La mia storia suona il rock.

Da Elvis ai DJ Set: suoni, musiche e canzoni tra mode e movimenti

Le due differenti modalità di esperienza elettronica accolte dai Radiohead e dall’industrial rock dei Nine Inch Nails; la riattualizzazione di due esemplari sostanziali della storia del rock: nel Nu Metal la propensione innovativa e la rimonta dell’urto ribellistico scagionano la veemenza dei Rage Against the Machine, mentre lo spazio asfissiante e buio dei Tool non è che desiderio di disintegrazione totale; nel Neo Punk contrariamente, l’esperienza di cambiamento vissuta dai Green Day nel passaggio dai 90es agli Anni Zero si oppone al furore sfacciato e quasi spensierato del punk-hardcore dei NOFX.

Ebbene, quale ascendente assume la politica nel panorama del rock, e più ampiamente musicale, che ha osservato?

Il rock è una musica popolare. Ma non solo: è anche ballo, spettacolo, relazioni, esprime in una serie di azioni comunicative, economiche, politiche o culturali. E dagli anni Sessanta diventa simbolo d’identità e, grazie ai concerti, di rito di aggregazione. Con lo scorrere dei decenni si trasforma in un linguaggio attraverso il quale le generazioni comunicano e da semplice forma di intrattenimento si trasforma in strumento di protesta, lotta e denuncia sociale. Prima negli Stati Uniti, poi in Europa, i giovani scendono in piazza per ribellarsi a un sistema che gli va ormai stretto e lo fanno urlando e, soprattutto, suonando e cantando, trasformando così la musica in grande collante della contestazione. Rivoluzione, lotta di classe, libertà, rabbia, affermazione: il rock per generazioni è la diretta conseguenza di questi sentimenti, di loro si è cibato per prosperare ergendosi al tempo stesso a canale di diffusione privilegiato. Canzoni e concerti hanno trasformato il rock in un salvagente a cui aggrapparsi, un mezzo grazie al quale evadere dalla vita di tutti i giorni.

La nascita del rock costituisce il paradosso stesso del rock, considerando che i suoi albori e la sua vita sono iscritte nell’alveo della cultura di massa e dell’industria culturale.

Qual è, oggi, la funzione ed il messaggio del rock, valutando il fatto che esso sia stato sicuramente partorito da una società capitalistica nella prima fase del consumismo?

Il rock è cambiato, si è evoluto in stili, tendenze, sottogeneri sempre legati al mondo giovanile. Oggi non dico sia morto, ma certo non sta tanto bene, perché travolto da ondate di pop, hip hop, rap ma anche perché schiacciato sulle proprie antiche responsabilità e incapace di reagire al nuovo. La domanda che dobbiamo porci è questa: riesce il rock a raccontare quello che siamo, quello che vorremmo essere, riesce a mettere in scena ansie, conflitti e desideri del nostro tempo? Se il pop sforna nuovi idoli senza sosta, il rock fatica ad aggiornarsi sia nella sostanza che nell’estetica. Il sacro fuoco della creazione pare essersi inceppato e il rock resta accasciato su sé stesso senza riuscire a volgere lo sguardo al futuro. Oggi il motore principale della “musica del diavolo” sembra diventato il ricordo nostalgico di quello che è stato, non offre eroi nuovi alle nuove generazioni che restano attratti dal fascino sovversivo del genere ma che devono volgere la loro passione a ritroso, nella storia passata dei padri e dei nonni. Ci sono ovviamente decine e decine di buonissimi gruppi di giovani pieni di talento che usano un linguaggio classico ma che durano lo spazio di 2/3 album: guardate i cartelloni dei grossi festival degli ultimi anni, gli headliner sono vecchie glorie con tantissimi anni passati sul palco. Se diciamo rock oggi pensiamo a un cliché: quattro accordi sparati, chitarre elettriche, batteria in quattro con cassa e rullante in evidenza, un cantante che strilla. Ma il rock non è nato per essere questo, era la musica più varia e fantasiosa mai apparsa sul pianeta. 

Il resistere d’una fruizione della musica nonché dei concerti, principalmente da parte di chi venerava certuni artisti all’incirca venti o trenta anni fa e che attualmente si conforma al rito ed interviene ai medesimi concerti, sotto l’egida, chissà, della percezione di qualche cosa di scomparso ed unico.

Quanto gioca la nostalgia?

Come ricordavo prima, il rock ha forse perso definitivamente la sua anima e la sua identità così per come lo abbiamo conosciuto. La mia generazione che ha goduto degli assoli di chitarra di Jimmy Page e di Eric Clapton, delle rullate di Jon Hiseman o Ginger Baker oggi è disorientata, a meno che non ritorni ad ascoltarli ancora una volta, all’infinito, fino a conoscere tutti i brani perfettamente a memoria, magari mimando delle invisible guitars e saltando all’inizio di un assolo per la felicità (chi ama o ha amato il rock sa bene di cosa parlo). Ascoltando la musica che ci ha fatto cambiare vengono ancora i brividi. Può essere nostalgia, sì, anche perché i rocker vivono ormai solo di ricordi e nei palasport la maggioranza del pubblico dei concerti è sempre composta da appassionati di mezza età. Il business dei «concerti della nostalgia» non conosce battute d’arresto.

Il nichilismo, lo smarrimento, il senso di vuoto incolmabile paiono serpeggiare tra le sue pagine. 

La musica come illusione?

Non penso che la musica possa essere “illusione”, credo piuttosto che la musica sia lo strumento attraverso il quale i giovani esprimono loro stessi e le loro emozioni, dalla rabbia alla gioia, dal dolore delle sconfitte all’entusiasmo delle conquiste. La musica si plasma con la realtà per gridare al mondo esigenze, denunce e frustrazioni. La musica è anche emancipazione.

Oltre che un percorso storico, questo libro, davvero accattivante, sembra essere un omaggio alla musica

Perché, a suo avviso, le note costituiscono un linguaggio universale da tutti compreso?

La musica è un linguaggio che tutti sono in grado di comprendere: per noi babyboomer era tutto e spero lo sia anche per i millennial e per i giovani che verranno perché possiede un potere eccezionale. Piace, diverte, fa sognare, ricordare, evadere, emozionare, comunica informazioni, veicola messaggi, coinvolge e svolge un’importantissima funzione sociale: aiuta a costruire amicizie, consolidare rapporti, a socializzare con gli sconosciuti. Inoltre, grazie alle canzoni e ai personaggi, è un prezioso strumento per il ricordo e la ricostruzione di avvenimenti, usanze, sentimenti diffusi in particolari periodi. Ogni periodo ha la sua colonna sonora ma non si può racchiudere in uno spazio temporale definito un genere, perché la musica non è mai stata “rigida”, si contamina, si mischia, non esistono compartimenti stagni per le sette note.

Luca Pollini è giornalista, saggista e autore. Ha pubblicato, tra gli altri, I Settanta, gli anni che cambiarono l’Italia; Gli Ottanta, l’Italia tra evasione e illusione; Hippie, la rivoluzione mancata; Amore e rivolta a tempo di rock; Immortali; Restare in Vietnam; Ordine compagni! Per il teatro ha scritto Ci hanno rubato la parola amore.

Tempesta madre

Jacopo è un ragazzino introverso, scontroso, inquieto ed, a tratti, disubbidiente. Quali tratti assume l’adolescenza nella ricerca di coordinate, d’interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni?

L’adolescenza è una spaccatura temporale, una transizione tra due luoghi del corpo e del tempo. Credo che sia questa la ragione per la quale genera tanto interesse verso chi scrive, perché è il campo dell’incompiutezza e dove ancora tutto è possibile. Jacopo e sua madre vivono in un’eterna adolescenza, o almeno la credono tale, e verranno colti di sorpresa dalla vita, trascinati a fondo o in superficie.

Nella loro esistenza Jacopo e sua madre reperiscono una casa in una palazzina popolare al “Rione delle mosche”: l’ascensore inutilizzabile, il bagno privo di porta, un unico letto in cui dormire.

La lotta politica, l’adesione ad una causa: i nostri tempi possono ospitare, a suo avviso, siffatti propositi di cambiamento sociale?

La lotta esiste sempre e per sempre perché ogni individuo tende a ottenere condizioni migliori. Possiamo parlare di lotta quando gli individui si uniscono e le aspettative del singolo confluiscono in quelle di una parte della società. Le rivoluzioni solitarie assomigliano all’istinto di sopravvivenza e non portano ai cambiamenti della società. Ho ricordi di manifestazioni per l’assegnazione degli alloggi popolari che guardavo al telegiornale regionale a ora di pranzo con la mia famiglia. La casa occupata, all’interno del romanzo, viene da questi ricordi. Abito nel quartiere dove il romanzo è ambientato e considerata la vastità che l’edilizia popolare occupa, direi che il disagio abitativo si è trasformato dal non avere la casa all’averne una ma in condizioni non ideali.

Il suo romanzo è pregno di elementi attinti all’osservazione del corpo e ciò che i suoi movimenti possono esprimere: la madre di Jacopo e la gestualità che accompagna lo spegnere delle sigarette.

Quali ragioni l’hanno spinta alla celebrazione sensoria e della fisicità?

Il corpo occupa una grande parte del romanzo. Il corpo ben fatto della madre-segretaria, a confronto di quello di Jacopo che da bambino sembra essere incompleto, “il corpo” terribile del rione popolare dove abitano, la casa vuota che è un corpo smembrato, la carne affettata dal padre della macelleria. Volevo scrivere di elementi primi, tangibili, il racconto doveva passare per tutti questi corpi per arrivare veramente a toccare il lettore. Ho cercato parole ruvide che in qualche maniera stimolassero anche l’aspetto tattile della lettura.

La sua preziosa narrazione illumina anche il disgraziato, il derelitto, lo scarto umano, il microscopico. In fondo, è la biografia di tanti. Ha avuto uno scopo di liberazione di quei tanti, appunto, abusati da pregiudizi, malelingue, offese e pubblico giudizio? È il rinascimento degli invisibili?

Non ho seguito nessuna morale, ho raccontato gli ultimi e i falliti per senso estetico, perché in loro risiede una grazia particolare nella quale in molti si rivedono. Il riscatto sociale non passa attraverso la narrativa, che almeno nel mio caso ha il solo scopo di intrattenere il lettore, ma attraverso la programmazione politica di un nuovo assetto sociale che garantisca a chiunque di non essere ultimo. Vivo in una città che paga un pregiudizio pesante agli occhi delle altre città italiane, detesto le facili allusioni e la necessità di tanti di semplificare il discorso per inquadrare in griglie ideologiche e sociali la realtà di Napoli. Scrivo per aumentare di complessità la realtà, per indagare le piccole cose.

Romanzo di formazione, favola, realismo magico, poesia. Quanto ha attinto ai generi codificati dalla letteratura classica ed in che misura il suo romanzo ne diverge?

Ho sempre pensato a ogni romanzo come a un romanzo di formazione, perché la crescita insita in ogni narrazione, costruisce un personaggio, una storia, o il lettore stesso. Le letture che mi attirano provengono da vari generi, gli autori si cimentano nella disciplina che viene loro più naturale e nella quale dimostrano le loro qualità. Cerco il conflitto all’interno dei personaggi, e fino a ora ho rinunciato agli eventi esterni perché mi piace indagare i movimenti minimi e le fragilità interiori, e questo mi dispone a scrivere narrativa, credo, ma non ho mai approfondito il discorso con me stesso. A ogni modo, la questione di genere non l’ho mai sentita perché la mia forma mentale non mi permette di pensare per compartimenti.

Gianni solla è nato a Napoli, dove vive e lavora.

L’eco della Germania segreta. «Si fa di nuovo primavera», Oaks Editrice.

Stefan George, Ludwig Klages, Ernst Jünger, Walter Benjamin, Karl Löwith: per quale motivo ha scelto tali pensatori “antimoderni”?

L’attenzione che nel mio libro ho dedicato ad autori profondamente segnati dallo stigma dell’antimodernità è motivata da disparate ragioni. Innanzitutto, dal rifiuto, che in me si è sviluppato nel corso del tempo, dell’idea determinista, necessitarista, “chiusa” della storia, esemplarmente rappresentata dalle diverse famiglie storiciste, progressiste o reazionarie, responsabili dei drammi del secolo XX, ma anche di quelli del secolo XXI. La stessa idea di “fine della storia”, sostenuta, a partire dagli anni Novanta, da esegeti della società liberale e post-moderna, ha le proprie radici speculative ben piantate nell’immanentizzazione della escatologia soteriologica della teologia ebraico-cristiana, come ha ben mostrato, nelle sue opere, Karl Löwith. Chiunque miri, come nel mio caso, ad un superamento esistenziale, spirituale e politico dello stato presente delle cose, non può che rivolgersi agli antimoderni. Stante, infatti, la lezione di Antoine Compagnon (Gli Antimoderni. Da J. de Maistre a Roland Barthes, Neri Pozza,Vicenza 2017) essi si distinguono dai tradizionalisti, da coloro che rimpiangono un dato passato e pertanto guardano all’origine come a qualcosa di retroflesso, la mitica età dell’oro, il cui recupero avrebbe carattere risolutamente palingenetico. No, gli antimoderni sono coloro che dopo il 1789 hanno smarrito “l’innocenza” della modernità e, mentre attorno a loro la protervia costruttiva della ratio calcolante illuminista, produceva il Moloch della Forma Capitale (nella duplice versione liberal-marxista), che ha colonizzato pervasivamente l’immaginario dell’uomo europeo, ridotto da essa al ruolo di consumatore-consumato, hanno trovato rifugio nel pensiero e nella letteratura. La loro creatività non è, sic et simpliciter, forma di resistenza ideologica al canone progressista dominante, ma espressione di quella letteratura “assoluta” di cui, così bene, ha detto Roberto Calasso (La letteratura e gli dei, Adelphi, Milano 2001). Le loro opere sono custodi delle potestates della physis, degli “dei”, appunto, tacitati dapprima dalla riduzione del sacer al sanctus, messa in atto dall’irruzione del cristianesimo e portata ad estreme conseguenze dal logocentrismo soggettivista della modernità. Nelle loro pagine torna a dischiudersi l’idea del Nuovo Inizio della storia europea, alla luce del quale l’origine risulta “sempre possibile” (l’espressione è di Klossowski). Credo che la novità del mio libro possa essere individuata nell’aver inserito nella categoria dell’antimodernità, autori quali Walter Benjamin e Karl Löwith, letti in modalità diversa dalla vulgata esegetica dominante. Tale inclusione potrà risultare più comprensibile, qualora si ponga attenzione a quella che, a mio giudizio, è la “modernità” degli antimoderni, la “attuale inattualità”dell’antimodernità, rinvenibile nella loro audacia letteraria e teoretica. C’era una volta la Germania Segreta”: ovviamente, non è la Deutschland intesa dalla memoria collettiva. Ebbene, qual è l’identità che ha voluto svelare mediante la sua narrazione?

Quello della “Germania segreta” è un mitologema che circolò ampiamente negli ambienti del Kreis georgeano, subito dopo il drammatico esito del Primo conflitto mondiale. Per la prima volta, fece la sua apparizione in uno scritto di Karl Wolfskehl, sulla rivista del Meister. Fu lo stesso George, nel 1919, ad intitolare in tal modo un suo componimento e, infine, nel 1933 lo storico Ernst Kantorowicz, formatosi nel medesimo ambiente, tenne, sotto il segno della “Germania segreta”, una lezione inaugurale all’Università di Francoforte. Nel mio libro, gli elementi costitutivi del mitologema, sono esemplarmente sintetizzati nell’Introduzione dal germanista Marino Freschi. L’espressione “Germania segreta” si riferisce alla comunità ideale dei poeti, dei saggi, degli artisti e pensatori che ha creato la Germania e che ad essa si è offerta, data in sacrificio. Essa rappresenta una zona franca di opposizione e resistenza alla contemporaneità, che ha il tratto evocativo della “visione” e dell’ “immagine”. Il Regno segreto della Germania è coincidentia oppositorum, Regno aporetico in quanto, pur essendo di questo mondo, al medesimo tempo è celato, marginale rispetto alla realtà storica. E’ Regno dei vivi e dei passati, è la Tradizione, quale origine “sempre possibile”, “immagine” atta a suscitare, in sintonia con il precedente autorevole del mito, opposizione nei confronti del presente secolarizzato ed economicista. “Germania segreta” è pathos-formel warburghiana, icona della Tradizione. In quanto tale, come rileva, mi pare, con acutezza esegetica, il filosofo Romano Gasparotti nella Prefazione, essa non è solo visione teutonico centrica, ma rinvia ad un’Europa ancora “possibile”. Di tale mitologema, si impossessarono i nazisti che, al contrario, nella loro brutale e devastante prassi politica, furono interpreti paradigmatici, per usare un’espressione heideggeriana, del Gestell, dell’ impianto impositivo della tecno-scienza. I cinque autori di cui mi occupo, incontrarono, secondo diverse modalità, il mitologema in questione. Essi furono perseguitati dai nazisti o vissero ai margini della società tedesca del tempo. La “Germania segreta” ebbe, comunque, una sua prima evocazione nella musica di Wagner. Non è casuale, in questo senso, che le partiture del grande compositore siano state l’apice del ritorno della musica tonale. Una musica questa che, stando a Giorgio Locchi e al musicologo Paolo Isotta, ha rappresentato il recupero della concezione sferica o tridimensionale del tempo, propria del mondo pre-cristiano. In essa, infatti, ogni nota non è un punto isolato nello spazio sonoro, ma contiene le note (istanti) precedenti e successive. Nel presente vige, cioè, il passato “inespresso” di cui disse Benjamin: esso può venire attualizzato nel futuro. Per cui, nel mitologema della “Germania segreta”, è custodita l’idea della storia “aperta”. Essa può esser di giovamento al pensiero di Tradizione, al fine di liberarlo dalle letture scolastiche ed incapacitanti, legate alla “dottrina dei cicli”. Ciò spiega la Postfazione di Giovanni Damiano, che si intrattiene, delucidandoli, sui rapporti Klages-Evola.

Le biografie intellettuali dei pensatori poc’anzi citati – George ed il canto dell’amore nella sua forma omoerotica; Klages che scorge nella grafologia la “scienza-conoscenza”; Jünger e la sua impronta “ecologista”; Benjamin e la rottura dirompentemente rivoluzionaria con il suo presente; Löwith e la visione della finanza internazionale – perché decretano una rinnovata primavera?

Il concetto di “nuova primavera”, da me tratto da un verso di George, è strettamente legato a questa idea aperta della storia che contraddice le teo-filosofie della storia prevalse in Occidente. Ma è anche legato a una modalità di sguardo nuovo-antico sul mondo, inaugurato da Ludwig Klages. Questi, teorico dell’Eros cosmogonico, si occupò nell’opera principale, L’anima e lo spirito, del nesso che lega vita, pensiero e immagine. Per Klages, la Natura si mostra fondamentalmente quale immagine indeterminatamente flessibile, elastica e porosa e cosmogonicamente erotica. Al contrario dell’approccio moderno, contrassegnato dal prevalere della superstizione dello Spirito-Concetto, che il filosofo presenta quale antagonista dell’Anima, naturalmente al di là di ogni dialettica oppositiva, nella pagine di Klages torna a mostrarsi la natura animata e “pelasgica”. Con tale termine egli indica lo stadio di sviluppo dell’umanità in cui vigeva la contemplazione del reale, non ancora contaminata dall’approccio distinguente e logocentrico. In tale età, l’arte svolgeva un ruolo magico-sacrale. I popoli “pelasgici” intrattenevano un rapporto simpatetico con le forze vitali, con gli enti di natura: ad esso può ricondurci la poesia, attraverso la riscoperta dei tre simboli di quel mondo, vale a dire Luna, Acqua e Albero. Essi rivelano l’idea materna di Natura, forma eternamente produttiva-distruttiva ma accogliente, dalla quale tutto si diparte e alla quale ogni cosa torna. La Madre cosmica è in perpetuo divenire e le sue metamorfosi sono rinascite nella differenza: si tratta dell’eterno ritorno del “simile”, non dell’ “identico”, esso custodisce il “canto delle terra”. Alle sue melodie dobbiamo concedere nuovamente ascolto, al fine di trovare nuova prossimità con gli elementi e le forze che agiscono nel cosmo e per costruire un’ecologia non utilitarista e culturalmente “esterna” allo stato presente delle cose. George, memore dell’insegnamento wagneriano, centrato sulla possibilità di risacralizzare il mondo e la vita attraverso l’arte, con sagace azione poietica, mirò a costruire una “Nuova Mitologia”, sintonica con l’antica ma, al medesimo tempo, altra da essa. Lo fece con la “divinizzazione” del giovinetto Maximin, dopo la prematura dipartita di quest’ultimo, che, novello Dioniso,  dio che muore e rinasce, dio sofferente, patiens e gioiosamente trionfante al medesimo tempo, sarebbe stato in grado di determinare una “nuova primavera”, avrebbe indotto il rifiorire di una “nuova modernità”, altra da quella illuministia. Ernst Jünger, invece, attraverso il recupero del “tempo astrologico”, ha tentato di ricollocare “anteicamente”, cosmicamente, l’uomo dei nostri giorni, al fine di farlo uscire dal dis-astro moderno, dalla dimenticanza degli astri ai quali, ontologicamente, attraverso il de-siderio, aneliamo. Per non dire del contributo fornito da Karl Löwith nella riscoperta del lógos physikós, vale a dire del pensiero aurorale, sapienziale secondo Colli, con il quale in Europa si inaugurò la filo-sofia. Löwith, non solo destrutturò le reti tessute dalle filosofie della storia, nelle quali rimase impigliato lo stesso suo maestro, Martin Heidegger, ma collocò nuovamente, in termini neostoici, l’uomo di fronte all’unica trascendenza alla quale di fatto può rapportarsi, in modalità di evidenza, la Natura. La filosofia “naturalista” di Löwith ha matrice spinoziana: in essa la physis è l’esser-così delle cose, irriducibile, pertanto, a qualsivoglia approccio staticizzante. Tale filosofia è, pertanto, esposta sulle eterne, imprevedibili “primavere” del mondo. Medesima situazione teorica è rilevabile nelle opere di Walter Benjamin. Questi ha insegnato, alla luce della categoria dell’ “immemorare”, che ogni passato custodisce un che di “inespresso”, riattualizzabile, secondo modalità inusitate, nel presente. In tale prospettiva, il messia della tradizione ebraica è esperito dal filosofo quale azione messa in atto dal Possibile, che sovrasta la vita umana. Il medesimo Possibile, si badi, che anima la physis. In quanto tale, l’origine può tornare a darsi in modalità sempre nuove o, al contrario, essere definitivamente tacitata. Pertanto, se il pensiero di Benjamin può essere definito materialista, esso non è affatto inquadrabile nel “materialismo storico”, semmai si tratta di “materialismo stoico”.

La “Germania segreta” ha momenti evocativi? Penso al piano artistico ed estetico.

La “Germania segreta” come si è detto è stata evocata dalla musica di Wagner, dalla poesia di Geroge, dalla storiografia di Kantorowicz. La sua dimensione è, pertanto, eminentemente poietica. Aderire alla prospettiva del Possibile, sulla quale è centrato il mitologema, determina l’inveramento del logocentrismo, risultato del primato del concetto. La “concettualizzazione” del mondo è data dal dominio, nell’ambito logico-gnoseologico, dei principi d’identità e di non contraddizione, istituitosi nel lungo iter speculativo che da Parmenide ha condotto a Carnap. L’intera storia della metafisica occidentale è logocentrica: per questo in essa si è avuta la staticizzazione del principio e della natura. L’opposizione nella quale attualmente si muove il dibattito teoretico, che vede contrapposti “analitici” a “continentali”, è sostanzialmente falsa. Il principio, infatti, come nelle corde di Andrea Emo, rimasto finora, purtroppo, pensatore dei pochi, si dà solo nei molti (ci permettiamo di rinviare, al fine di comprendere questo passaggio al nostro, G, Sessa, La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di A. Emo, Bietti, Milano 2014). Il theorein non è, si badi, la sola modalità di comprensione del reale istituita dal pensiero europeo. Esiste un sapere carsico, ma teoreticamente vigoroso, rinviante ad una prassi conseguente, testimoniato dagli aforismi dello stesso Emo, dall’idealismo magico di Evola, dalle filosofie contemporanee di Massimo Donà e Romano Gasparatti, di cui dice lo stesso mito di Orfeo, mito fondativo della civiltà d’Europa. Un sapere rianimante, che legge la natura e i suoi enti in termini dinamici, enti sempre nuovi, in ogni attimo esposti sulla dimensione del sempre-da-essere-e-farsi, mai limitabili nella categoria del mero oggetto o del mero soggetto. Ebbene, tale sapere, si realizza nel fare dell’arte che, magicamente, trascrive la dimensione dell’eterno novum del mondo, della perenne primavera della vita. E’, se si vuole, l’altro volto di Giano, il volto meno noto, proprio della gnosi, della conoscenza. Ad esso, con interesse, guardarono i nostri cinque autori, in particolare Klages e George. Un sapere che, costitutivamente, anche oggi, richiede attualizzazione e che non si accontenta mai degli excrementa, delle oggettualità e dei concetti, propri del sapere impositivo della modernità. Avvertiamo urgente bisogno di un’arte sempre all’opera, mai identificabile con il proprio prodotto: questa l’evocatività inesausta della “Germania segreta”, della Tradizione.

Il suo testo è pregno di molteplici richiami e plurime annotazioni. Quale metodologia ha adottato per “comporre” un’opera qualitativamente tanto ricca?

Ho cercato, innanzitutto, di fornire al lettore una ricostruzione storico-filosofica attendibile delle procedure di pensiero degli autori analizzati. Spero, comunque, che il mio lavoro non si sia limitato alla semplice fedele trascrizione del pensiero altrui, ma che abbia colto e trasmesso al lettore, sotto il profilo teoretico, la vitale crucialità che, le tematiche del lógos physikós, rivestono per la contemporaneità, per l’uomo immerso nella società liquida. La strumentazione storico-filosofica risulta, a nostro giudizio, vivificata esclusivamente dalla dimensione speculativa. L’obiettivo che mi sono proposto, ne ho contezza, non è certo modesto. Ho cercato di corrispondervi, facendo mio l’insegnamento dei seguenti versi di George, testimoniato in modalità altre, anche da autori centrali per la mia formazione, quali Evola e Colli. I versi del poeta di Bingen invitano, infatti, a seguire la via dei pochi e del divino: «Un piccolo gruppo percorre taciti sentieri/Fieramente discosto dal fermento operoso/E come motto porta sulle sue bandiere:/Alla Grecia in eterno il nostro amore». L’augurio è che le pagine del libro siano occasione di “risveglio” per qualcuno…Devo dire che l’ottimismo della “passione”, in questo caso, si scontra con le evidenze della ragione. Löwith mi ha, comunque, insegnato che non bisogna, stoicamente: «né sperare, né disperare», qualunque sia la condizione esistenziale o storica in cui si è costretti a muoversi. Non si tratta, così, di affermazione pessimistica, ma di professione di sano scetticismo.

Giovanni Sessa, docente ordinario di filosofia e storia nei Licei, già docente a contratto di “Storia delle idee” presso l’Università di Cassino. Per i tipi di OAKS ha già pubblicato Julius Evola e l’utopia della tradizione.

L’arte di sfasciare le chitarre. Rock e filosofia

Quali sono i tratti di convergenza tra il rock e la filosofia?

Rock e filosofia – ed è questa la suggestione di fondo del libro – sono entrambi strumenti che nelle nostre mani possono tramutarsi in armi con lo scopo di mettere in discussione lo stato delle cose, creare una frattura attraverso la quale opporci a un divenire abortito, cristallizzato in una norma ipocrita, che non lascia spazio alla conoscenza di noi stessi e delle nostre esigenze più profonde. Sono, in sostanza, strumenti di conoscenza in grado di squarciare il velo dell’apparenza per condurci tra i meandri del reale, anche i più spaventosi. We Will Rock You, cantavano i Queen: vi daremo una scossa!

Il movimento rock come esperienza “tragica” e “diabolica”: in qual misura ha inciso sulla sua interpretazione il pensiero di Schopenhauer, Nietzsche e Colli?

Sono tre filosofi fondamentali, in particolare i primi due, per la formazione della sensibilità occidentale. Ho cercato di reinterpretare il fenomeno rock a partire dall’intuizione nietzschiana (mutuata in parte da Schopenhauer) con cui ha immaginato la nascita della tragedia greca, massimo equilibrio tra dionisiaco e apollineo, irrazionale e razionale, caos e ordine. Una tensione che palpita in primis in ogni essere umano, soggiogato a volte dall’uno o dall’altro impulso (Nietzsche direbbe che dopo Socrate siamo diventati tutti apollinei, e quindi nichilisti). Ecco, per me il rock è stato capace di recuperare quell’equilibrio prezioso, nel quale il messaggio sovversivo del dionisiaco (che mette in discussione l’arbitrarietà della norma apollinea) viene incanalato in una forma bella, apollinea appunto, come la canzone.

Eraclito e Jimi Hendrix, Platone e i Doors, Diogene e Iggy Pop, Schopenhauer e i Nirvana, Nietzsche e i Queen. Può aiutarci a decodificare questi binomi?

Mi sono divertito a rileggere alcuni momenti della storia della filosofia attraverso la storia del rock per mostrarne le affinità. Difficile, ad esempio, non trovare analogie tra Diogene il cinico e Iggy Pop (che con gli Stooges cantava I Wanna Be Your Dog): entrambi, con i loro comportamenti, si esibivano contro l’ipocrisia della società, inscenando atti osceni, sconvolgenti, apparentemente folli, che tuttavia – proprio per questo – non possono non imporci una riflessione. Stesso “gioco” ho fatto per le altre coppie di filosofi/rockstar, ma se ti racconto tutto poi nessuno si va a leggere il libro.

L’atto/rito di sfasciare gli strumenti musicali: qual è il suo valore simbolico nell’ambito d’una riflessione circa la crepa che apre il rock nel pensiero dominante?

Sfasciare le chitarre (ma anche bassi, batterie o altri strumenti va benone) è la manifestazione plastica della rottura incarnata dal rock, un atto/rito inscritto in un movimento antagonista al pensiero “ufficiale”, quello che governa le nostre giornate dicendoci cosa è giusto e cosa sbagliato. In parole povere: “sfasciare la chitarra è un atto violento e contrario al buon costume?” – “ottimo, la sfascio subito!”. (Ecco perché è diventato un rito – per alcuni finanche un cliché –, che può essere così spogliato della rabbia e usato esclusivamente in funzione dello show).

Perché sfasciare le chitarre è un’arte?

È una performance, e come tutte le performance per essere messa in atto necessita di una certa sensibilità e soprattutto di significato. Ma attenzione: anche sfasciare la chitarra senza un motivo preciso, travolti dalla tensione del live, cela un significato, forse il più importante, ovvero l’esigenza di manifestare il proprio disagio. È un’arte che viene dal cuore o, meglio, dal dionisiaco che è in noi. Lasciarlo libero sul palco non è da tutti, ci vuole coraggio, anche per andare incontro alle immancabili critiche. Ma se non avessimo coraggio non saremmo certo qui a parlare di rock e di filosofia, o no?

Stefano Scrima, appassionato di rock da sempre, fonda nel 2005 la sua band, i Sydrojé, con cui lascerà un segno nell’underground cremonese. Inseguendo un’altra sua passione, la filosofia, prende poi una laurea in Scienze Filosofiche a Bologna. Vive per qualche tempo tra Barcellona e Madrid, e infine si stabilisce a Roma. Tra i suoi recenti libri: L’arte di disobbedire raccontata dal diavolo (Colonnese, 2020); Vani tentativi di vendere l’anima al diavolo (Ortica, 2020) e Guida filosofica della Spagna. Da Seneca a Pedro Almodóvar (Diogene Multimedia, 2020). Per Castelvecchi ha pubblicato Digito dunque siamo. Piccolo manuale filosofico per difendersi dalle illusioni digitali (2019) e Socrate su Facebook. Istruzioni filosofiche per non rimanere intrappolati nella rete (2018); per Il Melangolo Filosofi all’Inferno. Il lato oscuro della saggezza (2019) e Il filosofo pigro. Imparare la filosofia senza fatica (2017); per Stampa Alternativa L’arte di soffrire. La vita malinconica (2018) e Nauseati (2016); per Ediciclo Santiago e nuvole. Le fantasticherie di un pellegrino solitario (2018). “SatisPhilo” è la sua rubrica di filosofia su Satisfiction.

Gillo Dorfles. Appunti per una biografia

La Trieste austro-ungarica e mitteleuropea, la specializzazione in Psichiatria, l’antroposofia di Steiner. 
Dove si può rintracciare la spinta propulsiva per raccontare la biografia intellettuale di Gillo Dorfles?


A mio avviso l’unica biografia possibile su Dorfles può essere scritta solo leggendo interamente i suoi libri, le migliaia di articoli, le sue lezioni, le curatele di mostre e guardando la sua notevole produzione artistica. In tutta questa mole di lavoro il critico del gusto ha disseminato molti episodi della sua vita, soprattutto riguardo incontri divenuti nella memoria, sua e di molti, memorabili. Tuttavia, non dimenticando ciò che diceva di se’ nel ritrovarsi pienamente nelle sue letture, ascolti, visite, qualcuno forse potrebbe cimentarsi a raccontare il Dorfles uomo, nella sua splendida flanerie quotidiana. L’unico forse in grado di farlo e’ Luigi Sansone che gli fu assiduo per moltissimi anni e curatore di alcune sue mostre e soprattutto autore del catalogo ragionato delle opere. Non ho evitato di rispondere alla domanda, ma ho cercato di circoscrivere quella che è per me la sola via praticabile ad una comprensione più che della vita, del pensiero di Dorfles che il più delle volte andavano a braccetto.


I suoi “Appunti” si srotolano su un asse diacronico che va dal 2004 al 2018 per i quotidiani “Il manifesto” ed il suo supplemento “Alias” del sabato nonché per “Il Cittadino”.
Perché “Un libro in divenire”?

Soltanto un vezzo che raccoglie a piene mani il pensiero di Dorfles o almeno cerca di farlo adottando il suo stesso metodo. Quasi se non tutti i libri di Dorfles sono una compilazione e legatura in un discorso unico dei suoi articoli. La sua era una filosofia in divenire, sostenuta da uno sguardo che dire curioso e’ riduttivo. Rabdomantico forse anche. Vi era una sorte di capacità di incantamento verso tutto ciò che rappresentava o poteva rappresentare il nuovo e la novità, quindi la sua era un’osservazione in continuo divenire, nel dispiegare lo sguardo sia nello spazio sia nel tempo. I giornali che citi sono poi quelli che servo ormai da più di trent’anni e con mio grande piacere ospitano i miei interventi. Ma questo è un altro discorso.


Dorfles reputava che l’arte non prescindesse dal tempo per interpretare semplicemente lo spirito della Storia universale e che nondimeno essa fosse legata alla funzione delle mode ed a tutti gli ambiti del gusto.
 Qual è stato il contributo di Gillo Dorfles allo sviluppo dell’estetica italiana?

Curiosità, ironia, verve polemica, piglio vivace nell’inserirsi in querelle filosofiche, letterarie, artistiche: Dorfles ed il tempo.
 In qual misura si può ritenere contemporaneo sempre, oltre il secolo vissuto e sorpassato?

Mi permetto di unirele due domande nella mia risposta. Ritengo che siano strettamente correlate. Pertanto comincio col rispondere che credo di non far difetto a dire che Dorfles non è soltanto un “nostro contemporaneo” e che la sua non è soltanto una modernità dettata dalla capacità di percepire e poi attrarre a sé tutte le novità che l’arte, il design, la moda, la società in quel divenire – e si torna ancora a quel dispiegamento nel tempo di un oggetto, di un movimento, di un pensiero – ma che, al di là della sua leggendaria longevità che l’ha portato a vivere oltre il secolo breve e ad arrivare alle soglie di questo imprevedibile inizio di anni 20 del XXI secolo con la pandemia e tutto ciò che ne sta conseguendo e tento nella doppia postfazione del “dorflesino”, mi piace chiamare così il mio libro, di sondare con i suoi scritti una possibile diagnosi a questo entrare e uscire da un film di fantascienza. Quando poi siamo pienamente dentro una quotidianità impossibile da evitare per quanto irreale, ma altrettanto picconata da una nuova normalità nel suo assurdo incedere. Quel vivere il presente osservando il futuro che è poi il titolo che ho voluto dare al libro e chissà cosa avrebbe pensato e scritto su questo inedito presente? Dico di più, forse qui vi è già una risposta all’interrogativo: al tempo dell’epidemia della “Spagnola”, Dorfles era già un giovinetto e su un periodo così tragico non ho trovato alcuna traccia su ciò che ha pubblicato. Neppure nei suoi taccuini e diari, pur parzialmente riprodotti. Peraltro scelti da lui come anche nelle ultimi libri di memorie pubblicati. Nessuna traccia. Forse ho evaso qualche inciso delle domande. Cerco di recuperare. Per quanto riguarda il suo contributo all’Estetica posso dire che il suo agire è stato marginalmente teorico. Ha dovuto scrivere un libro filosofico, quasi controvoglia, “Dal significato alle scelte”, tutto per una conferma a cattedra. Direi che l’esercizio più appropriato e congeniale fosse lo scritto breve, l’articolo di giornale, la puntura polemica, la curatela. Tuttavia non vi è da escludere l’agire creativo esposto nella sua attività duplice di poeta e pittore clandestino. Fino ad un certo punto. Perchè e forse non mi sbaglio conosciamo molto di Dorfles, ma non tutto.

Dorfles si mosse nell’alveo delle Istituzioni, pur riuscendo a conservare “quell’irregolarità di sguardo e di curiosità che l’hanno reso unico nel panorama culturale italiano”.
Come si pose nel perenne dialogo tra intellettuale e potere?

Sarò lapidario. A mio avviso Dorfles era un intellettuale che conosceva bene cos’era il potere e come doveva essere esercitato. Quindi a suo modo era anche lui un uomo di potere. Scriveva sul Corriere, pubblicava da Einaudi, insegnava dopo un lungo giro all’Università di Milano.

Lei fa soventemente riferimento a Dorfles quale esegeta del Kitsch.
Come riuscì a sdoganare in Italia il Kitsch, rendendolo forma d’espressione?

Direi che ha dato dignità e densità di significato al Kitsch con la sua “antologia del cattivo gusto”, pubblicata in un anno capitale e cruciale come il ’68. Allargandone le maglie come mai altri prima e introducendo il termine nel vocabolario quotidiano. Inquadrato in quell’anno contestatario ed effervescente da un editore coraggioso e collezionista d’arte come Mazzotta, quel libro ha più una ragione d’essere. Parlare del kitsch è anche scoperchiare un pozzo quasi senza fondo. Anzi una volta dentro si può restare a galla. E mi fermo.

Munro, Greenberg, Barr, Kepes, Wright, Kahn, Kiesler: quali stimoli impressero gli Stati Uniti d’America a Gillo Dorfles?

Poco prima di morire e grazie alla cura di Luigi Sansone, il più profondo esegeta del Dorfles artista, a lui si deve il catalogo ragionato delle opere e almeno una decina di mostre e una ancora si attende fermata come la maggior parte delle mostre con gli estremi disegni, è uscita una raccolta dei suoi scritti “americani”, dal titolo per l’appunto de “La mia America”. In fin dei conti questo libri rientra in pieno nelle ultime pubblicazioni memorialiste, quasi un’autobiografia per procura che consente ai lettori più vigili di capire quali e quante relazioni Dorfles intratteneva. Il suo primo viaggio negli USA fu oltremodo formativo. L’elenco di nomi lo testimonia e con alcuni di questi intrattenne rapporti di amicizia, oltre che introdurne il pensiero in Italia.

Dorfles e Basaglia: quale rapporto delineò tra Arte e Follia?

Quest’ultima domanda rimanda all’omaggio trasversale che con gli amici di Casa Testori e Luigi Sansone immaginai per omaggiare la Legge Basaglia a quarant’anni dalla sua emanazione. Triangolare figure e mondi diversi come quelli di Basaglia, Dorfles e Testori fu un azzardo per certi versi, per altri invece porre in esame come, dando retta a quei sei gradi di separazione cui ogni tanto si fa ricorso per stabilire connessioni e relazioni, in realtà questi tre grandi uomini del ‘900 avevano delle cose in comune. Sicuramente partenti da punti d’osservazione diversi come anche gli approdi. Ma, riuscivano a vedere più in là del loro quotidiano, anticipando forse troppo ciò che doveva accadere e cercando di curare ciò che a tutti poteva sembrare pazzia: nell’arte, nella medicina, nel teatro.

Fabio Francione vive e lavora a Lodi. Scrive per “il manifesto” ed è condirettore della rivista di studi salgariani e popolari Il corsaronero. Si è occupato a vario titolo di Edmondo De Amicis, Emilio Salgari, Giovanni Testori, Franca Rame e Dario Fo, i Mondo Movie e Gualtiero Jacopetti, Andrea Camilleri, Franco Basaglia. Ha inoltre curato libri di Bernardo Bertolucci, Pier Paolo Pasolini, Antonio Gramsci, Gillo Pontecorvo oltre che la mostra del centenario di Paolo Grassi a Palazzo Reale e l’omonimo libro Paolo Grassi. Senza un pazzo come me, immodestamente un poeta dell’organizzazione. Nel 2020, in occasione del duecentesimo anniversario della nascita del suo autore, ha curato la nuova edizione de La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene di Pellegrino Artusi (La nave di Teseo).

So chi sei

Lei scrive narrando una quotidianità atemporale, in cui si stenta a riconoscere il contesto storico, che pure è presente:  l’Italia del boom economico, la provincia meridionale e la politica di sviluppo industriale del Mezzogiorno, le rivendicazioni femministe, gli anni ’70, gli anni di piombo, la dialettica politica fra D.C. e P.C.I.  . La vita umana vive una costante condizione di anonimato, fuori dal tempo e dallo spazio?

L’impressione che volevo produrre è quella di una voce che “si parla”, anonima solo perché tralascia di presentarsi a se stessa ma non disincarnata e soprattutto non espiantata dalla sua storia, che anzi si immerge in un passato preciso, gli anni ’70, un’epoca dai contorni ben delineati. Volevo rappresentare un individuo fuoriuscito da un’ epopea che ottiene il necessario distacco emotivo per comprenderla. Il bisogno di comprensione mi sembra generazionale, condiviso da molti miei coetanei che scrivono di quegli anni. In particolare mi interessava capire i motivi dello strenuo dispiegarsi di passioni politiche e civili in quel momento storico, in posizioni opposte ed estreme, oggi divenute liquide e intercambiabili, e come questo cambiamento sia avvenuto nella coscienza dei singoli.

In una raffinata commistione la texture del suo scritto osserva da differenti prospettive il rapporto passato-presente, i cui confini sono davvero labili. Essi interferiscono. Quali sono le ragioni sottese a tale contiguità?

Proprio perché ho mantenuto il racconto nei margini di una coscienza che racconta, -senza tracimare mai dai suoi limiti conoscitivi: ciò che vede intorno e ciò che ricorda- la percezione e la memoria si sono ritrovate contigue e si sono intrecciate. Il rapporto passato – presente è sempre difficile: tu pensavi di aver dimenticato e di essere libero da condizionamenti ma scopri che le esperienze, i moniti, le ferite, persino le memorie ancestrali o l’inconscio collettivo non sono estranei alle decisioni che prendi nel presente e grandi squarci si aprono sotto i tuoi passi. L’impressione è di vivere tante vite diverse, legate da un filo, a tratti chiaramente visibile e strettamente annodato alla storia degli altri. Questo, sul piano della struttura, ha prodotto la miscela di passato e presente, come nel montaggio di un film. Ho sperimentato una forma di prolessi narrativa, dove l’io narrante formula una previsione che ottiene la stessa attendibilità narrativa di un flashback. Qui è stato come barare ma penso che il lettore non se ne sia accorto, anzi mi piace pensare che l’abbia trovato convincente! E’ stato complicato l’ aver scelto un narratore autodiegetico che fa un racconto al presente, da interpolare continuamente non solo col ricordo di un passato storico ma con un “immediatamente prima” e un “subito dopo”, senza perdere il punto di hic et nunc su un immaginario percorso lineare, in un andirivieni che ha rischiato di essere disorientante. E’ difficile seguire il racconto di una coscienza che vive e nello stesso momento “ dice”, pedinare un presente che diventa immediatamente passato nel momento stesso in cui lo si racconta. Mi è capitato più volte di inciampare nei tempi dei verbi ma è stata una sfida interessante!

Legami, solitudini, ferite, volti incrociati casualmente. Quale idea ha inteso veicolare delle relazioni interpersonali?

La protagonista non lamenta una problematica interpersonale generica ma la sua attenzione rimane circoscritta ad un ambito preciso, quello della relazione tra i sessi. Ho tentato di sollevare una questione che mi sta a cuore: il maschilismo mantenuto come tic a dispetto di plateali espressioni di ammirazione e rispetto. E’ un tratto funzionale, cioè ancora utile, agli uomini e anche a qualche donna. La mia idea è che il rapporto tra sessi è tuttora modellato sulla paura dell’altro/a e questo fa scattare le dinamiche più disparate. Allargando la visuale, tuttavia, il femminismo irriducibile mi sembra allo stesso modo il risultato di una paura o di un rifiuto, l’ investimento di energia in una mera reazione destruente in risposta ad una sofferenza subita. Un circolo vizioso che potrebbe portare a disastri epocali.

Lei applica differenti prospettive ad altrettante corrispettive esperienze che l’Uomo con le sue attitudini, peculiarità e tessuti relazionali, che gli sono caratteristici, si trova ad affrontare. Ritiene che la prosa possegga la potenza per scarnificare l’uomo nella sua complessità e totalità?

Penso che oggi la prosa abbia rinunciato a scarnificare e si accontenti di accarezzare l’ovvio. Del resto l’opera rispecchia i tempi e il postmodernismo mi sembra un vasto contenitore per una lunga fase di passaggio piuttosto reazionaria, dove non interessa scoprire alcunché ma solo intrattenere. Non essendo, la nostra, epoca di passioni, di grandi narrazioni ideologiche, anche la letteratura rischia il ripiegamento. A tratti si intravedono sintesi interessanti ma per lo più si tratta di retroguardia: scrivere come se niente sia stato condanna all’irrilevanza e alla caducità, perché l’opera non svolge solo funzione comunicativa sull’ attualità né può fare epoca con l’autobiografismo. Anche se avvicini la quotidianità con linguaggio scarno e con una posa dissacrante- che mi sembrano la cifra stilistica del romanzo di oggi- rischi di scavare nell’insulsaggine naturalistica del singolo e di rimanere lì, ad un livello dove non trovi l’Uomo ma la sua ombra. Il risultato è un artificio estetizzante, cioè proprio quello che si voleva evitare.

Quanto è stata influenzata dalle letterature che l’hanno preceduta? Ha dei mentori o non ravvede punti di riferimento?

Cercavo di imitare Gianna Manzini, con scarsi risultati, poi ci ho rinunciato ma quell’ esercizio mi è stato molto utile. Un autore che mi piace è Michele Mari. Gli studi di letteratura mi hanno indirizzato verso la comprensione degli aspetti formali e tutto ciò che ho letto ha avuto la sua importanza. Quando leggo mi aspetto di scoprire come lo scrittore abbia risolto, nella sua epoca, la questione del rapporto linguaggio / realtà e ho sempre ben presenti le esperienze moderniste e di neoavanguardia del secolo scorso. Non ho ancora letto tutta la letteratura italiana del ‘900 e mi aspetto di imparare e di scoprire moltissimo. Leggere gli autori di madrelingua italiana è l’ unica palestra possibile per un italiano che scrive. Non bisogna dimenticare che qualcuno, in questo paese, ha scritto Le città invisibili e qualcun altro ha scritto Una vita violenta e tutta una serie di esperienze sono passate nel mezzo. Una qualche influenza la devi subire per forza. Uno scrittore è vecchio di almeno due secoli, altrimenti non è ancora.

Maddalena Rotundo vive ed insegna a Potenza. Si è laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne all’Università di Basilicata con una tesi dal titolo Paul Dermée, anomalia del cubismo. La passione per la narrativa e la poesia l’ accompagnano sin da giovanissima e dopo l’università è proseguito il suo interesse per la critica letteraria e la teoria del romanzo. Ha pubblicato saggi e racconti su quotidiani e riviste locali.

IMMUNITAS E PERSONA La filosofia di Roberto Esposito

Immunitas e persona: può fornire una definizione di questi due poli concettuali?

La definizione di un concetto filosofico risulta spesso complicata perché esso porta con sé una serie di stratificazioni storiche, culturali, politiche, giuridiche e sociali che rendono difficile ogni delimitazione teorica. Questa tendenza appare più evidente con i due concetti di immunitas e persona che, in qualche modo, percorrono una strada parallela alla storia della tradizione occidentale.

Semplificando al massimo, l’immunitas potrebbe essere concepita come un dispositivo finalizzato alla protezione dell’uomo nella sua dimensione tanto biologica (basti pensare al sistema immunitario) quanto sociale e politica (ad esempio l’immunità parlamentare). Il concetto di persona, già a partire dalla tradizione classica in cui era associato all’idea di maschera, può essere considerato come il nome di una rappresentazione che, mettendo in campo diverse prospettive convergenti, afferisce agli ambiti della politica (basti pensare a Hobbes), della religione (ad esempio nel dogma trinitario) e, naturalmente, della filosofia (ad esempio il personalismo di Mounier, Scheler, Maritain).

Il percorso decostruttivo allestito da Esposito nei confronti dei paradigmi di immunitas e di persona quali peculiarità assume?

Sebbene l’opera di Esposito abbia un sostrato unitario, sintetizzabile con l’intento di ripensare le categorie politiche (e filosofiche) della nostra tradizione, i concetti di immunitas e persona vengono analizzati in due momenti differenti della sua produzione.

Il primo, immunitas, viene analizzato soprattutto in un volume apparso nei primi anni Duemila, intitolato proprio Immunitas. Protezione e negazione della vita; e trova delle importanti specificazioni nel testo Bios. Biopolitica e filosofia. Attraverso questo lemma Esposito avanza una proposta ermeneutica peculiare del paradigma biopolitico proposto da Michel Foucault negli anni Sessanta e Settanta dello scorso secolo.

Attraverso l’analisi del concetto di persona – analisi che è di qualche anno successiva a quella di immunitas –, Esposito ripercorre la storia della filosofia occidentale, ma anche del diritto e della religione, mostrando come l’idea di persona, che noi associamo in maniera immediata al concetto di uomo, sia frutto di una sedimentazione linguistica, filosofica e politica. L’intento di Esposito è quello di mostrare come la nozione di persona, lungi dall’indicare uno spazio che accomunerebbe universalmente l’umanità, sia l’espressione di un dispositivo che funziona creando soglie differenziali di carattere gerarchico ed escludente.

La scommessa ermeneutica del mio volume, se così si può dire, è quella di provare a pensare questi due concetti del lessico di Esposito come le facce di una stessa medaglia. Proprio in virtù di questo tentativo ho trovato nell’interpretazione che Esposito dà del nazismo un caso paradigmatico, esemplare di questa coappartenenza.

Quali sono i tentativi teorici messi in piedi da Esposito per indicare la strada verso una biopolitica affermativa ed un pensiero dell’impersonale?

Prima di fare cenno, da un lato, ai pensatori in cui Esposito individua alcuni tentativi teorici di proporre una biopolitica affermativa e un pensiero dell’impersonale, e, dall’altro, alla proposta peculiare di Esposito stesso, è necessario fare una precisazione metodologica. Biopolitica affermativa e pensiero dell’impersonale non sono da considerare come qualcosa di totalmente altro rispetto alla biopolitica propriamente detta e al dispositivo della persona; questo emerge chiaramente in un passaggio del dialogo tra me ed Esposito che si trova alla fine del mio volume. Biopolitica affermativa e impersonale si muovono nell’alveo della tradizione da cui provano a prendere le distanze in un rapporto che però è sempre al contempo di inclusione/esclusione. Biopolitica affermativa e impersonale sono, forse, due punti di fuga che però rimandano inevitabilmente a una medesima origine (che tuttavia per Esposito è sempre irraggiungibile); cito Esposito: “Si tratta di pensare un unico blocco semantico, guardandolo da due angolature diverse”.

Detto questo, per Esposito autori come Spinoza, Deleuze, per alcuni versi anche Nietzsche e Foucault, solo per citarne alcuni, sono il nome di una possibilità altra tanto per pensare la biopolitica come una politica non più sulla vita ma della vita quanto per considerare lo spazio impersonale e ‘terzo’ che fa da sfondo a ogni discorso di matrice personalistica.

È, inoltre, interessante notare come in un evento come la nascita Esposito individui una forma di espressione attraverso cui comprendere l’idea di biopolitica affermativa. Prendendo le distanze dalla visione ontologizzante di Arendt, Esposito considera la nascita come un fenomeno, un evento in cui la vita, in un confronto diretto con l’immunità, trova lo spazio per la propria affermazione.

La proposta filosofica di Esposito in quale relazione si trova ad essere rispetto alle posizioni biopolitiche contemporanee di Agamben e Negri?

Non è mai semplice rispondere a una domanda del genere perché, sebbene specifica su un punto particolare del cammino di pensiero degli autori in questione, essa coinvolge tutto l’intero impianto della loro riflessione.

Semplificando oltremisura, potremmo dire che la differenza maggiore che caratterizza la posizione biopolitica di Esposito da quella di Agamben è determinata dal ruolo che i due assegnano alla storia e alla storicità. Mentre Agamben, in questo fedele al maestro Heidegger, ha una visione di carattere ontologico-destinale, in cui la biopolitica diviene il nome di un ‘universale’ dell’essere-nel-mondo dell’uomo, Esposito, invece, pur partendo da una salda analisi ontologica, focalizza la propria attenzione sui dettagli storici e sulle differenze. D’altro canto è nota la centralità che l’Italian Thought, di cui Esposito è la punta di diamante, assegna alla connessione tra storia, politica e vita.

Per quanto riguarda la relazione tra la visione biopolitica di Negri (e Hardt) e quella di Esposito, il punto di maggior distanza tra i due è determinato dal ruolo che essi assegnano al negativo e alla negatività. Mentre per Negri quest’ultima costituisce un ostacolo da superare in vista di una biopolitica iper-affermativa, per Esposito – come emerge in maniera evidente in Politica e negazione. Per una biopolitica affermativa – il negativo gioca un ruolo decisivo nell’ambito filosofico e, naturalmente, anche politico.

Gli ultimi lavori di Esposito si muovono proprio in questa direzione; il tentativo di formulare la proposta di un pensiero istituente, sulla scorta di Machiavelli e Lefort, parte dal presupposto della centralità del conflitto nell’ambito del Politico.

Professor Spina, da dove nasce il suo interesse per il pensiero di Roberto Esposito?

Il mio incontro con il pensiero di Esposito è avvenuto durante gli anni di ricerca in università. Mentre scrivevo la tesi di Dottorato su ‘Heidegger e la questione dell’animalità’ ho incrociato alcuni testi di Esposito che mi hanno aperto interessanti prospettive ermeneutiche del pensiero heideggeriano.

Terminato il dottorato e abbandonata (almeno formalmente) la vita accademica ho iniziato a leggere tutti i testi di Esposito e a valutare alcune chiavi di lettura del suo pensiero. Nel corso degli anni ho scritto alcune recensioni ai suoi ultimi lavori e, a mia volta, ho elaborato alcuni articoli scientifici a partire proprio da questi testi.

L’elaborazione del mio volume è da pensare, invece, come ‘risposta’ alla crisi pandemica dell’ultimo anno; crisi in cui siamo ancora totalmente immersi.

Nei mesi delle prime chiusure mi sono trovato a rileggere alcune pagine di Esposito, che mi sono sembrate più attuali che mai. Cos’è quello che stiamo vivendo in questi mesi se non una ‘crisi immunitaria’ a tutti gli effetti?

Riprendendo alcuni miei lavori, organizzando alcune letture che avevo fatto negli anni precedenti, fornendo un nuovo e più ampio taglio interpretativo, ho dato forma a questo volume.

Partendo dall’idea foucaultiana di ‘ontologia dell’attualità’, il mio testo, si parva licet, prova, seguendo l’opera di Esposito, a interrogare la possibilità di una politica altra.

Salvatore Spina, dottore di ricerca in Filosofia presso l’Università di Messina, ha studiato inoltre presso le università di Parigi e Friburgo in Brisgovia, dove ha usufruito di una borsa post-dottorato. Si occupa prevalentemente di filosofia tedesca, francese e italiana contemporanea su cui ha pubblicato numerosi articoli e saggi in varie lingue e una monografia dal titolo Esistenza e vita. Uomo e animale nel pensiero di Martin Heidegger (Mimesis 2015). È professore di ruolo di Filosofia e Storia (A019) presso il Liceo Classico “I. Oliveti” di Locri (RC).

Adelaide

Colonna portante della nobile famiglia Mayo, Adelaide vive nell’Ottocento in modo spregiudicato e consapevole. Quali sono le peculiarità che la rendono contemporanea?

Nel descrivere Adelaide Mayo ho sottolineato che vive nella sua epoca con una mentalità avanti di due secoli. Una donna con uno stile di vita del duemila, di mentalità aperta, forte senza la necessità di avere un uomo al suo fianco, emancipata e pratica, che risolve i problemi con decisione e risolutezza, anzi è lei l’eminenza grigia del suo casato e ne amministra beni e finanze, evento rarissimo in un secolo in cui le donne non potevano neanche iscriversi all’università, come accade a Isabella, altra signora esempio di resilienza in questo libro.

La sua narrazione è lucida, nitida, disincantata, priva di edulcorazioni, scevra da vergogne, a tratti spudorata. C’è un limite a ciò che si può narrare?

La letteratura ci insegna che non ci sono limiti alla narrazione, scrittori più o meno conosciuti, da secoli descrivono di tutto: sesso, amore, morte, violenza, cattiveria. Ognuno si spinge fin dove crede, io sono molto cruda nel mio linguaggio di tutti i giorni, lapidaria, e questo si riverbera nella mia scrittura. Cerco sempre di non superare i limiti della decenza e del buon gusto, ma scelgo parole che arrivino al lettore e spero che piacciano.

L’adesione alla Carboneria. La lotta politica, l’adesione a una causa: i nostri tempi possono ospitare, a suo avviso, siffatti propositi di cambiamento sociale?

Ora la lotta si fa sui social, a parte Greta Thunberg e qualche altro visionario, ognuno di noi, comodamente seduto davanti alla sua tastiera, pontifica sulle scelte politiche dei governanti o sugli avvenimenti mondiali. Ci siamo impigriti o spenti, ma credo che se arrivasse una reale minaccia per l’umanità, molti di noi si unirebbero per lottare come si è sempre fatto e si continuerà a fare per il bene della terra.

“Adelaide” ha, evidentemente, richiesto ricerche storiche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposta di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?

Sfogliando le pergamene dell’Archivio di Stato di Chieti non ho trovato molti riscontri all’idea di partenza, ma tra quelle carte impolverate mi sono imbattuta in Adelaide, nata nel 1809 e sulla esigua descrizione di questa donna forte e intraprendente ho plasmato questa eroina senza paura, capace di sfidare il mondo e le leggi opprimenti dell’800.

“The woman is perfected” è l’incipit di “Edge” di Sylvia Plath. Può definire la “perfezione” muliebre?

Ci sono mille frasi celebri sulla grandezza delle donne. Il gentil sesso è quello che porta avanti la vita da sempre, non solo attraverso la gravidanza, ma con le lotte quotidiane delle madri per sfamare i figli, o per entrare nel mondo del lavoro e dimostrare le proprie capacità, o con l’istinto femminile che nei momenti di pericolo salva tutti. Le donne salveranno il mondo, è vero, la terra senza di loro sarebbe un pianeta invivibile, destinato all’estinzione. Non mi dilungo per non offendere con la mia stima al femminile, i maschi di oggi e di sempre.

Antonella Ferrari, laureata in Giurisprudenza. Ha avuto diverse passioni e attività lavorative, tra cui il giornalismo. E’ stata Professore a contratto presso l’Università d’Annunzio e per alcuni anni ha lavorato saltuariamente nel campo immobiliare. Ha pubblicato “Nessun Dolore” (2011), e “Un Amore di Città” (2018).

Lady Mafia

Lady Mafia punta il focus attentivo sulla “Società” foggiana, la quale, pur forte ed efferata, tuttavia è pressoché ignorata dai mezzi di comunicazione di massa. Quali sono le ragioni in cui risiede la sua scelta di contestualizzazione? Una Foggia nascosta e umbratile, fatta di night-club e prostituzione, droga e gioco d’azzardo.

In primis tale scelta risiede nel fatto che io sono di Foggia e ho sempre avuto l’impressione che lo Stato tratti la mia città come una città di serie b, dove gli abitanti sono abbandonati al loro destino. Foggia è piena di gente per bene, di gente che vive in maniera onesta, di gente che a volte deve accettare compromessi difficili pur di andare avanti. A mio avviso è proprio in città come Foggia che la presenza dello Stato deve farsi sentire maggiormente.

Macchinazioni, intrighi, segreti, misteri, verità sapientemente celate, insabbiamenti, enigmi: sono ingredienti essenziali del noir. Il suo romanzo in che misura diverge dal genere codificato?

Lady Mafia è il noir per eccellenza, almeno io l’ho progettato così. Sono appassionato di noir e in quest’opera ho voluto davvero concentrare e mescolare insieme tutti gli ingredienti che rendono meraviglioso e intrigante il genere noir. Aggiungerei anche un pizzico di eros, agli ingredienti riportati nella domanda.

Il percorso dei protagonisti si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?

Il passato accompagna tutto il percorso di vita della protagonista del romanzo, e alla fine si arriverà alla triste conclusione che del passato non ci si può mai del tutto liberare. L’unica cosa che si può fare è imparare a conviverci il meglio possibile.

La sua scrittura, scorrevole ed incisiva, diretta e fluida, pare rinviare al linguaggio delle serie TV. Quanto risponde ad una sua precisa volontà la contaminazione dei linguaggi?

Questa è una domanda assolutamente centrata. Ho scritto Lady Mafia proprio pensando a un eventuale sviluppo come serie tv. La divisione in capitoli, e in sette parti più grandi, rende l’idea di come potrebbe essere suddivisa in puntate la serie tv.

Pensando “cronaca nera”, reputa che il bisogno di verità possa sempre costituire un motore potente che spinge all’azione?

La ricerca della verità e la necessità di risolvere i propri conflitti interiori spingono all’azione, affinché in un modo o nell’altro, prima o dopo, si possa raggiungere un minimo di pace.

Pietro Favorito è un dj e speaker radiofonico. Si occupa di spettacolo, musica e produzioni televisive. Ha diretto il mensile “Gente della Notte”, per il quale ha creato una linea di abbigliamento e presentato l’omonimo programma tv. Nel 2011 dirige il mensile SKN e a giugno 2013 dà vita al fumetto noir, a distribuzione nazionale, LadyMafia, attirando le attenzioni della Titanus, che ne opziona i diritti cinematografici e televisivi. A luglio del 2014, in collaborazione con Radio Capital, pubblica il fumetto: Déjà Vu – Universi Paralleli. Risale invece a settembre 2014 la pubblicazione di un fumetto per bambini Se casco senza casco sono caschi miei, una collaborazione con Striscia la notizia e Unicef, con il patrocinio del MIUR. Tra il 2015 e il 2016 pubblica libri per bambini e ragazzi: Elfio e i Satanelli in collaborazione con il Foggia Calcio, Elfio e il castello di Bardi con la partecipazione straordinaria di Bruno Pizzul e Carolina Morace, e infine L’industria del male e Bulli della rete. A dicembre del 2017 pubblica Parole Rubate un fumetto in collaborazione con RAI Radio 1. Nel 2018 pubblica il suo primo romanzo per adulti: Lady Mafia ed Empatia, un thriller in collaborazione con la radio nazionale m2o e il Samsara Beach.

Il dio che danza. Viaggi, trance, trasformazioni

Il dio che danza” racconta dei suoi viaggi sulle tracce di un fenomeno antichissimo ed universale: la trance da possessione.

Ebbene, essa può essere indotta dalla danza e dalla musica?

Può esserlo, e così è stato nel caso di rituali che racconto nel libro: cortei dionisiaci, tarantismo, theyyam indiano, dhammal dei sufi, vodu, e così via. Già Nietzsche si interessò alle “epidemie” estatiche che in Europa avvenivano già nel Medioevo, in cui l’io si perdeva in un abbandono all’ebrezza.

Il suo cammino inizia dal tarantismo in Puglia, sulle orme di Ernesto de Martino, e, seguendo collegamenti storici e mitologici, prosegue in India Meridionale; approda poi in Pakistan; quindi, in Africa; infine, in Brasile e, nell’ultima tappa, a New York.

Che cosa resta di questo tipo di pratiche nel mondo odierno?

È una domanda chiave. Ho scoperto che esistono ancora rituali in cui pare di rivedere scene antichissime. Ma, nello stesso tempo, il mondo moderno, con il turismo e il capitalismo, arriva ovunque, e modifica il senso di queste tradizioni. A volte diventano spettacolo, industria culturale, ma per certi aspetti si inseriscono nelle faglie del sistema per aprire spazi di libertà.

Quali funzioni, oggi, assumono, le antiche forme da trance da possessione? Penso al fatto che negli Stati Uniti si accompagnano allo sviluppo della cultura lgtbq.

Queste pratiche erano spesso erano rivolte a gruppi socialmente marginalizzati. Per esempio, oggi può capitare che nel theyyam si rovescino i rapporti di classe dell’India contemporanea, nel sufismo si sfidi l’ortodossia in nome di una ricerca mistica, nel candomblè i discendenti afroamericani degli schiavi si riuniscono in comunità nelle favelas e includono alcuni bianchi, nello sciamanismo amazzonico si lotta contro la distruzione della foresta che può condurre verso un’apocalisse ecologica. Il travestitismo, l’immedesimazione in altri ruoli sessuali, l’esplorazione del desiderio erotico in genere sono un tratto caratteristico delle trance da possessione, dall’Africa al Sudamerica. Quello che ho osservato a New York, durante il World Pride e in locali di burlesque, è l’attecchire di tradizioni afroamericane in un contesto cosmopolita.

In qual misura danza e musica possono contribuire a rompere i margini fragili dell’io e delle norme sociali?

Tornando al Nietzsche, che nella Nascita della tragedia celebrava le danze dionisiache e medievoali, bisogna chiarire un punto: quello che ho osservato io sono danze in cui rimane sempre vigile un frammento di io, che in questa pratica allarga e integra la propria esperienza. Questa esperienza ha spesso una funzione sociale: l’individuo si libera dall’oppressione, sperimenta altre e spesso autorevoli identità, in certi casi, come è evidente, riflette sui rapporti sociali di esclusione e dominio. Allora l’esperienza della trance non resta solo una pienezza momentanea, ma diventa la base per consolidare e rafforzare una comunità subalterna.

Il suo scritto propone un legame tra arte, antropologia e filosofia. Può esplicitare i nessi formali e sostanziali?

Ho alternato viaggi e riflessioni che attraversano antropologia, letteratura, filosofia. Il nesso sta nella esplorazione dell’identità e di altri mondi che può avvenire in modo concreto viaggiando, ma che ha sempre bisogno della riflessione alimentata da documenti e studi. Su questi temi, ritengo fondamentale analizzare documenti diversi (da testi di psicologia a resoconti di viaggio, dal cinema al romanzo) e, per capire l’oggi, collegarli all’esperienza diretta, “sul campo”. Antropologia, filosofia, letteratura, del resto, hanno interagito e si sono sovrapposte già in molti casi, da Montaigne a Rousseau, da Leiris a Lévi-Strauss, da de Martino a Geertz.

Paolo Pecere insegna Storia della filosofia all’università di Roma Tre. Si occupa dei rapporti tra filosofia, scienze della natura e psicologia in età moderna e contemporanea. Tra i suoi libri: La filosofia della natura in Kant (Pagina 2009), Dalla parte di Alice. La coscienza e l’immaginario (Mimesis 2015), Soul, Mind and Brain from Descartes to Cognitive Science. A Critical History (Springer 2020), e il manuale di Filosofia per Licei La ricerca della conoscenza (Mondadori 2018, con R. Chiaradonna). Scrive di viaggi e di libri sul “Tascabile” Treccani. Ha pubblicato i romanzi La vita lontana (LiberAria 2018) e Risorgere (Chiarelettere 2019) e il saggio narrativo Il dio che danza. Viaggi, trance, trasformazioni (nottetempo 2021).