Girl. L’universo femminile nella vita e nelle canzoni dei Beatles

Cynthia e Yoko, Jane e Linda, Michelle e Lucy in the Sky, Pattie e Olivia, Dear Prudence, Maureen e Barbara Bach, ma anche Astrid, May Pang, Nancy Andrews, Francie Schwartz, Heather Mills e Polythene Pam, Julia Stanley e Mary McCartney e tante altre, fino a Nancy Shevell, attuale moglie di Paul.
Ai Beatles per raggiungere la perfetta armonia e completare un universo altrimenti pieno solo a metà sono state necessarie le donne?

“Per l’altra metà del cielo” è la sfavillante dedica che Lennon inserirà come incipit al brano Woman, contenuto nel suo ultimo album, che è un’ode alla sua donna, ma probabilmente a tutte le donne del mondo.
L’evoluzione dei Beatles nel modo di guardare e rapportarsi alle donne è uno degli aspetti più importanti del mio nuovo libro. Bisogna tener presente che loro venivano da un ambiente tutt’altro che moderno o emancipato, la Liverpool del dopoguerra e del decennio successivo, quando la donna veniva identificata con la figura materna, la casalinga che la sera aspettava a casa il marito, oppure con le irraggiungibili dive di Hollywood che ti guardavano dai poster della tua cameretta – quasi sempre Brigitte Bardot. Di lì a poco, i quattro si trovarono catapultati – prima ancora di compiere vent’anni – nei malfamati quartieri a luci rosse di Amburgo, dove fecero una dura gavetta e dove sdoganarono tante cose, tra cui il sesso.
Nelle loro prime canzoni i personaggi femminili sono perlopiù semplici destinatari di dichiarazioni d’amore adolescenziali; presto però si trasformeranno in figure più complesse, alcune dal fascino letterario, come Eleanor Rigby o Girl. In sintesi, nel giro di qualche anno la visione beatlesiana del femminile evolverà verso una concezione più moderna, fino ad arrivare al femminismo rivoluzionario di canzoni come Woman is the nigger of the world. Va aggiunto che, tra le donne da te citate, ci sono mogli, amanti, compagne e altro ancora, ma la perfetta armonia verrà raggiunta solo con alcune e non subito. Uno dei capitoli del libro si intitola “Il club delle prime mogli”: va precisato che ho incluso anche la fidanzata storica di Paul, Jane Asher, con la quale però ruppe proprio alla vigilia del matrimonio e quindi non ha mai sposato. Queste “prime mogli”, tutte inglesi, lasciarono il posto a quelle con cui i Quattro avrebbero, stavolta davvero, completato il proprio universo: Yoko per Lennon, Linda per McCartney, Olivia per Harrison e Barbara Bach per Ringo. Curiosità: nessuna di loro era inglese!
Qual è, oggi, la funzione ed il messaggio della musica dei Beatles, valutando il fatto che esso sia stato sicuramente partorito da una società capitalistica, forse, nella prima fase del consumismo?
Mi verrebbe da citare la celebre – e abusata – All you need is love, in questi tempi in cui sembra proprio che imperversi tutto tranne che l’amore; ma in verità, come nelle grandi opere d’arte, nelle canzoni dei Beatles ci trovi qualsiasi cosa e individuare un unico messaggio è un’operazione riduttiva.
Come in un gran calderone, a cominciare dai primi testi ingenui si arriva fino alle liriche universali o esistenziali, passando per storie inventate per raccontare la quotidianità della gente comune e per tematiche insite nella cultura e nella religione orientale.
Quanto al capitalismo e al consumismo, è la stessa vecchia storia applicabile a qualunque campo artistico: nel caso specifico, vieni dalla classe operaia del nord dell’Inghilterra e sei trasgressivo e arrabbiato, ma finirai con lo svenderti per arrivare al successo e, se ti va bene, solo dopo riuscirai a rivendicare il tuo credo; in sintesi, è ciò che ha fatto soprattutto Lennon nell’arco della sua esistenza. Ecco, mi piace pensare ai Beatles come una spina nel fianco dell’establishment, sebbene inizialmente fossero stati nascosti ad arte dietro una facciata perbenistica. A tal proposito, si pensi allo sberleffo di un ventenne Lennon che, davanti alla Regina, chiese ai reali di applaudirlo con il tintinnio dei loro gioielli. Erano ben sessant’anni fa!
Le groupies che entrano dalla finestra del bagno e la Pretty Nurse crocerossina di Penny Lane; eppure, emerge il nichilismo, lo smarrimento, il senso di vuoto incolmabile. Il femminile declinato dai Beatles come speranza, illusione?
Ad entrare dalla finestra del bagno di casa McCartney non fu una groupie, quelle erano donne di tutt’altro genere che cercavano ben altro. Ad intrufolarsi tramite una scala nel giardino fu invece un gruppo di ragazzine – delle fan all’ennesima potenza – che piantonavano gli studi di registrazione e stazionavano davanti alle abitazioni nel tentativo di avere un autografo, di scattare una polaroid o anche solo di ottenere uno sguardo da uno dei loro idoli. Si pensi che rubarono magliette, pantaloni e fotografie e lasciarono al loro posto i gioielli e un quadro di Magritte.
La Pretty Nurse di Penny Lane, così come Lady Madonna o Lovely Rita, erano personaggi inventati per raccontare il quotidiano trascorrere dei giorni – nel caso di Lady Madonna si trattava dei problemi economici che assillano tutti i comuni mortali: quadretti della vita di ogni giorno di gente comune impegnata nel tran tran quotidiano, a volte impregnato di smarrimento e altre volte di un triste senso di vuoto, come capita a tutti. Emblematica è la storia dipinta in She’s leaving home, la ragazzina che non va d’accordo con i genitori e scappa di casa, tratta da un episodio realmente accaduto.
In altre occasioni, sì, la donna si trasforma in un simbolo di speranza, in un qualcosa di salvifico, una figura grazie alla quale crescere e migliorarsi (si vedano per esempio Don’t let me down, Something, Maybe I’m amazed o la già citata Woman) o in cui rifugiarsi (come in Let it be o Help!).
Da Girl e Eleanor Rigby: dove inzia la realtà e finisce la fantasia di testi impressi nella memoria collettiva?
Come capita spesso ad ogni artista che si rispetti, i personaggi inventati allo scopo di scrivere una canzone si intrecciano con riferimenti a persone realmente esistite e conosciute. Se Dear Prudence, che hai citato prima, è una persona reale utilizzata per scrivere una canzone stupenda, Eleanor Rigby è l’emblema della solitudine, è una sorta di poesia su una persona anziana che non ha più legami di parentela né di amicizia, che ormai vive nella sagrestia della Chiesa in cui raccoglie il riso dopo i matrimoni che lei non ha mai avuto e dove un giorno morirà dimenticata da tutti. È una figura che deriva dalle vecchiette a cui McCartney, da ragazzino, a volte tagliava l’erba o sbrigava piccole faccende per incrementare la paghetta. E curiosamente, oggi quell’emblema della solitudine ha una statua a Liverpool che non trova un attimo di pace perché è assediata dai fans a ogni ora del giorno! Girl, frutto della folle genialità di un Lennon poco più che ventenne, è invece una ragazza un po’ frivola, che l’autore ci descrive partendo da una canzone d’amore semplice solo in apparenza, che termina tra citazioni bibliche e spunti critici sulla religione cattolica: la ragazza è un po’ superficiale, e allora lui finisce per chiederle “tu che fai di tutto per farmi sentire un idiota davanti agli amici, ma te lo hanno mai spiegato che per arrivare al piacere bisogna prima soffrire? Ti sei mai chiesta cosa vuol dire che un uomo deve spaccarsi la schiena per meritarsi anche un solo giorno tranquillo?”. Il riferimento è al concetto cattolico secondo cui per star bene bisogna prima soffrire… e mentre il cantante si chiede il perché di tutto ciò, un ineffabile coro ripete Tit tit tit, cioè tette tette tette…
Ci racconta un aneddoto che rievoca con particolare nostalgia legato alla fruizione delle canzoni dei Beatles?
Qui la frase “colonna sonora della vita”, seppur assai trita, calza a pennello. I 45 giri – rigorosamente quelli lenti – infilati nel mangiadischi per ballare alle feste al buio o in riva al mare e poi colpiti con un furtivo calcetto per farli ripartire “automaticamente” in modo da durare di più (non per nulla, uno dei più gettonati era Hey Jude con quel suo lungo finale). E le ore trascorse a spulciare tra gli scaffali dei negozi di dischi alla ricerca della rarità… Sono tutte cose che oggi non esistono più e che i ragazzi dell’epoca digitale faticano persino a comprendere. Per fortuna però, anche per loro esistono ancora i Beatles.

Vincenzo Oliva da oltre mezzo secolo appassionato di musica e collezionista di dischi e libri dei Beatles (ma non solo), dice di essere scrittore solo per hobby e per passione, e intanto ha già pubblicato i seguenti volumi:
Paul McCartney – dischi e misteri dopo i Beatles, con Russino e Guffanti, Editori Riuniti, 2003
Help! Tutte le canzoni e gli album che i Beatles hanno realizzato con altri musicisti, Gremese, 2011
You may say I’m a dreamer, con Riccardo Russino, Arcana, 2014
Let it be – il concerto sul tetto e le sessioni della discordia, Tempesta Editore, 2018
John Lennon – canzoni, storia e traduzioni, con Riccardo Russino, Diarkos, 2020
Girl – l’universo femminile nella vita e nelle canzoni dei Beatles, Tempesta Editore, 2022

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