Un eroe che non torna a casa

Intervista con Luca Cangianti e Mazzino Montinari, coautori del Viaggio rivoluzionario dell’eroe (Mimesis, 2020)

Il viaggio rivoluzionario dell’eroe. Narrare, conoscere, ribellarsi: da quali riflessioni nasce il progetto di questa raccolta di saggi?

Ci sono due modi per rispondere a questa domanda. Il primo, di carattere più bibliografico, riguarda l’interesse maturato verso alcune opere come L’eroe dai mille volti di Joseph Campbell e Il viaggio dell’eroe di Christopher Vogler e poi, a cascata, nei confronti dei saggi, romanzi, film che ritroviamo lungo tutto il libro. Opere suggestive che indicano diversi percorsi critici possibili intorno alla figura così complessa dell’eroe. Un tema, si direbbe, insidioso, che può far scivolare chi se ne occupa nelle paludi della più scontata retorica.

Esiste, però, un’altra motivazione, più profonda, che ha attraversato il nostro gruppo. A differenza di molti testi composti da saggi di autori vari, Il viaggio rivoluzionario dell’eroe è prima di tutto la scoperta di cinque autori che si sono ritrovati nuovamente insieme a riflettere su temi comuni. Normalmente, in queste operazioni editoriali, esistono uno o più curatori che per vari motivi scelgono un argomento e poi pensano ai saggisti che se ne potrebbero occupare. In questo caso, è avvenuto il contrario, cinque persone con biografie e percorsi esistenziali diversi, ma con sentimenti e sensibilità affini, si sono fermate, hanno ripensato a quelle biografie e percorsi, e hanno deciso di condividere esperienze, riflessioni, letture, frustrazioni, paure, speranze e desideri, insomma quello che ognuno aveva dentro di sé. Il giorno del primo incontro nessuno di noi poteva immaginare che ci saremmo ritrovati tre anni dopo con un libro pubblicato. Tuttavia, a parte la consuetudine del mangiare e bere insieme, tradizione che la pandemia ha sospeso e che aiutava ognuno di noi a uscire dal proprio ambiente (talvolta oppressivo), da subito è emerso un interesse inaspettato verso l’eroe, cioè verso quella figura che si ritrova, tra innumerevoli quesiti, a dover fronteggiare la propria solitudine e, contemporaneamente, lo stare insieme agli altri, il dover comprendere le proprie abilità e il farne uso, la volontà di cambiare il mondo e agire di conseguenza per non tornare al punto di partenza.

Nessuno di noi, evidentemente, è un eroe, ma la condizione che pervade la sua esistenza, quella appartiene a tutti. E su questo (anche se non in modo esclusivo) abbiamo indagato.

L’Ulisse dantesco, Frodo e l’impresa post-cubana del Che contraddicono la teoria di Christopher Vogler. Quali altri tipi di viaggio si profilano?

Vogler costruisce un modello di grande utilità per l’industria cinematografica. Tale struttura trae la sua forza dal fondamento materiale incarnato nel viaggio come metafora della vita e nell’eroe come archetipo della soggettività agente. Questo sforzo monistico ha il pregio di individuare delle invarianti, ma è innegabile che le vite e le soggettività possano essere di vario tipo, almeno per alcuni versanti specifici. Noi abbiamo cercato di esplicitare e valorizzare i casi devianti in cui l’eroe non torna a casa restaurando l’ordine violato dall’attacco dell’antagonista. Lo abbiamo fatto perché spesso i problemi più devastanti del nostro tempo sono provocati proprio dallo status quo. Quindi non c’è gran che da restaurare. Per questo motivo abbiamo analizzato narrazioni in cui il protagonista si ferma a combattere nel mondo straordinario o, come nel caso femminile, allunga indefinitamente il suo percorso. Se Che Guevara si è trasformato in una icona mondiale è proprio perché, una volta portata a termine la rivoluzione, non ha messo su la pancia, non si è trasformato in un burocrate, ma ha ripreso il cammino. Come l’Ulisse dantesco, per l’appunto, come Frodo dopo la liberazione della Contea dallo spietato dominio di Saruman. Pensiamo, in fondo, che le storie che finiscono siano reazionarie (o quanto meno conservatrici), preferiamo quelle che invitano il lettore a immaginarne un seguito oltre l’ultima pagina del libro o i titoli di coda; pensiamo che l’eroe sia più forte là dove continua a interrogarsi sul suo statuto e la sua missione anche una volta che l’abbia terminata.

Il soggetto studiato da Campbell e da Vogler è stato rappresentato in modo monodimensionale dai media nei giorni più duri della pandemia. La sua efficacia si consuma nell’area di un claim emozionale?

Il termine “eroe” è stato usato dai media mainstream con accenti così stucchevoli che i destinatari di tali giudizi adulatori ne sono rimasti perfino indispettiti. Ciò si è sommato a una precedente immagine patriarcale e spesso guerrafondaia dell’eroe con la quale si sono blandite persone mandate al massacro per interessi discutibili. Questa retorica tuttavia non ci deve far dimenticare che Batman, Maradona e Wonder Woman non sono solo personaggi (reali o fittizi) dai poteri straordinari, ma concrezioni dell’immaginario collettivo – un orizzonte che per noi è un campo di battaglia politica e culturale fondamentale.

Una scritta proiettata su un edificio di Santiago del Cile nell’autunno del 2019 recitava: “Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema”. Può commentare questa asserzione rispetto a ciò che spinge il protagonista all’azione, al farsi soggetto?

Quella scritta, che abbiamo usato nell’introduzione, è una formula semplice ed efficace. Utile per far capire nell’immediato l’urgenza di un’azione che sovverta lo stato di cose esistente. Andando oltre lo slogan, resta la questione complessa di comprendere intanto cosa sia la normalità, come si possa contrastare, quali poteri siamo in grado di poter utilizzare, perché proprio noi dovremmo averli (che da quella normalità proveniamo), chi convincere per intraprendere il viaggio rivoluzionario. E poi, la questione più complessa: il viaggio può avere una meta? È possibile che finisca e che, terminando, non riproponga lo stesso paesaggio di prima? Allora per rispondere alla domanda, il proclama è importante (chi vorrebbe mai tornare in un mondo dove chi si ammala è abbandonato, dove l’aria è irrespirabile, dove le ingiustizie colpiscono i tanti e consentono ai pochi di accumulare sempre più potere e ricchezze?), ma di per sé non garantisce alcuna spinta all’azione, non risolve, quanto meno da un punto di vista teorico, il tema della decisione che ne è alla base.

E poi esiste un’altra questione importante. Che sia giusto uscire dalla normalità è un dato. ma anche Donald Trump e prima di lui altri, si ponevano come dei distruttori dello status quo. Al punto da immaginarsi impropriamente come i fautori dell’apocalisse. Una volta di più, siamo chiamati in causa senza poterci appellare a formule e manifesti. È difficile; ma d’altro canto, in un contesto diverso, non si diceva che “la rivoluzione non è un pranzo di gala”?

Dati i contributi forniti dai saggisti, qual è la peculiarità dell’eroe donna?

In un uno dei cinque saggi, quello di Luca Cangianti, si ipotizza attraverso degli esempi cinematografici una peculiarità: il viaggio dell’eroe femminile non termina mai. In altre parole, in questo mondo, il campo di battaglia, soprattutto per le donne, non ha un limite. Una conquista non può definirsi definitiva. Un assunto che dovrebbe valere anche per l’eroe maschile, forse eccessivamente auto-compiaciuto del proprio agire.

In realtà, il libro, al di là dell’esempio appena citato, non indaga specificamente il problema del genere. E non perché non sia fondamentale. Nei cinque saggi (e nella post-fazione), nonostante i riferimenti concreti a eroi positivi e negativi, si indagano le condizioni di possibilità dell’essere eroe in senso filosofico e politico generali, prima ancora che questi possa identificarsi in uno o più generi.

Antongiulio Penequo è un epistemologo brasiliano. L’omonimo gruppo di studio che si ispira al suo pensiero lo ha incontrato a Villa Mirafiori, nella facoltà di Filosofia dell’Università di Roma “La Sapienza”. Da quella frequentazione, sulla scia della Guerra del Golfo, del crollo del socialismo reale e dell’affermarsi della produzione postfordista, presero il via nei primi anni Novanta due cicli di seminari riguardanti i rapporti tra struttura sociale e ideologia. Nel febbraio 2017 il Gruppo di Studio Antongiulio Penequo ha ripreso i lavori dedicandosi all’analisi interdisciplinare della figura dell’eroe. Alcune di queste riflessioni sono state sintetizzate in una serie di articoli pubblicati sulla webzine «Carmilla» e poi approfondite nel volume Il viaggio rivoluzionario dell’eroe, a cura di Antongiulio Penequo con prefazione di Gioacchino Toni (Mimesis, 2020). Gli attuali componenti del gruppo di studio sono: Luca Cangianti, Fabio Ciabatti, Gabriele Guerra, Maurizio Marrone e Mazzino Montinari.

La verità non si può descrivere, solo inventare

Su quali temi s’innesta la sua prolifica riflessione narrativa?

Io cerco sempre di partire dalle storie, più che dai temi. Se poi le storie che racconto fanno emergere dei temi anche importanti, dei temi di denuncia sociale, ad esempio, mi fa piacere. Ma credo che partire dai temi sia pericoloso, perché si rischia di scrivere un romanzo o un racconto senz’anima e anche ideologico. Detto questo, spesso le protagoniste delle mie storie sono donne alle prese con una crisi: può essere una crisi legata a fasi cruciali della vita (la maternità, la vecchiaia, l’adolescenza) oppure un discorso identitario più profondo. A volte scelgo di raccontare le mie storie attraverso la lente del weird, del bizzarro, del perturbante. Questo mi permette di allontanarmi dal realismo, che detesto, e di entrare in una dimensione più astratta ma allo stesso tempo più simbolica e letteraria.

In un tempo politico, sociale ed economico che grida l’impellente bisogno di tessere un dialogo con sé stessi, la conflittualità interiore può essere lenita dalla scrittura?

Più che con me stessa, mi interessa dialogare (e quindi comunicare) con l’altro da me, e cioè col lettore. Non penso che la conflittualità interiore possa essere lenita dalla scrittura (credo poco alla scrittura come terapia), ma almeno viene elaborata in modo creativo, e se chi legge può trarre qualche beneficio allora tanto meglio.

«La verità non si può descrivere, solo inventare» scrive Max Frisch nelle sue lezioni di letteratura. Quanto la sua narrazione risponde a siffatto parere?

Sono d’accordo. Per uno scrittore il confine tra verità e fiction è spesso molto labile. Gli eventi reali vengono trasfigurati fino a renderli irriconoscibili, e di loro resta in piedi solo il senso più profondo. Non credo alla verità dell’autobiografia: anzi, a mio avviso è un genere che manca di autenticità. Al contrario, un’opera di fiction può aderire perfettamente al reale.

Lei si esprime nella dimensione del racconto, il suo mondo interiore si estrinseca in una costellazione di racconti: ciascun testo, per quanto in sé concluso va visto in collegamento unitario con gli altri? E’ possibile rintracciare un fil rouge? Per quale ragione ha scelto una dimensione meno estesa del romanzo?

A giugno 2021 uscirà la mia prima raccolta con Racconti edizioni, ma in realtà ho scritto anche un romanzo (per il momento ancora inedito), e ne ho un altro in fase di lavorazione. Del racconto mi piace molto l’immediatezza: ho un’idea in testa, mi siedo e inizio a scrivere. Le parole escono con estrema fluidità, come se qualcuno me le dettasse, e la storia si arricchisce di dettagli a mano a mano che la butto giù.

Del romanzo mi piacciono l’ampio respiro e la possibilità di approfondire meglio le relazioni tra i personaggi.

Per quanto riguarda i miei racconti, si possono leggere separatamente ma hanno un’unità che prima di tutto riguarda lo stile, e in secondo luogo l’atmosfera. Infine c’è la questione tematica, per cui in un certo senso è come se scrivessi sempre lo stesso racconto declinato in infinite variazioni.

Quali difficoltà incontra un’autrice emergente nello spazio editoriale, quantunque talentuosa?

Difficile dirlo, perché sono ancora agli inizi. Probabilmente sono stata fortunata, ma finora ho incontrato persone straordinarie che hanno creduto in me e che mi hanno aiutata a crescere come autrice e come persona.

Forse nel mio caso la difficoltà maggiore è stata trovare una brava agente (Rita Vivian). Non dico che non si possa lavorare bene anche senza agente, ma di certo le difficoltà aumentano: proporre i propri testi agli editori adatti, attendere risposte che magari tardano ad arrivare, mandare email di sollecito; tutto questo può essere frustrante, e sicuramente toglie energie da dedicare alla scrittura.

Inoltre penso che non bisogna avere fretta di pubblicare. Spesso è meglio farsi conoscere a poco a poco mandando i propri racconti alle riviste letterarie (ce ne sono tantissime). Poi, se si è bravi, l’occasione arriva: è pieno di talent scout che non vedono l’ora di scoprire un autore sconosciuto.

Giulia Sara Miori è nata a Catania ma è cresciuta a Trento. Dopo il liceo si è trasferita a Milano, dove ha frequentato la facoltà di Lettere. Dal 2016 vive a Utrecht, nei Paesi Bassi. Ha pubblicato alcuni suoi scritti su diverse riviste letterarie (Altri Animali, Nazione Indiana, Risme, L’inquieto e Narrandom). A giugno 2021 uscirà la sua prima raccolta per i tipi di Racconti edizioni.

Terramarina

Cosa intende per “amurusanza”, parola chiave, probabilmente di Terramarina?

Amurusanza è un piccolo atto d’amore capace di dimostrare il bene. Dalla somma di molte amurusanze si può giungere a un cambiamento di animi, di cultura, persino di politica.

Nei miei romanzi l’amurusanza diventa uno stile di vita: è attraverso la condivisione, la compartecipazione, il farsi carico dei dolori altrui, dell’altrui lotta contro soverchierie e malaffari, ma anche delle altrui gioie, che si può cambiare il mondo. Insomma, una rivoluzione a colpi di gentilezza, di poesia, di cibo buono per il corpo ma pure per l’anima, di porte che si schiudono, di cuori che accolgono, di madri a petto asciutto che sanno farsi madri per chi di madre ha bisogno.

I versi posti in epigrafe sono: “A Terramarina vado abitando / quando non sono sveglia / e neppure dormo” Qual è il luogo che delineano?

È un “non luogo”, il confine labilissimo tra sonno e veglia, quello stato onirico in cui tutto può accadere. Corrisponde, per certi versi, alla scrittura: luogo in cui si armonizzano visioni creative e regole compositive, generando quel misto di sogno e realtà che è un romanzo. Ma è anche una meta di speranza, un buttare il cuore in avanti per cercare poi di raggiungerlo.

Ognuno di noi ha la sua Terramarina, il suo bisogno di sogno che si realizzi, la sua speranza di un domani più corrispondente a un desiderio di felicità che si fa benzina emotiva per andare avanti anche quando tutto sembra perdersi, distruggersi, asfissiare in una gabbia di virulenza che impedisce la vita per come l’abbiamo vissuta, quando eravamo felici e non lo sapevamo.

La Tabbacchera ed il maresciallo Andrea Locatelli alimentano la loro passione con la poesia e l’attenzione alla legalità. Cultura e giustizia: quanto riescono ad innescare circoli virtuosi all’interno d’una comunità?

Spero molto. Io, attraverso i miei romanzi, le mie favole per bambini ci provo: versi, filastrocche, sogni vissuti ma anche raccontati, canzoni, girotondi, cori greci e vecchi ciechi che riparano i ricordi, il mare che cunta e incanta, le fisarmoniche al cui suono persino le sedie si mettono a ballare, i fuochi d’artificio, le pirotecnie verbali per cui un personaggio diventa giocoliere di parole stramme, scògnite, che danno il senso del gioco e della moltiplicazione infinità di possibilità che stanno dentro le parole. Se così non fosse, se non si potesse cambiare il mondo a colpi di poesia e di bellezza, non avrebbe senso il narrare.

In quanto alla legalità e al perseguimento della giustizia, pure questi appartengono alla mia etica del romanzo: nel creare empatia coi personaggi, nel mostrare le dissonanze e le mostruosità di un agire contrario al bene, all’amurusanza, all’umanità che bisogna salvaguardare, non faccio altro che offrire a chi legge la possibilità di immedesimarsi in situazioni che, altrimenti, scivolerebbero via, impedendo la percezione di quel bene o di quel male su vorrei si indugiasse per – emotivamente – comparteciparne.

Ed è questa compartecipazione che crea comunità di anime in sintonia, luogo -non solo virtuale – in cui si può praticare la bellezza, la cultura, la giustizia.

Luce, neonata abbandonata, è accolta amorevolmente e solidalmente. Lei scrive: “Porto che si fa madre… a dispetto dei canazzi che ringhiano di chiusure, intanto che la vita se la gioca con la morte – e perde – in mezzo a un mare assassino” Quanto ha guardato alla contemporaneità?

Moltissimo. Intanto che scrivevo Terramarina, si chiudevano porti, si sequestravano navi colme di uomini e donne in cerca d’approdo, si scappava dal fuoco di paesi in guerra, si moriva – troppo si moriva, così come troppo si continua a morire – in mare.

Se ci scordiamo l’umanità, se ci scordiamo di farci riparo, pane che sfama, casa che accoglie, seno che nutre figli non solamente nostri, cosa siamo? Cosa diventiamo?

Mondo dei vivi e mondo dei morti: i confini sono davvero labili. Essi interferiscono. Quali sono le ragioni sottese a tale contiguità?

Perlopiù ragioni emotive. Mi piace credere che chi mi ha amato continui a vivere accanto a me, intorno a me, che si faccia abbraccio d’aria, suggerimento di azzardo, memoria e tempo in cui posso continuare a vivere, facendo mio ciò che quei “diversamente vivi” continuano a darmi.

Tea Ranno è una scrittrice. Ha pubblicato: Cenere, Roma, Edizioni e/o, 2006; In una lingua che non so più dire, Roma, Edizioni e/o, 2007; La sposa vermiglia, Milano, Mondadori, 2012; Viola Fòscari, Milano, Mondadori, 2014; Sentimi, Milano, Frassinelli, 2018; L’amurusanza, Milano, Mondadori, 2019; Terramarina, Milano, Mondadori, 2020; Le ore della contentezza con Lorenzo Santinelli, Roma, Armando Curcio Editore, 2018; Saura: le stanze del cuore, Roma, Risfoglia, 2019. Laureata in giurisprudenza, è arrivata finalista al Premio Calvino nel 2005 con il romanzo Cenere, pubblicato dalle edizioni e/o nel 2006. Sempre con Cenere, è arrivata finalista al Premio Berto, aggiudicandosi il Premio Chianti nel 2008. Nel 2012 ha pubblicato il romanzo La sposa Vermiglia, vincitore del premio Domenico Rea.

Devi: viaggio tra gli avatar femminili del passato e del futuro

“Devi” è un termine tradotto con Dea. Quali aspetti della femminilità include?

Tutti quelli conosciuti, quelli ancora sconosciuti e quelli al momento inconoscibili. La divinità femminile é legata al divenire, ovvero all’infinita moltitudine nella quale frammenta e rende implicita se stessa. Tra gli infiniti aspetti vi troviamo quelli ancestrali di matrice animale ed infraumana, quelli legati alle emozioni universali, agli ideali ed alle funzioni archetipe, fin a quelli che ammiccano ad un futuro ancora da dipanare.

E’ facile lasciarsi andare alla dialettica degli opposti affermando che la femminilità nutre e arde, arricchisce e depriva, supporta e affonda, dona pace e spinge alla battaglia, invita all’amore e detiene la conoscenza, è casta e si concede eternamente, terrorizza ed ammalia, fertilizza e sterilizza. Ogni aspetto è una funzione trasformatrice.

In cosa consiste la complementarietà, dimenticata in Occidente, tra divinità maschile e femminile?

La complementarità si fonda sull’unità. In Occidente abbiamo abbandonato il senso dell’unità per il senso dell’uguaglianza. Siamo tutte anime uguali di fronte ad un Dio Padre invece di essere diversi aspetti di una Divinità completa. Essere uno col Divino non è più concepito.

In Occidente abbiamo sviluppato religioni e cammini spirituali dedicati alla ricerca della liberazione, della salvazione, della redenzione: abbandonare la valle di lacrime e non trasformarla, questa è la meta, guadagnarsi un qualche paradiso ultraterreno. Con queste premesse, l’individuo spirituale cerca solo la purificazione e non sa di che farsene di un potere trasformatore. Anzi, tutti i poteri concepiti come tali sono espressamente vietati, dichiarati magia, stregoneria od occultismo, e considerati d’intralcio sul cammino spirituale. Solo con una nuova visione che non limita l’essere umano ad una fuga nei cieli ma che gli riconosce un ruolo di agente trasformatore (strumento della Devi), può esserci una complementarità.

In passato questa concezione esisteva anche in Occidente, ne troviamo gli ultimi accenni nell’alchimia ermetica, dove il ruolo dell’umano non era quello di farsi salvare da Dio quanto quello di diventare il salvatore di una Divinità addomentata nella materia incosciente, manifestando l’oro e l’androgino.

Torneremo in una simile condizione, in cui ci sara’ liberta’ di oscillare tra Essere e Divenire seguendo ritmi divini. Se il maschile ed il femminile non sono complementari, allora la civiltà tenderà a precipitare in un solo polo rendendosi inadatta a manifestare una realtà divina, e quindi destinata a lasciare il passato a nuovi tentativi.

Perchè le dee hanno forza trasformatrice?

Il Sole si mostra stabile mentre la Luna è mutevole e si trasforma ogni giorno. L’aspetto maschile della Divinità è paragonabile ad una presenza passiva, stabile, autoesistente, che non ha bisogno di forme o di nomi o di funzioni. Egli è tutte le potenzialità infinite ed eterne, ma inespresse.

Quando si attiva per conoscere tali potenzialità e per goderne, si mette in moto un dinamismo illimitato che non solo sviluppa tutte le forme possibili, ma è anche capace di dargli una sequenza evolutiva, dalla forma più incosciente alla quella più cosciente, dalla meno raffinata alla più raffinata. Questo dinamismo è la Madre, la Dea, la Shakti. Nelle sue infinite forme divine, essa manifesta specifici poteri trasformatori, ovvero capaci di far transitare e progredire di forma in forma

Qual è la ragione per cui gli avatar femminili sono stati dimenticati quando non volutamente evitati?

Per molte culture patriarcali sarebbe stata inaccettabile l’idea di Dio incarnato in un corpo di donna. Gnostici, alchimisti ed altre sette mistiche del passato hanno dovuto codificare e rendere segreta la loro conoscenza.

Il mondo moderno rifiuta la trasformazione: spiritualmente punta ad una liberazione (che sia moksha, paradiso o nirvana) e non ad una trasformazione della vita. Anche in India le vie tantriche si sono in qualche modo corrotte, divenendo cammini dediti al godimento del mondo piuttosto che alla sua evoluzione. L’animale subisce l’evoluzione e l’essere umano moderno la rifiuta, vive la propria esistenza separata come se non dovesse cambiare mai, come se l’umanità fosse l’ultima parola dell’evoluzione.

La connessione con l’energia evolutiva interiore è perduta, non ne cogliamo la musica e non ne danziamo il giusto ritmo. Dietro a tutto questo ci sono antiche forze che voglino mantenere l’essere umano uno schiavo inevoluto, disconnesso dall’evoluzione, perchè se evolvesse manifesterebbe potere e libertà assoluti. Per disconnetterlo dall’evoluzione è necessario rompere la sua connessione con la Divinità femminile, mortificarla, dimenticarla. Questa fase dell’umanità sta volgendo al termine.

Come è riuscito a mappare il percorso evolutivo della Shakti?

Si tratta del risultato di anni ed anni di ricerca. Non sempre ricerca accademica, perchèè necessario sviluppare discrete capacità intuitive per potere mappare il percorso della Shakti. Nei decenni ho avuto opportunità di conoscere persone con profonda esperienza in materia, che mi hanno dimostrato l’importanza dell’intuizione. A questo si aggiunge la ricerca nei testi delle più antiche tradizioni, tenendosi sempre a distanza di sicurezza da dogmi e credenze, perchè ciò che era valido ieri non lo è più oggi.

Giacomo Colomba, web writer, scrittore, viaggiatore e poeta, Giacomo Colomba è uomo di vasta cultura e ancor più vasta curiosità. Ricercatore indipendente, già autore di Le Sette Tetradi dello Yoga Integrale, lascia gli studi a 15 anni per mettersi in viaggio tra Europa, Africa e Asia, soprattutto in India, dove da anni lavora e della quale ha una profonda conoscenza. Risiede nella città di Auroville, dove da tempo porta avanti il proprio servizio e le proprie ricerche.

Tutta mia la città ovvero dalla marina a Beddio

Tutta mia la città ovvero dalla marina a Biddio: su quali temi s’innesta la sua riflessione?

Parlo di una città, quella in cui vivo da sempre, protagonista con i suoi luoghi e i personaggi, e poi di me, protagonista pure. Così come esisto insieme a lei. Nel tempo. Nei ritmi, nei decenni, nel presente e nel passato lontanissimo. Descrizioni e sentimenti. Vita nostra.

In un tempo politico, sociale ed economico che grida l’impellente bisogno di tessere un dialogo con sé stessi, la conflittualità interiore può essere lenita dalla scrittura?

La scrittura è sempre stata di conforto, così come la lettura. L’interiorità non è sempre pervasa da conflitti, ma essi sono parte dell’esistenza in ogni caso. L’uomo li subisce e li vive da sempre. Chi ha la fortuna di un talento creativo trova nelle parole anche sé stesso. Sono attimi intensi. Ci si allontana da tutto. A volte si incontra la bellezza, il sacro.

Una città che prende forma mediante le sue parole, “Sorvolando la città”, ”Una città che diventa persona” , il cielo degli Iblei : il suo “viaggio” è faticoso, scosceso, una scalata a mani nude. Il dolore come condizione ontologica?

Se parliamo di dolore prettamente fisico, così come io purtroppo lo vivo, certo lo è essenziale, necessità quasi, ricerca dell’esistenza, domanda continua che spesso non ha risposta. Dice bene parlando di viaggio e scalata, aggiungerei lotta quotidiana, alla ricerca della parole e della quiete

Quello che c’è dietro i vetri è inverno vero. Da mesi. Bufere che si alternano a giorni di celestitudine. Mandorli che sarebbero già fioriti, odori nuovi, la vallata battuta dal vento nei suoi alberi verde sottobosco. Grandine che scivola, e il freddo delle stanzeLei scrive narrando una quotidianità atemporale, in cui si stenta a riconoscere il contesto storico, che pure è presente:  l’Italia del boom economico, le rivendicazioni femministe, gli anni ’70, gli anni di piombo, i film di Claude Lelouch. La vita umana vive una costante condizione di anonimato, fuori dal tempo e dallo spazio?

No, la vita ha bisogno di avere il tempo scandito, l’ormai e il mai più. Il fu e l’oggi, anche nell’anonimato. Io ho fatto della mia una costante importante che serve a reggermi, a farmi esistere in tutte le ore, nei decenni e nel ricordo che si fa grande. Tutto in questo libro ha uno spazio definito. Tutto ė vivo anche se ormai perduto.

Le crepe, fisiche, possono essere foriere di benefici interiori, quantunque le ferite?

Le crepe e il dolore si è sempre detto che sono quasi necessari allo scrivere. Non però condizione necessaria. Essenziale sì. Sono come la conoscenza. Io ho ferite importanti, metaforiche e non, e scrivere è stato terapeutico di sicuro. Anche il piacere di lasciare qualcosa con le parole. Quel qualcosa che ha a che vedere col corpo che soffre. Ma ho anche saputo sorridere scrivendo. L’ho fatto più volte, chiusa in questa casa, in queste stanze. 


Letizia Dimartinoè autrice dei seguenti volumi di poesia: Verso un mare oscuro (Ibiskos, 2001), Differenze (Manni, 2003) e Oltre (Archilibri, 2007), Metallo (Circolo culturale Rhegium Julii, 2010), Ultima Stagione ( Ladolfi Editore, 2012), Stanze con Case ( Ladolfi Editore, 2015). l’ultima sua opera in prosa, Direzione inversa (Il seme bianco, 2017). Ha ricevuto diversi riconoscimenti nazionali e i suoi versi sono stati pubblicati e recensiti sulle riviste letterarie «Atelier», «Polimnia», «Poeti e Poesia». La silloge Cose nel 2010 è apparsa sull’Almanacco dello Specchio 2009 (Mondadori, 2010), mentre la raccolta Fino a quando esisto è inclusa in «Quadernario – Almanacco di poesia 2015», curato da Maurizio Cucchi per LietoColle. Sue poesie e recensioni sono apparse su diverse riviste letterarie, tra cui «Atelier», «Polimnia», «Poeti e Poesia», «Poesia» (con 25 poesie, a cura di Maria Grazia Calandrone), «Almanacco del ramo d’oro», «La Mosca di Milano», «La Recherche». Racconti e poesie si trovano anche online su corriere.it, rainews.it, ilfattoquotidiano.it, aterlierpoesia.it, carteggiletterari.it.

Il piacere e la colpa. Cattolici e sesso in Italia 1930-1980

   Dall'enciclica di Pio XI, che nel 1930 denunciò per la prima volta pubblicamente la diffusione dell'"immoralità", fino agli anni '70, che videro il riflusso delle aperture conciliari.  Sessualità matrimoniale, controllo delle nascite, ridefinizione della verginità e del celibato, educazione sessuale, divorzio, aborto, prostituzione e diffondersi della pornografia: il discorso dei cattolici sul sesso è ancora un campo di battaglia?
   Per rispondere correttamente occorrerebbe un lavoro approfondito di ricerca nei luoghi in cui i cattolici italiani continuano oggi a dibattere, occorrerebbe insomma vagliare le riviste, indagare l'ambito associativo e così via. Da storica mi sono occupata del passato, e fermata all'avvio degli anni '80, quando la secolarizzazione ha raggiunto livelli prima impensati, il distacco degli italiani dalla pratica ma anche dall'antropologia cattolica si è fatto sempre più evidente, quando ha preso il via un riflusso nel privato che ha certamente determinato una diminuzione quantitativa e qualitativa del discorso e del dibattito pubblico (non solo cattolico) su questi temi. 
   Papa Francesco ha disseminato il suo pontificato di pronunciamenti informali relativi alla morale sessuale e alla famiglia. Fa parte di questo insolito apparato anche la recente apertura alle unioni civili per le coppie omosessuali (che sembra implicitamente benedire anche il loro compimento sessuale). Tuttavia occorre capire cosa riuscirà a filtrare nei pronunciamenti formali, quelli che fanno dottrina. L'esito di questi processi ci racconterà molto delle forze che si muovono all'interno della Chiesa, e forse sarà capace anche di portare alla luce la voce – entusiasta o dissenziente – degli “ultimi cattolici”.

Quanto la Chiesa cattolica ha fatto della morale sessuale un cardine su cui edificare innanzitutto la propria azione politica e, poi, quella religiosa?
Tanto. La sessualità è collocata all’incrocio tra il vissuto intimo, del corpo, e lo spazio delle relazioni inter-soggettive. E’ oggetto, da sempre, di normazione morale e giuridica, di investimento istituzionale e attenzione politica. Il disciplinamento dei corpi e della condotta sessuale ha avuto ed ha un peso fondamentale nella storia del potere politico e religioso.
Nel Novecento, nel quadro di una galoppante secolarizzazione e massiva trasformazione dei costumi, della famiglia, dei rapporti di genere, la Chiesa sembra aver puntato proprio sulla sfera sessuale per contraddistinguere la propria dottrina, per ribadire il proprio campo di intervento e azione, per stroncare il dissenso interno – dopo il Concilio – e scongiurare i rischi di un “aggiornamento perenne”.
Può indicare in qual misura la Chiesa cattolica ha recepito l’eco dei fermenti provenienti dall’estero in materia di sessualità?
Durante il Vaticano II si fece strada una minoranza di padri conciliari favorevoli alla pillola, dunque all’assegnazione di un senso autonomo – slegato dalla procreazione – del sesso nel matrimonio. I portavoce di questa corrente erano il canadese Emilio Léger, il belga Léon-Joseph Suenens, l’olandese Bernard Jan Alfrink; dall’altra parte, reggevano la bandiera della tradizione gli italiani Ernesto Ruffini e Alfredo Ottaviani.
Poco prima di morire, Giovanni XXIII aveva istituito una “Commissione per la natalità” con l’obiettivo di studiare il problema della contraccezione, parallelamente e autonomamente rispetto al Concilio. Anche qui si assistette, nel tempo, a un cambio di maggioranza e uno slittamento da posizioni tradizionali e intransigenti – fortemente romane – verso posizioni di apertura, a traino belga e olandese. Complessivamente, la Chiesa nord-europea portava in questi luoghi di discussione e decisione la testimonianza di un dialogo aperto con una base di fedeli in fermento. Gli olandesi arrivarono a conclusioni radicali, dando alle stampe nel 1966 un “Catechismo” che metteva in discussione il celibato sacerdotale e assegnava piena libertà e responsabilità ai coniugi nella scelta dei metodi contraccettivi.
Una parte del cattolicesimo italiano – quello dei gruppi spontanei e delle comunità di base nati con il Concilio, ma anche quello dell’associazionismo tradizionale e quello intellettuale – guardò a questi fermenti con speranza e attenzione, e si impegnò nella puntuale traduzione di articoli e volumi provenienti dall’estero. La Chiesa di Roma, dopo le parziali aperture conciliari, condensate nell’ottimismo della Gaudium et spes, impose una brusca frenata con l’enciclica Humane vitae di Paolo VI, in cui si condannava la contraccezione ormonale come peccato grave e si tornava a proporre la procreazione come fine primario del coniugio e del rapporto sessuale.
L’Italia, la rivoluzione sessuale, i dibattiti odierni, la Chiesa cattolica: può esserci una conciliazione tra il piacere e la colpa?
Quello che chiedevano alcuni cattolici negli anni Sessanta e Settanta era l’abolizione della colpa, la svolta verso un’antropologia positiva, uno sguardo aperto, ottimista verso l’Uomo, la sua libertà (anche sessuale) e la sua responsabilità (nell’uso del proprio corpo). Una vera e propria rivoluzione copernicana, che non attecchì, e che in ogni caso avrebbe impiegato molto tempo per sopravanzare a retaggi secolari. La Chiesa è un’istituzione millenaria, si muove lentamente. Inoltre, sappiamo bene che il cattolicesimo non è la sola cultura a connettere il sesso alla colpa.
Lei ha scritto che il «contesto nazionale laico, con i retaggi radicati della morale borghese e di quella comunista» ha contribuito al fallimento di strutturare una morale differente da quella tradizionale, da quella libertaria e da quella consumistica. Può indicarci i termini storici di tale azione?
Negli anni in cui una tenace minoranza cattolica tentò di discutere pubblicamente di sesso, per proporre una morale terza tra quella tradizionale e quella consumistica – una morale complessa, centrata sulla persona, la responsabilità e la consapevolezza – il silenzio, attorno, fu assordante. Occorrerebbe aprire un cantiere di ricerca capace di affiancare alla ricostruzione del discorso cattolico sul sesso quella sul discorso comunista, poi quella sulla morale laica-borghese nel nostro Paese. E’ l’esistenza sincretica di queste culture ad aver prodotto la “morale sessuale” degli italiani. Continuare a individuare la presenza del Vaticano come unica causa dei “ritardi italiani” in materia di morale sessuale e diritti civili non consente analisi accurate.
Infine, occorrerebbe lavorare sull’uso politico e strumentale che della presunta “morale sessuale cattolica” è stato ed è fatto dalle schiere di “atei devoti” nel nostro Paese, per legittimare posizioni politiche di conservazione, reazione, discriminazione; per affermare una cultura paternalistica, misogina, omofoba.

Anna Pattuzzi ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia contemporanea alla Scuola di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. Da oltre sedici anni collabora come ricercatrice e curatrice di progetti con l’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Modena.

Diario vittoriano

Diario vittoriano: su quali temi si innesta la sua riflessione?
Mi capita spesso di rendermi conto che l’umanità si è lasciata guidare da regole, comandamenti, modi di pensare dettati, di volta in volta, da chi, rappresentante di un culto, di una religione, di una filosofia, di una raccolta di leggi, si sia arrogato il diritto di stabilire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Il concetto di bene contrapposto al male è alla base del nostro ritenerci – a torto o a ragione – brave persone. Ma la storia ci insegna che molto spesso le brave persone si sono date il compito di tormentare chiunque osasse avere un diverso punto di vista. Ho ambientato la mia riflessione sull’amore che non osa pronunciare il suo nome in un’epoca mediamente lontana dalla nostra. Ma ancora oggi esistono realtà nelle quali la più naturale delle pulsioni, amare, deve corrispondere esattamente al punto di vista della maggioranza, pena il rifiuto, l’esclusione, il giudizio e la persecuzione. Vorrei che leggere le mie pagine riuscisse ad aprire uno spiraglio di dubbio.
Il percorso dei protagonisti si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. Le loro personali strade adoperano flashback che compongono un puzzle di notevole impatto emozionale.
Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione?

Raccontare una storia È memoria. È ripercorrere vicende accadute (o solo immaginate) per riviverle, fissarle, renderle durature. L’espediente del diario è stato spesso usato in letteratura, non ho inventato nulla. Ma nel personaggio di Robert – l’estensore e il custode delle memorie del Diario vittoriano – ho trasfuso un mio atteggiamento. Amo esaminare le scelte e gli eventi del passato per ritrovare in essi le fondamenta del mio presente. Ogni scelta deriva dal vissuto. E la stessa scrittura è frutto di una difficile alchimia tra ciò che si è letto, sognato, sperimentato e la capacità di renderlo in parole, personaggi, storie. Non amo un certo tipo di narrativa che indulge in modo evidente sull’autobiografico. Ma chiunque scriva, lascia una traccia di sé sulla pagina. Ancora una volta, lascia una memoria.

Un romanzo storico è un’opera narrativa ambientata nel passato, con un’accurata ricostruzione dell’epoca attraverso atmosfere, costumi, usanze, condizioni sociali e mentalità dei personaggi principali. In questo modo, esso trasmette lo spirito di un periodo storico attraverso dettagli realistici, intrecciando le vicende narrative con eventi realmente accaduti e documentati. Lei narra dell’età vittoriana.
Ebbene, quanto il suo romanzo trasgredisce siffatto tentativo di definizione, abbattendo i confini del genere?

Sono convinta che ciò che ci perviene di un’epoca, anche se relativamente vicina come può esserlo l’età vittoriana, cada vittima di uno sforzo di livellamento. Ci viene detto che tutte le persone vissute in quegli anni hanno tenuto un certo atteggiamento, hanno rispettato determinate regole, hanno accettato un destino fissato dalle convenzioni sociali. Ma non è vero. Non lo è mai, per nessuna epoca. Sappiamo che gli anni dal 1837 al 1901, ovvero gli anni di regno della regina Vittoria, sono stati caratterizzati da una serie di caratteristiche ben precise: progresso industriale, proletarizzazione selvaggia della popolazione, relegazione della donna nei ruoli canonici di moglie e madre, ipocrisia sociale. La reputazione come valore assoluto e imprescindibile. L’omosessualità esisteva, era estremamente diffusa, come testimoniano i dati relativi alla prostituzione maschile, ed era praticata in tutte le fasce sociali con una certa libertà legata al “nasconditi bene e io fingo di non vederti”. Di Oscar Wilde e del suo “Bosie” tutti sapevano, ma quando la vicenda approdò in tribunale e non fu più possibile fingere di non sapere, scattò la condanna ai lavori forzati e la “morte civile” dello scrittore. Stesso discorso per l’etichetta legata alla condizione aristocratica. Mi sono presa delle libertà? Sì, il mio conte di Lennox non frequenta i club degli aristocratici e rifugge le occasioni mondane, ha cose più importanti da fare. Sarebbe stato un reietto? Sì, ma mi sono documentata e di aristocratici allergici alle regole l’Inghilterra è sempre stata ricca, a dimostrazione che, sì, esistevano dei paletti, ma ci sono sempre stati individui che hanno saputo aggirarli o saltarli a piè pari.

Pensando alla sua attività giornalistica, reputa che il bisogno di verità possa sempre costituire un motore potente che spinge all’azione?

Esiste un’iconografia del giornalista che si nutre della figura del cronista pronto a correre qualsiasi rischio in nome della verità. Ma chi svolge il mio mestiere ha il compito di raccontare la realtà dei fatti, di esporre la nuda cronaca senza prendere posizione, senza aderire a tesi precostituite. La verità deve emergere dalla cronaca, se ben fatta, direttamente nella mente del lettore. Nessuno mai dovrebbe pretendere di detenere la verità. I fatti, quelli sì. E le prove alla base di quei fatti. La spinta all’azione, secondo me, viene piuttosto dal concetto di giusto e sbagliato. È giusto – per fare un esempio – rivelare che certa politica ha permesso la contaminazione di interi territori con rifiuti tossici in cambio di un fiume di denaro? Lo è, e allora il cronista si adopera per raccontare le cose come si sono effettivamente svolte. Agisce seguendo un proprio codice morale ed etico. E, spesso, paga a caro prezzo la fedeltà a se stesso.

La sua preziosa narrazione illumina anche il disgraziato, il derelitto, lo scarto umano, il microscopico. In fondo, è la biografia di tanti. Ha avuto uno scopo di liberazione di quei tanti, appunto, abusati da pregiudizi, malelingue, offese e pubblico giudizio? È il rinascimento degli invisibili?

L’età vittoriana – Dickens ce lo insegna – è l’epoca in cui i ricchi si scoprono, all’improvviso, filantropi. Di una filantropia ipocrita che trovava la massima espressione nell’orrore delle poor-house. Ci si spacciava per benefattori e si guadagnava manodopera a bassissimo costo. La Londra della regina Vittoria era una metropoli immensa, con quasi cinque milioni di abitanti, con un tasso di mortalità tale da intasare i cimiteri e rendere un problema lo smaltimento dei cadaveri. La narrazione legata al periodo spesso punta i riflettori sulle magnifiche residence, le feste, gli abiti, le carrozze, gli amori che riguardavano una minima parte delle persone. Ho voluto immaginare un aristocratico che, costretto nell’infanzia ad affrontare un vero e proprio inferno e a conoscere degrado e povertà, abbia voluto, una volta ottenuto il proprio posto nel mondo, mettere patrimonio e potere al servizio di tutti quegli invisibili lasciati perire lungo le strade e considerati dai più fortunati come sporcizia da nascondere sotto un bel tappeto di convenzioni sociali. Per il conte di Lennox salvare un bambino o assistere una famiglia in difficoltà è più importante di qualsiasi evento mondano o dell’ammissione all’esclusivo White Club. Ed è questo che l’alta società londinese non gli perdona: essere il solo disposto a guardare negli occhi la povertà e renderla visibile a tutti.

Laura Costantini nasce a Roma ed è una “boomer” rea confessa. Amante della scrittura da sempre ha rincorso e raggiunto l’obiettivo di svolgere la professione giornalistica. E di pubblicare romanzi spaziando tra generi ed epoche. Ha pubblicato tredici romanzi a quattro mani con Loredana Falcone (amica e socia di scrittura) e nove titoli (tra cui un saggio) firmando da sola. Di questi fanno parte i quattro volumi della serie “Diario vittoriano” (goWare) cui si aggiungono tre contenuti speciali sempre legati alla serie.
Molto presente su Facebook e Instagram, ama scoprire libri e autori senza lasciarsi guidare dalle classifiche delle vendite.

Madri e no

Ragioni e percorsi di non maternità

Non ho passato i decenni della mia maturità sessuale a chiedermi se volevo dei figli perché ho sempre saputo che no, non li volevo. L’unica domanda da farmi era quindi la successiva: perché non li volevo?

Quali interrogativi solleva la decisione di non avere figli?

Potenzialmente anche nessuno. Chiedermi perché non volessi figli equivaleva a chiedermi cosa della mia esperienza mi avesse reso diversa dai tanti, e dalle tante che invece li vogliono. Ma non c’è una risposta vera, perché ci sono mille ragioni per desiderare un figlio e mille altre per non desiderarlo. Il punto non è rispondere alla domanda ma osservare il fatto che la domanda esiste, eppure non siamo soliti rivolgerla a tutti: nessuno la pone mai ai genitori o a chi si appresta a diventarlo. Nella nostra epoca è ancora comune supporre che chi non vuole figli debba avere una ragione. È una domanda che si muove in un senso solo, sta lì a dirci che questa scelta conserva ancora una pallida ma leggibile aura di illecito.

Quali sono le rappresentazioni e le incarnazioni della figura della nullipara in chiave diacronica?

Sono state tante: zitelle, monache, vedove, ma anche le isteriche, le femmes fatales, le vamp, le cortigiane. Nel mio libro mi sono concentrata soprattutto sulla zitella perché il suo affacciarsi all’orizzonte delle rappresentazioni culturali segue una traccia ben leggibile e delineata. Le donne nubili sono sempre esistite, ovviamente, nell’Europa medievale e moderna erano tutt’altro che una rarità ma nell’Ottocento la figura della zitella assume una particolare importanza e delle precise connotazioni. L’Ottocento è il secolo nel quale gli storici collocano quell’insieme di cambiamenti sociali e culturali che hanno dato luogo all’«invenzione della maternità», e inventando la madre, questo secolo inventa anche il suo opposto: la zitella, il rifiuto del matrimonio e dei figli che ne possono venire. Ora, fintanto che la rappresentazione culturale è stata appannaggio quasi esclusivamente maschile, troviamo una zitella che è in pratica il rovescio speculare di tutte le virtù celebrate nella madre angelica e accudente, la zitella è una sconfitta, è talvolta malvagia, luciferina, quasi sempre ridicola e da compatire. Nel Novecento a raccontare le zitelle sono soprattutto le scrittrici, ed ecco che la sua figura si colora di altre sfumature, spesso positive, di rottura con la tradizione. È interessante notare come la sopravvivenza lunga di certe caratterizzazioni derivi da una concezione ancora ottocentesca della famiglia, così come ottocentesco è stato per lungo tempo il nostro modo di pensare il lavoro. Entrambi nascono sull’onda della rivoluzione industriale, in un gioco di rimandi continui. Le necessità del lavoro industriale hanno concorso a dare forma alla famiglia – sono i due pilastri dell’ordine sociale – e quindi anche a definire tutto ciò che sta al di fuori di essa, l’opposizione, la devianza, il rifiuto.

Istinto materno: quanto è forte la pressione culturale che si esercita sulle donne nella costruzione di questo mito?

È una pressione abbastanza forte da creare, per l’appunto, il mito e perpetuarlo. L’istinto materno è cosa diversa da quello che Simone de Beauvoir preferiva chiamare più propriamente ‘sentimento materno’, è una nostra invenzione culturale. La sua tenacia deriva in buona parte dal fatto che è un mito consolatorio, lo immaginiamo come una forza irresistibile che spinge una donna a essere madre anche nel caso che non le convenga– è il motore primo del sacrificio femminile. Se è una cieca obbedienza all’istinto, generare non è propriamente una scelta – e qui entriamo nel grande rimosso sociale che ci terrorizza: se le donne possono scegliere di non generare, vuol dire che detengono il potere più arcano di tutti, quello di far estinguere l’umanità.

Lei scrive: “Noi senza figli e voi che ne avete. Siamo cambiati insieme.” Cos’ha inteso affermare?

Che la grande enfasi sulla realizzazione personale, sulla ricerca della felicità non sono sempre esistite, o non come oggi le conosciamo (come è vero che oggi per definizione ogni fallimento è ‘personale’, e concepiamo l’infelicità come inadeguatezza del singolo, come insuccesso). Questo è vero per chi oggi vuole diventare genitore e, ugualmente, per chi no. La contraccezione e i tanti cambiamenti che hanno interessato il nostro stile di vita hanno ridefinito per la maggior parte di noi la procreazione in termini di ‘scelta’. Facciamo o non facciamo figli per essere felici, e in questa ricerca – che possiamo considerare in termini positivi o negativi, come frutto di un edonismo forsennato o, al contrario, come un movimento di liberazione, non importa – in questa ricerca siamo pari. Anzi, siamo uguali.

Il tema dell’orologio biologico è “uno dei tanti luoghi in cui scienza e sessismo si sono incontrati, si sono piaciuti”; dove sono gli uomini in tutto questo? Chi si sta occupando di contare i grani di sabbia della loro clessidra?

L’orologio biologico è una metafora, divenuta così familiare che ci siamo abituati a considerarla invece un fatto, un avvenimento fisico concreto come il ciclo mestruale o la menopausa. E tuttavia non è stata la scienza medica a dare al termine il significato che conosciamo, ma un giornalista statunitense in un articolo di costume del 1978 dedicato alle aspirazioni delle giovani donne in carriera. L’orologio biologico è, come il mito dell’istinto materno, l’ultima consolazione di un mondo che demanda per intero alle donne la responsabilità di perpetuare la specie, assicurarne il futuro, salvo poi inorridire quando si rende conto del potere immenso che ne deriva. Come metafora si presta pochissimo a dare conto del sistema complesso di varianti in gioco quando parliamo della fecondità di una donna, o di un uomo, o di una coppia. Ma si è rivelata una metafora irresistibile perché è lì a dirci che è naturale, e inevitabile, che il fardello della riproduzione umana ricada esclusivamente sulle donne. E se fai le scelte sbagliate, se perdi tempo prezioso, invecchierai sola, disperata e sarà tutta colpa tua.

Flavia Gasperetti è dottore di ricerca in Storia Contemporanea e lavora come traduttrice nei campi della comunicazione e dell’informazione. Ha collaborato con recensioni, articoli e racconti a Pagina 99, Rivista Studio, Il Manifesto, Minima&Moralia, Abbiamo le Prove.

Marxismo e filosofia della praxis: Da Labriola a Gramsci

Nel terzo saggio sul materialismo storico di Antonio Labriola, intitolato Discorrendo di socialismo e di filosofia, ricorre per la prima volta l’espressione filosofia della praxis. Qual è il significato di siffatta formula?

La formula “filosofia della praxis” venne utilizzata da Labriola nel terzo saggio sul materialismo storico ma rappresenta il risultato di una riflessione abbastanza lunga, che risale ai primi due saggi e, in particolare, al secondo di essi (Del materialismo storico. Dilucidazione preliminare). Attraverso uno studio originale delle opere di Marx, egli aveva indicato nel lavoro il principio della storia umana, il momento, cioè, in cui la storia umana si distacca dalla storia naturale intesa in senso darwiniano, determinando un ambiente “artificiale”. Anche senza conoscere gli scritti giovanili di Marx (che verranno pubblicati nel Novecento), Labriola era convinto che il marxismo esprimesse una filosofia originale, diversa dal materialismo e dall’idealismo tradizionali. La filosofia della praxis indicava appunto il “midollo” e il “nocciolo” di questa nuova filosofia (il “marxismo teorico”, come lo definirà Benedetto Croce), irriducibile alla metafisica del passato. Il confronto con Marx e con il suo amico Engels rimase perciò fondamentale, ma è anche vero che nell’idea di una filosofia della praxis confluirono altre fonti, che provenivano da tutto il percorso intellettuale precedente all’incontro con il marxismo. Tra queste fonti è necessario ricordare il magistero di Bertrando Spaventa, i cui temi fondamentali – la riforma della dialettica hegeliana, l’intelletto pratico, la teoria della circolazione del pensiero europeo – entrarono nella filosofia della praxis e aiutarono Labriola a mettere a fuoco i principali nodi teorici della dottrina.

Il marxismo teorico in Italia si configurò come un unicum nell’orizzonte europeo.

Qual è la specifica prospettiva critica di cui si fece promotore il marxismo italiano?

Bisogna pensare al quadro intellettuale in cui agirono autori come Labriola e Gramsci. Il primo si trovò di fronte il marxismo della Seconda Internazionale, cioè l’ortodossia di Kautsky e il revisionismo di Bernstein, oltre al socialismo italiano, ancora fondato in larga parte sulle categorie del positivismo. Per primo (non solo in Italia) Labriola si richiamò direttamente all’opera di Marx, leggendolo nella lingua originale e acquistandone una conoscenza ragguardevole, e rivendicò al marxismo teorico il carattere di una filosofia indipendente e originale. Gramsci, che nel 1924 era stato nominato segretario generale del Partito comunista, vide sorgere la nuova ortodossia del materialismo dialettico, presto ossificata e resa scolastica dal potere staliniano. Fin dalla lettera che scrisse al comitato centrale del partito russo nell’ottobre 1926, segnalò i pericoli della situazione del comunismo sovietico e internazionale. I suoi Quaderni del carcere, a partire dalle critiche a Bucharin, delineano l’immagine di un marxismo diverso e alternativo, unico nel suo tempo. Possiamo dire che Labriola e Gramsci, ciascuno nella propria epoca, rimasero isolati nel movimento operaio internazionale. Solo quando quelle “ortodossie” entrarono in crisi, si cominciò a riconoscere il valore innovativo del loro pensiero.

Gramsci adoperò l’espressione filosofia della praxis per formulare la complessa controversia relativa alla determinazione del ruolo della soggettività politica nella democrazia moderna.

Come nasce la categoria di egemonia?

La categoria di egemonia ha una storia lunga e importante, che inizia nella Grecia classica, da Erodoto agli stoici, e che prosegue nel corso dell’Ottocento specie in Italia e in Germania. I bolscevichi, a cominciare da Lenin, la avevano ripresa da questa lunga storia, forse con la mediazione di Kautsky, per indicare la base sociale della rivoluzione nell’alleanza tra operai e contadini. Operai e contadini rappresentavano i soggetti della rivoluzione russa, ma la gegemonja, l’egemonia, la guida, spettava alle classi produttive delle fabbriche urbane. Gramsci prese da lì la formula, la elaborò già nel suo soggiorno a Mosca, ma ben presto cominciò a trasformarla in profondità. Nell’articolo del 1926 sulla questione meridionale, il nodo dell’egemonia (e quello degli intellettuali, che vi è strettamente legato) diventò la chiave per leggere il rapporto Nord-Sud come problema fondamentale della vicenda nazionale italiana. Ma fu nei quaderni che l’egemonia diventò una categoria centrale del suo marxismo. Nelle riflessioni più mature del carcere, l’egemonia non indicava più soltanto l’alleanza tra operai e contadini, ma una funzione generale della politica e della democrazia moderne. Come lei accennava, Gramsci metteva il concetto di egemonia al centro di una nuova teoria del soggetto, considerato non più come un presupposto (come qualcosa di dato nella struttura economica) ma come un risultato del processo storico, come una combinazione originale di diversi fattori. Anche oltre Marx, questa era la teoria del soggetto politico adeguata al livello di complessità conseguito dalle società di massa e dalle democrazie contemporanee.

Labriola e Gramsci sono accomunati dalla capacità di disserrare uno sguardo critico sulla decodificazione della filosofia marxiana.

Qual è il nesso teorico che lega i pensatori citati?

Per lungo tempo il rapporto fra Gramsci e Labriola non è stato riconosciuto. Ancora nell’edizione tematica dei Quaderni dal carcere, uscita per Einaudi tra il 1948 e il 1951, il curatore Felice Platone riteneva che l’uso, da parte di Gramsci, dell’espressione “filosofia della praxis” dipendesse dalla opportunità di non insospettire la censura carceraria. In realtà Gramsci cominciò a usare quella formula, riprendendola da Labriola, proprio per significare una nuova teoria del marxismo. Inoltre, negli stessi quaderni si parlava della «necessità di rimettere in circolazione Antonio Labriola e di far predominare la sua impostazione del problema filosofico». È evidente che il marxismo di Gramsci non è più quello di Labriola, perché c’è una considerazione diversa del soggetto politico, ma è anche chiaro che Gramsci riconobbe nell’opera di Labriola un precedente importante, forse l’unico, tra i marxisti di fine Ottocento, meritevole di essere ripreso e continuato. Ciò che legava Gramsci a Labriola era proprio l’indicazione della filosofia della praxis, l’idea che il marxismo costituisse una filosofia, un pensiero autonomo, capace di oltrepassare i limiti del vecchio materialismo e dell’idealismo. Inoltre Gramsci trovava in Labriola un metodo adeguato per la lettura di Marx: un metodo critico, non ortodosso, anche se non revisionistico in senso classico.

La riflessione sulla relazione tra dimensione nazionale e dimensione internazionale esprime un punto critico meritevole ancora oggi un’accurata disamina?

La relazione nazionale-internazionale venne resa esplicita da Labriola nel quarto saggio postumo, Da un secolo all’altro. Ma è il punto fondamentale di tutto il pensiero di Gramsci. La prospettiva di Gramsci è sempre globale, il suo sguardo è sempre rivolto al mondo, ai processi lungo periodo della storia universale. Il soggetto politico deriva dalla combinazione originale tra fattori mondiali e fattori nazionali. Il moderno principe è colui che sa combinare, con una specie di “paragone ellittico”, il globale e il nazionale. Anche quando sembra concentrarsi su aspetti della storia nazionale, Gramsci ha sempre ferma l’attenzione sui grandi processi internazionali. Il Risorgimento italiano, per esempio, può essere compreso soltanto all’interno di una rivoluzione passiva di tipo europeo, come quella che impegna la politica continentale dopo la Rivoluzione francese. D’altronde Gramsci espresse con precisione la centralità di questa relazione nella teoria della traducibilità dei linguaggi scientifici e filosofici, dove spiegò che la grande politica nazionale deriva dalla capacità di “tradurre” il senso globale della storia e, al tempo stesso, di contribuire alla sua formazione. Anche negli anni trascorsi in un carcere speciale, poi in una clinica, quando le informazioni dall’esterno erano poche, Gramsci continuò a interrogarsi sul destino del mondo. Fin dagli anni giovanili, di fronte al tentativo di Wilson di creare una società delle nazioni, aveva indicato il problema fondamentale nella contraddizione fra una economia diventata “cosmopolita” (globale, come oggi diremmo) e una politica sempre più chiusa nel nazionalismo. La politica aveva perso la capacità di governare i processi reali della produzione e della finanza, soffriva di una asimmetria con il mondo economico e perciò tendeva a chiudersi nella difesa delle proprie frontiere. “Conguagliare” la ragione politica ai processi economici globali rappresentava perciò il grande passaggio di epoca, il compito di una “economia programmatica”, come la definì nel Quaderno 22. Mi sembra che questa diagnosi sia ancora attuale, che il problema indicato da Gramsci è ancora il nostro, in una epoca divisa tra un mercato globale e una politica fatta di confini e divisioni, dove continuano a emergere tentazioni nazionaliste e sovraniste.

Marcello Mustè, laureato in filosofia con una tesi su Marx, dal 1984 al 1987 è stato borsista dell’Istituto italiano per gli studi storici di Napoli, dove ha svolto attività didattica e di ricerca, collaborando con Gennaro Sasso. Dal 1985 al 1987 è stato redattore della “nuova serie” della “Rivista trimestrale”. Nel 1991 ha conseguito il titolo di dottore di ricerca alla Sapienza. Dal 1997 al 2005 ha lavorato alla “Fondazione Giovanni Gentile per gli Studi Filosofici” dell’Università “La Sapienza” in qualità di “Segretario e Curatore dell’archivio e della biblioteca di Gentile”. È stato professore a contratto di Storia della filosofia dal 2001 al 2007. Attualmente è professore di filosofia teoretica all’Università La Sapienza di Roma.È membro del Consiglio scientifico della Fondazione Gramsci e della Commissione scientifica per la Edizione nazionale degli scritti di Antonio Gramsci. Ha collaborato con l’Enciclopedia Italiana, in particolare ai volumi: Il contributo italiano alla storia del pensiero. Filosofia (ottava appendice), Enciclopedia machiavelliana e Croce e Gentile. La cultura italiana e l’Europa. Ha diretto la rivista Novecentodal 1991 al 1999. Fa parte del Comitato scientifico di alcune riviste, tra cui: “Giornale critico della filosofia italiana”, “Annali della Fondazione Gramsci”, “La Cultura”, “Filosofia italiana”. Scrive su diverse riviste scientifiche, tra le quali, con maggiore continuità: “Giornale critico della filosofia italiana”, “La Cultura”, “Studi storici”, “Filosofia italiana”. Nel 2016 è stato nominato dal Ministero dei beni culturali Segretario del “Comitato nazionale per il bicentenario della nascita di Bertrando Spaventa”. Dal 2012 al 2016 ha insegnato Ermeneutica filosofica, in qualità di Visiting Professor, alla Pontificia Università Antonianum.

Le radici del male: Il male all’inizio della civiltà occidentale e le intuizioni della modernità

Il saggio da lei redatto prova ad accertare le forme con cui l’uomo ha inteso circoscrivere l’idea di Male. Ebbene, quali sono, a suo parere, i documenti più esemplificativi afferenti la civiltà occidentale atti a definire tale idea?

Sono molti ma, paradossalmente, non in prevalenza i saggi filosofici sul tema perché mi sono posto alcuni paletti nell’impostazione della mia ricerca: un approccio multidisciplinare (teologia, antropologia, psicologia, filosofia, storia) e un’analisi dei testi originali senza mediazione; in ciascuno ho potuto trovare un frammento importante della questione, anche se nascosto. Sono così i documenti agli albori della civiltà quelli che ho utilizzato per cercare le ‘radici’ di un problema così complesso e risultano pertanto molto eterogenei: i libri dei morti egiziani, l’epica classica omerica e virgiliana, la Repubblica di Platone, le tragedie greche. Poi, quando il Male ha cominciato ad essere percepito come un’entità autonoma, la Bibbia (Cronache, Sapienza, Isaia, Giobbe), i documenti del Laterano IV e il Corano, per citarne solo alcuni.

Una selezione non del tutto usuale…

Questo rientra appunto nel taglio particolare che ho voluto dare al testo. Trattare un tema così complesso avrebbe richiesto volumi da migliaia di pagine. La mia scelta, invece, è stata invece quella di strutturare un testo molto agile diviso in tre parti: la prima con l’analisi del Male nel mondo arcaico e classico; la seconda con focus il Medioevo cristiano e islamico; la terza, che tiene conto delle prime due, le ‘radici’ appunto, con le risposte della psicanalisi novecentesca e le ultime impostazioni delle scienze umane.

Si Deus est unde malum? Et si non est, unde bonum? Può commentare, alla luce dei suoi studi, siffatto quesito di Boezio presente nel De consolatione philosophiae?

La risposta che ho rinvenuto nell’analisi diacronica della documentazione è che l’immagine della divinità si stata adattata nel corso dei secoli a un crescente bisogno di giustizia e rassicurazione dell’uomo, che già nell’età assiale ha cominciato a ritenere intollerabile l’idea della divinità classica come insieme indistinto di Bene e Male. Così, come segnala la sua riscrittura del racconto biblico del censimento di Davide dal testo libro di Samuele alle Cronache, è avvenuta l’espulsione del principio del Male da Dio. È, si badi, una soluzione che vale per il cristianesimo ma non per l’Islam, ad esempio, e non è, perciò, universale. E se Dio non ci fosse? Secondo un’idea arcaica classica, che tuttavia sopravvive ai nostri tempi anche per ragioni legate alla biologia, il bene è l’utile della collettività. Ma, come si può intuire, tutta la questione Bene-Male complessivamente pare ridursi alla proiezione di un desiderio umano di un mondo morale, nel solco del biblico Giobbe, mentre la realtà rimane nella sua concretezza indifferente.

Raskol’nikov, Salomè, Mr. Hyde possono costituire archetipi letterari dell’idea di Male. Quali spunti di riflessione offrono?

Certo, ciascuno con un proprio tratto ma sono accomunati, in generale, da un elemento comune: ripropongono ciò che Edward O. Wilson riassumeva nel conflitto tra cooperativi ed egoisti, questi ultimi stigmatizzati sin dall’antichità. Ovvero: gli eroi (positivi o negativi, non importa), per quanto siano personaggi affascinanti perché sembrano incarnare il sentimento del tempo, come Napoleone, o perché piena espressione delle potenzialità umane, come Achille, si pongono sopra la massa, si distinguono da essa e si pongono in una dimensione estranea – se non conflittuale – con la collettività perché al bene comune antepongono il soddisfacimento di desideri personali e, nel caso di Raskol’nikov, Salomè e Mr. Hyde, abbietti. Ecco perché Ettore viene percepito come più umano e attira la nostra compassione: è sì dotato di maggiori capacità empatiche ma soprattutto spende se stesso non per la gloria personale ma per la salvezza di Ilio.

Morality and humanism cannot long withstand the predations of this evil. Knowledge of its nature – and its insidious effect on both individuals and groups – is the only antidote. Può commentare l’asserzione di Andrzej Łobaczewski, teorico della Ponerologia?

È naturale presa d’atto di quanto detto precedentemente e, in effetti, la questione dell’empatia pare centrale nella riflessione sul Male dell’umanità contemporanea. Dopo aver ottimisticamente ritenuto con l’Illuminismo che con la cultura e l’istruzione si potesse migliorare l’umanità in modo progressivo e inarrestabile, si sta ora ripiegando sulla conclusione che le persone malvage siano affette da problemi psichici o genetici, ridimensionando così anche le colpe della “società”, che era il mantra degli anni 80 e 90. Una scelta che ci pone però di fronte a un fatto e un problema: in questa lettura della realtà il Male non è più negato o relegato oltre l’uomo; tuttavia, il rischio è che si possa pensare che la soluzione al Male sia la semplice ospedalizzazione.

Eugenio Montale scrive “era la statua nella sonnolenza/del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato. Ritirarsi ed osservare il corso degli eventi senza porsi problemi è l’unico modo per sopportare il vuoto e l’aridità della condizione umana, attanagliata dal Male?

Non ci si può ritirare dall’essere umani, porsi fuori: i nostri desideri, le nostre pulsioni possono essere imbrigliate in una sorta di eremitismo contemplativo senza garantire alcuna felicità, senza la speranza della quale non so quale uomo possa vivere davvero. E Lucia, ne “I Promessi Sposi”, ci ricorda anche che “Non sono io che ho cercato guai, ma sono i guai che hanno cercato me”. La poesia di Montale, piuttosto, ci può ricordare che, in un mondo sostanzialmente indifferente alle vicende umane (in linea con la lezione di G. Leopardi), è la nostra determinazione a diventare esseri umani consapevoli, comprensivi, interconnessi (in senso sociale, non tecnologico) e guidati da una matura sensibilità morale è l’unica possibile chiave per tendere a ciò che definiamo come “bene”.

Stefano Magrella

Nato a Verona nel 1975, sposato, lavoro da anni come docente di latino, italiano, storia, geografia nelle scuole superiori e nei licei della mia città. Studio e approfondisco vari campi di ricerca come psicologia, antropologia e filosofia anche se la mia prima passione sono la storia antica e medioevale. Ho ad oggi pubblicato due testi: Con gli occhi rivolti al cielo: paesaggi infernali e mondani nella letteratura medioevale, Grosseto 2017 e Le radici del male, 2019 più altri articoli di ricerca pubblicati su I quaderni della dorsale (rivista espressione di una comunità locale di Verona) e su Academia.edu. Da qualche tempo collaboro come autore di articoli di varia natura (politica, attualità, cultura, approfondimento) per una testata giornalistica online, “Heraldo” che continua l’esperienza de “IlNazionale.net”. Sono infine guida volontaria presso il GVI, Gruppo Volontari Ipogeo presso il sito archeologico dell’Ipogeo di s. Maria in Stelle a Verona; faccio parte anche del gruppo ricerca del GVI.