghisleni, 2012). È Vicepresidente della Fondazione Palazzo Bondoni Pastorio e curatrice di mostre d’arte.

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