Contro metaverso

Salvare la presenza

Professore, lei scrive: ”Dopo il disastro del 6 gennaio, l’immagine dell’azienda viene rilanciata usando il “verbo” con cui il giovane Zuckerberg aveva definito la “missione” di Facebook: la creazione di un’infrastruttura sociale per dare alle persone il potere di costruire una comunità globale che funzioni per tutti noi”
Ebbene, dopo aver millantanto con Facebook il ritrovamento della comunità perduta, qual è oggi la missione del Metaverso?

La missione affidata a Metaverso vorrebbe essere quella di espandere nella realtà virtuale, che può proporci la tecnologia digitale, la “comunità globale” già largamente fittizia dei social. Realizzare come fenomeno sociale di massa il trascendere oggi a disposizione, grazie al digitale e all’intelligenza artificiale, del mondo reale nel mondo virtuale per il tramite della transitività tra i due mondi. Ratificare socialmente in modo sempre più pervasivo il nostro essere entrati nell’epoca dell’onlife3, dove la dimensione vitale, relazionale, sociale e comunicativa, lavorativa ed economica, è vista, agita e proposta come frutto di una continua interazione tra la realtà materiale e analogica e la realtà virtuale e interattiva.

Ottenuta la piena transitività, grazie al digitale ed all’Intelligenza Artificiale, del mondo reale nel mondo virtuale, quali effettivi rischi corre l’umano?

L’umano corre il rischio di subire come fenomeno di sociale di massa un’immersività sempre più radicale e radicata dell’esperienza reale, della vita di presenza, nella realtà virtuale. Il cui disagio è già socialmente evidente in tanti ambiti dell’esperienza quotidiana. La vita di “presenza”, la stessa quotidianiatà della relazione umana rischia l’effetto gorgo del reale nel virtuale, che il buco nero dell’online fagociti sempre più la realtà offline, la vita come tale. La vita, anche quotidiana, che fin qui abbiamo conosciuto e “abitato” in presenza. Non solo: un altro rischio evidente, che è largamente già realtà, si pensi alle polemiche sul controllo dei Big Data e alle battaglie per difendere la privacy, è che ci siamo messi sulla strada di un controllo autoritario della società e di tutti gli ambiti della vita individuale sempre più “totalitario”, in mano a poche mani, per altro neanche politicamente trasparenti.

“Immersi come siamo in questa distopia, l’unica via di uscita possibile è “salvare la presenza”. Come si scappa dal buco nero dell’online che fagocita la realtà offline; come si salva la vita come tale?

La prima risposta è una presa d’atto dei rischi della società dell’infosfera, della pervasività del digitale e degli algoritmi dell’intelligenza artificiale nella nostra vita. Le tecnologie digitali e la potenza di calcolo dell’IA, che certamente recano grandi benefici e nuove possibilità operative in tutti gli ambiti tecnici e scientifici, con i loro effetti operativi di grandi progressi in tantissimi ambiti, non devono “stregarci”. Cioè devono rimanere, come ogni tecnica è sempre stata, un’estensione strumentale dell’operatività umana, ma non devono asservirla a fini non umani di alienazione sociale in generale, e a fini non umani di altri umani, cioè di alienazione di controllo concentrata in poche mani. La seconda risposta irrinunciabile è di evitare la proliferazione incontrollata delle tecnologie digitali in ambiti fondativi della relazione umana di presenza: dalla formazione, la scuola, al lavoro, alla vita di relazione in generale e a quella del “tempo libero” in particolare. Scuola, lavoro, tempo libero devono restare luoghi di incontro fisico, di interazione psico-fisica tra le persone, quella dove nasce e si custodisce la vita di “presenza”, l’esperienza reale e non virtuale che ci rende e di mantiene intelligenze incarnate, emotive, relazionali in senso proprio e non in senso informazionale, la distopia degli inforg, degli organismi informatici che richiederebbe l’infosfera, la società del digitale e dell’IA.

Visori, sensori, avatar. Molto viene offerto come un gioco divertente e coinvolgente. Perché mai i più non comprendono che quella che reputano la propria esperienza sensoriale, in realtà, non è più la “propria”?

Perché ormai siamo già largamente vittime dei prodotti tossici delle nostre tecnologie digitali, come lo siamo da decenni delle nostre tecnologie energetiche ad esempio. E poi perché ormai abbiamo generazioni che sono come si dice “nativi digitali”, cui gli strumenti digitali sono messi in mano letteralmente appena finito lo svezzamento. Già la definizione è drammatica: non descrive una realtà neutra, ma una realtà dell’esperienza già orientata alla distopia. Se si aggiunge che le tecnologie del Metaverso funzionano come le nostre strutture neuronali, in parallelo analogico per così dire, ci rendiamo conto che siamo avanti sulla strada di non saper più distinguere realtà e realtà alienata; alienata, dove cioè di nostro c’è ben poco e siamo colonizzati anche mentalmente dall’ambiente digitale, virtuale, innaturale che abbiamo costruito.

“Qui tutto è distanza / e là era respiro. Dopo la prima patria / questa seconda gli è ibrida e ventosa” (Rilke, Elegie duinesi, Ottava Elegia). Può commentare questi versi per noi?

Ho voluto chiudere il libro con questi versi di Rilke, perché mi sembrano esprimere bene il rischio esistenziale che corre lo “spirito umano”, in concreto quel vissuto bio-psico-fisico che siamo nel mondo del distanziamento digitale, virtuale dalla vita di presenza: la perdita del respiro caldo, avvertito dell’altro, lo spaesamento dell’esperienza esposta ai venti incontrollati e incontrollabili dell’ibridazione virtuale della realtà. Venti che rischiano di svellerci dalla “terra”, dalla nostra terrenità carnale, consegnandoci all’inospitalità per l’umano di questa presunta vita “aumentata” che ci garantirebbe l’ibridazione virtuale della realtà.

Eugenio Mazzarella, filosofo, politico, poeta, è professore emerito di filosofia teoretica presso l’Università Federico II di Napoli. È stato preside della Facoltà di Lettere e filosofia dell’ateneo fridericiano, e deputato della Repubblica nella XVI Legislatura. È tra i maggiori interpreti di Heidegger e Nietzsche a livello internazionale. Per Carocci sono stati di recente ripubblicati due suoi classici studi: Tecnica e metafisica. Saggio su Heidegger (2021; 1ª Guida, 1981) e Nietzsche e la storia. Storicità e ontologia della vita (2022; 1a Guida, 1983). I suoi lavori hanno proposto un complessivo ripensamento della filosofia e dell’antropologia della tecnica, lungo il filo conduttore della necessità della resilienza dell’umano alla deriva post-umana dell’uomo tecnico, allo spaesamento della potenza dell’artificio: Vie d’uscita. L’identità umana come programma stazionario metafisico (il Melangolo, 2004; tr. spagnola Tirant lo Blanch, 2016 ); L’uomo che deve rimanere. La smoralizzazione del mondo (Quodlibet, 2017). Tra i suoi lavori più recenti: Il mondo nell’abisso. Heidegger e i Quaderni neri (Neri Pozza, 2019; tr. tedesca Ergon, 2020); Perché i poeti. La parola necessaria (Neri Pozza, 2020); Colpa e tempo. Un esercizio di matematica esistenziale (Neri pozza, 2022); Europa Cristianesimo Geopolitica. Il ruolo geopolitico dello “spazio” cristiano (Mimesis, 2022); Contro Metaverso. Salvare la presenza (Mimesis, 2022). Apprezzato poeta ha pubblicato diverse raccolte di versi, tra cui Opera media (il Melangolo, 2004) e Anima Madre (Paparo Edizioni, 2015); per Crocetti è in uscita (marzo 2023) la raccolta Cerimoniale.

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