Sguardi sul teatro contemporaneo. Interviste di Fabio Francione

Lei dialoga con Josep Maria Miro ed Ascanio Celestini, Massimo Popolizio e Tiago Rodrigues, Pascal Rambert e Romeo Castellucci, oltre che con i fondatori di alcune delle compagnie d’avanguardia più importanti degli ultimi anni, da Anagoor alla Compagnia della Fortezza, dal Teatro delle Ariette a lacasadargilla. Ebbene, è rintracciabile un fil rouge che annoda le plurime e molteplici anime dell’Arte così come declinata dalle voci del teatro contemporaneo?

Sono molteplici i fili rossi intrecciati in questo libro. Nemmeno troppo scherzando mi sono trovato a dire di recente, a Modena nell’incontro di presentazione con Stefano Tè, il regista del Teatro dei Venti, che sotto sotto il filo rosso che lega tutti i nomi si divide nei celebri sei gradi di separazione. Ma, facendo cadere lo scherzo, i fili rossi che legano questi artisti sono quasi sempre soggettivi. Nel senso che la selezione effettuata a monte, nella progettazione del libro, ha tenuto conto delle mie esigenze, predilezioni, anche amicali con alcune compagnie che pedino criticamente da molti anni, nondimeno la ricerca non è stata esente dal tenere a mente il format della collana e le richieste editoriali. Non vi è stata opera di mediazione né di diplomazia. La scelta dei nomi da intervistare ovviamente era molto più ampia, altrettanto ovviamente ci sono nomi che non sono riuscito a raggiungere, ma vado orgoglioso di aver allargato il format di 12 interviste a ben 14.

Le opere teatrali si confermano quali testi archetipici del pensiero ad ogni latitudine, contemporanee ad ogni epoca.
Quali ragioni ravvede nella specifica proprietà della Teatro di porsi sempre in maniera speculare alle fratture epocali?

Non vedo fratture, ma continuità e contiguità temporali nel teatro. D’altronde se sopravvive da più di 3 mila anni, qualcosa vorrà dire tanto che nemmeno le nuove tecnologie l’hanno scalfito al pari del cinema più di cento e più anni fa. Tanto che quest’ultimo si è diluito in schermi di qualsiasi dimensione e piattaforme digitali che hanno dissolto il luogo in cui è sorto. La sala cinematografica ormai si va dissolvendo dall’immaginario collettivo restando solo nel languore nostalgico di qualche critico. Lo spettatore ha rinnovato il suo sguardo, i film ancora non del tutto. Mentre il teatro è un po’ come il tirar calci a un pallone, un posto lo trova sempre per potersi esprimersi ecco perché risulta inscalfibile all’incedere del tempo e dunque dall’alternarsi di epoche di crisi e auree.

La ricerca di distrazione ed evasione per scordarsi per qualche ora delle contingenze quotidiane in qual misura hanno inciso sulla recentissima produzione teatrale?

Credo per niente. Lo spettacolo inteso nella più larga accezione del termine è intrattenimento che può essere intelligente o meno, ma pur sempre di intrattenimento si tratta. Il teatro, pertanto, è soggetto a tali regole. Dipende poi come lo si vuol far passare. Ma anche il più smaliziato dei registi e dei drammaturghi sa che giocare sulla versatilità degli attori più che sui testi consente di allargare la sua platea. Di certo siamo sempre in zone marginali se non della cultura, già di per sé tenuta zitta e buona dalla politica, del dibattito nazionale.

La pandemia da COVID-19 ha investito con particolare aggressività il settore delle arti dello spettacolo: i precari si sono ritrovati disoccupati. Qual è lo stato dell’Arte, ad oggi?

Discorso lungo e complesso a cui di sguincio ho dato una risposta in precedenza. Il teatro nel dibattito nazionale non appare quasi mai. Nemmeno nel colore e nel pettegolezzo. Appartiene a pochi anche se è in crescita il numero degli spettatori. Ma il creare un nuovo pubblico è più di un imperativo. Però ci si dimentica troppo che il comparto spettacolo era già in sofferenza molto prima della pandemia. Ad ogni modo le chiusure di questi due anni hanno fatto sì che si progettasse molto di più di prima. I risultati cominciano ora a vedersi.

“Sguardi sul teatro contemporaneo” si chiude con la voce del grande maestro del teatro mondiale Eugenio Barba. Qual è il suo monito?

La presenza di Barba ha una sua ragione specifica nell’economia del libro. Da un lato lo status di maestro lo volevo mettere in evidenza, dall’altro però manca un pezzo che lo avrebbe consegnato ancor più alla sua già grande statura di uomo di teatro. Originariamente le due ali del libro, in apertura e chiusura, avrebbero dovuto essere consegnate alle interviste a Peter Brook e appunto a Barba. Purtroppo, Brook è scomparso durante il work in progress del libro e la figlia, Irina, contattata all’indomani della morte del padre, non si è sentita di raccontare ciò che le avevo chiesto: di dire qual era l’eredità che lasciava alle nuove generazioni Brook. Dunque, il libro è come un quadro scorniciato da un lato. Immagino che ora sia il lettore a tenere in piedi quella parte che non c’è. Reinventandola di volta in volta con le sue riflessioni.

Fabio Francione – giornalista e scrittore, collabora con “Il Cittadino” e “Alias”, inserto culturale de “il manifesto”. È curatore di numerose pubblicazioni di argomento teatrale, nonché autore di diversi contributi apparsi in atti di convegni e riviste di settore; ha inoltre ideato e curato la mostra e il relativo catalogo Paolo Grassi… senza un pazzo come me, immodestamente un poeta dell’organizzazione, Milano 2019 tenutasi al Piccolo di Milano in occasione del centenario di Paolo Grassi.

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