Napule’s Power

Movimento Musicale Italiano

Il movimento musicale Napule’s Power, che quest’anno celebra il mezzo secolo, si dipana, appunto, attraverso decenni nonché attraverso plurimi e molteplici generi.
Ebbene, come nasce e come si sviluppa?

Nasce alla fine degli anni ‘70, a seguito di un periodo che aveva visto un proliferare di canzonette napoletane non più all’altezza dell’immensa musica napoletana prodotta alla fine dell’800 e durante i primi del ‘900.
Nasce per la presenza a Napoli delle basi NATO.
I giovani napoletani iniziano ad ascoltare Paul Anka, i Beatles, i Platters: c’era ovunque fermento musicale. I ragazzi anziché continuare ad ascoltare canzonette, degrado della grande tradizione napoletana, con melodia e ritmo d’alto livello, cominciano ad apprezzare lo swing. Renzo Arbore, Fred Bongusto, Peppino Di Capri, Peppino Gagliardi, Il giardino dei semplici: nascono artisti che “modernizzano” la canzone napoletana, rendendola omologa alla musica proveniente dall’America.
Il vero Napule’s Power è fatto di musica autonoma, creata, inventata.
Da chi? Ebbene, negli anni ‘60 c’era, da un lato, Renzo Arbore, jazzista, che, insieme, tra gli altri, a Roberto Murolo, applicava lo swing alla musica napoletana; dall’altro lato, c’era un gruppo formidabile, The Showmen con Franco Musella, James Senese e Franco Del Prete, i quali cantano in italiano modulando la voce alla maniera dei jazzisti neri americani.
I giovani musicisti napoletani frequentano a Napoli, ovviamente, locali situati vicino al Porto, a Bagnoli, a Posillipo, dove ascoltano musica rock, jazz…Importante è la presenza della NATO. Ogni sera, scendevano dalle portaerei americane miriadi di giovani. Invadevano i locali a caccia di alcool, “signurine” e musica. Molti portavano con sé gli strumenti: i musicisti napoletani, giovanissimi, suonavano con questi ragazzoni americani. A loro davano i nostri ritmi e le nostre melodie; noi prendevamo l’interzionalità. C’era una commistione di blues, swing, musica americana, musica napoletana. Una meravigliosa contaminazione che genera musica nuova: il Napule’s Power.
Io l’ho chiamato così: un napoletano americanizzato!
“Power” perché eravamo giovani ribelli. C’era stato il ‘68. Noi non tolleravamo il saccheggio che a Napoli si perpetrava da chi era vicino ad Achille Lauro. Non dimentichiamo “Le mani sulla città” di Franco Rosi. Non dimentichiamo Eduardo De Filippo che, dal teatro, cercava di educare alla cultura. La Nuova Compagnia di canto popolare con Roberto De Simone s’impegnava in tal senso con la musica popolare. Pino Daniele, Tullio De Piscopo, James Senese, Tony Esposito, Enzo Avitabile, che frequentavano la musica americana, si davano da fare per creare un movimento. A questo movimento diedi il nome, appunto, di Napule’s Power.
Alcuni di questi artisti, li ho prodotti io stesso perché da Napoli difficilmente sarebbero decollati. Io in quegli anni ero un giornalista italiano, non solo napoletano, lavoravo tra Napoli, Roma, Milano, venezia e mi occupavo di rock per una rivista molto importante, Ciao 2001, un po’ come l’attuale Rolling Stone. Allora, l’unica rivista ad occuparsi di jazz, rock e blues era proprio Ciao 2001. Vendeva tra le settanta e le ottantamila copie a settimana. I ragazzini facevano la fila all’edicola per accaparrarsi un numero. Io andavo a Londra per intervistare Tina Turner. Andavo a vedere i concerti dei Genesis. Con quella cultura riconoscevo nella musica nostra, napoletana, moderna, una cultura molto simile. Così ho prodotto Tony Esposito, Teresa De Sio, Nuova Compagnia di canto popolare, Eduardo ed Eugenio Bennato, Musica Nova, Concetta Barra. Li ho aiutati a farsi conoscere su queste riviste specializzate ed in RAI dove avevo programmi insieme a Carlo Massarini e Raffaele Cascone. Ho accostato i Napoli Centrale a gruppi internazionali. Inoltre, dopo averne scritto, parlato in radio e TV, ho ottenuto l’attenzione della discografia internazionale, tutta a Milano ed ostile alla musica napoletana, assimilata a Mario Merola. Ho portato il Napule’s Power al Festival internazionale di Monterey e ad Harlem. I neri del Black power ed i “negri” del Vesuvio. Sì, ci chiamavano così. Pino Daniele scriverà “Nero a metà”.
Negli anni ‘80 i ragazzi sono meno impegnati socialmente. La musica del Napule’s Power ha una battuta d’arresto, a parte Tony Esposito con Kalimba De Luna, Tullio De Piscopo con Andamento lento, Alan Sorrenti con Figli delle stelle.
Negli anni ‘90 c’è un ritorno all’impegno politico-sociale: ecco, 99 Posse ed Almamegretta. La musica napoletana è riascoltata con attenzione.
Oggi, i musicisti napoletani, soprattutto rapper, sono sostenuti da un sociologo Lello Savonardo, docente di “Teorie e Tecniche della Comunicazione” e “Comunicazione e Culture Giovanili” presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università degli Studi di Napoli Federico II.

Lei cita musicisti legati alla ricerca colta e popolare, artisti folk e dal curriculum internazionale, giovani appassionati di rock’n’roll ed artisti visionari. Qual è il fil rouge sotteso a siffatta avvincente variatio generis?
No, Giusy, dammi del “tu”! E’ così che sono abituato!
Il fil rouge è la voglia di cambiare, evolvere, pur mantenendo le radici ben piantate nella tradizione. Roberto De Simone, ad esempio, cerca, con Carlo D’Angiò ed Eugenio Bennato, di recuperare i canti autentici della tradizione. Evolvere, non trasformare o violentare. Quelli citati sono grandissimi interpreti, sia strumentali che vocali, i quali hanno ascoltato e visto il rock; pertanto, nel loro spirito di ri-proposta della musica popolare c’è un legame con ciò che si sente e si fa in radio ed in televisione. La Nuova compagnia di canto popolare è portata da me a Milano ad aprire un concerto della PFM: ambedue rinnovano la tradizione. La PFM innova con gli strumenti elettrici. La Nuova compagnia di canto popolare con gli strumenti acustici. Durante quel concerto i ragazzi salgono sulle sedie e battono le mani come a scandire un rock! La fusione è la chiave!

Era il 1971 quando tu, Renato, concepisti d’adottare la definizione Napule’s Power per accorpare e scortare la vita musicale partenopea.
Erano gli anni del Black Power, il ’68 pulsava ancora.
Dunque, quale ascendente assume la politica nel panorama musicale che ha osservato?

Prescindendo da ciò che oggi significa “Destra” e “Sinistra”, nel 1970 Destra era conservatorismo; Sinistra era avanguardia, orientata al rinnovamento, alla modernizzazione. Per esempio, Eduardo De Filippo era un intellettuale di Sinistra e sosteneva Valenzi quale candidato sindaco, vicino alla cultura del rinnovamento. A Napoli, la Destra era addirittura ancora monarchica, arcaica. La Destra era rappresentata da faccendieri voraci. La Sinistra colta, universitaria auspicava il rinnovamento, l’evoluzione culturale. Si vuole, con la Sinistra,allontanare la cultura del Pulcinella, del “tutto passa”. Cito una canzone, sì divertente: “Ah, che bellu ccafè. Sulo a Napule ‘o ssanno fa” di Nino Taranto. Ebbene, è una dichiarazione di rassegnazione, di assistenzialismo. Pino Daniele idealmente risponde con “Na′ tazzulella è cafè/E mai niente cè fanno sapè/Nui cè puzzammo e famme/O sanno tutte quante/E invece e c’aiutà c′abboffano è cafè”: il caffè usato come tranquillizzante, una droga che blocca il pensiero.
La “cartolina” fotografa i napoletani rappresentati dal binomio “pizza e mandolino”, proiettandoli così lungo sentieri inclinati ed escamotage di cliché e luoghi comuni. I musicisti del  Napule’s Power hanno recuperato il volgare, il folclore, il sincretico per affrancare lo spazio identitario da ingredienti nocivi quali l’asfittica trappola nel vicolo cieco delle concezioni duali: moderno – arretrato, sviluppo – sottosviluppo.
Il Napule’s Power, pur indissolubilmente legato a Napoli, ha contribuito alla deterritorializzazione di Napoli stessa?

Brava! Gli artisti che ho citato prima, tutti o quasi tutti, avevano tentato di farsi produrre un disco. A Napoli, tuttavia, erano abituati alle canzoni di Aurelio Fierro, Tullio Pane, Mario Merola, per cui li consideravano dei perditempo, degli squilibrati e non artisti. Si voleva conservare un’immagine olografica, superata, abituata alla politica del “tira a campare”, del “qualcuno ci penserà”. Non dimentichiamo che a Napoli la camorra aveva le sue radici: alla camorra faceva comodo una Napoli felice con le canzonette, una Napoli credente alle superstizioni, che affida l’anima alla Madonna piuttosto che mettersi a lavorare per cambiare la propria esistenza; una Napoli socialmente disimpegnata, inconsapevole dei propri diritti e dei propri doveri. Una Napoli internazionale, riscattata dalla “cartolina” del ladruncolo, del furbetto, è quella che spinge tutti noi, scrittori e musicisti, intellettuali tutti vogliono testimoniare il cambiamento.
Napoli come Benjamin ha ingegnosamente sintetizzato è una “città porosa”: una combinazione affascinante di coerenza-incoerenza.

Gli artisti, protagonisti della tua narrazione, vanno da Pino Daniele ad Enzo Avitabile, da Lina Sastri a Patrizia Lopez. Moltissimi sono stati prodotti proprio da te.
Ci racconti un aneddoto che rievochi, Renato, con particolare nostalgia?

Più che con nostalgia, con simpatica ironia. Io sono diventato produttore per puro caso. Quando conosco la Nuova compagnia di canto popolare, ero già ambientato a Milano, Venezia, Roma. Tornato a Napoli, mentre scrivevo della PFM, vengo rimproverato da Eugenio Bennato di non scrivere della Nuova compagnia di canto popolare! Io mi sento quasi sfidato. Vado ai loro concerti e scrivo articoli pubblicati su Ciao 2001 con lo stesso taglio con cui parlavo della PFM. Ancora, Eduardo Bennato l’ho prodotto quasi per caso: Eugenio Bennato mi chiede di dare una mano al fratello, Eduardo, appunto, che già da sette anni provava ad imporsi come cantautore. Che faccio? Frequento Eduardo, lo presento ai discografici ed Eduardo, originale, bravissimo, diventa subito un protagonista.

Renato Marengo è un conduttore radiofonico, produttore discografico, giornalista e critico musicale italiano, scrittore. Ideatore del Napule’s Power, è stato creatore e conduttore di Demo di Radio1Rai. E’ tornato di recente alla Radio con due trasmissioni diffuse su tutto il territorio nazionale: ClassicRockonAir e Suoni e parole dalla città. Dal 2012 è direttore responsabile del mensile Cinecorriere. E’ passato alla storia per essere stato l’unico giornalista ad aver intervistato Lucio Battisti (intervista che ha raccontato in due libri: l’ultimo dei quali Parole di Lucio). E’ direttore artistico di Terra Battente, del BandContest di RockContest di ClassicRock e coordinatore della Mostra C.A Bixio Musica & Cinema nel 900. E’ docente presso l’accademia di Cinema e Tv Griffith di Roma del corso di Musica da Film.
E’ stato coordinatore generale del settimanale Ciao 2001. Ha collaborato con le maggiori testate quotidiane e settimanali nazionali tra cui Sorrisi e Canzoni TV, Radiocorriere TV, Telepiù. È stato anche autore e conduttore di numerosi programmi Rai.

Tempo sospeso

Il suo romanzo narra di madre ed una figlia legate da un laccio sentimentale inscindibile, quello della famiglia.
Perché i legami familiari sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare ed attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?

Il legame familiare, indipendentemente dalla convivenza o meno, è quello che fortemente incide sulla crescita e sullo sviluppo emotivo dei bambini. È la famiglia il primo e fondamentale contesto per lo sviluppo sociale e cognitivo, ed è attraverso la famiglia che i bambini costruiscono i punti di riferimento della loro vita. L’osservazione dei comportamenti dei genitori consente al bambino di formare l’idea basilare di sé in relazione al mondo.
Non è semplice per i genitori far fronte ad una responsabilità così forte e faticosa, generalmente gli impegni pratici, dell’accudimento, assorbono le forze e tolgono il respiro, le esigenze dei figli destabilizzano l’equilibrio di coppia e generano tensioni, soprattutto quando è necessario fare i conti anche con gli impegni di lavoro.
Dunque si tende a sottovalutare il ruolo principale e determinante del clima familiare sullo sviluppo emotivo del bambino.
Secondo Winnicott per poter garantire ai figli uno sviluppo sereno e armonico è necessario un ambiente vivo, aperto al confronto, pronto ad accogliere e sostenere il bambino con i suoi desideri, le sue paure, le sue esigenze fisiche, ma soprattutto emotive, cognitive, sociali, in una dimensione comunicativa.
Tanto complessa, però, risulta l’attuazione!
Ed è proprio nella complessità comunicativa che vanno ad annidarsi le incomprensioni, le insofferenze, le paure, le ansie.
All’interno del mio racconto ho cercato di percorrere le strade della comunicazione, della narrazione per trovare un punto di incontro:
“Scendere nelle sofferenze profonde, nei ricordi rimossi, nell’infanzia, ma soprattutto analizzare il rapporto con la propria madre è necessario per vivere con maggiore consapevolezza il rapporto con la propria figlia.
Prima di essere madre è importante riconnettersi con la propria madre attraverso un gesto d’amore a cui le figlie non sono preparate perché richiede il superamento di posizioni condizionanti, radicate e irrigidite dal tempo, si tratta della capacità di perdonare la madre.
Il perdono nasce dal desiderio di superare ed elaborare la parte dolorosa e scomoda, cercando di riacciuffare la parte migliore per vivere meglio il presente. Il sentimento negativo che genera il rapporto con la madre non può essere paragonato a nessun altro dolore, non basta tagliare il cordone ombelicale, la sua carne è la nostra carne, il suo corpo è un’estensione del nostro.
Non devo aver paura degli scontri, dei conflitti perché la crescita passa anche di lì, dalla capacità di rielaborarli e di vederne il lato costruttivo.
Questo viaggio interiore mi ha spinto verso un labirinto faticoso che avevo sempre rinnegato, piano piano sto riavvolgendo il filo e tu sei lì, ne tieni ancora il capo, altro da me, ma parte di me.
In questo cammino doloroso ho scoperto un qualcosa che mi manca tanto, che ho smarrito non so dove, né quando, ma che vorrei ritrovare con te, cerchiamolo insieme, ricominciamo a sorridere e ad essere leggere: inventiamoci un motivo per ridere insieme. Sempre”
Dunque, probabilmente, un ingrediente indispensabile per l’armonia familiare può essere ricercato nella leggerezza e nell’ironia, nella capacità di mettersi in gioco e di mostrarsi accoglienti.

Una comunicazione diaristica ininterrotta. E’ possibile tessere relazioni efficaci attraverso la scrittura?
Sarà per le mie esperienze lavorative e la mia formazione pedagogica, ma tendo a ricondurre le mie riflessioni alle esperienze sul campo.
Il metodo autobiografico, al di là della funzione terapeutica in senso stretto, svolge un ruolo fondamentale nella didattica: Il metodo delle storie di vita può offrire la possibilità agli insegnanti di conoscere i propri studenti. Il dialogo tra docenti e studenti, attraverso la narrazione del proprio vissuto, rappresenta una modalità educativa fortemente inclusiva che accoglie e valorizza le diversità. La relazione educativa esce sicuramente rafforzata da questa pratica del racconto autobiografico poiché mette in campo persone e non ruoli. Tale approccio consente, inoltre, di superare i divari generazionali e di incontrarsi in un luogo neutro, aperto, flessibile e privo di pregiudizi.

Incoraggiare i ragazzi a raccontarsi li aiuta a giungere ad una più approfondita conoscenza di se stessi, dei propri limiti e delle proprie potenzialità, e si acquisiscono punti di vista differenti.
Attraverso l’atto del narrarsi si crea una sorta di rete, un’intelaiatura che permette di ottenere una visione meno superficiale degli avvenimenti, e delle situazioni vissute e dei sentimenti provati
Come si può comprendere, l’atto del raccontarsi risponde all’esigenza insita in ogni individuo di conferire unitarietà e senso agli eventi (personali e/o professionali) della propria esistenza in un’ottica emancipativa.
“L’autobiografia viene a poco a poco riconosciuta non tanto come scopo ma come mezzo che accompagna lo scrittore alla riscoperta della propria storia che riesce ancora a stupirlo. Inoltrandosi nel racconto autobiografico, egli accetta infatti di essere depistato dal percorso previsto per lasciarsi andare al ricordo involontario seguendo anche rievocazioni disordinate; trasportato dalla scrittura, si scopre a raccontare fatti o sentimenti che credeva di aver dimenticato e che sono invece affiorati alla memoria all’improvviso e in questo risiede lo stupore dell’autobiografia: non si scrive per dire ciò che si conosce, ma per avvicinarsi di più a ciò che non si conosce”. ( A.Bolzoni, Oltre l’oralità, in D. Demetrio [a cura di] L’educatore Auto(bio)grafo. Il metodo delle storie di vita nelle relazioni d’aiuto, Unicopli, Milano, 1999, pag. 50)
Sicuramente per un docente è più semplice costruire un dialogo, porsi in relazione positiva con gli studenti perché il distanziamento emotivo e il contesto consentono un equilibrio più solido. Per i genitori, invece, non è così semplice, le dinamiche familiari risultano più complesse e condizionate da una quotidianità spesso soffocante.
Io ho provato a portare in famiglia una tecnica didattica e pedagogica:

“La scrittura è stata da sempre una valida amica, capace di dare ordine ai pensieri, di renderli concreti per guardarli in faccia, per perdersi tra le righe, per riconoscersi o per perdersi ancora, lo è per me, ma lo è anche per te.
Forse in questo spazio neutro e vitale sarà possibile costruire un mondo accogliente, nel quale esprimersi, mettersi a nudo, senza il timore dell’altro, senza dover sopportare lo sguardo dell’altro. Questo cantuccio saprà svelare i misteri di un rapporto segnato da sofferenze ataviche”

Incertezza, precarietà, fragilità, inquietudine, indefinibilità paiono costituire il filo rosso della vita. Qual è la chiave per placare la febbrile ricerca del senso dell’esistenza?
Non credo sia importante placare la febbrile ricerca del senso dell’esistere, ritengo invece fondamentale orientarla e supportarla nel modo giusto.
Incertezza, precarietà, fragilità, inquietudine hanno da sempre accompagnato gli animi più sensibili e la scoperta della letteratura e della lettura può aiutarci a dare un senso alla nostra esistenza e al destino che ci attende, la lettura rappresenta una palestra che ci aiuta ad interagire con il mondo.
“Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere. La lettura non ha niente a che fare con l’organizzazione del tempo sociale. La lettura è, come l’amore, un modo di essere”
La lettura, come le passioni e l’arte in generale possono riempire di senso il nostro tempo, ma soprattutto possono essere balsamo nelle tormente dell’esistere.
Il periodo della pandemia ha segnato indelebilmente le nostre vite, ma ha rafforzato il mio pensiero, i ragazzi che aveva coltivato passioni, letture, musica, teatro, cinema, sono riusciti a trovare la forza per resistere e reagire al distanziamento sociale. All’interno del libro c’è un capitolo, Tempo sospeso, dedicato appunto al momento della DAD e delle vite sospese che riescono a ritrovarsi tra letture e scritture.
“Nella nostra scuola organizzare l’evento di Natale è una tradizione molto sentita che coinvolge tanti studenti. Quest’anno non è possibile riunirci a teatro, per questo vogliamo girare un video e trasmetterlo in streaming. Questa iniziativa vuole essere un invito a vedere la vita con più leggerezza, anche in un momento così delicato. In ogni situazione, anche in quelle più difficili, ci deve essere spazio per la speranza”
“Una luce nei momenti bui, un modo per non lasciarsi sopraffare dalle difficoltà e per restare in contatto con noi stessi”
“Proprio la speranza deve fare da filo conduttore a tutte le scene del video-spettacolo”.
“Dunque, mentre continuiamo a sperare e a sognare un futuro migliore, possiamo far tesoro dell’attesa. Soprattutto dobbiamo imparare a prenderci del tempo per fare qualcosa che ci faccia stare bene”

Uno dei temi su cui si innesta la sua riflessione è il cambiamento fisico adolescenziale. Tra le pagine si coglie l’introversione, la scontrosità, l’inquietudine e la disubbidienza adolescenziale. Quali tratti assume la giovinezza nella ricerca di coordinate, d’interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni?
L’inquietudine e lo spaesamento sono elementi dell’essere adolescente, appartengono alla paura e al desiderio di costruire e di costruirsi. Le ansie, le crisi, ma soprattutto i contrasti con i genitori sono tasselli indispensabili per l’affermazione del sé.
Il corpo cambia, le emozioni si modificano e si fanno più intense, sentono il bisogno di prendere le distanze dalla figura infantile e in questo turbinio di eventi il primo ad essere travolto è il rapporto con i genitori. Per ristrutturare la propria personalità, spesso, sentono il bisogno di demolire quella dei genitori. È proprio in questa situazione di instabilità che i genitori devono curare l’ambiente familiare per aiutare i ragazzi a trovare la propria identità, rispettare la ricerca di spazi solitari, sopportare gli sbalzi di umore, le incertezze, essere accoglienti. È importante, però, che l’adulto mantenga la propria autorità che il suo ruolo comporta pur adoperandola nella maniera più democratica possibile, incoraggiando, al contempo, lo sviluppo del senso di autonomia e responsabilità.
C’è un capitolo che in modo forte affronta il tema dell’adolescenza, Viaggi.

“Vedi figliolo, se ti concentri troppo su quello che pensi dovrà essere, non godrai mai di quello che sta succedendo. Se porti fretta al tuo destino, non proverai il gusto più saporito, ovvero quello dello scorrere della vita.
Devi imparare a lasciare che scorra, ma ciò non vuol dire lasciarsi completamente portare dalla corrente, altrimenti rimarrai perduto: il ragazzo della storia ha comunque dovuto remare.
Metti la tua forza di volontà in ciò che fai, ma non credere che forzare le cose porterà mai a qualche bene
.

Professoressa, quale idea desidera che emerga dei rapporti umani tra generazioni, anche in riferimento alla sua esperienza di docente?
La parola che ripeto spesso, sia in classe che a casa è “rispetto”; credo che se i rapporti vengono costruiti sul rispetto sarà sempre possibile sanare incomprensioni e fratture. Avere rispetto significa essere aperti all’altro, avere la capacità di praticare un ascolto attivo, necessario per poter realmente entrare in empatia con l’altro, assumersi la responsabilità di comprendere ciò che dice l’altro, sospendendo giudizi e preconcetti, imparare a mettersi nei panni dell’altro, cambiare la focalizzazione. Anche in questo caso faccio riferimento a esperienze di ricerca- azione nel campo della pedagogia. Carl Rogers ci ha insegnato che bisogna ascoltare l’altro con attenzione, e in modo non direttivo, costruendo fiducia, rispetto ed empatia con l’interlocutore in modo che quest’ultimo possa esprimersi liberamente, senza paura di un giudizio affrettato e soprattutto senza pressioni.
L’ascolto attivo deve essere accompagnato dallo sviluppo delle competenze argomentative, bisogna guidare i ragazzi a riflettere e a costruire idee e pensieri attraverso solidi principi di autorità. La società ha bisogno di riappropriarsi della cultura, dell’educazione e del rispetto.

Rosaria Famiglietti è docente di Italiano al Liceo di Sant’Angelo dei Lombardi, Dottore di ricerca in Italianistica, cultore della materia presso l’Università di Tor Vergata, studiosa di Pirandello, collabora con la rivista Pirandelliana e con altre riviste nazionali. Si occupa soprattutto della letteratura di genere, tanti sono i suoi interventi seminariali.

Stefano Scrima, Ghost Generation, Rogas Edizioni, Roma 2021

Quali sono le ragioni per le quali coloro che sono nati negli anni Ottanta reputa che si ritrovino afflitti da un precoce senso di fallimento esistenziale?

I nati negli anni Ottanta sono i trentenni di oggi, una generazione che – lo dicono i dati, ancor prima che le sensazioni – non ha la possibilità di vivere come ha vissuto la generazione dei suoi genitori. Le condizioni sociali sono profondamente cambiate, al contrario della mentalità e dell’educazione, le quali, sono andate invece a cristallizzare i valori assoluti del sistema capitalistico nel quale siamo cresciuti, primo fra tutti il lavoro come mezzo di identificazione identitaria attraverso la quale raggiungere la propria realizzazione esistenziale. È fisiologico che venendo a mancare la possibilità di lavorare – intendo, in particolare, assecondando la propria formazione per cui si sono spesi tempo, energia e denaro, e la propria inclinazione (chiamiamola, se vogliamo, passione) – lo spettro del fallimento non può che aleggiare sulle nostre vite. Beninteso, non è che non ci sia più lavoro (anche se la disoccupazione giovanile e nella fascia dei trentenni rimane spaventosa), è che il lavoro, per adeguarsi e rispondere alle esigenze del cosiddetto mercato, ha messo completamente da parte il benessere della persona (e figuriamoci allora la sua realizzazione) precarizzandosi, svilendosi, svuotandosi dei contenuti sociali e di dignità per cui avrebbe ancor senso “cercarlo”. Un lavoro precario, sfruttato, senza tutele, senza prospettive, oggi sempre più diffuso e spesso unico orizzonte per chi si affaccia nel mondo degli adulti, quale sentimento potrebbe suscitare in chi è sottoposto a tale condizione? Chiaramente, come scrivo nel libro, esistono delle soluzioni concrete, politiche, per tentare di cambiare rotta, ma prima di tutto è necessario aver coscienza di questo tradimento sociale e mutare la mentalità tossica che fa sì che la colpa sia addossata a chi non si adegua. Non è così e non deve essere così. La rivoluzione culturale parte dal ribaltamento dei valori assoluti e mai indagati della modernità liquefatta, più che liquida. Il lavoro, ad esempio, soprattutto nelle condizioni in cui versa (ma è ovvio che va cambiato tutto, non si può andare avanti così, e finché non sarà messa al centro la persona non andremo da nessuna parte), non può più assumere le sembianze dell’unica dimensione delle nostre esistenze. Non siamo nati per lavorare e basta, schiacciati dall’angoscia di non riuscire a trovare o mantenere un qualsiasi lavoro. Abbiamo le risorse tecnologiche per immaginare e realizzare un mondo diverso, evidentemente mancano quelle morali, o semplicemente umane.

Lei adopera l’espressione “gioventù incenerita”. Quali sono le differenze tra la gioventù che realizzò il ‘48 de “L’educazione sentimentale” di Flaubert e la “gioventù bruciata” degli anni Cinquanta?

Probabilmente ogni generazione ha le sue ragioni per sentirsi fallita, ma la differenza della mia generazione – e per questo la chiamo “gioventù incenerita”, che non sta nemmeno più bruciando – è che vive come se fossimo alla fine dei tempi, come se dopo non potesse esserci più niente, alcun cambiamento, come se l’unico orizzonte possibile fosse quello che abbiamo sotto gli occhi, nel bene e nel male. E, ancora una volta, non è così. È un atteggiamento culturale tipico dell’ideologia capitalista, che si ritiene unica in grado di garantire il solo progresso utile all’umanità. È una gioventù incenerita anche perché, al contrario della generazione di Flaubert, o quella di James Dean, o quella del ’68, del ’77, ma anche della generazione X, sente di non aver realizzato nulla e avverte vivida la propria impotenza. Vive di ricordi mai vissuti. Se esiste una colpa per tutto questo non so di chi sia, ma di certo è la prima volta nella storia moderna, diciamo dalla Rivoluzione francese, che una generazione intera viene cresciuta senza alternative, chiedendole nient’altro che adeguarsi al sistema, fare il suo gioco e cercare di vincere qualcosa a discapito degli altri.

«Chi sono io?», «Chi siamo noi?» Ebbene, come risponde ad un quesito identitario di tal fatta chi non ha un lavoro, risultando un inetto?

Eh, bella domanda. Nella nostra società se non hai un lavoro non sei nessuno o, meglio, sei un inetto, appunto. Oppure, se un lavoro ce l’hai, diventi quel lavoro, al netto della sua natura precaria, destabilizzante, ansiogena. Insomma, se non sei riuscito a ottenere un lavoro migliore è solo colpa tua. È ovvio che non è realmente così, ma il giudizio sociale, figlio di una mentalità subdola e ipocrita (in cui più sei ignorante e ti adegui allo stato delle cose meglio è e meglio vivi), pesa come un macigno. Non potrebbe essere altrimenti. Realizzarsi nel segno del proprio essere, diventare se stessi, come direbbe Nietzsche, non passa ovviamente attraverso il lavoro per come è inteso oggi. Passa invece attraverso la scoperta delle proprie qualità, dei propri talenti, nel riuscire a esprimere il potenziale che ognuno ha dentro di sé. Che sia attraverso un’attività remunerata o meno non dovrebbe incidere sul riconoscimento collettivo della persona, creando diseguaglianze economiche e morali che spesso si basano sulla malafede di chi vive solo per interessi personali a discapito della società (atteggiamento foraggiato dal sistema). Finché non costruiremo una società che ha a cuore la “fioritura” (termine che va tanto di moda, senza però che si metta mai in dubbio il sistema che fa di tutto per farci appassire) della persona, ma solo la quadratura economica improntata alla crescita infinita, le cose non faranno che peggiorare, e riconoscerci, trovare noi stessi, sarà sempre più difficile, se non addirittura impossibile.

Il meccanismo perverso del capitalismo oggi punta sul “sogno”. Qual è il valore commerciale del “sogno” e come si reagisce alla disillusione del sogno infranto?

Donne e uomini sono fatti per sognare, sono programmati così, non possiamo farci nulla. Leopardi, fra gli altri, ci aveva messo in guardia da questo sognare, pieno di splendide illusioni che nella maggior parte dei casi verranno disattese provocando in noi sentimenti di dolore, frustrazione e noia. E quindi? Bisogna smettere di sognare? No, mai. Sognare fa parte della vita e più è difficile tramutare il sogno in realtà più saremo felici, anche se, non contenti dell’obiettivo raggiunto, inseguiremo mille altri sogni fino alla fine dei nostri giorni. Detto questo, una società che cresce i suoi figli attraverso illusioni – nel libro parlo in particolare del sogno americano del “puoi diventare ciò che vuoi” e dell’italianissimo sogno del posto fisso –, andando a stimolare e creare sempre nuovi bisogni che non servono altro che ad alimentarla, è una società malata. Il consumismo di oggi ha sempre meno a che fare con gli oggetti, la merce, e sempre di più con le esperienze, i sogni, le illusioni. Siamo costantemente spinti da ogni dove a volere, desiderare, sognare. Per poi vedere i nostri sogni sgonfiarsi nel cielo dell’indifferenza. Non c’è modo di reagire a questo circolo vizioso se non smascherandolo, smettere di sognare in funzione del sistema e farlo per noi, per quello che siamo e vogliamo veramente. Impresa erculea, quando siamo stati plasmati proprio da questa cultura.

Perché la definizione di “Ghost Generation”?

Perché la disperazione e l’angoscia quotidiana dei trentenni di oggi non è riconosciuta. Per questo è una generazione dimenticata, fantasma. Per malafede, vergogna, incapacità, impotenza di chi potrebbe fare qualcosa e non lo fa. Certo, anche gli stessi trentenni dovrebbero fare qualcosa, ma non sanno cosa e soprattutto come, schiacciati come sono a vivere alla giornata e con prospettive ridicole. Serve un’alternativa, un modello culturale antagonista nel quale riconoscersi. Non esiste nulla di tutto ciò, soltanto un’unica narrazione che vuole che questo sia il miglior mondo possibile. Io mi chiedo solo quando ci stancheremo di tutto questo e inizieremo a rivendicare un po’ di futuro anche per noi.

Stefano Scrima, filosofo e scrittore, si è formato tra Bologna, Barcellona, Madrid e Roma. Fra i suoi libri: L’arte di sfasciare le chitarre. Rock e filosofia (Arcana, 2021); L’arte di disobbedire raccontata dal diavolo (Colonnese, 2020); Vani tentativi di vendere l’anima al diavolo (Ortica, 2020);per Castelvecchi: Digito dunque siamo. Piccolo manuale filosofico per difendersi dalle illusioni digitali (2019) e Socrate su Facebook. Istruzioni filosofiche per non rimanere intrappolati nella rete (2018); per Il Melangolo: Filosofi all’Inferno. Il lato oscuro della saggezza (2019) e Il filosofo pigro. Imparare la filosofia senza fatica (2017); per Stampa Alternativa: L’arte di soffrire. La vita malinconica (2018) e Nauseati (2016). “SatisPhilo” è la sua rubrica di filosofia su Satisfiction.

Hard core: istruzioni per l’uso. Sessuopolitica e porno di massa

Professor Adamo, oggi, la rappresentabilità e la rappresentazione del sesso sono divenute un obbligo?

Non sono divenute un obbligo bensì una pratica sociale assolutamente ampia per la trasformazione dei nostri costumi relativi al sesso. E’ mutato radicalmente il modo in cui concepiamo la sessualità. Non entro nel dettaglio se ciò sia stato un bene o un male. Mi limito a prendere atto del fatto che la sessualità e le sue rappresentazioni hanno subito dei cambiamenti. Non direi che è un obbligo! Non lo è in alcun senso legato al valore etimologico del termine tuttavia, sicuramente, la presenza della sessualità e del sesso rappresentato, più che vissuto, è di gran lungo, ripeto, mutato. Se lei, Giusy, pensa che siamo obbligati a guardare ogni cosa dal punto di vista sessuale; se lei intende questo, sì, le do ragione. La sfera della sessualità non può più essere ignorata quasi in nessun contesto o discorso pubblico. Basti osservare ciò che sta accadendo in Italia in questi giorni! Ebbene, in un momento imprecisato tra il 1948 con la pubblicazione di Sexual Behaviour in the Human Male di Kinsey fino alla metà degli anni ‘60, allorché buona parte degli occidentali si è dedicata ad una sperimentazione sessuale di massa, la sessualità è entrata a far parte delle nostre discussioni politiche in senso lato. Abbiamo imparato che la sessualità è parte integrante del politico. Ovviamente, se consideriamo “obbligo” come spinta propulsiva, se consideriamo il modo in cui consideriamo e consumiamo, oggi, la sessualità, sì, siamo indotti ad una ipersessualizzazione. Quello è un obbligo ma non è tale nel senso legale del termine. E’ un obbligo nel senso culturale. Ciò non vale solo per il sesso. La “società dei consumi” e l’”industria culturale” ci controllano, per cui lo spazio per esprimersi al di fuori di queste si riduce sempre più. Allora, sì, Giusy, lo stimolo culturale continuo e non controllato da noi esiste. Ciò per qualsiasi forma di consumo. E’ la costruzione di un bisogno. La sessualità da strumento di liberazione è diventata merce. La sessualità finisce nel calderone delle merci. Beh, perché, Giusy, c’è qualcosa che non finisce nel calderone del consumo? Mi dica lei cosa!

L’Eros non è una tematica tra le altre bensì la stessa coscienza erotica dell’immagine come sensibilità e corporeità. La digitalizzazione come ha cambiato la fruizione del porno, volendolo reputare uno dei prodotti più peculiari del tecnocapitalismo ipermediale?

L’ha cambiato in modo pratico. Ha trasformato la pratica sociale del consumo del porno. La storia del porno di massa è essenzialmente una storia di mutamenti nella modalità di consumo e di mutamenti nella modalità di rapportarsi con la sessualità tutta. Il porno non è il sesso. E’ una peculiare visione sulla sessualità. Se lei, Giusy, impara i segreti del porno, imparerà qualcosa su come funziona la sessualità. Non esaurisce l’argomento ma diventa una sfera d’osservazione molto interessante. Il fatto di poter consumare il porno a casa propria, senza che qualcuno lo sappia, in una produzione pornografica rende la dimensione assolutamente inimmaginabile. Per i profani e per uno come me che naviga ogni giorno nei materiali pornografici, è davvero difficile afferrare la dimensione dei materiali porno che si muovono in Rete. Una smisurata quantità di immagini pornografiche. Se dovessimo misurare le strutture portanti della Rete, una sarebbe proprio la pornografia! Il porno ha un’importanza decisiva nell’uso stesso del digitale.

Lo spazio espressivo della pornografia si è allargato tanto da contemplare il tentacle sex. Qual è stata l’evoluzione del comune senso del pudore in special modo della società borghese italiana?

Secondo me gli italiani, lei è un’eccezione, Giusy, non sanno cosa sia il tentacle sex. Il senso del pudore della società italiana è mutato non grazie alla pornografia. Responsabili sono stati gli anni ‘60 con tutte le fenomenologie associate agli anni ‘60. Quello che, poi, in seguito, è cambiato è il rapporto degli italiani con la pornografia. Svezia, Danimarca, Germania agli albori della produzione pornografica erano i maggiori produttori. Gli italiani detenevano il record! Giusy, lei ha mai letto Villaggio? Oh, no! Fantozzi ed i membri della sua azienda compiono un viaggio in Svezia. Uno di loro viene trovato con due riviste pornografiche dentro la valigia. Che vergogna, che vergogna! Nella valigia del ragionier Filini c’erano 150 chili di materiale pornografico! E’ mutata la maniera in cui si intendevano la famiglia, il lavoro, il potere, la politica. Uno dei traini del cambiamento è stato il tema della rivoluzione sessuale. Un evento che mi ha fatto riflettere è stato il referendum del 1974 sul divorzio: le forze di Destra, la Democrazia cristiana ed il Movimento sociale si aspettavano fondamentalmente di vincere; le forze di Sinistra si aspettavano di perdere. Il risultato elettorale fu sbalorditivo! Che faccia i leader della Democrazia Cristiana! L’Italia era altro rispetto alle attese: voleva il divorzio! Forse, non la rivoluzione sessuale di cui parlava Marcuse ma non era più l’Italia conservatrice, tutta casa, Chiesa e famiglia! Tutte le pornografie nazionali riflettono i percorsi, e gli atteggiamenti che i popoli hanno maturato tra gli anni ‘60 e ‘70. Il porno per lungo tempo ha riflettuto le peculiari esperienze nazionali.

In seguito alla pubblicazione di un articolo/inchiesta del New York Times in cui sono state indirizzate al colosso del porno “Pornhub” accuse circostanziate in merito a contenuti, caricati on line, di abusi su minori, MasterCard e VISA hanno impedito transazioni verso MindGeek, ovvero la società che controlla il sito di porno in streaming più seguito. E’ appena il caso di ricordare che Mindgeek ha diffuso i suoi dati economici, dichiarando un giro d’affari che si aggira attorno ai 30 miliardi di dollari: solo Pornhub vale circa 100 milioni di utenti giornalieri. Ebbene, ritiene legittima la richiesta di regolamentazione di queste piattaforme per tutelare chi ne rimane vittima, considerando che il porno è un’industria dal fatturato stratosferico?

Non è tanto ritenere legittima la richiesta di regolamentazione di queste piattaforme per tutelare chi ne rimane vittima. Va da sé! Ci sono dei reati! Il problema sorge quando le questioni diventano di carattere culturale. Cosa ardua è stabilire con chiarezza cosa si può fare e cosa no. In Italia non c’è una legge quadro sulla pornografia. Abbiamo una Sentenza della Corte Costituzionale del 1986 secondo cui la pornografia, le “luci rosse”, è legittima da guardare, quindi da fare, quindi da distribuire. Il resto è nel vago. Però, se c’è un reato, c’è un reato! Oggi, si discute della tassazione delle multinazionali. Non vedo con simpatia il potere di regolamentazione dello Stato ma mi sembra positivo se protegge le persone. Tra il ‘400 ed il ‘500 lo Stato moderno è nato in un “gioco” di schiacciamento e potenziamento dei diritti, di aumento del potere di controllo dello Stato sulle condotte dei singoli e, nel contempo, di protezione di quegli stessi singoli da angherie, da sopraffazioni, da ingiustizie. E’ vero che il porno, come dice lei, Giusy, è un’industria dal fatturato stratosferico, però è difficilmente misurabile perché una buona parte è un’industria sotterranea: chi sa di preciso quanto ci si guadagna. In molti Stati non c’è regolamentazione, non c’è controllo dal punto di vista fiscale diventa problematico quantificare. Non c’è giorno dalla primavera del 1969, ovvero da quando i danesi e i gli americani hanno legittimato il porno di massa che il comparto porno nel suo complesso non abbia visto aumentare il suo reddito. Forse, aprile/maggio dell’anno scorso ha visto una decrescita. Magari i guadagni si redistribuiscono in modi diversi ma l’aumento del reddito è fuori discussione.

Le identità dei soggetti, le metamorfosi relazionali, la percezione della corporeità, l’investimento dei desideri e le pratiche sociali in qual misura sono condizionati dalla pornografia?

Giusy, di questa sua domanda sono molto contento. Lei si sta riferendo alla vita culturale degli occidentali: le identità dei soggetti, le metamorfosi relazionali, la percezione della corporeità, l’investimento dei desideri e le pratiche sociali, beh, è tutto! Il condizionamento è minore di quanto si potrebbe pensare. Da un lato, la pornografia è un fenomeno di enorme valenza culturale, perché tocca da vicino l’immaginario degli occidentali; dall’altro, è evidente che si riescono a distinguere gli effetti specifici sui giovani. Ecco, a questi effetti bisogna stare particolarmente attenti. Giusy, non pensi che io sia un vecchio reazionario! Il porno si è stabilizzato in Rete ed l’accesso al porno è diventato estremamente facile. Tant’è che il divieto ai minori di 18 anni è sostanzialmente invalidato. Ed ancora, chi è in grado di controllare veramente un minore! L’accesso al porno ha una media di 11/12 anni. I giovani sono estremamente consapevoli della propria sessualità. Il problema, Giusy, quello difficile da affrontare è che la pornografia non è il sesso. E’ una peculiare rappresentazione del sesso. La pornografia ha una sua storia, sue ragioni, sue motivazioni. E’ una messa in scena in cui è riproposta una subordinazione non solo sessuale ma sociale, culturale, politica, della donna. Tutti i porno “alternativi” non riusciranno mai ad intaccare l’idea di subordinazione della donna: c’è una specifica rappresentazione del sesso, oggi, rapace e predatoria. Il porno, insisto, non è il sesso e dev’essere compreso nelle sue fenomenologie. I giovani non lo sanno: pensano che pornografia e sesso siano la stessa cosa. Da una ricerca americana risulta che, generalmente, ragazzi ritengono che un rapporto termini normalmente con l’eiaculazione dell’uomo in faccia ad una donna. Questo è il pericolo. Molte studentesse lamentano che i fidanzati si aspettano performance da pornostar. I maschi si aspettano che le femmine compiano azioni tipiche del porno: questo è lo standard ed è il problema. I fruitori del porno sono convinti che le tutte donne amino alla follia il sesso anale! Nel porno la donna è rappresentata come assolutamente impaziente di essere penetrata analmente! Quello è il porno, non il sesso. Le attrici porno stanno recitando una parte all’interno di un film e stanno recitando un ruolo culturale specifico che appartiene al genere da Pietro Aretino! E’ una configurazione peculiare della donna: assatanata, affamata! Le persone adulte, con esperienza, immaginano cosa sia il sesso; i giovani si rifanno alla pornografia con effetti deleteri. Il condizionamento è quello che tocca la generazione dei minori, i quali si fanno delle convinzioni fuorvianti del sesso. Si potrebbe ovviare insegnando Sessualità e Pornografia nelle scuole. C’è un’enorme differenza tra ciò che i giovani vedono rappresentato e la realtà ma essi non ne sono consapevoli.

Rocco Siffredi partecipa all’”Isola dei famosi”, Valentina Nappi esprime opinioni politiche, Malena è stata testimonial di un resort di lusso in Cilento. La pornografia è cultura pop?

La pornografia è cultura pop, Giusy, sì ma non per le ragioni che indica. Rocco Siffredi, Valentina Nappi, Malena hanno avuto un’esposizione mediatica, nulla di più. La pornografia è diventata cultura pop, perché la sua diffusione all’interno della cultura occidentale negli ultimi quarant’anni è parte della cultura pop come insieme di linguaggi ironici e postmoderni. La pornografia sa di essere pornografia in un’interpretazione ironica e postmoderna dei suoi stessi canoni. Il porno è metalinguistico.

In Giappone la legge non colloca demarcazioni, limiti, barriere alla tipologia di argomenti o di storie trattate, tuttavia vieta di palesare gli organi genitali al pubblico: per siffatta ragione nel porno, inclusi anime e manga, i genitali sono epurati con multiformi artifici grafici. Quali sono le differenze più eclatanti tra Oriente ed Occidente?

Il porno in Giappone ha una storia peculiare: la cultura erotico-cinematografica è straordinaria. I film porno giapponesi sono drammatici, bellissimi. Il punto fondamentale è che la pornografia giapponese è lontanissima dalla nostra mentalità. La stranezza, l’obliquità è una produzione immensa. Non possono mostrare ciò che è standard nel porno, cioè la penetrazione: così costruiscono il film in modo tradizionale: raccontano. C’è una trama, ci sono i presupposti, ci sono personaggi a tutto tondo. Un porno può durare fino a tre ore e mezza. Giusy, non è cinema erotico: è pornografia. La penetrazione c’è ma non sono mostrati i genitali. Inoltre, per una questione di consumo gli atti di subordinazione femminile sono notevoli. E’ una pratica sociale, del resto. Le posso concedere che i porno giapponesi siano più erotici in senso lato di quelli occidentali: sono pieni di fair play, di anticipazioni, di costruzione di personaggi. Nei film porno giapponesi i personaggi, si innamorano. E’ sorprendente ed esaltante. In occidente il porno si esprime come sesso casuale. Sono film belli da vedere.

I nostri giorni fanno i conti con una libertà sessuale concessa, pertanto usata, usurata, abusata. Siamo diventati nevroticamente erotomani?

La vuole la risposta, Giusy? La risposta è: sì! Siamo tutti nevroticamente erotomani senza rendercene conto. Ciò deriva dal ruolo centrale che la sessualità ha assunto nelle nostre vite. Una centralità che è esplicitata, discussa, alimentata dal pubblico. Ciò è recente: da cinquant’anni siamo diventati tutti erotomani. Lei, Giusy, qui potrebbe giocare la carta della costrizione, dell’obbligo, della spinta! Sicuramente, la sfera dell’erotico è estremamente importante nella socialità quotidiana. Prima, era repressa.

Quali sono le peculiarità della scena sessuale nelle sue caratteristiche performative? Ha senso parlare di “recita” quando si parla di pornografia? Naturalmente, tenendo conto del fatturato derivante dal sesso hardcore e dell’uso domestico della piattaforma “Only fans”?

Giusy, questa è una domanda complicata! La pornografia per essere tale ha bisogno di un elemento essenziale: la fiction, la finzione. Con Michele Giordano da anni conduco una discussione sul fatto che, a suo parere, l’unica pornografia sia quella realistica, in cui non ci sia l’elemento della fiction, in cui ci si limiti a riprendere personaggi che fanno sesso. Io, invece, ritengo che ogni qual volta una macchina da presa riprende qualcuno ci sia fiction. E se i personaggi non sanno di essere ripresi? Beh, Giusy, sta guardando del sesso. Quella non è pornografia! L’elemento della finzione è connaturato alla pornografia come la narrazione alla letteratura. Nell’”amatoriale”, tipico di “Only fans” non c’è l’amatoriale. E’ sempre un prodotto dell’industria culturale. Nella pornografia, del resto, è costante la tentazione di simulare il vero e, per farlo, c’è bisogno di una costruzione narrativa. I video pubblicati su “Only fans”, nella loro costruzione amatoriale, volutamente antiprofessionistica, sono da professionisti. “Only fans” deriva dagli anni ‘80, dall’invenzione della videocassetta, dall’uscita del porno dai cinema e dall’ingresso nelle case. Tutto falso, tutto costruito. L’amatoriale è una strategia intelligente dell’industria culturale del porno. Sì, Giusy, la focalizzazione è sempre esterna. Se non è esterna, non c’è pornografia. O guardiamo porno o sesso. Le pare, Giusy, che una piattaforma come “Only fans” sia lasciata alla creatività individuale? Ci sono strategie di presentazione, strategie mediatiche. Nell’autoriprendersi e nel proporsi c’è io meccanismo tipico del porno, non del sesso.

La pornografia è tarata sull’occhio maschile ed orientata alla subordinazione femminile. Stante la sua esperienza di veterano dei “Porn Studies” come è cambiato lo sguardo in relazione alla “questioni di genere”?

Lo sguardo degli occidentali è mutato radicalmente negli ultimi cinquant’anni. Ciò perché abbiamo enormi influenze culturali: il femminismo, la cultura gay, la cultura LGBTQ. Elementi che hanno portato gli occidentali colti, noi, Giusy, ad osservare le questioni di genere. Il che non muta i comportamenti ma, certamente, lo sguardo complessivo è di molto cambiato. Pensi alle iniziative legislative recenti. C’è una maggior consapevolezza che una delle fondamentali esperienze culturali è la subordinazione della donna all’uomo. Giusy, si ricorda di quando furono abbattute le statue di Colombo? Dalla scoperta alla conquista. Ecco, noi stiamo imparando a guardare alla storia occidentale come alla storia di una indebita supremazia di un soggetto maschio, bianco, capofamiglia, che ha, di fatto, costruito la storia del passato sulla scorta della sua soggettività e del suo sguardo. Noi stiamo imparando a smontare quello sguardo, a decostruirlo. La pornografia è un’alleata della tradizione: lo schema vuole la donna come oggetto sessuale e la donna nella pornografia si considera tale, ne è felice per l’appagamento del maschio. E’ questo il messaggio generale del porno. La pornografia riproduce un sentimento di rivalsa verso le donne. Le donne vere non conoscono il loro vero ruolo; le donne del porno, invece, sì! Ripeto, questo è il messaggio.

Pietro Adamo insegna Storia delle dottrine politiche all’Università degli Studi di Torino. Si occupa della cultura politica del protestantesimo radicale, della storia della tradizione libertaria e del percorso delle controculture. Trai suoi ultimi libri: L’anarchismo americano nel Novecento (2016) e William Godwin e la società libera(2017). Sul fenomeno hard core ha scritto La pornografia e i suoi nemici(1996) e Il porno di massa(2004).

Carlo Giuliani. Il ribelle di Genova

A Genova, nel luglio del 2001 i movimenti no-global e le associazioni pacifiste diedero vita a manifestazioni di dissenso, seguite da gravi tumulti di piazza, con scontri tra forze dell’ordine e manifestanti. Venne ucciso il manifestante Carlo Giuliani. Su quali temi politici, economici, sociali s’innesta la vostra riflessione?
BARILLI E DE CARLI:
Crediamo sia importante sottolineare, prima di tutto, che il nostro è un fumetto, un’opera di narrativa. Certamente ha una valenza sociale e rispecchia il nostro impegno civile, ma se ci parli di una riflessione che si innesta su temi politici, economici e sociali forse attribuisci al nostro libro un valore che non può avere… Noi semplicemente volevamo raccontare una storia, che si innesta (questo sì) in un panorama tragico e complicato, ma che resta la storia di un omicidio, mai davvero perseguito, e anche il ricordo di quella vita spezzata.
Di tutti i fatti di Genova uno solo è rimasto fuori dall’aula di un tribunale. La mattanza della Diaz, le torture di Bolzaneto, i “fatti di strada” hanno avuto risposte processuali, anche se contraddittorie e spesso discutibili. Ed è paradossale e drammaticamente significativo che l’omicidio di Carlo, ossia il fatto più tragico e irrimediabile, non sia stato oggetto di un pubblico dibattimento in un tribunale. Per questo abbiamo voluto “isolarlo” nel nostro lavoro, unendo però alla ricostruzione dell’evento, e dei suoi molti lati oscuri, il ricordo di Carlo come persona.
Abbiamo voluto ripercorrere non solo la sua ultima giornata, ma la sua personalità. Ci sono stati preziosi i colloqui con i genitori Haidi e Giuliano e la sorella Elena, i ricordi degli amici, le sue poesie e i suoi biglietti, che testimoniano una personalità complessa e sfaccettata e soprattutto una sensibilità fuori dal comune, ben diversa dall’immagine da “vandalo” che sbrigativamente i media hanno costruito attorno alla vittima.
Abbiamo scelto di fare interagire i narratori con elementi “simbolico/evocativi” della storia. Volevamo smontare l’immagine di ragazzo “figlio di nessuno” che molti media hanno voluto cucirgli addosso. Questo, sia chiaro, non avrebbe reso meno tragico l’omicidio, ma ci sembrava giusto testimoniare come Carlo fosse parte integrante di una famiglia che l’amava, fino a introiettarne simbolicamente, nel nostro libro, l’ultima scelta “facendo propri” l’estintore, il passamontagna e il rotolo di scotch.

Il G8 di Genova è una parte di storia della Repubblica italiana. Un fatto nero che ha lasciato una traccia incancellabile. Due giorni di violenze. Una città messa a ferro e fuoco. Anni di processi, condanne, proscioglimenti, prescrizioni.
Quali strade avete percorso per acquisire informazioni utili al dipanarsi della sua narrazione?

BARILLI E DE CARLI:
A nostro avviso è sbagliato parlare di “una città messa a ferro e fuoco”, espressione che fa pensare a uno scontro tra due forze che si fronteggiano con violenza uguale e opposta. Non neghiamo che ci siano stati eccessi da parte dei manifestanti, ma se le giornate del contro G8 si sono trasformate in ciò che tutti hanno visto è stato a causa della gestione dell’ordine pubblico. E anche la risposta della Magistratura è stata terribilmente strabica, con un’evidente disparità tra i manifestanti (condannati a pene pesantissime, con corollario di reati come la “devastazione e saccheggio”, degno di tempi di guerra…) e le forze dell’ordine, trattate ben diversamente…
Da allora sono emersi filmati e fotografie, sono stati celebrati processi, la bibliografia si è arricchita di una miriade di titoli: film, romanzi, ricostruzioni saggistiche e opere di fiction…
Questo ci ha portato a una riflessione. “O ti racconti o sei raccontato”, dice spesso Checchino Antonini, giornalista molto attivo nel seguire i movimenti sociali e che peraltro firma la postfazione al nostro libro. La sua frase vale a livello individuale come a livello collettivo: nel senso che la forza del movimento del 2001 è stata la capacità di contrastare, nonostante la disparità di forze in campo, la narrazione dei media mainstream. E Carlo, abbiamo pensato, è l’unico che la sua Genova non ha potuto raccontarla… Per questo abbiamo cercato di farlo noi, con l’aiuto di chi lo ha conosciuto e amato, come accennavamo nella prima risposta.
Insomma, le strade che abbiamo percorso per documentarci e costruire la nostra narrazione sono state molteplici, dalla classica documentazione bibliografica fino a quella più intima e umana che ci è stata fornita dalla famiglia. E aggiungeremmo che è stato importante per entrambi andare a Genova, camminare lungo le strade che segnano il nostro racconto, fermarsi nella casa che è stata di Carlo, dormire nella sua stanza… Si torna a quanto dicevamo all’inizio: un libro come il nostro non è solo “controinchiesta”, è anche un lavoro costruito da sensazioni e sentimenti.

Dalla vostra testimonianza narrativa emerge la storia di una complicità istituzionale. Una complicità trasversale che ha costruito le condizioni affinché a Genova saltasse tutto.
Dopo vent’anni reputate che vi siano ancora circostanze da chiarire in tal senso?

BARILLI E DE CARLI:
Se parliamo di percezione nella “gente comune”, ossia tralasciamo chi, per mille motivi e in diversa forma e misura, ha voluto o dovuto informarsi, crediamo che la narrazione sia ancora tutta da costruire. E’ passato un messaggio, nella migliore delle ipotesi, di soprusi subiti da singoli cittadini da parte delle forze dell’ordine; soprusi numerosi ma comunque inseriti nella retorica “delle mele marce”, per così dire. Ma una valutazione su Genova non deve essere la semplice sommatoria di quegli abusi. Non è possibile addebitare quei fatti a semplici esagerazioni delle forze dell’ordine. Genova non è stata un’esagerazione, è stata una trappola, preparata per mesi e tesa a screditare e intimorire, prima ancora che massacrare, il movimento. E quella trappola si inserisce in un panorama non solo nazionale… Ricordiamo che poco tempo dopo, l’11 settembre, c’è l’attentato alle Twin Towers, che causa non solo una terribile strage, ma pure una catena di conseguenze che hanno ridefinito la politica internazionale e sconvolto la scala di priorità fra parole come diritti e sicurezza. Il risultato finale di Genova, e in generale di quello scorcio di inizio secolo, è stato espropriare una generazione della sua proposta politica, cancellare una visione alternativa di mondo che faceva paura a chi sta “nella cabina di comando”. Non è una novità: “there is no alternative” era un motto della Thatcher. Tutto sommato (e purtroppo) questo non è cambiato…

Piazza Alimonda, Carlo Giuliani, da una fotografia dell’agenzia Reuters, compare con il passamontagna ed un estintore sollevato sopra la testa. Intanto, una pistola spunta da una camionetta dei carabinieri. Quali competenze logiche ritiene che i cittadini debbano possedere per prendere parte efficacemente al discorso pubblico, praticando un consenso ed un dissenso civile?
BARILLI E DE CARLI:
Per molti la ricostruzione di quanto successo a Piazza Alimonda si è fermata a quella foto, ritenuta il punto di arrivo di un’inchiesta talmente banale da essere già scritta: “durante un attacco da parte di facinorosi a una camionetta dei carabinieri, un dimostrante è rimasto colpito da un militare”, per intenderci. Una sentenza di legittima difesa pronunciata non da un tribunale, ma da esponenti politici e forze dell’ordine, per essere poi velocemente adottata dai principali organi di informazione. Chi invece ha approfondito la vicenda di Piazza Alimonda, e in generale delle giornate genovesi di ormai vent’anni fa, sa che quella foto è stata solo un punto di partenza: i fatti di Genova si sono arricchiti di molti particolari, sia sui media (più su quelli alternativi che sui principali) sia nelle aule processuali, ricostruendo quelle terribili giornate. In sostanza, sinceramente non crediamo ci vogliano particolari competenze logiche per partecipare al dibattito su quanto accaduto nel luglio 2001. Bastano partecipazione, voglia di informarsi senza pregiudizi… E un minimo di conoscenza della storia, visto che quanto accaduto nel capoluogo ligure non è privo di precedenti. Peccato solo che la storia sia una maestra di vita, sì, ma di una scolaresca poco attenta…
“Carlo Giuliani: Il ribelle di Genova” Chi è l’autore di tale definizione ed in qual misura Carlo è stato predittivo del disagio sociale, economico, culturale in cui ci barcameniamo?
BARILLI E DE CARLI:
La citazione è tratta da una lettera del subcomandante Marcos indirizzata al movimento italiano il 15 febbraio 2003. Marcos si rivolgeva ai “fratelli e sorelle dell’Italia ribelle”, in occasione delle mobilitazioni del mondo pacifista contro la guerra in Iraq. “Questa guerra” scriveva il rappresentante dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale, “vuole che scrolliamo le spalle, che facciamo del cinismo una nuova religione, che rimaniamo in silenzio, che ci conformiamo, che ci rassegniamo, che ci arrendiamo, che dimentichiamo. Che ci dimentichiamo di Carlo Giuliani, il ribelle di Genova…”. La citazione non è solo significativa per il contesto in cui fu scritta e per la sua provenienza: ci è sembrata anche l’unica “formula” capace di riassumere tutte le definizioni possibili per Carlo, e per questo l’abbiamo scelta come sottotitolo del nostro libro.

Francesco Barilli: Nato nel 1965, per BeccoGiallo ha curato gli apparati redazionali di Ilaria Alpi, il prezzo della verità (2007), Dossier Genova G8 (2008), Il delitto Pasolini (2008), Peppino Impastato, un giullare contro la mafia (2009). Ha contribuito al libro Fausto e Iaio. Trent’anni dopo (Costa & Nolan, 2008). Ha scritto con Sergio Sinigaglia La piuma e la montagna (Manifestolibri, 2008), con Checchino Antonini e Dario Rossi Scuola Diaz: vergogna di Stato (Edizioni Alegre, 2009). Ha realizzato alcune storie brevi a fumetti, apparse sul settimanale La Lettura del Corriere della Sera, su Linus, Wired e STORMI.
Con Manuel De Carli è autore di Carlo Giuliani, il ribelle di Genova (BeccoGiallo, 2011 – pubblicato in Francia per Les Enfants Rouges e in Germania per Bahoe Books) e di Il delitto Matteotti (BeccoGiallo, 2018).
Con Matteo Fenoglio è autore di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia (entrambi BeccoGiallo, 2018). Sempre con Fenoglio ha scritto un breve saggio sull’uso del fumetto per raccontare le stragi di Milano e Brescia, apparso su Piazza Fontana 43 anni dopo. Le verità di cui abbiamo bisogno (a cura di Stefano Cardini, Mimesis Edizioni, 2012).
Con Sakka è autore di Goodbye Marilyn e di Vincent Van Gogh. La tristezza durerà per sempre (entrambi BeccoGiallo, 2016 e 2019). Da Goodbye Marilyn è stato tratto l’omonimo cortometraggio animato, con regia di Maria di Razza, presentato a settembre 2018 come evento speciale alla XV edizione delle “Giornate degli Autori” nell’ambito del 75° Festival del cinema di Venezia.
Con Lele Corvi è autore di Vita eccessiva di John Belushi (BeccoGiallo, 2019).
Con Alessandro Ranghiasci è autore di Socrate (BeccoGiallo, 2020).
Con Massimiliano Talamazzi è autore di Fausto e Iaio. Per il nostro domani (BeccoGiallo, 2021). Il suo blog è francescobarilli.blogspot.it

Manuel De Carli: Nato a Trento nel 1970, dal 1996 collabora con riviste a fumetti. Tra le pubblicazioni uscite: Fortezza Europa – Storie di mura e di migranti (Coniglio, 2006), Resistenze – Cronache di ribellione quotidiana (BeccoGiallo, 2007), ZeroTolleranza – Immagini che producono azioni (BeccoGiallo, 2008) e Global Warming, 28 fumetti inediti contro il riscaldamento globale (NdA Press, 2010). Ha fatto parte della collettiva Fumetti partigiani, una mostra di storie a fumetti dedicate alla Resistenza partigiana (Casa della memoria e della storia di Roma, 2009). È autore del libro a fumetti Intimo Cucito (Centro Fumetto Andrea Pazienza, 2007). Ha disegnato Thyssenkrupp, Morti Speciali S.p.A. su testi di Alessandro Di Virgilio (BeccoGiallo, 2009), mentre con Francesco Barilli ha disegnato Carlo Giuliani – Il ribelle di Genova (prima edizione: BeccoGiallo, 2011 – Les Enfants Rouges, 2012 – Bahoe Books 2016), La mimosa della partigiana Chicchi (CPCG, Genova 2015), Il delitto Matteotti (BeccoGiallo, 2018). Ha lavorato per Bompiani, La Lettura-Corriere della Sera, Il Manifesto, Carta e La Nuova Ecologia ed è stato illustratore/vignettista del sito l’isoladeicassintegrati.com. Ha vinto il premio del concorso di satira Caneva Ride 2014. Il suo sito personale è http://www.manueldecarli.it.

G8. Genova 2001. Storia di un disastro annunciato

«Il G8 di Genova fu una guerra civile durata ininterrottamente due giorni. Non si può evitare l’argomento solo per togliersi il fastidio di spiegarlo e raccontarlo»
A Genova, nel luglio del 2001 i movimenti no-global e le associazioni pacifiste diedero vita a manifestazioni di dissenso, seguite da gravi tumulti di piazza, con scontri tra forze dell’ordine e manifestanti. Venne ucciso il manifestante Carlo Giuliani.
Su quali temi politici, economici, sociali s’innesta la sua riflessione?

Le proteste miravano a portare all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale il problema del controllo dell’economia da parte di un gruppo ristretto di potenti che, forti del loro peso economico, politico e militare dei loro paesi, si ponevano come autorità mondiale rispetto alle sovranità nazionali dei singoli paesi. Erano tante le questioni, a partire dalle diseguaglianze e dalla necessità di intervenire a favore delle popolazioni in totale stato di povertà. Vi era una presa di coscienza trasversale, che non aveva connotazioni politiche. Un movimento, che partiva da Seattle. Una trasversalità che avrebbe sicuramente prevalso rispetto al gruppo di potenti legati ai cosiddetti poteri forti. Si trattava di un movimento che aveva posto alcune questioni molto importanti a partire dal commercio, ambito principale della globalizzazione che poi prevalse a svantaggio delle popolazioni più povere. Una riflessione che parte dal fatto che quei giorni crearono uno spartiacque tra prima e dopo. La protesta che era iniziata già nel 1995 di colpo cessò. Pertanto, era questo lo scopo? Era quel pensiero trasversale che andava fermato a ogni costo? Non si potrebbe spiegare così tanto accanimento e così tanta violenza da parte di chi, al contrario, avrebbe dovuto garantire la libera espressione.
Il percorso del protagonisti, un operatore della DIGOS, si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?
Il passato non è sempre qualcosa di negativo. Le esperienze personali sono importanti per la formazione professionale e sociale. I ricordi di cui si fa riferimento nel testo sono solo un modo per far capire a chi legge quanto sia importante il percorso personale. Ognuno è libero di avere una propria idea, ma non per questo deve manifestarla in un ambito istituzionale. Deve sempre prevalere il senso dello Stato e lo spirito di servizio. Il che significa difendere i valori derivanti dalla Costituzione e dalle relative norme. La memoria, nel testo, svolge un ruolo molto importante. Ovverosia, sei esattamente il frutto di te stesso, le tue azioni derivano da ciò che hai vissuto e dalle persone che hai incontrato. Per quanto mi riguarda non ho conti da chiudere. Al contrario, ritengo che il mio percorso formativo abbia avuto un ruolo determinante. E non mi riferisco solo alla mia carriera all’interno delle istituzioni, ma anche all’impegno sociale di prima. Certo, non aveva lo stesso spessore che potrei avere oggi, ma è stato sufficiente per aiutarmi a scegliere come comportarmi nella vita e nel rapporto con gli altri.

Il G8 di Genova è una parte di storia della Repubblica italiana. Un fatto nero che ha lasciato una traccia incancellabile. Due giorni di violenze. Una città messa a ferro e fuoco. Anni di processi, condanne, proscioglimenti, prescrizioni.
Quali strade ha percorso per acquisire informazioni utili al dipanarsi della sua narrazione?
L’unico elemento su cui mi sono basato è la diretta esperienza fatta proprio in quei due giorni. Conosco personalmente alcune persone condannate, che hanno dovuto affrontare processi e talvolta anche esposizioni mediatiche di cui avrebbero fatto volentieri a meno. Persone di grande preparazione professionale, ma lì, a Genova, accadde qualcosa su cui ancora potrebbe non essere stata fatta luce. Anzi. Direi che ancora nessuno ha mai voluto fare chiarezza su eventuali responsabilità della politica e dei governi, in particolare quello in carica. Praticamente il secondo Governo Berlusconi.
Alla sua testimonianza emerge la storia di una complicità istituzionale. Una complicità trasversale che ha costruito le condizioni affinché a Genova saltasse tutto.
Dopo vent’anni reputa che vi siano ancora circostanze da chiarire in tal senso?

(Credo che la risposta precedente possa essere esaustiva)
Quali competenze logiche ritiene che i cittadini debbano possedere per prendere parte efficacemente al discorso pubblico, praticando un consenso ed un dissenso civile?
Credo che per manifestare un dissenso non servano competenze specifiche. Il dissenso è la conseguenza di una profonda riflessione. Almeno, così dovrebbe essere. Secondo la mia modesta opinione, il dissenso è il più importante principio pluralistico da prendere in considerazione che si fonda sull’art. 2 della Costituzione e su tutto il sistema delle libertà che hanno al centro l’art. 21 (pietra angolare del sistema democratico, come lo ha definito la Corte costituzionale) e su tutte le altre libertà costituzionali che si ricollegano alla libertà di pensiero. All’incrocio tra tutte queste libertà si colloca la tutela del pensiero critico. Il principio pluralistico caratterizza la Repubblica nel suo complesso e costituisce l’architrave del carattere democratico del nostro ordinamento. In questo quadro la tutela del dissenso assume un’importante funzione per la valorizzazione della democrazia e dei diritti. La tutela dell’opinione minoritaria, peraltro, costituisce un indicatore della qualità della democrazia.

Gianluca Prestigiacomo (Venezia 1963), scrittore e giornalista pubblicista. Fondatore e Vicepresidente dell’Osservatorio Veneto sul Fenomeno Mafioso. Ha collaborato con Il Gazzettino e altri periodici. Esordisce con due libri di narrativa: 47 racconti divertenti (1988) e Limiti d’età (1994). Con Supernova, pubblica Il Colore dell’Anima (2004) e Ho chiuso gli occhi un momento e il mare non c’era più (2009), narrazione sulla violenza di genere da cui venne realizzata l’omonima riduzione teatrale. Nel 2014 pubblica Un altro mondo è possibile? Genova, 20-21 luglio 2001. Libro che, nello stesso anno, aprì con Massimo Cacciari il Festival della Politica di Mestre: Politica e Violenza. Nel 2017 partecipa con il racconto 12 maggio 1980, all’antologia Porto Marghera – Cento anni di Storie 1917 – 2017 (Helvetia). Nel 2018 Arance Rosse – dialogo tra un magistrato e una studentessa (Supernova), testo divulgativo in ambito scolastico, di sensibilizzazione sulla lotta alle mafie, in memoria di Libero Grassi.
Per 35 anni ha fatto parte della Digos di Venezia, dal mese di maggio 2020 in quiescenza.

L’autocritica nella chiesa-Dalla conversione ecclesiale alla liberazione integrale

Il saggio da lei redatto propone la strada dell’autocritica per realizzare la chiamata alla conversione che la Chiesa annuncia al mondo. Ebbene, com’è possibile conciliare il riconoscimento di errori o deviazioni con la dottrina della Fede?
La dottrina racchiude, in maniera sintetica, ciò in cui crediamo. I credenti vivono tutto quello che affronta quotidianamente ogni persona concreta nella realtà delle cadute e degli errori. I due aspetti quindi – fede e deviazioni – convivono in un rapporto sincero: la dottrina ci aiuta a comprendere quando e come scadiamo nelle deviazioni. Ma nello stesso tempo occorre riconoscere che non basta una rigida osservanza della dottrina per non scadere in gravi errori: accanto ad una sana ortodossia infatti deve sempre esserci una coraggiosa ortoprassi, vicina alla dottrina fondante per eccellenza che è il Vangelo di Gesù Cristo.
La Bibbia afferma:“Esaminate voi stessi per vedere se siete nella fede; provate voi stessi. Non riconoscete voi stessi che Gesù Cristo è in voi? A meno che non siate riprovati” Rari ed eclatanti sono i casi in cui ecclesiastici “fanno autocritica”. Quali sono gli ostacoli da superare per fare pubblicamente ammenda?
Martin Buber in uno dei suoi testi più belli, Il cammino dell’uomo, scrive più o meno così “Ogni vero viaggio inizia a partire da se stessi!”. E’ dura ma è l’unica via per una vita autentica, sia che parliamo di credenti che non credenti. Avere il coraggio della verità su se stessi, senza fingere indossando maschere che ci nascondono al legame con gli altri. Gli ostacoli da superare nel cammino dell’autocritica sono numerosi mi soffermo solo su alcuni. Innanzitutto il rischio di sentirsi migliori di qualcun’altro e la paura di riconoscere che anche un religioso possa cadere e inciampare. Nel nome del Vangelo della purezza e del legalismo a volte rischiamo di rinnegare il Vangelo della misericordia gratuita annunciato da Gesù: la debolezza, se riconosciuta, diventa lo spazio dell’incontro che salva.
L’accoglienza radicale del Vangelo si profila come una sfida aperta. Quali scelte, a suo avviso, oggi, vanno compiute in tal senso?
Le scelte vanno nella direzione della prassi e dell’agire di Gesù di Nazaret. Più concretamente avvertire in noi che il cristianesimo è essenzialmente una chiamata ad uscire da noi stessi e dai nostri calcoli. Accogliere senza sconti il Vangelo significa maggiore libertà rispetto al potere, alle ricchezze e ai ruoli. Maggiore libertà di fronte alla tentazione di “piacere” ai potenti di oggi (penso ai politici influenti, ai mafiosi, ai massoni ecc.). Maggiore libertà dai pregiudizi che escludono molti da un rapporto sincero con la comunità ecclesiale.
Individualismo, logica del profitto e corruzione imperversano anche in contesti religiosi. Non trova che, spesso, la Chiesa pecchi di credibilità nel denunciarne la presenza al di fuori di essa?
Dire “Chiesa” vuol dire veramente tanto. Forse troppo rispetto a quello che leggiamo sui giornali. E’ perciò vero – e lo dimostro nel saggio – che solo una Chiesa convertita può convertire, solo una Chiesa libera può liberare. La denuncia che la Chiesa compie in merito alle ingiustizie sociali nasce dalla carica profetica del Vangelo, ma nello stesso tempo la interpella in merito a quello che ancora non vive con chiarezza.
Per quale ragione la Chiesa con difficoltà accetta di subire critiche negative e quale sarebbe, invece, il valore del porsi in discussione?
Abbiamo notato – soprattutto in merito all’assurdità dello scandalo pedofilia – che le critiche provenienti dall’esterno hanno aiutato la Chiesa a cambiare rotta. Per cui le difficoltà – ancora esistenti – di lasciarsi correggere non trovano più alcun fondamento. A partire dalle relazioni tra battezzati sino ai più importanti vertici della Curia Romana la correzione fraterna risulta essere principio evangelico non sciagura da evitare! Pertanto il porsi in discussione costituisce per la comunità dei discepoli di Cristo una dimensione essenzialmente spirituale da affrontare con apertura e fiducia, senza trincerarsi ulteriormente in maniera distruttiva.

Roberto OLIVA dal 2018 è presbitero della diocesi di San Marco Argentano-Scalea. Laureato in lettere presso l’Università della Calabria, nel 2020 ha conseguito la licenza presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale sez. San Luigi (Napoli) con una tesi in ecclesiologia. Prosegue gli studi di dottorato presso la Pontificia Università Gregoriana.

Sesso più, sesso meno

Peppe e Arianna si vedono e fanno sesso; Luca fa il cameriere nella pizzeria dove i due ogni tanto vanno e si diverte a osservarli; tenta di sedurre Brigida; Sergio e Cristina sono i rispettivi ex di Arianna e Peppe, animati da sete di rivalsa.
Quanto ha attinto allo sterminato patrimonio della commedia cinematografica in una scoppiettante contaminatio fabulae?

Non so, la commedia è il genere cinematografico che amo di più, ma non ho mai avuto simpatia per quella degli equivoci. Uno dei film che invece continuo a rivedere costantemente fin da quando ero ragazzo è Bianca di Nanni Moretti, così come anche gli altri titoli di questo autore, specie quelli del primo periodo. Forse è per questo che i personaggi del libro sono tutti molto nevrotici e scombussolati, come quelli del avere cinema che amo, Moretti o di Woody Allen o Nora Ephron. Un altro gigante del cinema che rivedo e rileggo spesso è Neil Simon, dalle cui commedie sono stati tratti molti film di successo tra i ’60 e gli ’80, e anche lui è prodigo di personaggi nevrotici e ridicoli, con un tocco di patetismo che io trovo sempre molto ben riuscito.
Questo è un libro che gratta il fondo della sfera affettiva; vaglia meticolosamente i sentimenti, emozione, ossessione, attrazione, passione, per poi scaraventarli, di nuovo, sul fondo, senza sterili edulcorazioni. Qual idea ha voluto che emergesse dei rapporti umani?
Il libro prova a descrivere e a raccontare un certo tipo di relazioni sentimentali, soprattutto mettendo in risalto gli aspetti più folli e idiosincratici dei personaggi, e lo fa tramite dei monologhi: ognuno dei protagonisti parla di se stesso con se stesso, nessuno sembra capace di rivolgersi a qualcuno. Non c’è quindi un’idea generale dei rapporti umani, ma solo il disegno di alcune personalità un po’ grottesche, che forse esistono in tutti noi.
La narrazione si dipana tra la costa jonica e i paesi etnei. Di quale senso sono forieri i luoghi siciliani citati?
Tenere la Sicilia orientale sullo sfondo non è semplice, tende a rubare la scena. Quindi ho cercato di descrivere un ambiente normale, geograficamente connotato, dettagliato anche, ma quotidiano. Poche cartoline, insomma, e più realtà. Di sicuro incontrarsi davanti a un tratto di costa jonica, sebbene con alle spalle degli scempi edilizi o urbanistici, ha sempre un suo fascino, che può senz’altro irretire i sensi. Mi pareva però il caso di attenuare questo aspetto “magico” dei luoghi, e renderli semplicemente degli spazi abitati.
Quanto deve l’erotismo al senso di curiosità, ossia al fascino sperimentato nei confronti di un corpo che non è il proprio, alla promessa di una coincidenza, interiore ed esteriore, con l’altro?
Questa è davvero una domanda difficile cui non saprei rispondere. Il libro è umoristico, e sta molto attento a non avventurarsi in questione così complesse come quella dell’eros. Se si vuole saperne qualcosa esistono testi molto più adatti. Io, mentre scrivevo, ne ho tenuti vicino a me due: i minima moralia di Adorno e i frammenti di un discorso amoroso di Barthes. Ma più per conforto, come una specie di coperta di Linus, che non per ispirazione o consultazione.
Sesso più, sesso meno: quale significato sottende questa formula?
Il titolo viene dalle prime pagine del libro. Uno dei protagonisti formula una delle (tante) teorie che usa per proteggersi da potenziali ferite e nel farlo utilizza questa espressione, compiacendosi anche del suo conio linguistico. Sesso più/sesso meno , alla fine, non è altro che un luogo comune: il sesso più sarebbe quel sesso arricchito da innamoramento e prospettive future, il sesso meno sarebbe una sorta di ginnastica, conclusa la quale ognuno torna alla sua vita senza il minimo coinvolgimento. Ovviamente è una banalità, ma il personaggio si illude di aver sondato chissà quale grande concetto e si baloca molto con i passaggi e le analogie che lo hanno condotto a questa rivelazione, imbastendoci sopra tutta una serie di corollari e ricami.

Mario Fillioley è un insegnante di lettere in una scuola pubblica, ha tradotto diversi libri dall’inglese. Ha un blog personale, Aribiceci.com, e un blog sul Post. Vari suoi racconti e reportage sono stati pubblicati su IL. Un suo testo fa parte dell’antologia Non si può tornare indietro, edita da Marsilio nel 2015. Ha scritto per Minimum Fax “Lotta di classe” e “La Sicilia è un’isola per modo di dire”.

Quando volevamo fermare il mondo

“Oltre c’era il mare. Calmo e indifferente. Severo, così mi sembrò, mi ricordava che Genova non meritava quello che avevamo fatto.”
A Genova, nel luglio del 2001 i movimenti no-global e le associazioni pacifiste diedero vita a manifestazioni di dissenso, seguite da gravi tumulti di piazza, con scontri tra forze dell’ordine e manifestanti. Venne ucciso il manifestante Carlo Giuliani.
Su quali temi politici, economici, sociali s’innesta la sua riflessione?

La città di Genova, in quei giorni, divenne un vero e proprio campo di battaglia. I danni furono tanti e anche molte persone rimasero segnate per sempre a livello fisico e psicologico. Genova fu il punto massimo di arrivo di quel movimento culturale e ideologico che era partito da Seattle nel 1999 e si era costituito ed organizzato a Porto Alegre intorno al messaggio “un altro mondo è possibile”. Purtroppo. Quelle tensioni ideali e pacifiche finirono con il confondersi con la furia distruttrice dei black bloc e degli anarchici e furono travolte dalla reazione scomposta delle Forze dell’ordine che non seppero distinguere tra le varie anime che componevano la contestazione.
Il percorso dei protagonisti, Massimo e Pietro, si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?
La memoria è l’essenza stessa della civiltà. La cultura di un popolo si costruisce attraverso un processo di stratificazione della memoria. Ognuno di noi è la somma delle pregresse esperienze di chi ci ha preceduto, elaborate attraverso l’uso e la conservazione della memoria.
Il suo romanzo narra di due uomini, agli antipodi per scelte compiute, tuttavia legati da un laccio sentimentale inscindibile, quello dell’amicizia.
Perché i legami amicali sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare ed attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?

L’amicizia, quella vera, è un sentimento ancestrale che risiede nella sfera emotiva e passionale dell’uomo. Come tale è capace di generare affetti profondi ma anche odio rabbia e rancore, soprattutto di fronte al tradimento delle aspettative.
Il G8 di Genova è una parte di storia della Repubblica italiana. Un fatto nero che ha lasciato una traccia incancellabile. Due giorni di violenze. Una città messa a ferro e fuoco. Anni di processi, condanne, proscioglimenti, prescrizioni.
Quali strade ha percorso per acquisire informazioni utili al dipanarsi della sua narrazione?
Il mio è stato un lavoro di ricerca sulle fonti ufficiali (atti della commissione parlamentare d’inchiesta, sentenze dei vari processi che si sono celebrati) e su testimonianze di chi, come me, ha vissuto in prima persona quei giorni.
Quali competenze logiche ritiene che i cittadini debbano possedere per prendere parte efficacemente al discorso pubblico, praticando un consenso ed un dissenso civile?
Informarsi in modo serio e approfondito. È questa l’unica strada possibile per partecipare alla vita civile senza diventare strumento in mano ai vari politici imbonitori di professione. Le semplificazioni, gli slogan, le notizie manipolate che circolano sui social sono solo trappole per sciocchi che allontanano dalla vera conoscenza e ci rendono incapaci di essere artefici del nostro destino.

Antonio Fusco è laureato in Giurisprudenza e Scienze delle pubbliche amministrazioni, è Funzionario nella Polizia di Stato e Criminologo forense. Ha lavorato a Roma e a Napoli. Dal 2000 vive e lavora in Toscana, dove si occupa di indagini di polizia giudiziaria. Scrive romanzi noir dal 2014.
Premi conseguiti: con “Ogni giorno ha il suo male”
Premio Scrittore Toscano 2014 (menzione noir)
Premio Garfagnana in Giallo 2014
Premio internazionale Apoxiomeno 2015 per la letteratura

con “La pietà dell’acqua”

Premio nazionale di letteratura gialla, noir, spy-story “Mariano Romiti” V^ edizione – 2016
Best 2015 – Libri gialli nella classifica annuale Itunes Apple
Premio Furio Innocenti – giallista toscano – Serravalle Noir
Trofeo “Rinaldo Scheda, Spirito della riforma, Festival I sapori del giallo 2015 Langhirano
Premio San Domenichino – Città di Massa sezione Narrativa edita – 58° edizione 2017

con “Il metodo della fenice”

2016, Best 2016 nella classifica di iTunes

con “Le vite parallele”

finalista secondo classificato al Premio SalerNoir edizione 2018
finalista con Menzione Speciale al Premio Prunola edizione 2018

con “Alla fine del viaggio”

Libro guerriero 2019″

Il corpo, il rito, il mito

Il corpo potrebbe, oggidì, essere reputato un «fatto sociale totale» atto a decodificare dinamiche culturali di carattere più generale?
Certamente sì. Il corpo parla, grida, rende esplicite provenienze, caratteristiche, cambiamenti, ideologie. Stili di vita e di concezioni dell’arte e dell’estetica. Insomma dire che il corpo è natura non soltanto è riduttivo: è semplicemente errato, fuorviante.
Nel suo testo si legge “L’Antropologia studia linguaggi, miti, rituali, divinità, dinamiche identitarie”. Ebbene, quali sono le ragioni per cui tale Scienza sociale ha accantonato lo sport?
Vi sono varie ragioni, a seconda dei tempi e dei luoghi. In molte parti del mondo ha fatto breccia un’idea molto precisa e cioè, che lo sport rappresentasse qualcosa di strumentale al potere, l’oppio dei popoli, una droga per persone semplici, non in grado di discernere e che andassero semplicemente gratificate dal panem et circenses. Le scienze sociali poi, e in particolare l’Antropologia, si sono occupate per decenni di politica, struttura sociale e familiare, arte: un’attività così legata al corpo e al ludus non godeva insomma di uno status tale da raggiungere la dignità per essere studiata.
Nel 1931 Raymond Firth pubblica sulla rivista “Oceania” l’articolo “A dart match in Tikopia”. In quali direzioni si è evoluta l’Antropologia dello Sport?
In una direzione direi al passo con i tempi: si cercano i significati “densi”, le connessioni con la politica, l’economia, la religione, le dinamiche identitarie. Oggi chi potrebbe negare che su temi quali la decolonizzazione, il razzismo, la globalizzazione, il meticciato culturale, le rivendicazioni identitarie, fenomeni così caratterizzanti l’era moderna, le dinamiche dello sport non interferiscano?
Clifford Geertz elabora il concetto di “densità”. Quale definizione e spiegazione può fornire circa quello che è uno degli elementi su cui si fonda lo studio antropologico dello sport?
Dire che una partita di calcio è “semplicemente” una partita, che un match di boxe come quello del 1974 a Kinshasa tra Muhammad Alì e George Foreman nient’altro che un incontro di pugilato, e che il Super bowl è la finalissima del campionato di baseball e poco più significherebbe non aver colto il messaggio dell’antropologo americano. Geertz ci ha parlato del combattimento di galli a Bali, dimostrando, di fatto, come funzionasse quella società: noi abbiamo la chance di comprendere tantissimo della geopolitica, delle migrazioni e di tanti altri fenomeni della modernità, delle rivendicazioni identitarie, come dell’impegno a favore della comunità LGBT+ prestando attenzione a quello che avviene prima durante e dopo un incontro di qualunque sport. Basta avere la consapevolezza, appunto, della densità di questi avvenimenti, che sono solo apparentemente sportivi.
Considerati i frequenti fatti di cronaca, anche bui, quale connubio ritiene possa essere stabilito tra sport e civiltà?
Quando accadono dei fatti negativi all’interno del mondo dello sport, consciamente o meno tutti noi partecipiamo di pulsioni contraddittorie. Da un lato, è forte la tentazione di cavarsela chiamando in causa la metafora dello “specchio della società”: una comunità malata, razzista, violenta, corrotta non può che produrre uno sport di tal fatta. Dall’altro lato si ricorre spesso all’idea – utopica e comunque esageratamente ottimistica – che lo sport debba essere un’isola felice, un ambiente autoreferenziale, avulso da contatti pericolosi e popolato insomma da esseri speciali, super partes, nel quale la legge è uguale per tutti e viene premiato sempre il più meritevole. Naturalmente le due idee si intersecano, spesso vengono strumentalizzate o cavalcate in mala fede; certamente lo sport dovrebbe darci esempi fulgidi – lo ha fatto e lo continua a fare -; ma se è vero che è soprattutto un “fatto sociale totale” come può rimanere impermeabile rispetto alla cultura nella quale è immerso?

Bruno Barba è ricercatore di Antropologia del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Genova. Studia il meticciato culturale soprattutto in Brasile; l’altra sua area di ricerca è lo sport nei diversi significati antropologici. Tra le sue pubblicazioni: Un antropologo nel pallone (Meltemi 2007), Dio Negro, mondo meticcio (Seid 2013); Rio de Janeiro (Odoya 2015); Calciologia. Per un’antropologia del football (Mimesis 2016); Meticcio (Effequ 2018); 1958. L’altra volta che non andammo ai mondiali (Rogas 2018).