Nel titolo del suo libro, Pasolini è innanzitutto l’intellettuale contro il potere. Eppure, per Pasolini il potere non coincideva semplicemente con le istituzioni politiche: era una forza capace di penetrare nelle coscienze, di modificare desideri e comportamenti. Qual è, secondo lei, la più rivoluzionaria intuizione pasoliniana sulla natura del potere? E quanto siamo ancora capaci di riconoscerlo quando non assume il volto della repressione, ma quello della seduzione?

La grande intuizione di Pasolini è stata capire, prima di molti altri, che il potere più pericoloso non è necessariamente quello che ti mette in galera, che ti manganella o che ti impedisce di parlare. È quello che ti entra dentro, che ti cambia la testa, che ti convince a desiderare proprio ciò che fa comodo a chi comanda. E tu magari sei anche contento, perché pensi di aver scelto liberamente.
Il potere, del resto, non è soltanto esercizio della forza, ma una combinazione di coercizione e persuasione. La sua efficacia dipende proprio dalla capacità di far convivere questi due strumenti, utilizzandoli secondo le circostanze. Nei periodi di apparente normalità prevale la persuasione, che agisce attraverso l’educazione, l’informazione, la pubblicità, i modelli culturali e, soprattutto, attraverso la pressione della massa. È la collettività stessa, una volta assimilati i valori dominanti, a trasformarsi in uno strumento di controllo, isolando, ridicolizzando o emarginando chi non si adegua. Il conformismo diventa così una forma di disciplina sociale che non ha bisogno di poliziotti o tribunali per funzionare. La violenza esplicita rimane sullo sfondo, pronta però a intervenire quando il dissenso non può più essere assorbito, neutralizzato o ricondotto all’obbedienza. In altre parole, la persuasione è la forma ordinaria del dominio, la coercizione la sua garanzia ultima.
È questo il punto. Il nuovo potere non si accontenta di avere dei sudditi obbedienti: vuole individui che gli somiglino, che parlino la sua lingua, che condividano i suoi valori, che inseguano gli stessi modelli di felicità. E per ottenere tutto questo non ha sempre bisogno della violenza. Gli bastano la pubblicità, la televisione, la scuola quando rinuncia a educare criticamente, i modelli di comportamento imposti dal mercato. E soprattutto gli basta una società nella quale ciascuno finisce per sorvegliare il comportamento degli altri, pretendendo che tutti si adeguino a ciò che viene considerato normale.
Pasolini aveva capito che il consumismo non vende soltanto oggetti. Vende modi di vivere, idee di bellezza, modelli di successo, perfino sentimenti. E soprattutto vende l’illusione che tutto questo sia libertà. Il suo successo più grande consiste nel trasformare un’imposizione in un desiderio, nel fare in modo che gli individui non si limitino ad accettare i modelli dominanti, ma li difendano come se fossero il frutto della propria volontà.
Pensiamo a quello che accade oggi. Siamo convinti di scegliere autonomamente, ma quante delle nostre scelte sono davvero nostre? Quanto pesano la pubblicità, gli algoritmi, le mode, il bisogno di essere accettati? Ci sentiamo liberi perché possiamo comprare cento marche diverse dello stesso prodotto, ma quasi mai ci domandiamo chi abbia deciso che quel prodotto ci serve. E chi si sottrae a certi modelli, chi rifiuta determinati consumi o mette in discussione le opinioni prevalenti, rischia di essere considerato un estraneo, un eccentrico, quando non addirittura un nemico.
Ecco, Pasolini ci invita a fare proprio queste domande. Non ci chiede soltanto di guardare chi governa, ma di osservare come viviamo, che cosa desideriamo, che cosa siamo diventati. E soprattutto ci costringe a riconoscere che il potere non agisce soltanto dall’alto: si riproduce anche attraverso di noi, attraverso la nostra disponibilità a conformarci e a pretendere che gli altri facciano altrettanto. È una lezione ancora scomoda, forse oggi più di ieri.
Scritti corsari e Lettere luterane restituiscono l’immagine di un pensatore che non si limita a denunciare, ma sembra voler scuotere le fondamenta morali della società. Quanto c’è di provocazione intellettuale e quanto di autentica tensione pedagogica in questi scritti? Pasolini intendeva soltanto smascherare le contraddizioni del proprio tempo oppure aspirava a costruire una diversa coscienza civile?
Pasolini non provocava per il gusto di scandalizzare. O meglio, sapeva benissimo che certe sue affermazioni avrebbero provocato scandalo, e qualche volta se ne serviva deliberatamente. Ma dietro quelle provocazioni c’era una preoccupazione autentica, quasi dolorosa, per quello che stava accadendo alla società italiana.
Non dimentichiamo che Pasolini era stato un insegnante. E, in fondo, non aveva mai smesso di esserlo. Anche quando scriveva sui giornali, anche quando polemizzava con i politici, anche quando attaccava la sinistra, la Chiesa o gli intellettuali, continuava a comportarsi come qualcuno che vuole aprire gli occhi ai propri interlocutori.
Nelle Lettere luterane questa vocazione emerge con particolare evidenza. Penso alle pagine dedicate a Gennariello, il ragazzo napoletano al quale si rivolge come a un allievo immaginario. Non vuole riempirgli la testa di nozioni. Vuole insegnargli a guardare il mondo, a riconoscere ciò che si nasconde dietro le apparenze, a non accettare tutto quello che gli viene proposto.
È una pedagogia che nasce dall’amore per la vita e dalla rabbia per ciò che la sta distruggendo.
E qui vorrei sottolineare una cosa. Pasolini non era un predicatore che si sentiva al di sopra degli altri. Era un uomo pieno di contraddizioni, e ne era consapevole. Non parlava da una posizione di superiorità morale. Partecipava in prima persona ai conflitti che raccontava.
Quando scriveva contro il consumismo, contro l’omologazione, contro la distruzione delle culture popolari, non stava soltanto denunciando qualcosa. Cercava disperatamente di salvare la possibilità di una vita diversa.
Non aveva in tasca la ricetta per costruire una società migliore. Ma sapeva che una società incapace di interrogarsi sulle proprie ingiustizie e sulle proprie trasformazioni è una società che ha già cominciato a rinunciare alla propria libertà.
Uno dei nuclei più inquietanti della riflessione pasoliniana è la cosiddetta mutazione antropologica, prodotta dall’affermazione della società dei consumi. Oggi, nell’epoca degli algoritmi, dell’intelligenza artificiale e dell’identità costruita attraverso i social network, possiamo parlare di una nuova mutazione antropologica? Oppure stiamo semplicemente assistendo al compimento di quella che Pasolini aveva già intravisto?
Quando Pasolini parlava di mutazione antropologica, non stava facendo una previsione fantascientifica. Guardava le persone per strada, ascoltava come parlavano i ragazzi, osservava i loro vestiti, i loro gesti, il modo di stare insieme. E si accorgeva che qualcosa stava cambiando profondamente. Non erano soltanto cambiate le abitudini: stavano cambiando gli esseri umani.
Basta pensare ai ragazzi di Ragazzi di vita o di Una vita violenta. Sono giovani poverissimi, spesso violenti, qualche volta crudeli, ma appartengono a un mondo che possiede ancora una propria lingua, una propria cultura, una propria maniera di affrontare la vita. Non sono certamente degli angeli. Eppure conservano qualcosa che Pasolini vede progressivamente scomparire: una diversità che non è stata ancora cancellata dai modelli della società borghese.
Questa preoccupazione emerge già con straordinaria chiarezza nella sceneggiatura di Uccellacci e uccellini, in un episodio, quello del Totofon, che non entrerà nel film. Il corvo racconta a Totò e Ninetto che verrà prodotto un apparecchietto da mettere in bocca, capace di far parlare tutti allo stesso modo. Non ci saranno più dialetti, inflessioni, modi diversi di esprimersi. Totò protesta: sua madre e sua nonna gli hanno insegnato a parlare in un certo modo e lui vuole continuare a farlo. Ma il corvo gli spiega che il Totofon sarà obbligatorio e che dietro l’invenzione si nasconde una precisa ragione economica: «chi parla uguale consuma uguale». E dunque tutti parleranno, vestiranno, mangeranno e consumeranno allo stesso modo, consentendo di produrre ogni cosa in serie.
È un passaggio che considero fondamentale, perché contiene già il nucleo della futura riflessione pasoliniana sulla mutazione antropologica. La distruzione delle differenze linguistiche e culturali non è un effetto secondario dello sviluppo capitalistico: è funzionale alla produzione e al consumo di massa. Per vendere a tutti gli stessi prodotti bisogna creare individui che abbiano gli stessi desideri, gli stessi bisogni, gli stessi modelli di vita.
Ma c’è un altro particolare che trovo ancora più inquietante. Quando il corvo domanda a Ninetto se gli piacerebbe parlare, vestirsi e mangiare come tutti gli altri, il ragazzo risponde entusiasticamente: «A me sì! Che so’ il più stupido, io?». Ecco il vero successo del nuovo potere: non deve imporre l’omologazione con la forza, perché sono gli stessi individui a desiderarla. Essere diversi diventa quasi una vergogna, mentre adeguarsi alla maggioranza appare come una conquista.
Nella conclusione dell’episodio il corvo evoca qualcuno che piange davanti a questa trasformazione e teme che possa segnare la fine dell’uomo. È difficile non riconoscervi lo stesso Pasolini. Il suo timore è che gli oggetti prodotti in serie, privati di un rapporto autentico con la vita, finiscano per svuotare anche gli esseri umani che li consumano. E affida agli operai, purché ritrovino una coscienza politica, la possibilità di restituire un’anima ai prodotti e di impedire che il mondo venga sottratto all’uomo.
Da allora quella trasformazione non si è mai fermata. È cresciuta, si è allargata, è diventata una valanga che ha travolto lingue, culture, comportamenti, relazioni sociali. Oggi siamo passati dalla televisione, che proponeva gli stessi modelli a milioni di persone, agli algoritmi, che studiano ciascuno di noi e ci propongono quello che siamo più disposti ad accettare. È una differenza enorme. Il potere non parla più soltanto alle masse, ma si rivolge al singolo individuo, ne conosce i gusti, le debolezze, le paure, e cerca di orientarne i comportamenti.
E poi ci sono i social network, dove tutti sembrano voler essere originali, diversi, riconoscibili, ma finiscono spesso per assomigliarsi terribilmente. Persino la ribellione diventa una moda, un prodotto da vendere. Quello che un tempo era il Totofon immaginato da Pasolini oggi sembra essersi moltiplicato in mille dispositivi diversi. Non abbiamo più bisogno di un apparecchietto da mettere in bocca per parlare tutti allo stesso modo: ci pensano i modelli linguistici dominanti, le piattaforme digitali, le formule che si ripetono, i comportamenti che vengono premiati dall’approvazione collettiva.
L’intelligenza artificiale apre questioni ancora più grandi. Può essere uno strumento straordinario, ma può anche abituarci a delegare non soltanto il lavoro, ma il pensiero, la scrittura, la capacità di scegliere. E quando rinunciamo a pensare con la nostra testa, rinunciamo a qualcosa di essenziale. Il rischio non è soltanto che le macchine diventino sempre più simili agli esseri umani, ma che siano gli esseri umani a diventare sempre più simili alle macchine, rinunciando alla propria originalità.
Non direi che Pasolini avesse previsto tutto questo. Non era un autore di fantascienza e non possedeva capacità profetiche. Esaminava ciò che aveva sotto gli occhi e ne comprendeva le conseguenze. Aveva capito che il processo in atto non si sarebbe interrotto spontaneamente, perché rispondeva agli interessi profondi del sistema economico. La mutazione antropologica non si è conclusa: continua, cambia strumenti, accelera, diventa sempre più difficile da riconoscere. E non riguarda soltanto il modo in cui consumiamo, ma il modo in cui pensiamo, amiamo, comunichiamo, immaginiamo il futuro.
C’è però una differenza rispetto al mondo osservato da Pasolini. Allora esistevano ancora culture popolari, linguaggi e modi di vivere capaci di opporre una certa resistenza all’omologazione. Oggi molti di quei mondi sono scomparsi o sono stati assorbiti dal mercato, che riesce a trasformare in merce perfino ciò che nasce per contestarlo.
Per questo non parlerei di una nuova mutazione antropologica, ma della prosecuzione, sempre più rapida e pervasiva, di quella che Pasolini aveva individuato. E forse la cosa più inquietante è proprio questa: il Totofon non ci viene più imposto. Siamo noi a cercarlo, a comprarlo, a portarlo sempre con noi. E guai a chi si rifiuta di usarlo.
Pasolini guardava con sospetto a un progresso materiale che non coincideva necessariamente con un’autentica emancipazione umana. Ma il suo rimpianto per le culture popolari e per il mondo precapitalistico non rischia di trasformarsi in un’idealizzazione del passato? Come distinguere, nel suo pensiero, la critica della modernità da una nostalgia che potrebbe apparire storicamente contraddittoria?
Non esagererei, però, con la nostalgia. Credo che nel pensiero di Pasolini il richiamo al mondo arcaico, contadino e sottoproletario abbia soprattutto una funzione critica. Quel mondo viene contrapposto alla disgregazione culturale e sociale prodotta dallo sviluppo consumistico. È una contrapposizione talvolta schematica, persino forzata, ma proprio per questo capace di rendere più evidenti le contraddizioni del presente.
Più Pasolini vedeva avanzare l’omologazione, più il passato acquistava forza nella sua immaginazione. Non perché pensasse davvero di poter tornare indietro, ma perché quel passato custodiva il ricordo di ciò che eravamo e che stavamo smettendo di essere. Non si trattava di rimpiangere la miseria, la fame, l’analfabetismo o la fatica dei campi, ma di riconoscere che insieme a quelle condizioni di vita stavano scomparendo anche lingue, culture, rapporti umani, modi di pensare e di sentire che avevano conservato per secoli una propria autonomia.
Il passato diventa così una sorta di specchio nel quale osservare la degenerazione del presente. Da una parte un universo popolare che Pasolini rappresenta talvolta come ancora incontaminato, dall’altra una società che si avvia verso un’omologazione sempre più profonda, nella quale ogni differenza rischia di essere cancellata o trasformata in merce. Naturalmente sappiamo che quel mondo non era affatto innocente, che conosceva violenza, ingiustizie, sopraffazioni. E Pasolini lo sapeva: basta leggere Ragazzi di vita o Una vita violenta per rendersene conto. Ma non era questo il punto. La contrapposizione serviva a mostrare, anche attraverso qualche esasperazione, la violenza delle trasformazioni in atto.
Penso, per esempio, a Le ceneri di Gramsci, dove Pasolini vive dolorosamente il contrasto tra la ragione politica, che lo spinge verso il cambiamento, e l’amore per un mondo popolare che quel cambiamento rischia di cancellare. Oppure alle poesie friulane della Meglio gioventù, nelle quali la lingua stessa diventa testimonianza di una cultura, di un’identità collettiva, di un rapporto con la vita che non può essere ridotto alle esigenze del mercato.
La nostalgia, dunque, c’è, ma non credo sia la cifra principale del suo pensiero. È piuttosto uno strumento di confronto, un modo per misurare ciò che abbiamo perduto mentre ci convincevano che stavamo soltanto guadagnando. Il passato non rappresenta una soluzione, né tantomeno un modello da restaurare. È la testimonianza di una diversità possibile, di un mondo nel quale gli esseri umani non erano ancora interamente subordinati alle esigenze del consumo.
E allora la domanda che Pasolini ci pone non è se fosse meglio vivere ieri oppure oggi. È un’altra, assai più scomoda: perché abbiamo accettato che il miglioramento delle condizioni materiali dovesse comportare la distruzione delle nostre culture, delle nostre differenze, della nostra stessa umanità? E soprattutto, perché continuiamo a chiamare progresso ciò che spesso è soltanto sviluppo economico?
Nell’opera di Pasolini, il sacro sopravvive anche al di fuori dell’orizzonte religioso, manifestandosi nei corpi, nei volti, nelle periferie, nelle esistenze marginali. Possiamo interpretare questa ricerca come una forma di resistenza alla riduzione dell’essere umano a merce? E quale rapporto intercorre, secondo lei, tra la dimensione sacrale della sua poetica e il radicalismo della sua critica politica?
Il sacro, per Pasolini, non abita soltanto nelle chiese. Lo si può incontrare in un ragazzo di borgata, nel volto di una madre, in un contadino, in una strada polverosa, in un corpo che soffre o che desidera, perfino in un ciuffo d’erba. È nel mistero stesso della vita, in tutto ciò che sfugge alle spiegazioni razionali e alle leggi dell’economia, in ciò che non può essere misurato, comprato o venduto. È una dimensione profonda dell’esistenza, che Pasolini avverte con una sensibilità quasi fisica e che cerca continuamente di restituire attraverso la poesia, la narrativa e il cinema.
In fondo, quando nell’articolo delle lucciole scrive «io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola», esprime proprio questa concezione del mondo. Non è soltanto una provocazione contro il potere economico. È una dichiarazione d’amore per la vita, per la bellezza fragile e gratuita delle cose, per tutto ciò che non ha un prezzo e che proprio per questo rischia di essere sacrificato sull’altare dello sviluppo. Una lucciola vale più di un colosso industriale, perché rappresenta qualcosa che nessuna ricchezza potrà restituirci una volta distrutto.
Pensiamo al Vangelo secondo Matteo. Pasolini, che non era credente nel senso tradizionale del termine, realizza uno dei film più intensamente religiosi della storia del cinema. Ma il suo Cristo non è una figura addomesticata, buona per le cerimonie ufficiali. È un uomo severo, appassionato, capace di parole durissime contro i ricchi, gli ipocriti, i potenti. Un Cristo che porta con sé la forza di una rivoluzione morale, che non promette la tranquillità, ma pretende un cambiamento radicale della vita. La sua sacralità non lo allontana dagli uomini, al contrario lo immerge nelle loro sofferenze e nelle loro contraddizioni.
E pensiamo a Mamma Roma, al corpo di Ettore che muore legato al letto di contenzione, ripreso in una posizione che richiama la pittura del Cristo morto. Quel ragazzo, che per la società non vale quasi nulla, acquista attraverso l’immagine una dignità immensa. È come se Pasolini ci dicesse che anche nell’esistenza più disprezzata c’è qualcosa di sacro, qualcosa che merita rispetto e che nessun giudizio sociale può cancellare.
La stessa cosa accade nella Ricotta, dove Stracci, una comparsa poverissima e affamata, muore sulla croce mentre partecipa alla rappresentazione cinematografica della Passione. Intorno a lui si muove un mondo indifferente, occupato a lavorare, divertirsi, mangiare, esibire il proprio benessere. Stracci ha fame, una fame vera, disperata, e nessuno sembra accorgersene. Il suo corpo diventa così il luogo nel quale si incontrano la miseria materiale e la sacralità dell’esistenza. Mentre la Passione di Cristo viene trasformata in spettacolo, la passione autentica si consuma sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno sia capace di riconoscerla. È una delle denunce più feroci che Pasolini abbia rivolto alla società borghese.
Qui la dimensione religiosa e quella politica si incontrano. Perché riconoscere la sacralità di un essere umano significa rifiutare che il suo valore dipenda dal denaro, dal successo, dalla posizione sociale. Significa riconoscere una dignità che precede ogni appartenenza e che nessun potere può legittimamente cancellare.
Ma il sacro pasoliniano non è sempre consolatorio. Può essere violento, oscuro, inquietante. In Teorema, per esempio, l’arrivo di un ospite misterioso sconvolge una famiglia dell’alta borghesia milanese. La sua presenza, carica di una vitalità quasi divina, mette a nudo il vuoto che si nasconde dietro il benessere, le convenzioni e le sicurezze sociali. Il sacro irrompe nella normalità borghese e ne rivela l’inautenticità. Non porta ordine, ma distruzione; non offre certezze, ma le spazza via. È una forza che fa tabula rasa di un mondo apparentemente solido, ma interiormente morto. La vitalità dell’ospite si contrappone alla sterilità spirituale dei personaggi, incapaci, una volta venute meno le loro certezze, di ritrovare un senso alla propria esistenza. Soltanto Emilia, la domestica, che proviene dal mondo contadino, sembra conservare un rapporto autentico con il sacro, mentre gli altri precipitano nello smarrimento.
Credo che Pasolini sentisse con particolare dolore la progressiva scomparsa di questa dimensione della vita. La società dei consumi non si limita a distruggere paesaggi, culture e tradizioni: pretende di impossessarsi anche dei corpi, dei desideri, dei sentimenti, trasformando tutto in merce. Perfino il sesso, che per Pasolini aveva rappresentato a lungo una delle espressioni più libere e vitali dell’esistenza, finisce per essere assorbito dai modelli imposti dal mercato. È una delle ragioni del suo drammatico ripensamento della Trilogia della vita, quando arriva a riconoscere che quei corpi, celebrati come immagini di una vitalità ancora innocente, sono ormai esposti alla stessa degradazione consumistica che egli aveva cercato di contrastare.
Ecco perché non separerei mai la dimensione sacrale della sua poetica dal radicalismo della sua critica politica. Nascono entrambe dalla stessa ribellione contro un potere che pretende di ridurre la vita a produzione, consumo, profitto. Pasolini difende il sacro perché difende ciò che nell’essere umano non può essere posseduto, addomesticato, reso uniforme. E difende la diversità perché sa che, quando tutto diventa uguale, quando ogni cosa viene valutata soltanto per la sua utilità economica, non scompare soltanto la bellezza del mondo: rischia di scomparire anche la nostra capacità di riconoscerci come esseri umani.
La sua è, in fondo, una difesa appassionata della vita contro tutto ciò che pretende di impadronirsene. Ed è proprio questa passione, prima ancora delle sue posizioni ideologiche, a rendere così radicale e ancora così necessario il suo pensiero.
Nel suo volume dedica attenzione anche al cinema pasoliniano, soffermandosi, tra l’altro, su Uccellacci e uccellini. Pasolini affidò alle immagini interrogativi che la parola scritta sembrava non poter esaurire. Il suo cinema rappresenta una prosecuzione della battaglia intellettuale con altri mezzi oppure costituisce uno spazio autonomo, nel quale le contraddizioni ideologiche diventano più profonde e, forse, irrisolvibili?
Per Pasolini il cinema non è stato semplicemente un altro modo di raccontare le stesse cose. È stata una scoperta, quasi una necessità. A un certo punto la parola non gli bastava più. Aveva bisogno dei volti, dei corpi, delle strade, dei paesaggi. Aveva bisogno di mostrare la realtà, di farla parlare direttamente. Di rendere visibile anche quella mutazione antropologica le cui prime avvisaglie, come abbiamo già ricordato, compaiono nella sceneggiatura di Uccellacci e uccellini.
E tuttavia il suo cinema è tutt’altro che realistico nel senso più comune del termine. C’è sempre qualcosa che va oltre ciò che vediamo: un mito, un’allegoria, una domanda sul destino dell’uomo. La realtà viene mostrata, ma anche interrogata, trasformata in qualcosa che ci costringe a guardare oltre le apparenze.
Uccellacci e uccellini è un esempio straordinario. E credo che, accanto al film, andrebbe letta anche la sceneggiatura, o sceno-testo, per usare la definizione pasoliniana, perché contiene episodi e riflessioni che non sono arrivati sullo schermo, ma che aiutano a comprendere meglio il senso dell’opera. Totò e Ninetto camminano lungo una strada che sembra non finire mai. Incontrano personaggi, attraversano situazioni assurde, ascoltano i discorsi di un corvo che parla di marxismo, di storia, di lotta di classe. È un film divertente e malinconico, pieno di invenzioni, ma anche profondamente politico.
Il corvo rappresenta un certo modo di intendere la cultura marxista, la sua capacità di spiegare il mondo, ma anche la sua difficoltà a entrare davvero nella vita delle persone. Parla, ragiona, interpreta. Totò e Ninetto lo ascoltano, qualche volta sembrano capirlo, altre volte no. Alla fine se lo mangiano.
È una scena terribile e comica insieme. Che cosa significa? Che il marxismo è morto? Che le idee non servono più? Non credo. Piuttosto, Pasolini sembra suggerire che nessuna ideologia può pretendere di esaurire la complessità della vita. E che le idee, per sopravvivere, devono trasformarsi, confrontarsi con una realtà che cambia, entrare nella carne della storia.
In questo film c’è anche il dolore per la morte di Togliatti, con le immagini del suo funerale. Ma non è soltanto il rimpianto per un uomo o per una stagione politica. È la presa di coscienza che gli strumenti con i quali la sinistra aveva interpretato e affrontato la società italiana non sono più sufficienti. Il mondo sta cambiando a una velocità impressionante e la vecchia impostazione togliattiana non riesce più a comprenderlo fino in fondo. Occorre rinnovarla, contaminarla con nuove esperienze, farla evolvere. Non si tratta di abbandonare il marxismo, ma di sottrarlo al rischio di diventare una dottrina incapace di leggere la realtà. La morte del corvo, in questo senso, non rappresenta necessariamente la fine di un pensiero, ma la necessità di una sua trasformazione.
Mi sembra che il cinema consenta a Pasolini di essere ancora più libero dello scrittore polemista. Nei suoi articoli prende posizione, attacca, giudica. Nei film, invece, lascia spesso che le contraddizioni rimangano aperte, che siano le immagini, i corpi, i gesti a raccontarle, senza la necessità di arrivare a una conclusione definitiva.
E poi c’è Salò o le 120 giornate di Sodoma, dove la riflessione sul potere raggiunge una violenza quasi insopportabile. I corpi vengono posseduti, umiliati, ridotti a oggetti. Non è soltanto una rappresentazione del fascismo della Repubblica di Salò: è anche una feroce allegoria del potere che dispone degli esseri umani come di merci, che pretende di controllarne i desideri, di cancellarne la volontà, di trasformarli in strumenti del proprio piacere e del proprio dominio.
Il cinema pasoliniano, dunque, è certamente parte della sua battaglia intellettuale, ma è anche qualcosa di più. È il luogo dove le sue idee si scontrano con le sue passioni, dove la ragione incontra il desiderio, dove le contraddizioni non vengono nascoste, ma diventano materia viva della rappresentazione. Ed è anche il luogo nel quale Pasolini mostra il tentativo del potere di impadronirsi del mistero della vita, di svuotarlo della sua autenticità, di trasformare i corpi, i sentimenti e le relazioni umane in una finzione, in una semplice apparenza. Contro questa riduzione della vita a merce e a spettacolo, il suo cinema continua a rappresentare un atto di resistenza.
Pasolini arrivò a considerare il consumismo una forma di dominio persino più penetrante del fascismo storico, per la sua capacità di trasformare dall’interno la società. Non ritiene che questa lettura, pur straordinariamente lungimirante, rischi di attenuare le differenze tra violenza totalitaria e persuasione consumistica? Dove risiede, a suo giudizio, la forza di questa analogia e dove, eventualmente, il suo limite?
Bisogna intendersi su che cosa Pasolini chiamasse fascismo. Altrimenti rischiamo di non capire il senso della sua denuncia.
Il fascismo storico è stato un regime violento, nazionalista, imperialista, fondato sulla dittatura, sulla repressione degli oppositori, sulla persecuzione politica e razziale. Ha imposto un’ideologia attraverso la scuola, la propaganda, le organizzazioni di massa, il controllo della vita pubblica. E non bisogna dimenticare le guerre coloniali, le leggi razziali, la partecipazione alla guerra mondiale, le stragi. Sarebbe assurdo sottovalutare tutto questo.
Ma Pasolini si poneva una domanda diversa: quanto era riuscito quel fascismo a cambiare davvero gli italiani? Il regime mussoliniano aveva teorizzato la nascita di un uomo nuovo, il perfetto fascista, disciplinato, obbediente, interamente identificato con i valori del regime. A questo obiettivo erano state piegate la scuola, le organizzazioni giovanili, la propaganda, l’intero apparato educativo. Eppure, secondo Pasolini, nonostante vent’anni di dittatura, il fascismo non era riuscito a cancellare le culture contadine, le tradizioni locali, i dialetti, i modi di vivere delle classi popolari. Sotto la divisa fascista continuava a esistere un mondo antico, che conservava una propria identità. L’adesione esteriore al regime non aveva prodotto quella trasformazione profonda delle coscienze alla quale il fascismo aspirava.
Il nuovo potere consumistico, invece, stava riuscendo proprio dove il fascismo aveva fallito. Non si limitava a imporre comportamenti, ma cambiava gli individui dall’interno. Modificava il loro linguaggio, i desideri, il rapporto con il corpo, con il sesso, con gli altri. E soprattutto riusciva a far desiderare quella trasformazione agli stessi individui che la subivano.
Pasolini arrivò a scrivere che «Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi». È un’affermazione fortissima, che va letta nel contesto della sua denuncia dell’omologazione culturale. Il nuovo potere non aveva bisogno di imporre a tutti la stessa divisa: riusciva a convincere milioni di persone a voler indossare spontaneamente gli stessi abiti, acquistare gli stessi prodotti, inseguire gli stessi modelli di felicità.
Naturalmente possiamo discutere questa interpretazione. Il fascismo storico non fu soltanto una scenografia di divise, adunate e saluti romani. Ebbe un’influenza profonda sulla società italiana e lasciò eredità che continuarono ben oltre la sua caduta. Ma Pasolini non voleva assolverlo, né attenuarne le responsabilità. Voleva metterci in guardia contro l’idea che il fascismo fosse riconoscibile soltanto attraverso i manganelli e le camicie nere.
E qui tocchiamo un punto che considero fondamentale. Non basta proclamarsi antifascisti per esserlo davvero. Non basta celebrare la Resistenza, partecipare alle commemorazioni o ripetere formule rassicuranti, se poi si accettano senza discutere le nuove forme di dominio, lo sfruttamento, la distruzione delle culture, il controllo dell’informazione, le disuguaglianze.
Pasolini diffidava di un antifascismo diventato rituale, incapace di riconoscere il potere nelle forme nuove che aveva assunto. Non sosteneva che il vecchio fascismo fosse innocuo o che la sua violenza fosse trascurabile. Denunciava il rischio di combattere soltanto i fantasmi del passato, lasciando indisturbati i padroni del presente.
Non credo neppure che si debba contrapporre semplicisticamente il fascismo storico a una presunta democrazia compiuta. Le istituzioni rappresentative, il diritto di voto, le libertà formalmente riconosciute non bastano, da soli, a garantire una partecipazione reale al potere. Una società nella quale le decisioni fondamentali sono condizionate da grandi interessi economici, nella quale l’informazione è concentrata e nella quale milioni di persone non dispongono degli strumenti necessari per incidere sulle scelte collettive presenta un evidente problema di democrazia. E non possiamo ignorare che anche nelle società che si definiscono democratiche la persuasione e il controllo sociale possono convivere con la repressione, pronta a manifestarsi quando il dissenso supera i limiti tollerati dal potere.
La questione, per Pasolini, era proprio questa: chi comanda davvero? Chi decide come dobbiamo vivere? Chi stabilisce ciò che dobbiamo desiderare?
La forza della sua analogia sta nell’aver compreso che il dominio non si misura soltanto attraverso la violenza esercitata, ma anche attraverso la capacità di trasformare gli individui, di conquistarne il consenso, di renderli partecipi della propria subordinazione.
Ma il suo avvertimento resta prezioso: il potere non diventa meno pericoloso soltanto perché ha smesso di indossare una divisa. Ammesso che abbia davvero smesso. Perché ciò a cui stiamo assistendo oggi è anche il ritorno di simboli, linguaggi e comportamenti che credevamo consegnati alla storia, accanto a forme nuove e più sofisticate di controllo e di manipolazione. Vecchi autoritarismi e nuovi strumenti di dominio possono convivere, sostenersi reciprocamente, perfino alimentarsi a vicenda. Ed è proprio questa possibilità che dovrebbe preoccuparci: non il ritorno del fascismo nelle identiche forme del passato, ma la capacità del potere di recuperare ciò che gli serve da quel passato e di combinarlo con gli strumenti del presente.
Pasolini fu un intellettuale difficilmente collocabile: marxista ed eretico, profondamente legato alla tradizione e insieme radicalmente anticonformista, critico della borghesia ma anche delle contraddizioni della sinistra. Quanto questa irriducibilità alle appartenenze costituisce la sua più grande eredità? E un intellettuale contemporaneo potrebbe permettersi la medesima libertà, senza essere immediatamente ricondotto a uno schieramento?
Pasolini non era un uomo senza appartenenze. Aveva scelto da che parte stare, e quella parte era il mondo degli sfruttati, degli esclusi, di coloro che non avevano voce. Era marxista, anche se il suo marxismo era attraversato da contraddizioni profonde, da una sensibilità religiosa, da passioni che non si lasciavano rinchiudere in una dottrina. Non era un marxismo imparato sui manuali e ripetuto come una formula, ma vissuto, sofferto, continuamente messo alla prova nel confronto con la realtà.
Ma proprio perché aveva scelto da che parte stare, si sentiva libero di criticare anche quella parte. Non accettava che l’appartenenza diventasse obbedienza, che la fedeltà a un’idea significasse rinunciare alla propria capacità di giudizio. E soprattutto non sopportava che le ragioni della politica finissero per prevalere sulla verità delle cose.
Pasolini non aveva paura di contraddire i propri interlocutori. E non aveva paura di contraddirsi. In lui convivevano il marxista e il poeta innamorato del mondo contadino, l’ateo e l’uomo affascinato dal sacro, il rivoluzionario e il difensore di culture antichissime. Erano contraddizioni autentiche, che non cercava di nascondere o di risolvere a tutti i costi. Facevano parte del suo modo di vivere e di interpretare il mondo.
Qualcuno potrebbe considerare tutto questo un limite. Io penso invece che sia una delle ragioni della sua grandezza. Pasolini non pretendeva di adattare la realtà alle proprie convinzioni: era disposto a mettere in discussione anche queste ultime quando si scontravano con ciò che vedeva accadere.
Oggi mi sembra che i presunti intellettuali siano spesso chiamati a scegliere una squadra, a schierarsi su ogni questione, a ripetere ciò che il proprio pubblico si aspetta. Se criticano la destra vengono collocati a sinistra; se criticano la sinistra vengono accusati di fare il gioco della destra. Come se non esistesse la possibilità di ragionare autonomamente, di giudicare i fatti senza preoccuparsi continuamente di chi potrebbe trarne vantaggio.
Ma l’indipendenza non significa stare a metà strada tra posizioni diverse, né rinunciare alle proprie idee in nome di una presunta neutralità. Significa avere il coraggio di prendere posizione senza rinunciare al diritto di cambiare idea, di riconoscere un errore, di criticare i propri compagni di strada. Significa, soprattutto, non permettere che siano gli altri a stabilire ciò che possiamo o non possiamo pensare.
Pasolini pagò cara questa libertà. Fu attaccato, processato, insultato, isolato. E tuttavia non rinunciò a dire quello che pensava, anche quando sapeva che le sue parole avrebbero provocato incomprensioni e ostilità.
C’è una lezione che dovremmo recuperare: un intellettuale non serve a molto se si limita a confermare le opinioni di chi già la pensa come lui. Serve quando ci costringe a vedere qualcosa che non volevamo vedere, quando mette in crisi le nostre certezze, quando ci obbliga a interrogarci su ciò che preferiremmo ignorare.
E vorrei aggiungere che non bisogna confondere il coraggio intellettuale con la ricerca dello scandalo. Oggi ci sono provocatori di professione che costruiscono la propria fortuna proprio sulla capacità di suscitare indignazione. Pasolini era un’altra cosa. Dietro le sue provocazioni c’erano studio, conoscenza, sofferenza, un rapporto continuo e appassionato con la realtà. E c’era, soprattutto negli ultimi anni, la disperazione di chi vede avanzare una trasformazione che considera devastante, cerca con ogni mezzo di denunciarla e avverte, dolorosamente, che le proprie parole non riescono a fermarla. La disperazione di chi continua a combattere anche quando sente che la sconfitta è ormai quasi inevitabile.
Nel suo libro emerge l’esigenza di sottrarre Pasolini alla trasformazione in un’icona culturale rassicurante. A cinquant’anni dalla morte, Pasolini è citato, celebrato, continuamente evocato, ma forse non altrettanto ascoltato. Non esiste il paradosso di una società che rende omaggio proprio all’intellettuale che ne aveva denunciato i meccanismi di omologazione? Che cosa dovremmo recuperare del suo pensiero per evitare che la memoria diventi una forma di neutralizzazione?
È un paradosso enorme. E credo che Pasolini, se potesse assistere a certe celebrazioni che gli vengono dedicate, avrebbe parecchio da ridire, e forse da ridere.
Oggi tutti sembrano amare Pasolini. Lo citano politici di ogni schieramento, giornalisti, intellettuali, personaggi televisivi. Le sue fotografie sono diventate immagini familiari, le sue frasi circolano sui social network, spesso separate dal contesto in cui furono scritte. È diventato quasi un marchio culturale.
Ma dov’è finito il Pasolini che attaccava il potere economico, che denunciava la distruzione del paesaggio, che accusava la televisione di trasformare gli italiani in consumatori obbedienti? Dov’è il Pasolini che metteva in discussione le responsabilità della classe dirigente, le ipocrisie della Chiesa, il conformismo della borghesia e anche quello della sinistra?
Ho l’impressione che qualche volta si preferisca ricordare il Pasolini assassinato piuttosto che ascoltare il Pasolini vivo. La sua morte tragica rischia di occupare tutto lo spazio, lasciando in secondo piano le idee, le battaglie, le contraddizioni.
Eppure Pasolini non chiedeva di essere venerato. Chiedeva di essere ascoltato, discusso, anche combattuto.
Penso al celebre articolo del 1974, quello che comincia con «Io so». Pasolini denuncia l’esistenza di un potere oscuro, le trame, le complicità, le responsabilità politiche che si nascondono dietro le stragi e la strategia della tensione. E rivendica il ruolo dell’intellettuale che, pur non disponendo delle prove giudiziarie, cerca di ricostruire un quadro attraverso l’analisi dei fatti.
Quel testo è diventato famosissimo. Ma che cosa ne abbiamo fatto? Abbiamo davvero imparato a porci domande sul rapporto tra potere, informazione, verità e responsabilità? Oppure ci siamo limitati a ripetere quelle due parole come uno slogan?
Nel mio libro ho cercato proprio di evitare la celebrazione fine a se stessa. Non mi interessava costruire un santino di Pasolini. Mi interessava tornare alle sue parole, capire da quali esperienze nascessero le sue idee, ricostruire il rapporto tra la sua opera e le trasformazioni della società italiana.
E mi interessava anche mostrare le sue contraddizioni. Perché un Pasolini senza contraddizioni sarebbe un Pasolini falsificato.
Penso a Petrolio, al tentativo di raccontare il potere economico e politico attraverso una scrittura che rompe le forme tradizionali del romanzo. Penso a Salò, che ancora oggi mette a disagio, e non soltanto per la violenza delle immagini. Penso agli articoli contro la distruzione del paesaggio, alle riflessioni sulla scomparsa delle lucciole, diventate il simbolo di un mondo che lo sviluppo stava cancellando.
Ecco, credo che dovremmo ripartire da qui. Dalla capacità di guardare la realtà senza accettare le spiegazioni già pronte. Dalla volontà di riconoscere le ingiustizie anche quando sono diventate normali. Dal coraggio di mettere in discussione le idee dominanti.
Soprattutto, dovremmo smettere di trattare Pasolini come un autore che aveva sempre ragione. Sarebbe il modo peggiore di rendergli omaggio.
La memoria non deve servire a tranquillizzarci. Deve continuare a disturbarci. Solo così potremo interrogarci e interrogare Pasolini.
Nietzsche considerava l’inattualità una condizione necessaria per esercitare uno sguardo critico sul proprio tempo. Pasolini sembra incarnare radicalmente questa postura: appartenere al presente senza riconciliarsi con esso. Se oggi dovessimo individuare il tratto più autenticamente corsaro e luterano della sua eredità, quale sarebbe? E, soprattutto, crede che la nostra società abbia ancora bisogno di intellettuali disposti a perdere consenso pur di non rinunciare alla verità?
Credo che il tratto più autenticamente corsaro e luterano di Pasolini sia il rifiuto di rassegnarsi. Il rifiuto di accettare che il mondo debba andare necessariamente nella direzione indicata da chi possiede il potere economico, politico e culturale.
Pasolini non era un uomo sereno. Era attraversato da passioni, rabbia, malinconia, desiderio, disperazione. Amava profondamente la vita, e proprio per questo non sopportava di vederla impoverita, deformata, ridotta a merce.
In una delle sue poesie più intense, Le ceneri di Gramsci, scrive: «Ma io, con il cuore cosciente / di chi soltanto nella storia ha vita». Sono parole che esprimono bene il suo tormentato rapporto con la storia. Pasolini non può sottrarsi al proprio tempo, ma non riesce neppure ad accettarlo così com’è.
Ecco, credo che questa sia la sua grande lezione. Non rassegnarsi. Non considerare inevitabile ciò che è soltanto il risultato di scelte umane, di rapporti di forza, di interessi economici.
Oggi abbiamo un bisogno enorme di intellettuali capaci di questo coraggio. Ma dobbiamo anche chiederci che cosa significhi essere intellettuali nel nostro tempo.
Non basta scrivere libri, insegnare all’università, pubblicare articoli o comparire in televisione. Non basta neppure dichiararsi contro il potere, perché spesso il potere è abilissimo nell’assorbire e utilizzare anche le forme della contestazione.
Essere intellettuali significa assumersi una responsabilità. Significa studiare, conoscere, cercare di capire e poi avere il coraggio di parlare. Anche quando ciò che si dice non piace. Anche quando si rischia di perdere amicizie, riconoscimenti, occasioni di carriera.
Naturalmente questo non significa sentirsi depositari della verità. Nessuno lo è. E Pasolini stesso, come ho cercato di mostrare nel libro, ha commesso errori, ha espresso giudizi discutibili, ha avuto intuizioni straordinarie e talvolta ha ceduto a generalizzazioni eccessive.
Ma c’è una differenza enorme tra chi cerca la verità, sapendo di poter sbagliare, e chi dice soltanto ciò che gli conviene. E qui non posso fare a meno di pensare a certi presunti intellettuali che popolano i nostri piccoli circoli autoreferenziali, dove ci si celebra a vicenda, ci si distribuiscono riconoscimenti, si scambiano favori e si scambia la fedeltà al gruppo per libertà di pensiero. Personaggi che si proclamano indipendenti, anticonformisti, perfino rivoluzionari, ma che sono pronti a qualsiasi compromesso pur di conservare un posto, una visibilità, una qualche briciola di potere. Uomini che si dichiarano liberi e poi si mettono al servizio di chiunque sia disposto a ricompensarli. Prezzolati, talvolta fino all’inverosimile, non necessariamente con il denaro, ma con incarichi, prestigio, protezioni, opportunità. E sempre pronti a giustificare l’ingiustificabile, a trasformare una menzogna in un’opinione rispettabile, purché pronunciata dalla parte giusta.
Mi torna in mente La ballata delle madri, una poesia nella quale Pasolini si rivolge con una durezza impressionante proprio agli intellettuali e ai giornalisti conformisti. Si domanda che cosa penserebbero le loro madri vedendoli al lavoro, intenti a scrivere articoli o ad accettare compromessi, e li definisce «conformisti e barocchi». È una domanda spietata, perché chiama in causa non soltanto la responsabilità pubblica, ma la coscienza personale. Che cosa siamo diventati? E quanto siamo disposti a tradire di noi stessi pur di essere accettati?
La nostra società sembra aver sostituito troppo spesso la ricerca della verità con la ricerca del consenso. Conta essere visibili, ottenere approvazione, raccogliere seguaci. E in questo clima diventa sempre più difficile sostenere un pensiero libero, complesso, non immediatamente utilizzabile da uno schieramento.
Pasolini ci insegna che bisogna avere il coraggio di essere scomodi. Ma anche che questo coraggio deve nascere da un amore profondo per gli esseri umani, non dal disprezzo nei loro confronti. Altrimenti la ribellione rischia di diventare soltanto un’altra forma di vanità.
Vorrei concludere ricordando La religione del mio tempo. Già il titolo esprime qualcosa di essenziale: il rapporto di Pasolini con la propria epoca è quello di un uomo che ne condivide le speranze, ne vive le contraddizioni, ma non vuole accettarne le ingiustizie come un destino.
Essere corsari e luterani, oggi, significa forse proprio questo: non smettere di indignarsi, non abituarsi alla menzogna, non confondere il benessere con la felicità, lo sviluppo con il progresso, il consenso con la verità.
E soprattutto non perdere la capacità di immaginare una società diversa.
Perché il giorno in cui smetteremo di pensare che il mondo possa cambiare, avremo accettato come inevitabile quell’universo di sopraffazione, mercificazione e annientamento dell’essere umano che Pasolini ha rappresentato, con immagini terribili, in Salò o le 120 giornate di Sodoma. E a quel punto non avremo soltanto rinunciato alla possibilità di cambiare la società: avremo rinunciato a essere uomini, consegnando al potere perfino ciò che dovrebbe restare irriducibilmente nostro: la coscienza, la dignità e la libertà.
Enrico Cerquiglini, saggista.








