Pompei. Mestieri e botteghe 2000 anni fa

Quali sono gli interrogativi peculiari della vita commerciale pompeiana, volendo offrire coordinate ai non addetti ai lavori?
Se da un lato consideriamo Pompei come “porta del tempo” unica al mondo, d’altro canto non si può non mettere l’accento sulle difficoltà di comprensione della città, nel suo complesso più ampio: commerciale, civile, religioso, politico, per chi in due ore di visita si trova difronte a elementi socio culturali straordinari. Questo, che ovviamente vale anche per lo studioso che per la prima volta si avvicina a questa realtà così complessa, vale ancora più per il turismo di massa. Anche perché in quello stesso tempo, il visitatore “mordi e fuggi” deve “entrare”, con le sue conoscenze attuali, nello spirito di una città che viveva duemila anni fa. E tuttavia, niente come le botteghe artigiane e quelle altre più squisitamente commerciali sono capaci di dare la cifra della vita all’epoca. Perché, a muovere la vita in una città sono gli artigiani: il barbiere, il tintore, il vasaio, il fabbro, e… (pare assurdo) la prostituta, il lenone, e persino il povero. Oltre ai bottegai e ai piccoli industriali come i produttori di garum. Un esempio? Come facevano i fullones (lavandai) a lavare, smacchiare, tingere, e stirare i vestiti senza le tecnologie e i prodotti di oggi? Grandi recipienti di coccio agli incroci stradali e l’invito ai passanti a orinarvi dento: l’ammoniaca contenuta nell’orina serviva per smacchiare gli abiti… Quella migliore la producevano i cammelli, per questo c’era tutto un mercato che consentiva l’arrivo dall’Africa del prodotto. E poi si servivano di una pressa di legno che funzionava da “ferro da stiro”, dopo averli trattati più volte in una sequenza di vasche. I maestri ebanisti lavoravano al meglio il legno locale ma si servivano di avorio importato per le applique preziose sui mobili. Ovviamente, e questo in pochi se lo sono chiesto, in città doveva esserci tutta una serie di botteghe con artigiani capaci di mettere a punto gli strumenti che servivano agli scalpellini, ai sarti, ai calzolai, ai fabbri. Ecco, il visitatore di Pompei, dovrebbe arrivare in città già bene informato per poter poi davvero godere appieno la visita.
L’antico si fa attuale. Senza fanatismi iperbolici e nostalgie canaglie, nella consapevolezza e certezza che la Pompei antica sia un luogo gremito di idee e popolato di storie. È la folla di immagini che narrano l’uomo e l’umano a scatenare la “pompeianità”?
Pompei, assieme a Ercolano e alle altre città distrutte dal Vesuvio, sin dal primo intervento di recupero e scavo, è stata al centro dell’attenzione del mondo. Tutto quanto emergeva dagli scavi sistematici non faceva altro che affascinare chi ne leggeva e quanti avevano la fortuna di poterlo osservare da vicino. La città si sente, davvero, sulla pelle, quando giri per i vicoli o entri nelle case. Nei pomeriggi estivi, quando sta per arrivare il crepuscolo, è il tempo migliore per girovagare negli scavi: allora davvero pare di sentire le voci della gente dei venditori di placentae e tractae (le pizze dell’antichità), degli schiavi, della plebe che torna dalle terme, dei ricchi che si danno appuntamento per la cena. E senti ancora battere il martello del fabbro, senti il segaccio del falegname, lo stridio del tornio del vasaio, strumenti di lavoro degli artigiani, che si sono ritrovati negli scavi e che ora fanno bella mostra nei musei, accendendo la fantasia e l’interesse di chi li osserva con stupore. Ogni strumento con la sua voce, ciascuno con la sua storia. Tante storie. Tutte da raccontare.
Numicia Primigenia, acquirente di un “lomentum verax”; orefici, tessitori, usurai, ambulanti, produttori e venditori di stoviglie…Usi, costumi e consuetudini d’un mondo davvero remoto.
Quali sono le difficoltà insite nel lavoro d’un divulgatore storico?

Tante, le difficoltà. Pompei, come anche altri siti d’interesse storico, scientifico e culturale non si possono descrivere solo facendo ricerche bibliografiche o copiando notizie da altri scritti: se sono stati fatti degli errori, essi si perpetuano all’infinito. E necessario vivere quello che si racconta, stare sul posto, e non per un giorno o due o una settimana. Bisogna entrare nelle case, studiare anche i minimi particolari che si andranno a utilizzare nella divulgazione. Serve tempo per entrare in quel “tempo” che si vuole descrivere; servono conoscenze del territorio, degli usi dei costumi, del cibo: servono sensazioni; serve “sentire” quella vita, a quel tempo. Poi, il tutto va elaborato e trasmesso, nella maniera più semplice possibile perché sia accessibile e fruibile ampiamente, dallo scienziato al più umile lettore. Questo fa il divulgatore: non si limita a proporre testi scritti per lui da altri ma li elabora di suo. Una maniera di raccontare che seguo ogni qualvolta scrivo di e su Pompei, o su altro. Faccio un esempio: per scrivere “Pompei AD 79, la moneta verticale”, racconto di due anni fa, ho girato per alcuni mesi, pur conoscendo bene la città, nelle strade e nelle case dove avrei ambientato la storia. Con Stefania Sabatino, la pittrice che ha lavorato sulle tavole che impreziosiscono il racconto/giallo, abbiamo girato e ci siamo soffermati negli spazi che descrivo perché lei davvero potesse vivere quei luoghi e così dargli anima nei disegni. “Pompei mestieri e botteghe 2000 anni fa” è nato dopo quasi un decennio di lavoro, quando uscì la prima edizione, venti anni fa; la seconda, riveduta, corretta e ampliata, ora. I libri, e la divulgazione, sono una cosa seria e non si gonfiano da una settimana all’altra.
Lei svela un immenso patrimonio culturale da cui trapela lo spirito imprenditoriale vesuviano. All’ombra del Vesuvio se ne posso scorgere ancora le tracce?
Si. Le cave di pietra lavica dalla cui lavorazione gli scalpellini vesuviani hanno ricavato straordinarie testimonianze che impreziosiscono i palazzi nobiliari napoletani risalenti al Settecento e all’Ottocento, sono una testimonianza ancora viva delle tecniche di estrazione e lavorazione della pietra lavica. Ancora oggi, la manutenzione di queste strade e piazze è affidata a un gruppo di maestri che, purtroppo, e per mancanza di scuole, anno dopo anno si riducono in numero e professionalità. Ecco, gli scalpellini pompeiani, duemila anni fa, lastricavamo piazze e strade di Pompei con quelle stesse pietre che ancora oggi troviamo nelle cittadine attorno al Vesuvio. E gli scriptores che segnavano i loro “OVF”, Oro Vos Faciatis (vi prego di fare), ovvero i “vota e fai votare” odierni sulle facciate delle case. E, come non ricordare il garum, diventato “colatura di alici”, oggi, con capitale mondiale a Cetara, cittadina in provincia di Salerno? E come non ricordare che il garum pompeiano, conosciuto in tutto il mondo dell’epoca, negli ultimi anni di vita della cittadina venne soppiantato da quello spagnolo, i cui produttori “ruppero” il mercato praticando costi bassissimi, cosa che portò a una crisi irreversibile per il prodotto locale. Niente di nuovo sotto il sole, ora come allora.
Recentemente, scoperte sono state effettuate nella Regio V. Di fronte a quale rinvenimento il suo cuore ha tremato?
I due stupendi mosaici e gli affreschi trovati nelle case del Giardino e di Giove hanno davvero dato emozione, senza dimenticare “Leda e il Cigno”, o la popina (osteria) con il bancone decorato. Ma è tutto quanto ritorna alla luce di Pompei che lascia sempre commozione. Anche una pietra, per chi la sa guardare, fa sussultare il cuore. Ma, più di tutto sono i resti mortali di quella gente uccisa dalla furia del Vesuvio a dare emozioni uniche. Persone, e non “elementi” di calchi, che vissero la tragedia della loro vita senza potere sfuggire a un destino crudele… povera gente che si trovò al momento sbagliato in un luogo sbagliato. E questo gli costò il bene massimo: la vita.

Carlo Avvisati è giornalista. Scrive per il Mattino di Napoli. Tra le sue pubblicazioni: 1906 Quando il Vesuvio perse la testa; Vesuvio 1906 il dramma di un popolo; Poppea, cronaca d’un omicidio presunto; Pompei, mestieri e botteghe 2000 anni fa; Plinio il Vecchio, il mistero dello scheletro scoperto sulla marina di Pompei antica; Napoli punto e…pasta, storia e leggende di spaghetti e affini; Vesuvio a.D. 79; Boscoreale, storia, tradizione e vocazione turistica; ‘O nonno mio riceva… detti motti e filastrocche in uso nel circondario boschese.

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...