Professoressa Lisoni, il suo libro compie un gesto critico preciso: sposta lo sguardo dai tre grandi autori alle donne che hanno attraversato le loro vite. Come è nata questa scelta e, soprattutto, quale criterio ha seguito per distinguere la semplice presenza biografica da una presenza capace di lasciare una traccia riconoscibile nell’opera?
La scelta di posarsi sull’universo femminile dei tre giganti della letteratura mondiale. Leopardi, Dostoeskij, Pasolini è affiorata lentamente, ma insistentemente, studiando l’opera dei tre Grandi e domandandomi, da lettrice curiosa, quale ruolo avessero giocato le donne nella loro vita e nella loro produzione artistica.
Non volevo celebrare scrittrici femminili, spesso trascurate dalla critica maschile, ma addentrarmi in un universo femminile che a mio avviso si sarebbe rivelato complesso, ricco e fecondo e del quale molto poco si parla.
Iniziando dai rapporti familiari, fondamentali per coloro che scrivono, fino ai rapporti amicali, amorosi, e anche a quelli idealizzati dagli autori, per passare a quei rapporti di stretta collaborazione che risultano importantissimi e spesso celati.
Un ventaglio di ritratti al femminile che fanno luce sulla concezione della donna nei diversi secoli e sul rapporto che i tre grandi della lettura mondiale hanno stretto con donne che hanno lasciato un segno nella loro esistenza
Nella storia letteraria siamo abituati ad incontrare le donne accanto ai grandi scrittori sottocategorie piuttosto rigide: musa, amante, moglie, madre. Quanto queste definizioni rischiano di occultare l’individualità delle donne reali, trasformandole in funzioni narrative della biografia maschile? Il suo libro può essere letto anche come un tentativo di restituire loro autonomia e voce?
Ho tratteggiato il ritratto delle donne che hanno accompagnato e arricchito la vita dei Nostri tre autori non in funzione del ruolo giocato all’interno del mondo maschile, ma in modo autonomo. Le loro voci meritano attenzione non in quanto mogli, amiche, familiari di, ma in quando donne. Figure femminili, complesse e inafferrabili, atomi ribelli, escluse o testimoni di verità, donne capaci di generare amore, di rivelarsi come forza primordiale, o al contrario di rivelarsi come figure destabilizzanti. Donne capaci di decodificare il comportamento dell’uomo, camminando al loro fianco e accompagnandolo nel sentiero della sua produzione artistica. Il femminile, dunque, come mostra di intelletto, antologia di donne libere, audaci, autentiche, talvolta con ruoli sociali diversi tra loro, ma sempre fedeli alla loro indole e coerenti con i loro principi e, sebbene spesso escluse dall’ambiente circostante, sempre cruciali e testimoni di verità.
Nel caso di Leopardi, il rapporto fra esperienza amorosa e trasfigurazione poetica raggiunge uno dei suoi vertici nella figura di Aspasia, dietro la quale si riconosce Fanny Targioni Tozzetti. Però, fra la donna storica e la creatura poetica si apre inevitabilmente una distanza. Che cosa accade, secondo lei, quando una donna reale entra nell’immaginario di un poeta? Quanto resta della persona e quanto, invece, viene assorbito dalla costruzione simbolica dell’autore?
La donna di Leopardi, più volte ricordo, è una “donna che non c’è”, una donna inarrivabile, come inarrivabile e lontana fu la madre, Adelaide Antici, donna dal forte temperamento, che inconsciamente spinse il figlio alla ricerca della sua figura quella figura materna che, tanto più è rincorsa, tanto più si rivelava lontana e distante. Quando incontra Fanny Targioni Tozzetti Leopardi ne resta folgorato. L’Incontro genera in lui una forte passione e al contempo una immensa idealizzazione, quasi un amore stilnovista, la donna angelo che salva il poeta. Egli trasforma la donna nella creatura ideale della sua giovinezza ispiratrice del Ciclo di Aspasia, per scontrarsi poi con la disillusione di un amore non corrisposto. Ne segue una denuncia della disillusione per una donna che aveva fortemente idealizzato. La sua disillusione amorosa lo condurrà, come si evince sia dalle lettere private e da Il Ciclo di Aspasia, ad assumere un tono amaro, polemico a tratti perfino misogino. In Aspasia lamenta come l’immagine di donna ideale da lui amata non corrisponda al femminile ingegno; della donna reale. Il poeta, nel suo operare, alleggerisce la figura femminile dei suoi tratti quotidiani per adornarla di significati morali. L’immagine della donna in carne e ossa si affievolisce per lasciare il posto all’immagine della donna simbolica che diventa assoluta, scissa dalla realtà.
Leopardi ha consegnato alla nostra tradizione alcune delle più potenti riflessioni sull’amore, sull’illusione e sulla caduta dell’illusione. Le donne della sua vita ci consentono di leggere diversamente il suo pensiero amoroso oppure sarebbe metodologicamente rischioso spiegare la poesia attraverso la biografia? Dove colloca il confine fra documento biografico ed interpretazione dell’opera?
È quella di Giacomo Leopardi, a suo dire “una donna che non si trova”, fuori dalla realtà, frutto di disillusioni da un lato e dall’altro di immense sofferenze a lui inflitte. Una figura irraggiungibile, sfuggente, inarrivabile quasi, da conquistare faticosamente con risultati vani. Come sfuggente e distante fu la figura materna, altera, anaffettiva quasi, incapace di comprendere i tormenti e le alte vette di Giacomo, la sua sensibilità, il suo mondo interiore, il suo immenso e illimitato universo, la sua sete di conoscenza, la sua infinita richiesta d’amore. Quasi che il poeta avesse ricercato in ogni donna la figura materna, distante, sfuggente, non in grado di elargire quell’amore da lui tanto e invano atteso. Dalla lettera che scrive nel 1922 da Roma al fratello Caerlo emerge altresì la natura intima di Leopardi, i suoi tormenti, le sue paure, le sue sconfitte, ma anche la sua immensa sensibilità, l’amore per la lealtà, i veri sentimenti dei quali lamenta la mancanza:
E’ così difficile il fermare una donna a Roma, come a Recanati, anzi molto di più, a cagione dell’eccessiva frivolezza e dissipatezza di quelle femmine che non ispirano un interesse al mondo, sono piene di ipocrisie, non amano altro che girare e divertirsi e poi non la danno credimi.
Con Dostoevskij il rapporto fra vita e letteratura sembra diventare ancora più vertiginoso: passione, gelosia, dipendenza, sacrificio, colpa e redenzione appartengono contemporaneamente alla biografia dello scrittore ed all’universo dei suoi romanzi. In che misura le donne da lui amate possono aver contribuito non tanto ad “ispirare” singoli personaggi, quanto ad affinare la sua straordinaria conoscenza delle contraddizioni dell’animo umano?
Lungi dal considerare le donne che hanno popolato la vita di Dostoevskij semplici muse contemplative, esse hanno fatto emergere complesse dinamiche che il genio di Dostoevskij ha trasfuso nelle sue opere artistiche, nei personaggi dei suoi romanzi. Dei veri e propri catalizzatori esistenziali che in modo eccellente hanno riverberato le tematiche del doppio fortemente presente nelle sue opere come in quelle di Pasolini. Vittima di atroci sbalzi di umore, Dostoevskij sopraffatto dall’ansia, ha conosciuto le vette dell’amore avendo accanto donne importanti, belle, appassionate che lo hanno accompagnato lungo il sentiero della vita. Donne in grado di tenere insieme umano e divino, Inferno e Paradiso, che incarnano il sentimento della contraddizione, perché in Dostoevskij, come anche in Pasolini, l’essere umano è attraversato da infinite contraddizioni. Tre le figure femminili che fortemente hanno inciso nella comprensione dell’animo umano
-Maria Dmitrievna Isaeva, l’amore drammatico e il sacrificio personale
-Apollinaria Suslova, la passione amorosa autodistruttiva
-Anna Grigor’evna Snitkina, l’amore che cura e che salva
Accanto alle passioni tempestose di Dostoevskij vi è anche la figura di Anna Grigor’evna, che fu compagna, stenografa, organizzatrice della vita materiale dello scrittore e, dopo la sua morte, custode della sua memoria. Non siamo qui di fronte a qualcosa che supera radicalmente la categoria della “donna del grande autore”? Quanto deve la posterità di Dostoevskij anche al lavoro, spesso invisibile, di una donna?
Anna Grigor’evna il 4 ottobre del 1866 bussò alla porta della casa di Dostoevskij a San Pietroburgo per prendere lavoro in qualità di stenografa del grande romanziere afflitto dai debiti e con l’urgenza di ultimare il nuovo romanzo: Il giocatore. Fu l’inizio di una lunga storia d’amore che salverà Dostoevskij, con successive pubblicazioni dei molti suoi romanzi, donando equilibrio alla sua mente avvolta spesso da demoni e tormenti. Si sposeranno nel 1867. Fu un amore puro, costante, devoto in grado di superare le difficoltà del quotidiano, la convivenza complessa con Abel, figlio della prima moglie e con la cognata, dei quali si liberarono partendo per Pietroburgo. Il loro fu un riconoscersi tra due anime simili, sebbene separate da una grande differenza di età più di 20 anni, che mai fu fonte di problemi. Del loro amore Anna racconta nel suo libro Dostoevskij mio marito. dal quale si evince soprattutto lo sforzo per arrivare alla verità sul carattere e sulla grandezza artistica del suo uomo, spesso dipinto cupo, malvagio, sopraffatto dalla sofferenza. Ad Anna dedicherà il suo capolavoro I Fratelli Karamazov, quasi ad omaggiarla per i suoi meriti artistici, oltre che a dichiarare al mondo intero il profondo amore che li univa.
Nel suo precedente lavoro su Pasolini emerge un universo femminile estremamente articolato: Susanna Colussi, Laura Betti, Maria Callas, ma anche altre presenze meno immediatamente ricordate. In Pasolini, tuttavia, il femminile sembra continuamente sconfinare nel materno, nel sacro, nell’alterità. Quanto le donne reali della sua vita contribuirono alla formazione di questa complessa costellazione simbolica e quanto, invece, Pasolini proiettò su di loro categorie profonde del proprio immaginario?
Nella sua pur breve vita Pasolini ha avuto il piacere di allacciare rapporti personali e professionali con donne dalla spiccata personalità. Altere, intelligenti, creative, solari, complesse. Donne che hanno giocato un ruolo fondamentale nella sua vita e hanno permesso alla sua arte di toccare vette sublimi. Sempre pronte ad indicare la strada maestra che conduce alla verità, scevre da ogni compromesso e coerenti con i lori principi. A lui legate da vincoli di sangue o amiche, compagne di lavoro, amori. Donne che ha amato con i suoi limiti e nei modi a lui più congeniali, seguendo sempre la sua natura, la sua indole. Donne senza le quali non sarebbe diventato l’uomo e l’artista che è diventato. Va evidenziato che ogni donna per lui era il ritratto della madre. Giovane o matura che sia, la donna rappresenta l’immagine materna, il corpo materno. Donne che hanno sottolineato l’aspetto amorevole, materno, ma anche mortifero e crudele. Di nuovo torna prepotente la tematica eros-thanatos presente in tutta la sua opera.
Leopardi, Dostoevskij e Pasolini sono autori lontanissimi per epoca, cultura, lingua e poetica. Eppure, lei decide di accostarli attraverso le loro relazioni con le donne. Qual è il punto segreto che li rende comparabili? Esiste, al termine della sua ricerca, una particolare idea dell’amore che accomuna questi tre scrittori, oppure proprio le differenze fra loro costituiscono il risultato più interessante del confronto?
È l’anelito all’infinito, quasi un processo in grado di dilatare il tempo, di condurre oltre i limiti, con immensa fatica, spavento, paura, ma anche con grandi gioie raggiunte, il tratto che accomuna Leopardi a Dostoevskij e a Pasolini. Quell’anelito all’infinito che in Dostoevskij e Pasolini sconfina nella ricerca del sacro, sebbene con modalità differenti e che in Leopardi è fonte di infiniti interrogativi e dubbi finanche in punto di morte. In questa ricerca di “infinito” non viaggiano da soli, ma con loro sono presenti le figure che hanno caratterizzato la loro opera e la loro vita, senza le quali non sarebbe stato possibile il viaggio. La loro grandezza alberga nella capacità di rendere gioia, forza, arte i loro dolori, la loro amarezza, i loro tormento e il tutto accompagnato da figure femminili forti, importanti, dure e tenere che hanno inciso profondamente nel loro essere e nelle loro sublimi vette artistiche.
Il suo libro pone indirettamente una questione che riguarda il modo stesso in cui costruiamo la storia della letteratura. Celebriamo il genio come se fosse un fenomeno solitario, mentre intorno a ogni grande autore esiste una rete di affetti, dialoghi, conflitti, sostegni materiali e intellettuali. Quanto la tradizionale narrazione del “grande scrittore” ha contribuito a rendere invisibili le persone, e in particolare le donne, che hanno partecipato alla sua vicenda creativa?
La tradizione fondata sul mito dello scrittore solitario ha giocato un ruolo principe nell’oscurare la funzione chiave svolta dalla donna nell’ambiente creativo degli autori di spicco, processo consolidato da dinamiche narrative e culturali precise. Penso alla moglie di Lev Tolstoj, la quale copiò a mano ben 7 volte Guerra e pace svolgendo anche ruolo di editor, o alla moglie di F. Scott Fizgerald i cui diari vennero inseriti (con plagio) nei suoi romanzi. La storiografia e la critica letteraria di matrice patriarcale definisce l’opera d’arte frutto del lavoro individuale e solitario dell’autore tanto da subordinare il ruolo di mogli, sorelle, collaboratrici a quello di mera assistenza o supporto: segretaria, musa. Siffatta struttura narrativa, oltre a oscurare le singole figure femminili del passato, ha contribuito a nascondere la natura collettiva e collaborativa del processo creativo.
Vorrei concludere rovesciando la prospettiva. Il rischio, parlando delle donne di Leopardi, Dostoevskij e Pasolini, potrebbe essere quello di riconoscere loro importanza soltanto perché furono vicine a tre uomini straordinari. Se potessimo sottrarle per un momento alla luce potentissima di quei tre nomi, chi sono Fanny, Anna, Susanna, Laura, Maria e le altre donne raccontate nel suo libro? E quale di loro, dopo aver concluso la ricerca, sente di avere finalmente incontrato non più come “donna di”, ma semplicemente come donna?
Si tratta indubbiamente di donne forti, con un loro vissuto, con un ruolo preciso nella società del tempo, donne libere, audaci, temerarie penso a Fanny a Laura Betti, donne di successo Maria Callas, o insegnanti come Susanna. Non donne che vivevano di luce riflessa, o “donne ombra”. Forse è questo tratto. la loro autonomia e sicurezza che ha colpito i tre giganti della letteratura mondiale, i quali hanno percepito nel loro carattere dei tratti necessari al loro percorso personale e artistico. Concluderei asserendo che le amo tutte le donne descritte e risulta difficile sceglierne una, la bellezza alberga proprio nella loro molteplicità, in questo essere uniche, diverse tra loro e allo stesso tempo tutte necessarie.
Rosella Lisoni è scrittrice, saggista e studiosa di cinema e letteratura del Novecento. Laureata in Lingue e Letterature straniere moderne e contemporanee all’Università della Tuscia. Ha dedicato particolare attenzione all’opera di Pier Paolo Pasolini, cui ha consacrato numerosi studi e pubblicazioni. Collabora con riviste e testate culturali ed è presidente dell’Associazione La Torre della Tuscia. Accanto alla saggistica ha pubblicato anche il romanzo Aurora: una di noi. Nel volume Di donne e di amori. Leopardi, Dostoevskij, Pasolini, edito da Effigie, indaga il ruolo delle figure femminili nella vita e nell’immaginario dei tre autori, restituendo centralità a presenze spesso rimaste ai margini della storia letteraria.









