Diari di viaggio. I racconti di viaggio di Melville per la prima volta integralmente in italiano

“Le luci della strada viste dall’alto si accendono nel colmo della malinconia. Un’immagine del genere si potrebbe vedere dalla loro finestra, se uno dei due potesse sciogliersi dall’abbraccio, accostarsi al davanzale e odorare una parte intera dell’estate.” Henri Meschonnic adopera “il tradurre” , Georges Mounin usa le locuzioni activité traduisante oppure opération traduisante. Ebbene, come si disambigua il termine “traduzione”?
Ho una certa difficoltà a cercare una definizione del tradurre. Certamente, è un’operazione infinita e destinata all’insuccesso, nel senso che non possiamo mai riportare interamente un testo da una lingua all’altra. Lungi, però, dall’essere un limite, questa mancanza apre spazi a possibili arricchimenti ermeneutici. Tradurre, confrontarsi, perdersi e ritrovarsi. Dal fallimento alla vittoria. Sicuramente, nel processo traduttivo si evince quanto afferma Meschonnic, ovvero “all’identità non si arriva se non attraverso l’alterità”. Credo che il grande traduttore sia colui il quale nella sconfitta trionfa svelando altro. Infine, la vita è traduzione. Il “naufragio dell’esistenza”, di cui parlava il filosofo K. Jaspers, ci porta sulle spiagge assolate del silenzio, proprio come la parola poetica naufraga sempre davanti alle sponde del silenzio-limite: da qui, ogni ri-velazione è possibile.
Nella rappresentazione contemporanea della figura traduttiva, è stata fortemente voluta anche dagli organi istituzionali l’introduzione della codifica di mediatore. Lei ha tradotto i racconti di viaggio di Melville. Ritiene di essere dotato esclusivamente di un talento traduttivo linguistico o di essere anche un mediatore culturale?
Se ho avuto talento lo lascio dire ad altri! Posso affermare che prima di tradurre ho riletto le opere maggiori di Melville, quindi nella “trasformazione” in italiano delle sue lettere mi sono immerso non solo nei ricordi di un uomo, ma ho anche viaggiato in un secolo differente dal mio. La mediazione culturale l’ha prodotta il testo, io semmai l’ho accompagnata, vivendola. Aggiungerei un dettaglio: i confini tra testo e traduttore, quando si affronta un grande autore quale appunto Melville, reclamano sicuramente la conoscenza di due culture e di un bagaglio tecnico, ma è, infine, il testo ad avere la meglio perché ne diventiamo parte, ne siamo assorbiti. Il lettore, l’ultimo a completare la traduzione, con la sua “presenza in scena”, completa il rapporto trinitario di mediazione e di rivelazione. Questa traduzione mi ha cambiato, è stata simile a una seduta psicanalitica, mi ha portato in un luogo sconosciuto da cui ho compreso che ogni mediazione è possibile se si trova già nell’altro qualcosa di nostro. Penso al famoso simbolo bianco e nero dello yin e dello yian, il tao.
I diari di viaggio di Herman Melville palesano al lettore ricordi, percezioni ed esperienze basilari per intendere la biografia irrequieta di uno dei più grandi scrittori del Novecento. Crepe, interstizi di assurdo che compromettono il linguaggio medesimo. Quali sono le peculiarità della narrazione di Melville?
La cosa più sorprendente, in un testo non destinato alla pubblicazione, e quindi plausibilmente più spontaneo e libero, è stato registrare una scrittura incredibilmente accurata, proprio come per un romanzo da pubblicare. Ciò che Melville racconta produce un grande impatto emotivo. Mi sono trovato spesso “accanto a lui”, come se fossi un suo compagno di viaggio. Se c’è un tratto nella sua scrittura è certamente la potenza nell’evocare energie interiori sconosciute o poco nitide. Alcune crisi interiori dello scrittore sono diventate mie, certi pensieri del sottoscritto li ho ritrovati fra epistole dal profondissimo tratto lirico. In Moby Dick scrive: “O natura, o spirito dell’uomo! Quanto sono inesprimibili le analogie che vi legano! Non il più piccolo atomo si agita o vive nella materia senza avere il suo bel duplicato nella mente.”- l’energia della sua narrativa, così terrestre, produce nella mente echi straordinari.
I diari sono accompagnati da un’introduzione che ne illustra la figura storica ed artistica dalle prime lettere giovanili sino alla corrispondenza del 1850. A suo avviso quanto incidono le specificità storiche sulle tipicità linguistiche?
Incidono, eccome, ma non per i motivi che potremmo pensare. Non si tratta infatti di registrare un “semeion”, un segno, o l’atmosfera di un’epoca all’interno di un testo. Ciò che colpisce è realizzare quanto quel mondo sia presente in noi, valichi i confini spaziotemporali, ci parli dell’oggi. I grandi romanzi, le grandi scritture non sono mai nel passato, ma nel presente e nel futuro. Ci raccontano del domani.
Lei ha scelto di tradurre i racconti di viaggio di Melville. Ci racconta un aneddoto legato proprio alla scelta?
Difficile sceglierne uno in particolare. Posso dire, in assoluta sincerità, che alla fine è stato Melville a tradurmi. Oggi avverto una nostalgia di quella scrittura, e credo lui mi manchi come manca un vecchio amico che non si vede da parecchio tempo. Penso che dovrò riprendere qualche suo testo per tradurlo e incontralo di nuovo! Quando, dopo parecchie ore di lavoro, spegnevo il computer e mi dedicavo ad altro – per esempio fare una passeggiata – andavo in giro avendo addosso l’odore dei deserti intorno Gerusalemme, da lui frequentati, o guardavo la mia città con gli occhi stanchi per l’intenso bagliore delle Piramidi, così incredibilmente descritte. Se non è magia questa, non so cosa altro lo sia.

Andrea Comincini, laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi Roma Tre, ha conseguito un Ph.D. in Italianistica all’University College Dublin, dove ha lavorato in qualità di Senior Tutor. È stato Helm-Everett Fellow presso la Indiana University. Ha pubblicato: Itinerari filosofico-letterari, Altri dovrebbero aver paura (traduzione e curatela di lettere inedite di Sacco e Vanzetti, con prefazione di Valerio Evangelisti e con un contributo di Andrea Camilleri; Voci dalla Resistenza, una collezione di testimonianze sulla vita dei partigiani; L’anima e il mattatoio (poesie);Le ragioni di una congiura, ancora su Sacco e Vanzetti; La persuasione e la retorica di C. Michelstaedter, edizione critica.; Nefes. Piccolo trattato sull’esistenza infranta (Tangram edizioni scientifiche). Ha tradotto e curato vari testi di letteratura angloamericana (Fitzgerald, Bennett, Melville) collabora con varie riviste filosofiche e letterarie.

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