Nel titolo, L’urlo di Ecuba, l’«urlo» sembra collocarsi al limite della parola: è insieme dolore, testimonianza e forse atto d’accusa. Perché ha scelto proprio Ecuba come figura emblematica e quale valore attribuisce alla sua voce nel passaggio dal mondo antico al presente?
Perché l’urlo della regina di Troia, espresso in modo così potente nell’Iliade e nelle Troiane di Euripide, è dolore, testimonianza e sicuramente atto di accusa verso la disumanità della guerra e dei suoi crimini. Lo spunto iniziale per questo libro mi è venuto dall’immagine della cosiddetta “Pietà di Gaza”, la foto di una zia velata che tiene tra le braccia il corpo della nipotina avvolta nel sudario: mi ha subito richiamato l’immagine di Ecuba che tiene tra le braccia il corpo del nipotino assassinato brutalmente, Astianatte. Inoltre l’urlo omerico di Ecuba di fronte al corpo di Ettore trascinato dal carro di Achille denuncia uno dei crimini di guerra peggiori, la negazione della dignità del corpo del caduto, anche se nemico, che abbiamo visto riproporsi in molte forme nelle guerre attuali. Questo urlo e questi lamenti – che condannano tutte le atrocità della guerra- però poi si articolano in parole forti e molto ben ragionate: Ecuba in Euripide denuncia con molta chiarezza l’assurdità dei vincitori, che sanno usare la forza ma non la ragione. Primato della forza rispetto alla diplomazia e agli accordi internazionali, che oggi purtroppo vediamo riaffermato nel mondo.
Ecuba, Andromaca, Ifigenia, Cassandra, Antigone e Polissena appartengono a vicende e tradizioni differenti, ma nel Suo libro sembrano comporre una sorta di genealogia femminile del dolore e della resistenza. Esiste, al di là delle singole figure, un sapere specifico che queste donne consegnano alla nostra comprensione della guerra?
Sono tutte donne che non hanno avuto potere nelle decisioni sulle guerre; e tutte ne sono state vittime. Il sapere che ci consegnano -col “senno di poi” del femminismo moderno- è la connessione tra la guerra e il patriarcato, il predominio maschile; anche se poi i diversi maschi coinvolti nelle guerre hanno ruoli molto diversi, alcuni di loro sono amici e alleati delle donne, come lo è il giovane Emone rispetto ad Antigone e contro il padre/padrone Creonte. Le donne di Troia si esprimono innanzitutto contro il potere dispotico dei sovrani achei, che ha provocato la guerra e il loro dolore; sono coinvolte in un rapporto solidale nei confronti dei propri difensori, ma non sono state loro a decidere la partecipazione alla guerra e le diverse modalità di condurla. Tutte però, lette oggi, mettono in luce il potere guerriero e patriarcale che le opprime, in varie forme.
Il mito greco nasce all’interno di una cultura, forse, oggi percepita come patriarcale e che, tuttavia, ha consegnato alla memoria occidentale alcune delle più potenti voci femminili di dissenso. Come interpreta questo apparente paradosso: una cultura degli uomini che, attraverso la tragedia, rende memorabile la parola delle donne che ne contestano l’ordine?
La cultura greca antica ha mantenuto nei secoli un substrato sacrale femminile, la voce della “Grande Dea” (poi detta Gaia, Demetra, Latona o l’ampio ventaglio complessivo delle dee o delle Muse) che per quanto subordinata ha continuato ad esercitare fascino e un suo ambito di potere. Il teatro greco poi ha sempre messo in scena grandi protagoniste, pure per ragioni di efficacia drammaturgica; anche se come sappiamo erano attori maschi a impersonarle, come pure avveniva nel teatro elisabettiano. Molto spesso femminili sono anche i cori delle tragedie e delle commedie. Mediante il teatro in qualche misura ci sono arrivate le voci delle donne greche, anche perché il teatro è sempre stato in Grecia antica uno spazio di riflessione critica, a tutto campo, rivolto alla collettività dei cittadini, incluso anche l’ambito dei rapporti tra maschi e femmine.
Nel volume l’antico non sembra essere convocato per offrire analogie consolatorie al presente, ma per renderlo più leggibile. Quali cautele metodologiche ritiene necessarie quando si accostano Troia e le guerre contemporanee, affinché il mito non diventi una facile equivalenza e conservi invece la propria forza critica?
Bisogna certo essere consapevoli dei millenni trascorsi, delle enormi e micidiali trasformazioni tecnologiche, della portata globale che oggi assumono i conflitti nel nostro mondo interconnesso, delle specificità di ogni conflitto. Però alcune costanti restano immutate nelle guerre e dipendono da una struttura di potere patriarcale che per quanto messa in discussione è tutt’altro che tramontata, anzi forse si rafforza oggi mediante le nuove dinamiche dell’economia, della tecnologia, del controllo mediatico sull’opinione pubblica. Un elemento che potrebbe distinguere in modo forte il contemporaneo dall’antico è la presenza di organismi internazionali, tribunali e forme codificate di diplomazia, sorte dopo i conflitti mondiali: tutte realtà che potrebbero intervenire a monte dei conflitti ed evirarli o arginarli. Purtroppo però oggi tutte queste forme sono messe in discussione, scavalcate e spesso delegittimate.
Cassandra possiede la verità, ma la sua condanna consiste nel non essere creduta. È possibile leggere questa figura come paradigma di una particolare violenza esercitata sulla parola femminile: non soltanto impedirle di parlare, ma consentirle di parlare sottraendole preventivamente ogni autorità?
La storia ci ha consegnato molte “Antigoni” non credute, tacitate o sottovalutate, o private di autorità in modo preventivo, a volte uccise: nel mio testo se ne parla spesso. Pensiamo per esempio alla giovane Greta Thunberg, a cui il mio libro è dedicato: per anni ha condotto una lotta individuale e ignorata da tutti, davanti alla sua scuola. Non era creduta per la sua giovane età e anche per la sua particolare forma di autismo. Nel mondo antico la parola profetica, di cui Cassandra è interprete privilegiata, è sempre stata controversa. Il mito della sua condanna a non essere mai creduta rafforza questa duplicità della profezia e la rende tragica.
Antigone ha attraversato i secoli come figura del conflitto fra legge e coscienza, potere e pietà, ordine della città e dovere verso i morti. Nel contesto delle guerre contemporanee, che cosa può ancora dirci il suo gesto sul diritto di piangere e seppellire i propri morti e, più radicalmente, sulla dignità che dovrebbe essere riconosciuta persino al corpo del nemico?
Il tema della dignità della sepoltura e dei corpi, anche dei nemici, è tornato oggi in primo piano: pensiamo anche solo alle ultime notizie sulle macerie di Gaza, contenenti molti corpi insepolti e memorie importanti, che vengono frantumate, spostate e usate come riempitivi, in un progetto dissacrante e genocida. In ambito femminista, Judith Butler ha scritto pagine memorabili sulla “dignità di lutto” che rischia di essere sottratta ai soggetti deboli, devianti, sconfitti, perdenti, emarginati. Butler in questo appello è una delle tante eredi di Antigone.
Lei mette in relazione i corpi violati delle donne, i bambini uccisi, le città distrutte e le popolazioni costrette alla fuga. In questa prospettiva, la guerra appare non soltanto come evento militare, ma come dispositivo che si esercita sui corpi e sulle possibilità stesse della vita. È qui che individua la continuità più profonda fra la violenza raccontata dal mito e quella del nostro presente?
Certo qui c’è una continuità impressionante, che è divenuta ancora più forte e rischiosa. Oggi è in gioco la sopravvivenza stessa dell’umanità, sia per i pericoli dei conflitti globali che per le emergenze climatiche e ambientali, tra l’altro aggravate dalle guerre. I poteri distruttivi si sono ampliati e diventa difficile, anche se necessario, controllarli.
Il libro lega la violenza bellica al dominio maschile e alla cancellazione delle voci femminili. Dobbiamo allora intendere la prospettiva delle donne semplicemente come un punto di vista storicamente escluso oppure, più radicalmente, come la possibilità di elaborare un diverso paradigma politico attraverso cui pensare guerra, potere e pace?
Se connettiamo la guerra al patriarcato, come pare oggi evidente, è chiaro che per i movimenti delle donne si tratta di elaborare un nuovo paradigma politico, su guerra/pace/potere e su ogni ambito della vita umana. Negli ultimi secoli la partecipazione delle donne alle decisioni politiche è divenuta più attiva, ma non è stata mai determinante, nonostante gli sforzi delle diverse assemblee ONU delle donne del mondo, che ora facciamo fatica a riproporre; oggi vediamo ancora forme gravi di esclusione dalle scelte, che riguardano le donne ma anche bambini, giovani e ampi strati di esseri umani subordinati e manipolati.
Nel Suo percorso fonti antiche, storia, cronaca e testimonianze contemporanee entrano in dialogo. Come ha costruito questo attraversamento di tempi e linguaggi differenti? E in quale momento la studiosa dell’antico ha dovuto lasciare spazio alla cittadina chiamata a prendere posizione dinanzi al presente?
Nella mia vita impegno politico (in senso ampio e femminista) e lavoro sulle fonti antiche si sono sempre intrecciati, in un rimando continuo. I classici greci sono sempre stati, nelle loro epoche, in relazione col proprio presente e tuttora sono uno stimolo importante in questo senso. La struttura stessa del mio ultimo libro, che collega in modo sistematico analisi di figure classiche e momenti della contemporaneità, ne è testimonianza.

Alla fine del libro sembra emergere una domanda che riguarda anche la funzione stessa della cultura classica: se le voci di Ecuba, Cassandra, Antigone, Andromaca, Ifigenia e Polissena continuano a interpellarci mentre nuove guerre producono nuovi lutti, che cosa significa oggi custodire e trasmettere i classici? È ancora possibile leggerli senza assumersi anche una responsabilità nei confronti del presente?
Secondo me non è stato mai possibile leggere i grandi testi greci senza sentirsi chiamati ad assumere responsabilità rispetto al presente. Queste opere erano sempre un invito nella direzione dell‘impegno politico. Anche le più sofisticate analisi filologiche restano senz’anima e in fondo sterili e inutili se non si connettono al rapporto politico col presente e col pubblico della “pòlis” (passato e attuale, sempre contemporaneo), che i grandi autori greci hanno sempre coltivato in modo essenziale.
Vittoria Longoni Tra le sue pubblicazioni si ricordano C’era in Atene una bella donna. Etere, concubine e donne libere nella Grecia antica (2019); Madre Natura. La Dea, i conflitti e le epidemie nel mondo greco (2021); Come si nasce. Miti e storie (Ledizioni, 2023); e il più recente L’urlo di Ecuba. Donne contro la guerra nell’antica Grecia e oggi (Ledizioni, 2026).








