Non siamo sole. Otto storie di solidarietà femminile

Maristella Lippolis, Eleonora Molisani, Eva Martelli, Roberta Zimei, Loretta D’Orsogna, Valentina Di Cesare, Maura Chiulli, Patrizia Angelozzi: otto racconti differenti per stile e contenuti. Qual è il filo rosso che li accomuna?

Come ho scritto nell’introduzione del libro, una volta deciso il formato antologico del libro, ho dovuto decidere il tema dell’antologia e gli autori. E mentre per il tema è stato relativamente facile. Stefania era convinta che per migliorare la condizione femminile (nella scienza) era particolarmente importante che ci fosse più solidarietà tra donne. La ricerca degli autori invece non è stata scontata. Prima di tutto ho deciso di declinare il tutto al femminile, la borsa di studio sostenuta dalla vendita del libro è rivolta ad una giovane ricercatrice; quindi, mi è sembrato ovvio che il libro fosse anch’esso un prodotto al femminile, fatto da donne per aiutare altre donne. Un altro filo conduttore nella scelta delle autrici è stata l’appartenenza ad un territorio, l’Abruzzo ed il Molise, che Stefania sentiva suo. Ma un’appartenenza intesa nel senso più ampio, non semplicemente un qualcosa dettato da un passivo diritto di nascita, ma al contrario un rapporto attivo, dinamico, a volte anche conflittuale. Quindi autrici con storie e sensibilità diverse ma che tutte scrivono di donne che in un modo o nell’altro si aiutano. Quindi un libro di racconti scritto da donne che ha come protagoniste donne, ma un libro che, si badi bene, parla a tutti e che dovrebbe far riflettere tutti. Perché, purtroppo, nella realtà, molto spesso le donne vengono lasciate sole.

Dagli anni ’60 del Novecento il corpo delle donne diviene l’interprete della discussione politica, il movimento femminista esplora i paradigmi ed i ruoli stereotipati delle donne mentre l’azione dei collettivi arricchisce le meditazioni sulla differenza di genere.
Oggidì, il corpo messo al centro del dibattito nella società contemporanea è quello muliebre. Quali forze diverse ed in contrapposizione si combattono su questo campo?

A dire la verità, mi trovo sempre un po’ in imbarazzo quando si tratta di discutere del corpo delle donne perché penso che una delle cose migliori che noi uomini possiamo fare sia evitare il più possibile di dare la “nostra” versione sull’argomento. Infatti, credo che il problema principale sia proprio l’accettare come comune una visione del corpo femminile che si è formata principalmente attraverso una cultura maschile se non maschilista. Fateci caso, anche quando si vuole far notare che il canone attuale di bellezza del corpo femminile non è assoluto, si prendono come esempio i dipinti rinascimentali dimenticando che anche quelli sono corpi visti attraverso gli occhi di pittori uomini. Quasi tutti riconoscono la Venere di Botticelli o magari hanno in mente le donne dipinte da Manet. Ma quanti saprebbero indicare un nudo femminile dipinto da una pittrice? Lo stesso tipo di visione alterata del corpo femminile sta secondo me, anche alla base del fenomeno opposto, quando cioè invece di scoprire il corpo femminile lo si vuole coperto, implicando che il peccato sia nelle forme femminili e non invece negli occhi di chi le guarda.
E non è solo l’aspetto estetico del corpo femminile che subisce giudizi e censure è anche la sua fisiologia. Come altro spiegare che qualcosa di così naturale come le mestruazioni sia di fatto ancora un tabú nella nostra società ?
Ma non è solo una questione storico-culturale, il fatto che la visione maschile-maschilistica del corpo delle donne sia ancora prevalente nella società è anche il risultato della differenza di potere tra i due sessi. Se il potere e i soldi sono (principalmente) nelle mani degli uomini, è ovvio che si usino modelli e stereotipi che attraggano la loro attenzione quando si vuole vendere qualcosa o convincere qualcuno.

“E il mio La città delle donne? Care ragazze, quella città non esiste su nessuna mappa dello spazio e del tempo, eppure risiede nell’anima di tutte noi”. Così Molisani. Ogni donna è se stessa e tutte le altre?

Di nuovo, forse è una domanda a cui io non sono molto qualificato per rispondere e forse dovrebbe essere posta ad una donna. Ma se dovessi dare una mia risposta, direi che indubbiamente ci sono problematiche, sentimenti ed esperienze che sono condivise se non da tutte, da una buona parte delle donne. Tuttavia, ogni donna, è sé stessa, come d’altronde ogni essere umano è unico.
Però penso anche che al di là di differenze, principalmente legate alla differente fisiologia, non esista una separazione così netta tra i due sessi e che molti comportamenti considerati maschili o femminili sono in realtà il risultato di anni di pressioni sociali e culturali senza le quali la transizione tra il femminile e il maschile sarebbe molto più fluida.

Quanto è importante la collaborazione degli uomini, affinché le donne effettivamente non siano sole?

Se parliamo in termini di società, penso che sia innegabile che una maggiore partecipazione femminile in tutti quegli ambiti sociali dove le donne rappresentano ancora una minoranza, sarebbe di grosso giovamento; e in quest’ottica, sarebbe molto più semplice se ci fosse una collaborazione ed una mediazione tra uomini e donne. Purtroppo però, molto più spesso siamo in presenza di un conflitto, magari condotto in maniera inconscia, in cui le donne cercano di ricavarsi uno spazio mentre gli uomini cercano di mantenere le loro posizioni di potere. In questi contesti, secondo me, è molto più produttivo, per le donne, cercare di fare gruppo piuttosto che cercare singolarmente l’approvazione maschile.

Antonella Viola, immunologa, ha sostenuto: “Stefania aveva grinta, coraggio, determinazione, curiosità, cuore. E aveva potenziato queste sue doti grazie allo studio, all’impegno, alla fatica, all’integrità […] era una di quelle donne che aiutano le altre donne.”
Chi era Stefania?

È difficile rispondere a questa domanda in modo esaustivo in poche righe.
Stefania era innanzitutto una donna. Una donna tosta e sensibile. Stefania era una donna umile che però si poneva obiettivi ambiziosi e lavorava sodo per ottenerli, che sapeva cosa voleva e che ha saputo realizzarsi nonostante le difficoltà che spesso le donne devono affrontare per imporsi in un mondo ancora troppo a misura di uomo. E proprio perché lei le aveva dovute affrontare, si era impegnata, sia all’interno dell’università che all’esterno, per cercare di eliminarle. Ma Stefania era anche una donna a cui piaceva socializzare che amava la musica e amava ballare. Stefania era una madre presente ed attenta nonostante gli enormi impegni che la oberavano. Una madre esigente forse, ma tutt’altro che severa. Stefania era poi mia moglie. O forse sarebbe più corretto dire che io ero suo marito. Perché, forse fra tutti i ruoli rivestiti da Stefania quello di moglie era quello che le si addiceva di meno. Certamente non era una di quelle mogli che vivono all’ombra del marito. Per lei l’indipendenza ed uguaglianza era un requisito fondamentale nel rapporto a due. Senza di esse lo stare insieme non avrebbe avuto lo stesso senso, non sarebbe stato una libera scelta delle due parti ma una necessità di una di esse. Poi, ovviamente, Stefania era una scienziata. In italiano usiamo poco il termine scienziata sostituendolo spesso con “ricercatrice”, ma nel caso di Stefania questo termine è riduttivo. Per Stefania la ricerca era un obiettivo primario, la faceva con passione, entusiasmo e dedizione. Quando si trattava di fare scienza era instancabile
ed il lavoro scientifico della sua breve carriera è probabilmente il suo lascito più tangibile e duraturo.

Massimiliano Baldassarre
Comincia la sua carriera da ricercatore subito dopo il diploma lavorando come tecnico di laboratorio al Consorzio Mario Negri Sud di Santa Maria Imbaro. Dopo la laurea in Farmacia all’Università di Chieti si trasferisce negli Stati Uniti dove, grazie a una borsa post-dottorato dell’AIRC, approfondisce i suoi studi presso la Yale University.
Dal 2017 ricopre il ruolo di Ricercatore in Biologia Cellulare e Microbiologia all’Università di Aberdeen in Scozia.

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