Ladri di antichità

Archeologi, studiosi, giornalisti e rappresentanti delle Istituzioni offrono la loro testimonianza rispetto al traffico clandestino di testimonianze culturali, rubate o scavate illecitamente.
Quali sono gli interessi dei “tombaroli”, spesso dipinti come ferventi appassionati d’arte?

I “tombaroli” non si possono assolutamente definire come ferventi appassionati d’arte perché sono coloro che saccheggiano i siti strappando dalle viscere della terra ceramica, sculture, monete e quant’altro capiti loro tra le mani, incuranti del danno che arrecano ai territori depredati. Ma essi sono soltanto il primo anello della catena di quelle che, con un termine coniato ad hoc, sono definite, a buon diritto, “archeomafie”. Poi ci sono i ricettatori, che si occupano di piazzare i reperti scavati abusivamente sul mercato clandestino; a questi si rivolgono i compratori, antiquari o case d’asta che, dopo l’acquisto, provvedono immediatamente a dotare le antichità rubate di documenti di identità fasulli che ne attestino la legittima provenienza al fine di poterle immettere – ripulite – nel mercato nero dell’arte. La filiera si conclude per lo più nelle teche di importanti musei internazionali che, orgogliosi, ostentano il bottino: a quel punto, però, si tratta di oggetti che, per quanto straordinari, sono muti, incapaci di raccontare la storia del contesto culturale e storico che li ha generati. Lo stesso percorso può immaginarsi per migliaia di opere d’arte trafugate in ville storiche o nelle chiese, sempre più frequentemente bersaglio di saccheggi e distruzioni. Ma sono i reperti archeologici a rappresentare il business più florido perché, essendo beni sconosciuti fino al loro ritrovamento e pertanto mai catalogati né inventariati prima della scoperta, sfuggono facilmente alle ricerche degli investigatori

Il tema della tutela dei beni culturali è assai spinoso.
Occorre puntare su prevenzione, repressione, promulgazioni di Leggi, stipulazione di Convenzioni o sulla “diplomazia culturale” per modificare sensibilità e standard etici?

Rispetto alle dimensioni del saccheggio perpetrato quotidianamente ai danni del nostro patrimonio culturale, le azioni di tutela, prevenzione e repressione sono spesso tardive e inadeguate, a cominciare dalla cronica insufficienza delle risorse umane ed economiche impiegate. Divieti, vincoli, azioni repressive e diplomatiche hanno avuto sinora, in Sicilia come nel resto d’Italia, un effetto molto limitato, riuscendo solo ad attenuare il saccheggio, non certo a fermarlo. Scavi clandestini, furti e traffici illeciti continuano infatti ad essere alimentati dalla spasmodica richiesta di beni culturali da parte di un mercato internazionale la cui ultima destinazione sono non solo i collezionisti privati e i grandi musei che, al di là delle dichiarazioni deontologiche di facciata, spesso in realtà restano consapevolmente e colpevolmente “disattenti” riguardo alla reale provenienza dei reperti acquistati, ma anche, purtroppo, ed è questo forse il problema che emerge con maggiore gravità, gruppi criminali e terroristici che li utilizzano come fonte di finanziamento. Per arginare questo dramma globale una, se non l’unica, strada perseguibile è sicuramente l’acquisizione, da parte della comunità locale, di un senso di appartenenza e di riappropriazione del patrimonio archeologico, partendo dalla considerazione che si protegge solo ciò che si ama e si ama solo ciò che si conosce. Ne consegue che la diffusione della conoscenza del patrimonio culturale, soprattutto da parte di chi è fisicamente più vicino a esso, rappresenta la premessa ineludibile a ogni politica di conservazione: far scoprire a un popolo, a una comunità locale, le proprie radici attraverso le sue testimonianze archeologiche, artistiche, storiche e culturali, è il primo passo perché imparino a conoscerle, a rispettarle e a salvaguardarle. In questo senso diventano di fondamentale importanza le attività di educazione al patrimonio culturale rivolte agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, per dare un futuro alle testimonianze del nostro passato. L’idea di fondo che si fa strada è che diffondendo la conoscenza del patrimonio culturale, a partire proprio dal territorio in cui esso è presente, si rendono le comunità locali in grado di apprezzarlo, si suscita con esso un rapporto di affezione e un legame identitario, e di conseguenza un senso di responsabilità nel custodirlo.

La Sicilia è il fulcro territoriale del testo. I ladri di antichità sottraggono anche identità culturale e memoria ai territori?

Il fenomeno è da decenni di scottante attualità per la Sicilia, che è una delle aree più colpite al mondo dall’azione predatoria di scavatori di frodo, trafficanti e acquirenti privi di scrupolo. Si tratta di una vera e propria ondata emorragica, che ha depauperato e continua a depauperare irrimediabilmente i territori di partenza e gli stessi reperti, ormai irreparabilmente decontestualizzati, che non possono più raccontarci la loro storia, causando quindi un gravissimo danno all’identità culturale e alla memoria storica del territorio al quale sono stati illecitamente strappati.

Formazione ed informazione paiono costituire gli unici antidoti atti a contrastare l’attività dei trafficanti di antichità.
Qual è, ad oggi, l’azione messa in campo dalle Istituzioni?

Oltre alla formazione e all’informazione di cui abbiamo parlato prima, di fondamentale importanza oggi per il “lecito recupero” dei beni culturali illecitamente sottratti e immessi nel mercato clandestino, è certamente l’azione congiunta di inquirenti, soprintendenti, archeologi, storici dell’arte, forze dell’ordine e in particolare il contributo dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale, eccellenza italiana nel contrasto a questi reati.

Dottoressa Modeo, ci regala il racconto di un recupero per lei particolarmente emozionante?

Mi piace ricordare sempre un importante recupero di cui è stata protagonista l’Associazione culturale di volontariato SiciliAntica a cui sono iscritta dal lontano 2003, di cui sono stata Presidente Regionale dal 2012 al 2021 e di cui faccio ancora orgogliosamente parte nella qualità di Vicepresidente Regionale.
Il 16 giugno 2009, viaggiando online alla ricerca di Tesori centuripini “perduti”, Giuseppe Biondi, allora Presidente di SiciliAntica Centuripe, si è imbattuto in un’inserzione pubblicata dal sito di aste online http://www.ebay.com. L’inserzione era stata creata dalla galleria d’arte australiana Archeogallery, visibile in tutto il mondo, con base d’asta di $9.000.
Si trattava di un vaso centuripino con tracce di vernice bianca, rossa e blu. Sul sito, la Galleria d’arte dichiarava che nel 1982 detto vaso proveniva da asta di Ex-McKenzie Perth Australia Occidentale, in precedenza di proprietà di un collezionista privato West Australian.
Giuseppe Biondi aveva effettuato questa ricerca per implementare il suo sito internet http://www.kentoripa.altervista.org che raccoglie virtualmente molti vasi “Centuripini” sparsi per il mondo e che aveva creato per far conoscere il museo di Centuripe che, di questi vasi ne esponeva, all’epoca dei fatti, solo uno, tra l’altro molto rimaneggiato e senza tracce di colore. Su consiglio del Presidente Regionale di SiciliAntica, è stata subito inoltrata una segnalazione al comandante del Nucleo Tutela dei Carabinieri, Giuseppe Marseglia. Il comandante ha iniziato l’iter per “provare” a chiedere la restituzione dell’oggetto, restituzione poco probabile in quanto in territorio internazionale non era vigente nessuna convenzione per il rientro di oggetti archeologici. Lo stesso magistrato incaricato di intraprendere una rogatoria internazionale, diede pochissime speranze per il rientro del reperto e addirittura stimava tempi “biblici”. Una serie di circostanze favorevoli consentirono, invece, il rientro immediato della lekanis centuripina nel suolo natio, in primis l’arrivo a Enna di un giovane Sostituto Procuratore di Sortino, Francesco Augusto Rio, animato da buoni propositi e appassionato di archeologia. La circostanza che ha consentito il rientro del vaso è stata proprio una transazione di mercato: l’acquirente del vaso era un portoghese di Amadora (un territorio soggetto alla tutela dell’esportazione clandestina) che, all’arrivo dell’oggetto acquistato online, insieme al pacco, ha trovato il magistrato e i carabinieri dietro la porta del proprio negozio di arte, per cui non ha potuto esimersi dal consegnare volontariamente la lekanis centuripina appena acquistata, forse perché intimidito o preoccupato di passare guai giudiziari.
Il vaso, all’arrivo in Sicilia, è stato esposto a Palazzo D’Orleans dall’11 al 14 dicembre 2012 in occasione della riunione del Consiglio Regionale Siciliano dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti. Dopo la trafila di mostre e presentazioni istituzionali, ha preso la strada della sua amata Centuripe ed è stato esposto nel locale museo archeologico, dove si trova tutt’ora, nella vetrina dei vasi centuripini con vista Etna.

Simona Modeo (Caltanissetta 1970) è Docente di Lettere e Archeologa. Ha collaborato con le Soprintendenze per i Beni Culturali e Ambientali di Caltanissetta e Palermo. Ha partecipato a numerose campagne di scavi sia in Sicilia sia in altre regioni italiane e ha al suo attivo diverse pubblicazioni su tematiche e problematiche storico-archeologiche. Nel 2013 ha pubblicato la monografia Le iconografie femminili delle stele di Mozia per Salvatore Sciascia editore e nel 2016 ha collaborato alla redazione del volume Itinerari di pietra. Viaggio tra paesaggi e castelli al centro della Sicilia per la casa editrice Lussografica, per la quale nel 2018 ha anche pubblicato, nella collana Mesogheia – Studi di Storia e archeologia della Sicilia antica, da lei fondata nel 2017 insieme a Marina Congiu e a Calogero Miccichè, il saggio Dioniso in Sicilia. Mythos, Symposion, Hades, Theatron, Mysteria che, nel 2022, ha ricevuto il Premio Nazionale Himera. Dal 2003 al 2009 è stata Presidente della Sede nissena dell’Associazione culturale SiciliAntica e, dal 2012 al 2021, Presidente Regionale.
Attualmente ricopre la carica di Vicepresidente Regionale dell’Associazione. Dal 2004 è co-curatrice degli Atti dei Convegni annuali di Studi sulla Sicilia antica, organizzati dalla Sede nissena dell’Associazione (Itinerari e comunicazioni in Sicilia tra Tardo-antico e Medioevo, Diodoro Siculo e la Sicilia indigena, La Sicilia romana tra Repubblica e Alto Impero, con il contributo dell’Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana e del Comune di Caltanissetta e, ancora, per Salvatore Sciascia Editore, Greci e Punici in Sicilia tra il V e il IV secolo a.C., ΕΙΣ ΑΚΡΑ. Insediamenti d’altura in Sicilia dalla Preistoria al III sec. a.C., La Sicilia bizantina: storia, città e territorio, Timoleonte e la Sicilia della seconda metà del IV sec. a.C., Dal mito alla storia. La Sicilia nell’Archaiologhia di Tucidide, La Sicilia del IX secolo tra Bizantini e Musulmani; Viaggio in Sicilia: racconti, segni e città ritrovate; Nelle terre dei Normanni. La Sicilia tra Ruggero I e Federico II; Le grandi battaglie della Sicilia antica; per la collana Mesogheia della casa editrice Lussografica, Eracle in Sicilia. Oltre il mito: arte, storia e archeologia, Cenabis bene. L’alimentazione nella Sicilia antica, Teatro, musica e danza nella Sicilia antica, Mare Nostrum. I Romani, il Mediterraneo e la Sicilia tra il I e il V sec. d.C., Nelle terre dei Sicani. Passato, presente e futuro dei siti archeologici della Sicilia centrale: problematiche e proposte).

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