Friedrich Nietzsche. Tentativo di labirinto

(collana “Eredi”, Feltrinelli 2017)

Nietzsche riassunto in formule manualistiche: il superuomo, la volontà di potenza e l’eterno ritorno.
Nietzsche è davvero un pensatore oracolare e soprattutto dottrinale?

Assolutamente no! Purtroppo è ciò con cui viene regolarmente scambiato, fraintendendo gravemente il suo pensiero; infatti, è ben difficile trasformare le idee del suo mobile e indeciso filosofare (più che di una sua statica, rigida filosofia, che non esiste) in tesi o dottrine impositive, autoritarie, che cercano dei credenti (Zarathustra non cerca e non vuole credenti). Il tono oracolare di Nietzsche, adottato letterariamente soprattutto in “Così parlò Zarathustra”, non deve trarre in inganno; se questo testo ha assunto la forma di un testo sacro, di una sacra scrittura, l’ha assunta in quanto mimesi e parodia di ogni sacra scrittura, cristiana o buddhista o di qualsiasi altra religione. Nietzsche è in primo luogo un diagnostico, uno psicologo del nichilismo; come tale, avendo “preso su di sé lo spirito d’Europa”, cerca di produrre un contraccolpo; e tutti i concetti di quello che io chiamo il “Nietzsche da manuale” (eterno ritorno, superuomo, volontà di potenza) vorrebbero per l’appunto svolgere la funzione di superare lo stallo e l’indebolimento, la dissoluzione nichilista. Ma non si tratta certo di dottrine, e nemmeno di concetti nel senso hegeliano del termine, bensì di pensieri che faticosamente cercano di trovare una via di fuga, e di far subire all’essere umano così com’è una metamorfosi, per condurlo verso un oltre. Perché, come ripete Zarathustra, “l’uomo è qualcosa che deve essere superato”: ma naturalmente non è detto che le strategie elaborate da Nietzsche siano quelle giuste. In ogni caso, cercare in Nietzsche delle dottrine è non solo sbagliato, ma gravemente fuorviante: “chi prende Nietzsche alla lettera, chi gli crede, è perduto”, ha scritto Thomas Mann, un grande lettore di Nietzsche.

Lei sostiene: “Oggi non possiamo non dirci nietzschiani, perché il mondo di Nietzsche è diventato il nostro mondo; non potrà mai più darsi, in modo credibile, una filosofia che abbia come riferimento la figura della verità in senso forte.”
Cosa significa, oggi, essere nietzschiani?

Significa che abitiamo tutti – come aveva già riconosciuto anche Dostoevskij – il mondo del nichilismo, cioè un mondo di verità deboli, revocabili, contraddittorie e plurali. Furono appunto questi due scrittori, Nietzsche e Dostoevskij, che, da postazioni e punti di vista differenti diagnosticarono, nell’Ottocento, l’avvento del nichilismo, giudicandolo entrambi negativamente (Dostoevskij ancora da un punto di vista cristiano, cioè morale, Nietzsche dal punto di vista di quello che lui battezza dionisiaco). Quell’epoca iniziata con la dissoluzione dei grandi sistemi di pensiero, delle religioni tradizionali, delle certezze, e che ci lascia nell’insicurezza più radicale, probabilmente non si è ancora chiusa. Tipico di Nietzsche è il cosiddetto prospettivismo, quell’articolazione della verità che non solo offre molteplici e relativi punti di vista, tutti dotati di una loro validità, ma anche presuppone verità in conflitto – come già succedeva nella tragedia antica. Incipit tragoedia è infatti una delle formule che Nietzsche utilizza nella Gaia scienza: si apre un’epoca che richiede, secondo la prospettiva di Nietzsche, decisioni eroico-tragiche, tra cui quella dell’adesione all’amor fati e all’idea stessa di eterno ritorno, che rappresenta pur sempre “il peso più grande” (Gaia scienza, aforisma 341). Non so se sia possibile essere nietzschiani, né cosa possa esattamente significare oggi: sicuramente si deve essere lettori di Nietzsche, poiché, anche al di là delle sue parole d’ordine, i suoi libri sono una miniera di osservazioni preziose di tutti i generi.

Leggendo “Friedrich Nietzsche”, emerge l’idea che Nietzsche miri a produrre un “effetto estetico”.
Quali sono gli obiettivi dell’operazione artistica svolta sul corpo della filosofia occidentale?

A un certo punto della sua filosofia, Nietzsche sentì il bisogno di propagare e propagandare le sue idee, specialmente quella cruciale, l’eterno ritorno. Per far questo, dovette affidarsi anche ai mezzi dell’arte e alla potenza estetica e diventare, come dice lui stesso (pensando anche a Wagner) “commediante”. “Così parlò Zarathustra”, con il suo misto di letteratura, poesia, testo sacro (e sua parodia), predicazione ecc. è l’esempio forse più efficace di quanto Nietzsche, grandissimo scrittore, si affidasse allo strumento persuasivo dell’effetto artistico. Ma tutta la sua filosofia sottintende una priorità dell’estetica, dalla Nascita della tragedia (1872) fino agli ultimi esiti in Ecce homo (1888): dal mondo giustificato “solo come fenomeno estetico” della sua prima opera, fino all’irruzione teatrale di Nietzsche stesso, con il suo proprio corpo, in quella specie di falsa autobiografia che è Ecce homo. Per non parlare, a metà strada tra queste due opere, della nozione di parvenza o apparenza (Schein, in tedesco) nella Gaia scienza (1882). Nel Crepuscolo degli idoli (1888), nonostante Nietzsche constati l’eliminazione del “mondo vero”, quello che rimane, la nuova realtà, è chiamata ancora parvenza, apparenza: e dunque un genere di realtà su cui soprattutto l’arte ha presa, con tutto quello che l’elemento estetico, sensibile, si porta dietro: l’illusione, il pathos, l’importanza della creazione. Una tale prospettiva forse nessuno l’aveva ancora avuta, nella storia della filosofia occidentale.

Il suo libro è strutturato secondo la forma del labirinto, tutt’altro che trasparente e profondamente enigmatico. Quali sono i volti di Nietzsche su cui ha desiderato gettar luce?

Non so se si possa e si debba gettare luce su un personaggio tanto ambiguo, pieno di sotterranei, di doppifondi e di luoghi segreti, come aveva già riconosciuto Lou Salomé. Illuminarlo sarebbe come strappargli la maschera, e Nietzsche si caratterizza anche per le sue molteplici maschere; si sa che “tutto ciò che è profondo ama la maschera”, come scrive in Al di là del bene e del male (1886), e da qui nascono le molte autodefinizioni di Nietzsche: non solo filosofo, ma anche psicologo, spirito libero, viandante, artista, poeta, e perfino giullare e commediante. La maschera, però, rivela attraverso un nascondimento – come l’arte ci dice la verità attraverso la menzogna; e noi dobbiamo onorare anche quel pudendum, di cui Nietzsche parla nella Gaia scienza, con il pudore diretto a ciò che non può essere totalmente svelato. In Nietzsche, che per certi versi è un pensatore lucido, illuminista e razionalissimo, sussiste però anche una forte e inafferrabile dimensione enigmatica, da lui stesso simboleggiata tramite la figura della Sfinge: “qui stai tu, inesorabile come la mia curiosità, che mi ha spinto a venire da te: ebbene, Sfinge, io sono uno che domanda (ein Fragender), come te: questo abisso l’abbiamo in comune – forse potremmo parlare con una sola bocca?” (Frammenti Postumi, 18[26], 1882).

La filosofia intesa come forma di aspirazione al sapere connotata da un rapporto di possesso con la verità è ormai lontana dalla contemporaneità?

Sicuramente il possesso di un’unica verità assoluta non è, né è mai stato, appannaggio di nessuno. Che vi siano, invece, verità molteplici, o per meglio dire discorsi molteplici, tutti a loro modo validi, che provengono da esperienze, angolazioni, punti di vista differenti, e che noi abbiamo bisogno di tutti questi discorsi (ad esempio del discorso della scienza, ma anche di quello dell’arte, della filosofia, e così via) per poter descrivere quanto più compiutamente possibile la nostra realtà umana (e anche quella extra umana), credo possa essere un lascito del pensiero nietzschiano: Nietzsche, infatti, rifuggiva da un’unica fonte del sapere, della saggezza e della sapienza, cercando di approvvigionarsi da tutte le fonti della scienza, per creare un discorso meno parziale e più complesso e completo possibile. Del resto, lui sostiene che tutti i grandi spiriti sono scettici: perché mai accontentarsi di un’unica verità?

Susanna Mati, filosofa e scrittrice, fa parte del gruppo di ricerca internazionale Hypernietzsche (École Normale Supérieure/CNRS). Ha insegnato per molti anni Estetica allo IUAV di Venezia; è stata anche docente presso l’IRPA di Milano. Per Feltrinelli ha scritto la monografia Friedrich Nietzsche. Tentativo di labirinto (“Eredi”, 2017) e sta curando per la collana dei Classici una riedizione delle opere di F. Nietzsche, della quale sono usciti finora i seguenti volumi: La nascita della tragedia (2015), Così parlò Zarathustra (2017), L’anticristo (2018), Poesie (2019), Al di là del bene e del male (2020), Crepuscolo degli idoli (2021), La gaia scienza (2022). Per la stessa collana ha curato inoltre F. Hölderlin, Poesie scelte (2010); Novalis, Inni alla notte e Canti spirituali (2012); Platone, Fedro (2013). In precedenza si è occupata di studi sul mito, pubblicando, tra gli altri, Ninfa in labirinto. Epifanie di una divinità in fuga (Moretti & Vitali 2006 e 2007; nuova ed. 2021), La decisione di Platone. Sulla “condanna dell’arte” (il melangolo 2010), La mela d’oro. Mito e destino (Moretti & Vitali 2009), Filosofia della sensibilità. Per un’estetica come pensiero mitologico (Moretti & Vitali 2014). Con Franco Rella ha pubblicato per Mimesis le ricerche su Nietzsche: arte e verità (2008) e Georges Bataille, filosofo (2007). Ha curato inoltre Le Muse di W.F. Otto (Fazi 2005), la Storia dell’erotismo di G. Bataille (Fazi 2006), I miti di Platone di K. Reinhardt (il melangolo 2015).

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