Tondelli: scrittore totale. Il racconto degli anni Ottanta fra impegno, camp e controcultura gay

Lei “ha dedicato sette anni di studio a uno dei maggiori autori italiani del Novecento” Chi è Pier Vittorio Tondelli e quali peculiarità riserva la sua produzione?

Pier Vittorio Tondelli è stato uno dei maggiori scrittori italiani del Novecento. Ha avuto la sfortuna di morire giovane, a 36 anni, ucciso dall’altra grande pandemia che è ancora in corso e di cui nessuno più parla, quella dell’AIDS. Tuttavia, negli appena 11 anni in cui ha potuto pubblicare è riuscito a lasciare il segno. È stato uno “scrittore totale”, come lo chiamo io, perché ha prodotto romanzi, articoli, reportage giornalistici, commedie teatrali, che hanno descritto una generazione, una nazione e un decennio. Nella scrittura di Tondelli, figlia per stile di Arbasino e per contenuti di Coccioli, c’è la chiara esigenza di “dare voce a ciò che è senza voce”, che non a caso è stata sia una frase di Calvino che il motto di Radio Alice, fenomeno culturale di quella Bologna in cui Tondelli si è formato come studente del DAMS. C’è una centralità e un modo di rappresentare l’omosessualità, l’identità e la gioventù secondo i canoni della curiosità per il nuovo e il postmoderno e della leggerezza calviniana che è rivoluzionario per l’epoca e il contesto italiano in cui appare.

Liberando l’opera tondelliana dal contesto generazionale e da una ricezione ristretta ad un coinvolgimento documentario, a quale scenario storico sono riconducibili i personaggi tondelliani e qual è il valore simbolico del mondo di giovani emarginati di cui narra?

Tondelli è vissuto negli anni del riflusso, ma non vi ha mica aderito. Nel mio libro dimostro in che senso è stato uno scrittore socialmente impegnato, pur mancandogli una ideologia politica: non era comunista negli anni in cui tutti gli intellettuali, o quasi, lo erano. Al contempo criticava il cattolicesimo pur essendo nato cattolico, alla Coccioli. Votava Partito Radicale, il partito anti-partitocrazia, e credeva nell’antiproibizionismo in una terra, l’Emilia, in cui ben pochi lo erano allora. Il suo primo romanzo, Altri libertini, colloca al centro chi di solito vive nei margini della società: tossico dipendenti, transessuali, gay, giovani senza casa, contestatari. Non è un libro autobiografico, è un romanzo a episodi scritto da un figlio anomalo del Settantasette. Nel secondo libro, Pao Pao, Tondelli attacca l’istituzione eternormativa per eccellenza, la caserma militare, e la frocializza. Tutti i soldati, così come gli ufficiali, sono finocchi, e lo sono in modo allegro, spensierato, spavaldo, felice. Un passo avanti enorme rispetto alle atmosfere cupe di altri scrittori omosessuali italiani. Ma Tondelli era anche uno scrittore assai colto e cosmopolita: in Pao Pao è evidente l’uso della tecnica camp, una freccia che è propria della faretra internazionale dei Queer Studies. In Italia, stranamente, i principali critici tondelliani sono di scuola cattolica e li ho trovati impreparati su quanto all’estero si scrive da almeno due decenni riguardo a Tondelli. L’esecutore testamentario di Tondelli era Fulvio Panzeri, il critico de L’avvenire. Panzeri è scomparso pochi giorni fa, ma davvero non ne posso parlare bene: ha sistematicamente ignorato e osteggiato letture obiettive dell’opera di Tondelli, valutandole come sconvenienti solo perché sottolineavano l’ovvio: che Altri libertini e Pao Pao hanno cambiato il modo di rappresentare i gay italiani e l’omosessualità post-moderna e post-Stonewall in Italia; che Camere separate è stato il primo romanzo italiano incentrato sull’Aids (e nel mio libro dimostro il come e il quando di quanto dico), che Rimini e Dinner Party sono opere che stigmatizzano l’edonismo degli anni Ottanta. Anche la lettura di Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica e altro esperto di Tondelli, è assai lacunosa dal punto di vista del portato sociale e politico dell’opera tondelliana. Per non parlare del contributo sociologico portato dalla felice avventura di Under 25, un percorso culturale che ha svecchiato la letteratura contemporanea e ha fatto scoprire nomi oggi importanti della narrativa.

In che misura la narrativa di Tondelli diverge dal romanzo di formazione così come codificato dalla tradizione, considerando la presenza da protagonisti di emarginati che rifiutano l’integrazione come prospettiva?

Come dicevo sopra, Tondelli “dà voce a ciò che è senza voce”. Rappresenta una gioventù scapestrata e felice d’esserlo, almeno nei suoi primi due romanzi. È una gioventù aliena dal “mondo dei padri e delle madri”, che non a caso appaiono solo di sfuggita nei suoi scritti. Sono i giovani, ma quelli con meno ambizioni, che non riescono a finire le scuole, che non trovano lavoro, e che tuttavia custodiscono un livello di solidarietà, di umanità raro a trovarsi. In questo c’è di sicuro un’impronta cristiana, ma anche hippy, punkabbestia, propria della controcultura degli anni Settanta e soprattutto di quella Bologna di Radio Alice e dei carroarmati di Cossiga, scritto sui muri con il “K” e le “SS” naziste. Rispetto al romanzo di formazione tradizionale, i personaggi emarginati, che Tondelli ricolloca al centro del proscenio, iniziano in un modo e finiscono allo stesso modo, aggiungendo solo qualche consapevolezza in più della caducità delle loro vite, ma sempre più convinti di non volersi omologare, come accade anche in Pao Pao per i giovani gay in divisa. Sono fieri di essere considerati “scarti”, una parola chiave tondelliana, che sarà utilizzata anche per il progetto Under 25.

Studiando meticolosamente Tondelli, ha pensato ad una fusione dell’ideale romantico con quello della Beat Generation e della “controcultura”?

Sì, ne ho trattato. In Tondelli la matrice è quella del blended, della mescola felice. Applica la lezione di alcuni grandi padri della cultura italiana – i Calvino, i Montale – e la plasma con la controcultura del Settantasette, ma lo fa con l’ironia e a volte il sarcasmo di un Arbasino reso più comprensibile al grande pubblico. Apprende la lezione degli americani – da Jack Kerouac a Hubert Selby Junior – e la mescola con la cupezza e la profondità di un Carlo Coccioli.

Seguendo la lectio di Tondelli, Professore, come ci si salva dal conformismo, dal convenzionalismo, dall’asfissiante rispetto dei codici?

Restando ciò che si è, diventandone fieri. Venendo mossi nella fotografia. E continuando a credere nella scrittura, sia degli altri che propria.

Sciltian Gastaldi scrive di sé:
Scrivere e insegnare sono le due cose che so far meglio. Beh, almeno tra quelle che si possono raccontare. Ho pubblicato due saggi sul maccartismo, un testo sui diritti dei gay, quattro romanzi e una decina di articoli accademici di cinema, letteratura e storia per riviste scientifiche internazionali. Nel 2015 la Chicago Quarterly Review ha pubblicato la traduzione in inglese dei primi due capitoli del mio romanzo più venduto, il long-seller Angeli da un’ala soltanto, individuandomi come uno degli scrittori italiani contemporanei più interessanti. Peccato se ne siano accorti solo loro. Come giornalista professionista ho vinto un paio di premi nazionali assai ganzi e collaborato a varie testate, sia italiane che canadesi. Siculo-piemontese nato e cresciuto a Roma, penso di essere l’incubo del leghista medio. Non contento della caput mundi, che amo, ho vissuto per quasi dieci anni in Canada e Regno Unito nei panni del tipico “stomaco in fuga”. Ringraziando la riforma della Scuola (ho un altarino votivo raffigurante la ministra Giannini), nel settembre 2015 sono rientrato in Italia come insegnante di Storia e Filosofia per il MIUR. Collaboro con alcuni istituti universitari e scuole internazionali a Roma, dove insegno in inglese la storia e la cultura del nostro paese. Il mio ultimo libro si chiama Era mio padre. Italian Terrorism of the Anni di Piombo in the Postmemorials of Victims’ Relatives ed è uscito per l’editore accademico inglese Peter Lang nell’aprile 2018.
I miei link:
http://www.sciltiangastaldi.com
it.wikipedia.org/wiki/Sciltian_Gastaldi
https://www.linkiesta.it/author/sciltian-gastaldi/

Il re scugnizzo

Quanto è aderente la figura di Maradona al monello napoletano indicato nel titolo?

Diego era il perfetto modello di scugnizzo: cresciuto in strada, bambino vivace e irrequieto con una famiglia poco abbiente alle spalle… Le caratteristiche c’erano tutte.

Nel Novecento il calcio ha sconfitto i totalitarismi di Hitler e di Stalin.

Quale funzione politico-sociale-antropologica ha assunto Diego Armando Maradona?

Dittature e regimi totalitari hanno sempre sfruttato lo sport a fini propagandistici e politici. Lo stesso Maradona, su cui aveva messo gli occhi il dittatore argentino Videla, aveva rischiato di diventare oggetto di propaganda. Il suo rapporto con la politica è stato, però, sempre distaccato, nonostante le sue idee, notoriamente orientate a sinistra, e la sua amicizia con Castro: Diego si limitava a sostenere con la sua popolarità le cause sociali e politiche che sentiva vicine. Quello che offre in particolare la sua parabola umana, con la sua ascesa e la caduta, è però un esempio senza pari di come il talento – indipendentemente da chi lo possiede – possa cambiarti la vita.

Il 25 novembre 2020 la notizia del decesso di Maradona richiamò con veemenza l’interesse dell’opinione pubblica internazionale.

Un campione dello sport quale eroe tragico contemporaneo?

Diego è stato un uomo con uno strepitoso talento e un’enormità di difetti: due aspetti destinati a catalizzare l’opinione pubblica. Ha incarnato la forza, la fragilità, la ricchezza e la povertà. Con la sua vita ha raccontato una storia epica che resterà nella memoria e nel cuore di molti.

La sceneggiatura è accompagnata da emozionanti illustrazioni. Quali sono i ritmi della collaborazione tra chi crea una graphic novel?

La storia la scrivo da solo, dopo aver raccolto le idee e tracciato le linee fondamentali della trama. Quindi fornisco a Ernesto tutti i dettagli: le immagini di riferimento, i luoghi e talvolta anche schizzi della scena che avevo in mente. Dopodiché inizia il lavoro duro: il suo. Ernesto si isola per un paio di mesi e torna con quelle tavole meravigliose che ha visto. È un lavoro che portiamo avanti separatamente, malgrado la comunicazione resti costante.

Paolo, può offrirci un ricordo personale che lo lega al Pibe de Oro?

Negli anni in cui Diego era a Napoli, per una serie di vicende, finii in una scuola privata e mi ritrovai in classe Ciccio Baiano, che allora giocava nel Napoli. Quel giovane calciatore era letteralmente assillato dalle domande sulla vita privata di Maradona, come se il resto della squadra non esistesse. Pochi mesi dopo arrivò lo scudetto e alcuni di quei giorni incredibili sono finiti inesorabilmente nella nostra graphic novel.

Paolo Baron e Ernesto Carbonetti muovono i primi passi nel fumetto pubblicando Suburbans (2013) e Punk is Undead (2016) per 80144 Edizioni. Nel 2017
esce per Magic Press la graphic novel Lazzaro, il primo zombie e – sempre per 80144 Edizioni – Chiedi a John. Quando i Beatles persero Paul (2018), pubblicato anche in Francia, Spagna, Brasile e Stati Uniti per Image Comics col titolo Paul is Dead. Per il mercato internazionale – in lingua inglese – è appena uscito Jim Lives. The Mystery of the Lead Singer of The Doors and the 27 Club (Image Comics).

L’IDOLO INFRANTO

Chi ha incastrato Maradona?

Il primo provvedimento è l’immediata sospensione dall’attività agonistica per violazione dell’articolo 32 del Codice di giustizia sportiva, «per aver prima della gara Napoli-Bari assunto cocaina, sostanza vietata dalle vigenti disposizioni in materia»

Diego Armando Maradona, idolo incontrastabile ed asso immenso, “infranto” dal controllo antidoping del 17 marzo 1991?

Sicuramente quell’avvenimento ha interrotto la sua carriera sportiva: se si eccettuano le due straordinarie partite ai Mondiali di Usa 1994, Maradona non tornerà più sui suoi livelli. Ma soprattutto quella squalifica per 15 mesi ha innescato il declino dell’uomo, che era felice soltanto su un campo di calcio con un pallone. Il gioco era il suo ossigeno e il sistema glielo ha tolto, soffocandolo. Quel giorno di primavera di oltre 30 anni fa, Maradona ha iniziato un po’ a morire.

Nel Novecento il calcio ha sconfitto i totalitarismi di Hitler e di Stalin.

Quale funzione politico-sociale-antropologica ha assunto Diego Armando Maradona?

Per gli argentini e i napoletani, è stato un simbolo, un capo carismatico. Non era il re assiso sul trono e irraggiungibile per i suoi sudditi ma era un re in mezzo ai suoi sudditi, asceso alla corona partendo dal basso. E poi era un eroe anti-sistema, capace di appoggiare Chavez e Fidel Castro, di dare del criminale di guerra a George W. Bush e capace di dire a Giovanni Paolo II, durante un’udienza privata: “Amico, vendi i tuoi tetti d’oro per sfamare i bambini poveri”. Queste caratteristiche ne hanno fatto, assieme solo a Muhammad Alì, un’icona che va al di là dello sport. Perché anche chi non ha mai visto una partita di calcio in vita sua lo conosce, perché le sue parole fanno sempre rumore.

Il 25 novembre 2020 la notizia del decesso di Maradona richiamò con veemenza l’interesse dell’opinione pubblica internazionale.

Un campione dello sport quale eroe tragico contemporaneo?

Non parlerei di eroe tragico, o almeno non negli stilemi dell’eroe tragico della tradizione ellenestica. Piuttosto un vittima, un uomo fragile che è rimasto schiacciato dal peso di dover essere Maradona, il fenomeno da circo che doveva andare in campo ogni domenica, magari con un’infiltrazione per placare il dolore alla caviglia, per azionare la macchina da soldi. Fernando Signorini, il preparatore atletico personale di Maradona, uno dei pochi veri amici che Diego ha avuto in vita sua, mi disse una cosa che non ho più dimenticato: “Con Diego sarei andato all’inferno, con Maradona non avrei bevuto neanche un caffè”.

Lei ha redatto un libro-inchiesta rigoroso.

Ha incontrato accessi aperti o muri invalicabili a testimonianza della vicenda umana, sportiva e giudiziaria di Maradona? Il calcio è un “sistema” a chiusura ermetica?

Un sistema blindato, direi. Soprattutto su quegli anni ha constatato di persona che, a oltre 30 anni dai fatti, esiste ancora un patto di omertà, un muro di silenzi, connivenze. Come le tre scimmiette, chi era vicino a Diego in quegli anni non vedeva, non sentiva, non parlava. Salvo poi, quando è morto, versare lacrime di coccodrillo in tv. Una cosa che mi ha fatto più male, da addetto ai lavori che da tanti anni vive il mondo del calcio ma anche e soprattutto da napoletano e appassionato di Maradona

Marcello, può offrirci un ricordo personale che lo lega al Pibe de Oro?

Maradona ha scandito la mia vita, prima da tifoso, poi da giornalista ora da scrittore. Dalla prima volta che è tornato nel Napoli, nel 2005, l’ho sempre seguito. Nel 2013 si tenne una conferenza stampa in una sala al centro storico. Ricordo nitidamente che dentro era un delirio, in uno spazio relativamente esiguo eravamo stipati in centinaia. Nel corso della conferenza prendo la parola e faccio una domanda a Diego, gli domanda se Messi, col tempo, potrebbe ripercorrere le sue orme. Maradona accenna un sorriso e mi risponde: “A Leo voglio bene, è un fuoriclasse. Ma io sono io. E non ci sarà nessuno come me”. In quel momento è sentito la corazza della mia professionalità vacillare, scossa dagli urti del tifoso, del maradoniano, che voleva solo alzarsi, abbracciarlo e dargli un bacio.

Marcello Altamura, napoletano, giornalista professionista, lavora da ventun anni per il quotidiano Cronache di Napoli. Autore di numerosi libri, con Ponte alle Grazieha pubblicato Il professore dei misteri (2019), inchiesta sul brigatista Giovanni Senzani, La Casta è rimasta (2019), dedicato alla persistenza di privilegi e sprechi della nostra classe politica dopo annidi «tagli» apparenti, e l’inchiesta L’idolo infranto. Chi ha incastrato Maradona? (2021).

Russia. Guida sentimentale per viaggiatori solitari (Sabir Editore, 2021)

La Russia narrata attraverso pagine sentimentali per raccontare un viaggio senza interpreti, guide turistiche o gruppi-vacanza.

In che modo ha operato una selezione dei luoghi; a quale istanza ha risposto?

Non ho seguito alcun metodo, se non il sentimento, appunto. Per cui i luoghi che troverete nel libro sono quelli che ho visitato io, nel mio viaggio fra San Pietroburgo e Mosca (e Vladimir e Suzdal’) per curiosità, capriccio, casualità, sentito-dire, fortuna. E ho risposto all’esigenza di un viaggiatore solitario come me, che è partito per la Russia senza qualcuno che gli dicesse dove è meglio andare o che gli traducesse il russo o l’alfabeto cirillico, dato che in queste zone non è facile trovare qualcuno che parli inglese. Ho scritto questo libro pensando a quello che avrei voluto sapere io mentre viaggiavo, ecco perché alla poesia accosto sempre il prosaico.

Il suo iter non segue alcuna logica turistica ma ripercorre le sue mete e le sue esperienze di vagabondaggi alla ricerca del byt, la vita quotidiana russa. Può fornirci qualche indicazione pratica oltre che sentimentale?

Sì, il libro è ricco di consigli pratici, rivolti a chi è affascinato dall’idea di partire per un viaggio in Russia ma, da una parte, (come me) non si unirebbe mai a un gruppo-vacanza e, dall’altra, non saprebbe però da dove cominciare se dovesse organizzare tutto da solo. Per questo poi si parte in gruppo, così fanno tutto gli organizzatori. Ma vuoi mettere la soddisfazione di trovarti a Mosca per conto tuo senza dover rendere conto a nessuno? Dedicare il tuo tempo a gironzolare dove il classico turista non metterebbe mai piede? Trascorrere una serata con una banda di russi ubriachi in una bettola davanti alla stazione a parlare di filosofia? Ok, detta così non sembra poi così divertente, ma lo è stato eccome.

Volete un consiglio pratico? Se andate in Russia scaricatevi l’app di traduzione russo-italiano/italiano-russo (anche per le immagini) e andrete ovunque. Però usatela con discrezione, se fate finta (o comunque vi sforzate) di conoscere un po’ il russo sarete di certo benvoluti.

Puskin, Dovlatov, Dostoevskij e poi artisti, filosofi, zar, anarchici, rivoluzionari accompagnano i lettori in quello che è altresì un viaggio storico e culturale.

Può offrirci una frase, un dettaglio che ci aiuti a svelare l’anima della Russia?

Magari sapessi farlo! Ci hanno provato in tanti – mi riferisco in particolare ai russi stessi – a raccontare o spiegare lo spirito russo. Perché c’è uno spirito russo, qualcosa che fa della Russia la Russia. Il problema è che non è spiegabile. Ma non lo è per nessun paese, per nessun popolo. È così e basta. Quello che possiamo fare è tratteggiare dei contorni vaghi che però si sciolgono nel momento in cui siamo sicuri di averli fissati. Quello che possiamo fare è respirare questo spirito, viaggiando, immergendoci la testa, oppure il naso in questo libro o nelle altre migliaia di libri che cercano di catturare qualcosa di incatturabile. Attenti però al vostro naso, potreste risvegliarvi una mattina senza, come il personaggio di Gogol’!

Per quale ragione indirizza la sua Guida a “viaggiatori solitari”?

Perché viaggiare non è (solo) un modo per vantarsi, fare foto ricordo e acquistare souvenir da distribuire al proprio ritorno in ufficio. È un’esperienza che ci segna per sempre, che diventa parte di noi ridisegnando la nostra identità. Quando si viaggia realmente, anzitutto si deve affrontare un ulteriore viaggio – quello più importante – dentro se stessi. Intraprendere un cammino lontano dai nostri luoghi quotidiani ci costringe a pensare, riflettere, metterci in gioco, sfidarci continuamente. Si può tornare sconfitti o vittoriosi, ma sempre con delle battaglie in più tatuate direttamente sui nostri organi. E tutto questo è qualcosa che si può fare soltanto da soli, ognuno con la propria coscienza. Ma non è detto che un viaggiatore solitario sia anche solo. Io, per esempio, sono partito con un amico e durante il viaggio ho incontrato una moltitudine di anime con cui ho condiviso gioie e dolori, anche se per pochi giorni, minuti, attimi.

Il suo homo viaticor ha uno sguardo delicatamente carezzevole, accoratamente umile, soavemente poetico, fortemente empatico e mai profanatore dei luoghi.

In quale accezione possiamo declinare il suo uso del termine “viaggio”?

Il viaggio è la vita. Anzi, mi azzardo a dire che solo viaggiando si vive. I giorni che passano tutti uguali lavorando per poi tornare a casa e guardare la nuova serie tv di cui tutti parlano non è vita, ma solo qualcosa che le assomiglia lontanamente. In viaggio, invece, torna lo spirito che ci aveva abbandonato, assopito dalla routine e dal ricatto, e il senso (anche della sofferenza) riemerge piano piano.

Per fortuna esistono tanti modi di viaggiare, uno di questi è leggere. Leggere di viaggi poi è l’apoteosi. Quindi, che dire, buon viaggio!

Stefano Scrima, filosofo e scrittore, si è formato tra Bologna, Barcellona, Madrid e Roma. Fra i suoi libri: Ghost Generation (Rogas, 2021); L’arte di sfasciare le chitarre. Rock e filosofia (Arcana, 2021); L’arte di disobbedire raccontata dal diavolo (Colonnese, 2020); Vani tentativi di vendere l’anima al diavolo (Ortica, 2020);per Castelvecchi: Digito dunque siamo. Piccolo manuale filosofico per difendersi dalle illusioni digitali (2019) e Socrate su Facebook. Istruzioni filosofiche per non rimanere intrappolati nella rete (2018); per Il Melangolo: Filosofi all’Inferno. Il lato oscuro della saggezza (2019) e Il filosofo pigro. Imparare la filosofia senza fatica (2017); per Stampa Alternativa: L’arte di soffrire. La vita malinconica (2018) e Nauseati (2016). “SatisPhilo” è la sua rubrica di filosofia su Satisfiction.

Farsi coraggio. Forme della consolazione nel mondo antico

Professoressa Stucchi, la sua analisi si concentra su un “genere letterario codificato, che si avvaleva di argomentazioni ricorrenti”
Quale ragione sottintende questa precisazione forse solo apparentemente peregrina e superflua?

Noi, oggi, essendo i discendenti del Romanticismo, abbiamo, travisando e banalizzando, fatto un totem della “spontaneità”, per cui non accettiamo più nemmeno il fatto che la letteratura sia codificata in generi precisi e normata. Ma il mondo classico era molto diverso: ogni espessione letteraria, anche, quindi, il genere consolatorio, era soggetto a regole e c’erano precise argomentazioni di cui fare uso. Il che, fra l’altro, metteva anche al riparo da quella sconvolgente banalità, che a volte rasenta la gaffe o il cattivo gusto, di cui, spesso, oggi sono intrise certe espressioni di cordoglio, spontanee, certo, ma terribilmente maldestre: personalmente, ricordo un “VIVISSIME condoglianze” da brivido! Un ossimoro in piena regola. E allora, tanto vale riscoprire la saggezza degli antichi.

Ovidio, Orazio e Lucrezio ci ricordano che “la morte e la perdita di una persona amata sono esperienze, per quanto dolorosissime, non peculiarmente riservate a un solo uomo, ma toccano l’intera umanità”
La pandemia da Covid-19, tutt’ora in corso, ha provocato migliaia di morti. Ebbene, il pensiero degli antichi può offrirci stimoli alla riflessione?

Può essere antropologicamente interessante, e, perché no, anche umanamente e spiritualmente illuminante vedere come una civiltà che non conosceva la speranza di una vita ultraterrerna e di una ricompensa per i buoni paragonabili a quelle prospettate dalla religione cristiana, riflettesse sull’esperienza non tanto della morte, ma della perdita, della morte vista dalla parte di chi resta, specialmente in un contesto in cui, a tutti i livelli, sia per l’ultimo dei coloni, che per chi abitava nel Palazzo imperiale, la vita era caratterizzata da una grande precarietà, e, mi viene da dire, da una grande casualità. Forse noi ci siamo dimenticati di tutto questo, negli ultimi decenni, perché viviamo in un contesto in cui, fortunatamente!, la guerra non c’è più, la mortalità infantile è stata debellata, la scienza medica ha allungato la vita di tutti (mentre ancora nella generazione dei nostri nonni e bisnonni era frequente che, in una famiglia con otto o nove figli, due o tre non raggiungessero l’età adulta). In fondo, l’ultima grande pandemia che abbiamo conosciuto prima del CoVid 19 risale a un secolo fa: mi riferisco all’influenza “Spagnola”. Ma, in generale, noi abbiamo “sterilizzato” l’esperienza della morte, ricacciandola ai margini della nostra vita, e cercando, anzi, di cacciarla dalla nostra esistenza, mentre nel mondo antico .- e ancora sino ai primi decenni del secolo scorso – essa, compreso lo “scandalo” del moriri giovani, era molto molto comune.

“Morire, in fondo, è un bene, perché ci libera dai mali; meglio morire piuttosto che soffrire, giorno dopo giorno, pene indicibili”; “Alla lunga il tempo è il medico migliore, perché cancella, o almeno lenisce, tutti i mali”; “chi è morto, paradossalmente, è al riparo da ogni dolore; se ha perso il bene della luce del sole, ha perso, però, anche la possibilità di ammalarsi, di piangere, di patire, di essere infelice”
Queste considerazioni consolatorie ascrivibili agli antichi, soventemente, si porgono ancora oggi a chi attende le esequie di un proprio caro. Ravvede tuttavia una distanza con il nostro modo d’intendere e vivere il lutto?

La distanza con il nostro modo di intendere e vivere il lutto è evidente, perché, da un lato, noi tendiamo a non pensare al lutto, a rimuoverlo: e quando proprio lo dobbiamo affrontare, e siamo costretti a guardare in faccia l’esperienza della perdita, nel nostro mondo, oggi, possiamo, talvolta, avere le consolazioni della religione, il che non vale per tutti, ovviamente; oppure possiamo, ancora una volta, rimuovere il problema, negarlo, rifiutare di affrontarlo, o affrontarlo da un punto di vista prettamente emotivo ed emozionale. Sicuramente l’esperienza della saggezza antica, che cerca di analizzare e smontare – passatemi l’espressione – l’afflizione e il lutto con gli sturumenti della logica, è molto lontana da noi.

Diogene il Cinico con i suoi strali contro la strabordante angoscia per la sorte del proprio corpo può essere interpretato come una sentinella dell’attuale crescente ricorso alla cremazione?
Non so se Diogene possa essere definito una sentinella dell’attuale, crescente favore di cui gode la cremazione, che diventa, nelle nostre città e nei cimiteri, sempre più affollati, anche una soluzione che risponde a questo tipo di esigenza molto pratica, oltre a essere una scelta che definirei igienica. Nel mondo greco e romano, comunque, la cremazione era la norma (tanto che, per esempio, crea scalpore chi la rifiuta, come Nerone che vuole imbalsamare il corpo di Poppea). In realtà, un altro alfiere della cremazione, in quanto risposta alla necessità di ovviare all’ “orrore della decomposizione” si trova in un tempo molto più recente, con Paolo Gorini, il “mago di Lodi”, alfiere della pietrificazione prima, e poi della cremazione (che però, in quegli anni, nella seconda metà dell’Ottocento, aveva un significato anche polemico nei confronti della Chiesa ed era una scelta che rimarcava una adesione al positivismo imperante).

Lei compie un’accurata scelta antologica. Ci regala un pensiero a suo giudizio particolarmente balsamico?
Un pensiero in fondo consolante, è, paradossalmente, quello di Seneca, il quale arriva a riflettere sul fatto che può essere persino rasserenante immaginare le nostre pene, i nostri tormenti, i nostri dolori, stemperarsi nella deriva di tutto l’universo, sino a confondersi e annullarsi nella ekpyrosis, la conflagrazione universale in cui, secondo la dottrina stoica, il mondo verrà annichilito: suave est cum universo rapi, dice Seneca (che, forse, doveva, come diremmo oggi, essere sottoposto a pressioni non da poco, per esprimersi in questi termini). Se poi pensiamo alla consolazione in chiave cristiana, molto bello è il passaggio in cui Sant’Agostino reagisce alla perdita del suo amico amatissimo pensando, che, in fondo, egli si trova “nel seno di Abramo”; o meglio, se il Signore l’ha accolto accanto a sé, e, in un certo senso, il Signore è vicino a ognuno di noi, e accoglie in sé tutto il creato, allora, in qualche modo, misteriosamente, anche chi abbiamo perduto non è poi così lontano, ma è ancora accanto a noi.

Silvia Stucchi è dottore di ricerca in Filologia e Letteratura latina e insegna Lingua latina e Letteratura latina presso l’Università Cattolica di Milano e nei licei. Membro scientifico della Société Internationale des Amis des Cicéron e della Société Internationale d’Ètudes Néroniennes, svolge attività di giornalista pubblicista su varie testate; oltre che di numerosi articoli, è autrice dei volumi: Antiche consolazioni (2007); Osservazioni sulla ricezione di Petronio nella Francia del XVII secolo: il caso Nodot (2010); Apologia. Apuleio Platonici pro se de magia (2016); Seneca. Lettera sul suicidio (2018); Plauto. La gomena (2020). E per Ares, Come il latino ci salva la vita (2020).

X

“Ma tu lo sai almeno cos’è uno stupro?”
Dottoressa Mira, qual è il sentire comune rispetto allo stupro, oggi, stanti le campagne d’informazione promosse da stampa, istituzioni e social network?

Non lo so. Non credo ci sia un sentire comune sullo stupro, e temo sia un bene viste le posizioni dominanti. Dalla stampa in particolare, ma pure in politica, non vedo campagne d’informazione quanto campagne d’ipocrisia. Vogliamo parlare dell’utilità di “panchine rosse” quando non c’è praticamente un Comune che rispetti la convenzione di Istanbul sul numero di posti che dovrebbero esserci per donne uscite da situazioni di violenza? Oppure parliamo delle campagne vittimistiche sui giornali, che hanno deciso che a causa delle femministe brutte e cattive “non si può più dire niente” e invece di andare in terapia ci omaggiano di deliri egocentrici in stile “Non è colpa mia se sono bianco e etero”. I giornalisti sembrano più impegnati a sputare sul femminismo che a fare qualcosa per gli abusi di potere nelle loro stesse redazioni, visti i dati sulle molestie lì dentro (l’85% delle giornaliste ne subisce secondo lo stesso ordine dei giornalisti). Quindi, per tornare alla domanda, no, non credo ci sia un sentire comune. E per fortuna.

Oggidì, il corpo messo al centro del dibattito nella società contemporanea è quello muliebre. Quali forze diverse ed in contrapposizione si combattono su questo campo?

L’idea del corpo messo al centro del dibattito è calzante, e per capire quali forze ci siano in ballo riporto un’immagine degli ultimi tempi. Cinque uomini – ovviamente bianchi, appartenenti a una certa classe sociale, senza disabilità e non tra i più giovani – che disquisiscono in tv di come mai le donne non facciano carriera. È la famosa foto che su internet è diventata un meme, una presa in giro, e il programma è quello di Bruno Vespa, ovviamente uno di quegli uomini. Il corpo delle donne assente, loro che ne parlano e parlano e parlano. E questa è una delle forze in ballo. Ha le telecamere puntate contro ma lo spettacolo non è dei migliori, è masturbazione di gruppo, a questo punto per gli amanti del genere meglio il porno. L’altra forza in ballo, quella non rappresentata o rappresentata in modo funzionale al consolidamento dello status quo, la vedremo per esempio in piazza il 27 novembre a Roma. Per X ho girato l’Italia e so che verranno pullman da ovunque. Quella forza siamo noi. Il femminismo, inteso in maniera intersezionale con le altre lotte all’oppressione, è speranza, di certo lo è per me e per un sacco di altre persone. Le forze in ballo alla fine sono sempre le stesse, e non è mai “donne contro uomini”, è: l’1% della popolazione mondiale che possiede quanto il restante 99%. È capire di far parte di quel 99%. È trovare il modo più giusto e intelligente di unire le lotte, quelle legate al lavoro e quelle legate al genere, alla razza, alle varie forme di disabilità, ai corpi non conformi, a quelli grassi, a quelli umiliati nella loro stessa possibilità di esistere pubblicamente e di essere rappresentati. Ecco quali corpi dovrebbero stare al centro del dibattito e quali sono le forze in ballo. Noi siamo il 99%, l’1% ci fa vedere il suo ben misero ma convincente show.

Si reputa che la intimate partner violence si riveli una strategia per “fare il genere”, e per “fare le maschilità”. La polisemia di accezioni (genere linguistico, biologico e sociale) che la lingua sviluppa dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza?

Sì, penso di sì. Se non avessi fiducia nelle parole non avrei scritto X. Dobbiamo trovare gli antidoti alla narrazione che ci vuole solo o vittime o materne. Narrazione ahimè non solo “di destra”. A questo serve riprendersi le parole, affinché a modificare il mondo e il pensiero non siano sempre i soliti.

Quanto è responsabile la società nel suo complesso nell’avvalorare la cultura dello stupro?

Interamente. Se vogliamo quantificarlo: 40mila stupri l’anno solo in Italia, il 90% di questi non denunciati.

“X”: ci svela il significato sotteso alla simbologia?

X è il tabù, quello che non si può dire. L’incognita, quella che il libro stesso non ha la pretesa di risolvere, perché certi problemi sono collettivi e si risolvono collettivamente. È anche un incrocio tra due strade, con quell’unico punto in comune, il riferimento al fratello sparito – e poi, grazie al libro, ritrovato. X è anche un omaggio a Malcolm X, alla sua idea di una violenza non vigliacca come quella patriarcale e razzista ma giusta, una resistenza da portare avanti, come diceva lui, “con ogni mezzo necessario”. Gli altri significati sono nel libro. X è innanzitutto dire di no, e dirlo più forte se qualcuno ha fatto finta di non sentirti. Così forte che non potrà più ignorarlo, perché stavolta, con un libro, quel no lo hanno sentito proprio tutti.

Valentina Mira è laureata in Giurisprudenza. Ha fatto la rider, lavorato al call center e come cameriera mentre scriveva per vari giornali e siti, tra cui il manifesto e il Corriere della Sera. Tra 2017 e 2018 ha curato la pagina culturale del Romanista. X è il suo primo libro.

Dieci Racconti di una Lucertola del Porto di Genova

La storia di Genova, la storia del calcio, la storia del Genoa, la storia della Liguria “fuori dalla Liguria”, la storia delle rivoluzioni sono i suoi argomenti ricorrenti. In quale relazione cronologica e tematica si pone “Dieci Racconti di una Lucertola del Porto di Genova”?

Da un punto di vista cronologico, se come criterio si prende in considerazione la data di pubblicazione, questo romanzo è il mio quarto libro. Prima di esso sono usciti “I Racconti del Grifo” (in due edizioni, nel 2017 e nel 2020), “Gli Svizzeri Pionieri del Football Italiano” (2019) e “Rivoluzione Inglese. Paradigma della Modernità” (2020), libro -quest’ultimo- che consiglio a tutti coloro i quali amano la storia sociale e la storia del movimento operaio. Ma, se invece consideriamo l’anno di redazione del testo, allora i “Dieci Racconti di una Lucertola del Porto di Genova” rappresentano il primo lavoro della mia produzione di autore. Scrissi, infatti, questi racconti nella seconda metà del 1996.

Da un punto di vista tematico, come giustamente da lei evidenziato nella domanda, in questo mio primo testo narrativo sono presenti molte suggestioni che passano trasversalmente e si ripropongono in tutti i miei libri successivi, anche in quelli che rientrano nella categoria della saggistica. In effetti, i “Dieci Racconti di una Lucertola del Porto di Genova” anticipano in qualche modo quelli che saranno i miei temi ricorrenti: la storia di Genova (sotto molteplici sfaccettature), la storia del calcio, la storia del Genoa, la storia della Liguria “fuori dalla Liguria” (Carloforte, Bonifacio, Monte Carlo, Saint-Tropez, Nueva Tabarca, Gibilterra, la Boca, Tristan da Cunha). E poi, ancora, la storia sociale, la storia delle rivoluzioni, la storia del movimento operaio, l’attenzione per l’arte e in particolare per la pittura e per la musica dei vari periodi storici presi in esame.

Vibrante e sempre pertinente è il suo sguardo verso il Novecento: la Rivolta antifrancese in Corsica, il Primo conflitto mondiale, l’ascesa del Fascismo, la Guerra civile spagnola, la Seconda guerra mondiale e la Liberazione, procedendo dal singolo ai grandi avvenimenti storici: la lotta sociale è il filo rosso della narrazione nel suo complesso?

Sì, in effetti, come dico in un’avvertenza al lettore che ho chiamato “avviso ai naviganti”, questo libro non narra vicende di un singolo uomo bensì la vita di tante persone, di gente semplice che ha fatto la storia. Vicende di comuni mortali, ma essere umani per niente anonimi, orgogliosi di se stessi, capaci di nobili azioni e grandi ideali. Un libro, quindi, che vuole essere un omaggio a tutti coloro che hanno lottato o lotteranno per la libertà. Affinché non dimentichino e affinché non siano dimenticati.

Detto questo, vorrei fare una precisazione sulle vicende storiche rievocate nel mio libro. In generale, pur trattandosi di un testo di narrativa, il contesto storico è realistico e dettagliato: le vicende dell’ascesa del Fascismo, del Fronte Popolare Francese, della Rivoluzione Spagnola, della dittatura di Trujillo nella Repubblica Dominicana e della Seconda Guerra Mondiale sono documentate e rispondenti a rigorose ricostruzioni storiche. Nel caso della rivolta in Corsica del 1899, invece, mi sono concesso una libertà letteraria, nel senso che, per esigenze narrative, ho trasposto e adattato, eventi, luoghi e personaggi storici del Settecento collocandoli alla fine dell’Ottocento.

Nella sua opera ricorrono cenni biografici di persone non sempre “direttamente associabili o collegabili ai fatti narrati”. Chi sono e qual è il loro legame con il pensiero socialista, radicale ed anarchico?

Alla fine del libro, in una sorta di postfazione, cito una decina di persone realmente esistite: Faustine Gaffori, Stefano Vallacca, Toussaint Louverture, Gaetano Lavarello, Andrea Repetto, Mario Traverso, Umberto Pini, Luigi Bona, Rinaldo Prati, Giuseppe Prati, Francisco Piqueras e Wilebaldo Solano. In alcuni casi si tratta di miei parenti, (Luigi Bona, Rinaldo Prati, Giuseppe Prati: rispettivamente prozio, zio paterno e fratello minore di mio nonno), in altri casi di amici o persone che ho conosciuto (Francisco Piqueras e Wilebaldo Solano). Ma sono tutte persone che in qualche modo hanno “accompagnato” la narrazione dei miei racconti, perché le loro vicende biografiche sono state per me fonte d’ispirazione.

Alcuni di loro sono stati esponenti dei movimenti socialista e libertario: Mario Traverso è stato un anarchico genovese, volontario in Spagna, Wilebaldo Solano è stato dirigente del POUM (un partito socialista antistalinista) e Francisco Piqueras è stato un miliziano della celebre Colonna Durruti.

Oltre a loro, nel romanzo parlo di altri importanti esponenti italiani, francesi e spagnoli del movimento socialista e del movimento anarchico. I primi tre esempi che mi vengono in mente sono Camillo Berneri, François Pivert e Andres Nin.

Scorrendo le pagine si notano citazioni ad inizio capitolo. Hanno un nesso con il contenuto del capitolo?

Sì, come spiego nella prefazione, nel romanzo c’è anche un forte ricorso all’intertestualità, intesa sia come meccanismo narrativo sia come rimando, cioè come relazione che lega un testo letterario ad altri testi letterari. Un tipo di relazione che, nella fattispecie, in questo libro si manifesta regolarmente proprio con le citazioni ad inizio capitolo. Citazioni, quindi, che non sono concepite come semplici richiami fini a se stessi a testi letterari, ma che servono a stabilire un nesso con il contenuto del capitolo stesso. Tanto per fare alcuni esempi: nel capitolo in cui parlo dei pirati saraceni c’è all’inizio una citazione dei versi di Fabrizio De André tratta dalla canzone “Sinàn Capudan Pascià” e il capitolo in cui il protagonista ritorna a Genova in transatlantico dopo una ventina d’anni, inizia con i versi della canzone di Ivano Fossati “Chi Guarda Genova”: quella nella quale il cantautore genovese ricorda che “Chi guarda Genova sappia che Genova si vede solo dal mare”.

Il suo libro è “un omaggio a tutti coloro che hanno lottato o lotteranno per la libertà”. Quali sono, a suo giudizio, ad oggi, i pericoli al godimento delle libertà?

Direi che nell’epoca storica attuale i pericoli per la libertà sono numerosi e di natura diversa: dall’estremismo islamico al riemergere di gruppi fascisti e filonazisti. E poi, ancora le dittature o le derive autoritarie di molti paesi: Cina, Birmania, Egitto, Russia, Turchia. Senza contare che pericoli autoritari ci sono anche nei paesi occidentali. È una situazione che spesso mi porta ad un certo pessimismo. Anche se, poi, mi viene da pensare come, anche nei momenti più bui, l’umanità sia sempre riuscita a trovare il modo superare i periodi peggiori. Per questo motivo, alla fine, in me prevale la speranza che si possano trovare forme di vita sociale a misura d’uomo e di ambiente.

Massimo Prati si è laureato all’Università di Genova in Comunicazione Interculturale. Ha proseguito gli studi in Linguistica all’Università di Ginevra, nell’ambito del DEA, e in English Literature al St Claire’s College-Oxford. È inoltre formatore a Supercomm-Ginevra e insegnante nel College Aiglon.

Autore di un racconto, “Nella Tana del Nemico”, inserito nella raccolta dal titolo, “Sotto il Segno del Grifone”, pubblicata nel 2004 dalla casa editrice Fratelli Frilli; di un libro intitolato “I Racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, edito nel 2017 dalla Nuova Editrice Genovese; di un lavoro sulla storia del calcio intitolato “Gli Svizzeri Pionieri del Football Italiano”, Urbone Publishing, 2019; di una ricerca storica dal titolo “Rivoluzione Inglese. Paradigma della Modernità”, Mimesis Edizioni, 2020; della seconda edizione de “I Racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, Urbone Publishing, 2020. Infine, coautore, con Emmanuel Bonato, del libro di didattica della lingua italiana, “Imbarco Immediato”, Fanalex Publishing, Ginevra, 2021. È anche autore di numerosi articoli, di carattere sportivo, storico o culturale, pubblicati su differenti blog, siti, riviste e giornali. Collabora con “Pianetagenoa1893” e “GliEroidelCalcio”.

Hannah Arendt. Imprevisto ed eccezione. Lo stupore della storia

Hannah Arendt. Imprevisto ed eccezione. Lo stupore della storia: quali snodi, in particolare, del pensiero arendtiano si propone di esaminare la sua monografia scientifica?

L’intento del mio lavoro è cogliere, con l’ausilio di Hannah Arendt, le sconcertanti questioni politiche del nostro tempo, innanzi alle quali servono strumenti ermeneutici al fine di comprendere un presente sempre più in krisis. I temi della riflessione arendtiana, che mi propongo di sottolineare sono sia di natura politica e storica, sia filosofica e morale. Penetrare nel suo pensiero è valso a intendere la filosofia non come speculazione teorica, ma come la possibilità di scoprire i criteri, o almeno le modalità, con cui il giudizio si fa strumento d’azione consapevole. La sua ricerca filosofica è sollecitata da fatti e avvenimenti che offrono al lettore una prospettiva teorica di rilevante interesse filosofico, politico e storico. Dall’intreccio tra pensiero ed esperienza nasce in lei la consapevolezza che solo giudicando il reale sia possibile cambiare le sorti della storia e iniziare qualcosa di nuovo insieme agli altri. Nel dettaglio, il giudizio è la categoria con la quale comprendere gli eventi passati e scegliere come agire consapevolmente nelle circostanze in cui possano prevale dubbi ed incertezze etiche e morali. Nuovi e sempre uguali pericoli investono le democrazie occidentali. Pensiamo ai nascenti populismi, al riaccendersi della paura nei riguardi dello straniero, ai nuovi fondamentalismi religiosi e ai fenomeni terroristici. La crisi della rappresentanza mostra l’esigenza di ripensare la politica, quale spazio di apparenza e di manifestazione della parola e del discorso. In un tempo in cui, i mezzi di comunicazione multimediale si sono trasformati da strumenti a luoghi, sostituendosi prima all’ agorà e poi alle sedi di partito, diventa cogente riattivare forme di cittadinanza attiva che riavvicinino la pluralità al bene comune. Quindi, l’ultimo snodo del pensiero arendtiano su cui mi soffermo è il significato autentico del politico, nel momento in cui la studiosa prova ad immaginare una rinascita della sfera pubblica nel segno di una libertà sospinta dall’azione e dall’esercizio del giudizio politico. Diventa, in tal senso, interessante seguire la sua impresa di decontrazione della storia e dei rapporti tra la filosofia e la politica, così come si sono sviluppati sin dall’età classica. Per far emergere le esperienze autentiche del politico, Arendt analizza la condizione umana, caratterizzata da distinzioni esistenziali quali il lavoro, l’opera e l’azione. Riguardo a quest’ultima, la filosofa mette in luce lo slancio innovativo dell’azione, piuttosto che gli atti che ne risultano, proprio perché agire equivale a dare inizio a qualcosa di nuovo. L’azione politica, che si differenzia nettamente dall’opera e dal lavoro, corrisponde alla condizione della pluralità, del porsi in relazione, del comunicare con gli altri. Solo da questa forma di dialeghestaie e dalla condivisione di parole e gesti l’uomo può dar senso al suo abitare il mondo.

L’umanità al cospetto delle rovine della storia; Con il totalitarismo. La deflagrazione di storia e politica; Un nuovo inizioper la politica e per la filosofia; Giudicare: responsabilità storico-politica ed etica.

Ciascun capitolo si presenta come possibile oggetto di studio autonomo; ciononostante, è ravvisabile un filo rosso che consenta ai non addetti ai lavori di cogliere l’interpretazione del pensiero di Hannah Arendt?

Le sue opere, dai trattati filosofici e politici, fino ai saggi su questioni morali, esprimono il desiderio di comprendere le vicende che hanno sconvolto il Novecento. I criteri, la tradizione e gli orizzonti di senso – che avevano orientato l’agire umano per millenni – sono risultati insufficienti innanzi alla comprensione delle guerre mondiali, allo sterminio degli ebrei, all’esplosione della bomba atomica, alla guerra fredda, e al propagarsi della tecnica.

Le riflessioni sul pensare, sul volere e sul giudicare proposte nell’ultima opera, rimasta incompiuta, La vita della mente, sono il compimento delle sue analisi politiche ed interpretative su Le Origini del totalitarismo, del 1951.

La questione del totalitarismo conferisce alla sua opera, apparentemente disorganica, una grande coerenza. Innanzi al fenomeno totalitario, la pensatrice vuol comprenderlo, cogliendone il senso.

Di fronte ai crimini di massa totalitari, non sono più validi né le consuete categorie storico-politiche né quelle etico-filosofiche. Questo è il cuore della prima parte del mio lavoro. Infatti, i primi capitoli mettono in luce come la ricostruzione storica e la scrittura di un evento, quale il totalitarismo, sollevino dei problemi peculiari concernenti la riflessione generale sulla storiografia, per quanto attiene agli strumenti e ai modi della spiegazione e dell’interpretazione dei fatti. Da storica, ne Le origini del totalitarismo, Arendt utilizza, con grande disinvoltura e maestria, molti materiali: dal documento storico, alla cronaca politica, dalle opere letterarie, alla testimonianza autobiografica di vite emblematiche, mettendo fine all’idea di processuali universalizzante della storia, e alla configurazione teleologica dell’accadere storico. Tra ricostruzione storica e interpretazione filosofica si pone una circolarità. Il fatto accaduto sollecita la riflessione e questa costituisce la base da cui comprendere gli eventi stessi. Al binomio causa-effetto, sostituisce la diede elementi-cristallizzazione, dando conto storicamente delle condizioni stabilizzate in forme immutabili, entro un contesto in cui l’evento ha avuto origine. Con la metafora chimica della cristallizzazione, la filosofa indica un criterio di selezione e di ordinamento dei fatti stoici volto a ravvisare i punti di fusione di elementi eterogenei che, in un determinato momento si sono cristallizzati in un’unica esperienza. In questo modo, l’antisemitismo e l’imperialismo sono elementi e componenti, non cause del fenomeno. Trovandosi di fronte ad un evento dirompente, innanzi al quale è forte la tentazione di considerarlo fuori dall’umano, sorge, in Arendt, la domanda su come sia possibile conoscere la storia nei suoi momenti bui. La risposta ad un tale quesito risiede nell’idea secondo la quale il passato, sopratutto quello doloroso, può essere conosciuto solo raccontando ciò che è accaduto. Per raccontare gli eventi, la comprensione è condizione necessaria. Il comprendere, come risulta nell’ultima opera La vita della mente, ha una stretta affinità con il pensare, perché non cerca la verità, ma il significato delle vicende. Il momento successivo alla comprensione è la narrazione, in cui si mette ordine nella sequenza caotica degli eventi. Allo storico, e al narratore, non solo spetta il lavoro di riscoperta degli eventi accaduti, ma anche il compito di giudicare quegli stessi fatti. Il giudizio non è una sentenza di condanna o di assoluzione dei fatti, ma è la particolare prospettiva con cui vengono interpretati gli eventi nel momento in cui, con la narrazione, si restituisce un racconto delle vicende.

L’esito conclusivo della riflessione di Hannah Arendt obbedisce all’urgenza di una riappacificazione con il mondo e con la storia.

Quali tendenze nel Novecento hanno tentato di smantellare la varietà umana, hanno provato a rendere accessoria l’azione politica ed hanno cercato di vanificare la realtà?

I nodi storici presi in considerazione sono il fallimento degli stati nazionali e della loro promessa di coniugare cittadinanza e universalità dei diritti umani; la massificazione della società, che trasforma gli appartenenti alle classi in atomi impotenti e isolati; l’illimitato desiderio espansionistico dell’imperialismo, che oltre a concorrere alla formazione di una mentalità dominatrice insegna all’Europa i metodi illegali e arbitrari messi a punto nelle colonie e che conducono al razzismo; l’antisemitismo che porta con sé il fardello di credenze legate al sangue e al suolo; l’elaborazione d’ideologie che pretendono di procedere in accordo con le eterne leggi della Natura e della Storia.

Arendt scorge nell’antisemitismo un problema politico, rintracciando l’antecedente storico della condizione umana dell’isolamento, al quale sono stati costretti gli ebrei, nel tramonto degli stati nazionali, allorché, privi di una identità politica, sono stati il bersaglio privilegiato di ogni teoria razziale e la loro ricchezza senza potere diventava causa di antisemitismo.

Sul piano delle considerazioni politiche del totalitarismo, la filosofa lo definisce una forma nuova di governo, distinta da tutte quelle fino ad allora conosciute. Per avvalorare questa sua concezione illustra i tratti inediti di questo regime politico, individuandoli nel terrore e nell’ideologia. Nei campi di concentramento e di sterminio – concepiti come il luogo dove l’idea stessi di dominio totale si manifesta in tutta la sua micidiale potenzialità distruttiva – Arendt vede il male farsi radicale, tra l’altro per aver privato ogni internato della spontaneità che contraddistingue l’esistenza umana. Nella storia ci sono stati altri sistemi di potere arbitrario, come la dittatura, la tirannide, il dispotismo, ma nessuno di essi ha perseguito, oltre alla distruzione della capacità politica dell’uomo, l’annientamento della stessa identità umana e del suo legame con la realtà. Il totalitarismo, nel conquistare il potere, ha eliminato tutte le tradizioni sociali, politiche e giuridiche del paese, creando istituzioni nuove. Il nuovo regime politico ha portato alle sue estreme conseguenze le caratteristiche della società di massa, trasformando le classi sociali in masse d’individui intercambiabili. Inoltre, ha sostituito il sistema dei partiti con il marito unico. Non ha solo preteso la subordinazione politica delle persone, ma ha invaso la loro sfera privata. Se il totalitarismo ha annullato la libertà degli uomini, cancellando la spontaneità dell’individuo, distruggendo la possibilità per ogni persona di condividere insieme il mondo, occorre ripensare la sfera politica, come luogo in cui gli uomini possano dar vita a qualcosa di nuovo agendo insieme. Il periodo tra il primo dopoguerra e il disgelo degli anni Cinquanta in Unione Sovietica è stato un momento di rottura imprescindibile nella storia dell’umanità, poiché gli uomini sono stati privati della possibilità di riunirsi per parlare e agire politicamente. Dopo la seconda guerra mondiale e l’olocausto, dopo l’avvento di armi in grado di distruggere la razza umana, Arendt si chiede se ci siano ancora possibilità per gli uomini d’esercitare la politica, quale forma d’azione e di libertà. Solo in uno spazio garantito e curato da diritti, gli uomini possono intervenire nel mondo orlando e agendo liberamente nella loro diversità. Arendt difende diritti e libertà per tutti, indipendentemente dall’appartenenza a uno Stato o a una nazione.

Lei scrive che il valore profondo della filosofia di Arendt va reperito “nella valorizzazione assoluta della libertà umana, libertà di dare inizio allinatteso e al nuovo, libertà di scegliere e, se liberi, di giudicare

E’ il thaumazein la zattera a cui aggrapparsi?

Bello il paragone con la zattera. Del resto siamo proprio, in mare aperto, privi di ogni ancoraggio con la tradizione a cui aggrapparci. La vita è composta di imprevisti e di eccezioni. La storia è ricca di stupore e di fatti imprevisti. Ecco la scelta semantica alla base del sottotitolo del mio lavoro

Le circostanze ci obbligano a scegliere e a prendere decisioni. Ogni scelta chiama in causa libertà ed azione, pensiero e giudizio. Quindi politica ed etica. Arendt stabilisce un legame tra natalità e agire, perché entrambe sono a fondamento della libertà. L’imprevedibilità, della libertà e dell’azione, produce effetti potenzialmente illimitati. Gli uomini sono in grado di dare inizio a qualcosa di nuovo, sin dalla nascita. A tal proposito, Arendt invoca l’autorità di Agostino e ricorda l’espressione del filosofo cristiano: “Perché ci fosse un’inizio l’uomo è stato creato”. In questa espressione si manifesta l’idea della libertà come capacità di cominciare, essendo l’essere umano a sua volta un “inizio”. La nascita connatura ciascuno a generare novità nel mondo. Per Arendt siamo condannati a essere liberi in ragione dell’esser nati. L’agire appartiene alla libertà, intesa come spontaneità, cioè come facoltà di iniziare un corso non prevedibile partendo da se stessi. La libertà, per quanto diritto di nascita, non è mai definitivamente stabile, ma può essere minacciata dall’isolamento, dalla violenza, dalla tirannia, dal conformismo, e dalla società di massa. La libertà non è da intendersi come un dono, ma è da cogliere come una caratteristica vulnerabile dell’uomo, che può andare perduta. Quindi, occorre difenderla e salvaguardarla. Da qui sorge il continuo appello a pensare la pratica della libertà in termini di diritti collettivi e di impegno comune.

Arendt è conosciuta dal grande pubblico per l’espressione “la banalità del male”.

Dove sta la radice del “male”, Dottoressa Catanoso?

Male banale. Sintagma difficile che le è costato tante critiche. Ma andiamo direttamente alla risposta. Aver visto negli occhi, a Gerusalemme, in gabbia, Eichmann, ha ridimensionato la famosa espressione kantiana sul “male radicale”. Il processo a Gerusalemme è stato il momento durante il quale coglie cosa comporti la scissione tra pensiero ed azione. Il non pensare ha come conseguenza l’incapacità a giudicare. Quindi a scegliere. Obbedire, senza porsi domande diventa il segnale di un male che dall’ambito morale, diventa etico e politico. A caratterizzare Eichmann non è cattiveria, o stupidità, ma assenza di pensiero. Arendt, invece di dipingerlo come un demonio, restituisce il ritratto di un uomo qualunque. Tutti cercano un demone, intravedono mostruosità, Arendt scorge solo un uomo incapace d’attivare il giudizio, e la facoltà del pensare per porre domande a se stesso. E come lui ce n’erano tanti, nessuno perverso né sadico. Il male nella sua cruda banalità si mostra ogni volta in cui persone terribilmente normali divengono irresponsabili delle proprie scelte e delle proprie azioni. Il male va liberato da ogni sostanzialità oggettiva e ricondotto ad una responsabilità individuale, svincolandolo, così da ogni natura metafisica o demoniaca. Per giudicare bisogna farlo decidendo volta per volta. Entro una cornice di crimini autorizzati, in cui la distinzione tra il bene e il male può esser compromessa, e la decisione libera ed autonoma può essere stordita da una collettività che agisce come se fosse una sola persona, i pochi che conservano una capacità di discernimento morale la esercitano in solitudine. Ecco perché si è sempre responsabili. Si è personalmente responsabili, anche dell’irresponsabilità che accompagna ogni azione. La responsabilità dei propri atti è sempre individuale, nessuno può schermarsi dietro l’avallo di un sistema o di un’organizzazione. Questi, alla maniera di Socrate, del maestro Jaspers, mostrano con la loro vita, con il loro lavoro come sia possibile discernere, giudicare, esprimendosi con coerente equilibrio sui temi pubblici.

Il cancro del male, emblematicamente rappresentato da Eichmann, può riproporsi ogni volta in cui si cede al non pensare al non volere ed al non giudicare. Dal processo contro Eichmann ciò che si rileva è la questione della responsabilità e della colpa di quanti, pur non essendo criminali comuni, hanno svolto una funzione all’interno del regime; ma anche di quanti sono rimasti in silenzio tollerando. L’incapacità a pensare e a giudicare, prima di ogni scelta e di ogni azione, mostra una vera e propria frattura con il mondo all’interno del quale viviamo; ciò, però, non ci emancipa dal dover rispondere dell’azione compiuta.

Rosaria Catanoso è docente di filosofia e storia nei Licei e dottore di ricerca in Metodologie della filosofia.

Le stanze buie

“Le stanze buie” ha, evidentemente, richiesto ricerche storiche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposta di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?
La ricerca è parte del divertimento per chi scrive romanzi storici. Tuttavia, non so se definire Le stanze buie un romanzo storico sia corretto. È vero, la vicenda si svolge nel passato, ma la trama del libro prevede un’unica ambientazione: Villa Flores. Le mie ricerche si sono perciò svolte perlopiù nella direzione degli usi e costumi sociali dell’epoca. Ma il segreto per scrivere un buon romanzo, a mio parere, è studiare a lungo, e poi dimenticarsene. Il lettore non deve mai avere l’impressione che lo scrittore stia snocciolando tutto il suo sapere su un determinato argomento.
Quali sono le peculiarità che rendono Lucilla contemporanea, pur vivendo nella seconda metà dell’Ottocento?
Lucilla Flores è un personaggio che deve molto non solo alle grandi eroine femminili dei libri che ho amato, ma anche alle scrittrici che hanno segnato il mio percorso letterario: Charlotte Brontë, su tutte. Una donna che ha seguito la propria vocazione contro tutto e tutti, in un’epoca in cui, per una donna, era estremamente difficile inseguire la propria indipendenza.
“Mi guardai intorno, piuttosto sconfortato, mentre la pioggia iniziava a inzupparmi la giacca e, per un istante, mi chiesi se non sarebbe stato più semplice risalire sul treno e lasciare che mi riportasse indietro”. Fubini, il maggiordomo protagonista della narrazione, asseconda i desideri dello zio. Perché i legami familiari sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare ed attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?
Per Vittorio non si tratta, almeno all’inizio, di legami familiari, quanto piuttosto del proprio senso del dovere. È convinto che ogni cosa possa essere ricondotta alla ragione, che i sentimenti siano qualcosa di cui diffidare a da cui tenersi distanti, che nelle scelte si possa essere guidati solo dalla razionalità. Ma comprenderà di avere torto.
La sua narrazione è raffinata, ricercata, elegante, priva di iperboli, sempre credibile. C’è un limite a ciò che si può narrare?
Non si dovrebbe mai essere disonesti, con i propri lettori. Credo che questo sia l’unico limite.

Il percorso dei protagonisti si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole impatto emozionale. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella texture del suo romanzo?
La memoria è il filo rosso che corre attraverso le pagine di questo libro e non è un caso che l’oggetto simbolo di questa storia sia un orologio. Se all’inizio i ricordi sono, per il protagonista, nient’altro che un fardello doloroso, alla fine lui stesso scoprirà che solo attraverso il ricordo è possibile mantenere in vita ciò che è stato, dargli un senso. L’unico modo per accettare il passato è farci i conti.

Francesca Diotallevi è laureata in Scienze dei Beni Culturali. Tra le sue opere Amedeo, jet’aime (Mondadori Electa, 2015), Dentro sof ia il vento (Neri Pozza, 2016), vincitore della seconda edizione del Premio Neri Pozza sezione giovani e Dai tuoi occhi solamente (Neri Pozza, 2018), candidato al Premio Strega e vincitore del Premio Comisso sezione giovani, del Premio Manzoni e del Premio Mastronardi. Le stanze buie (Neri Pozza, 2021), oggi ripubblicato in una versione profondamente rivista, apparve, come suo romanzo di esordio, per Mursia nel 2013.

Il vento conservatore. La destra populista all’attacco della democrazia

Dal secondo dopoguerra si sono ottenuti risultati eccezionale a difesa dell’inclusione democratica.
Deregolamentazione dell’economia ed ideologia dell’individualismo competitivo possono aver fatto soffiare il vento in direzione contraria?

Io parto dalla constatazione che oggi un vento anti-democratico spira all’interno delle nostre democrazie, in una direzione contraria a quella disegnata dalla politica del Novecento, cioè verso l’inclusione di gruppi precedentemente esclusi e verso la libertà dall’ordine autoritario. Mi sono chiesta da dove nasce questa inversione di tendenza, e credo che una radice forte sia da individuare nell’attacco all’uguaglianza che è stato portato dall’ideologia neoliberista della competizione individuale e del mercato totale. Questo ha avuto conseguenze non solo economiche e sociali, ma anche culturali e politiche. L’ideologia dell’individualismo competitivo ha compromesso gravemente la passione politica per l’eguaglianza. E il successo di movimenti e partiti che portano avanti visioni escludenti del “popolo”, insieme a concezioni gerarchiche della società, mi sembra da interpretare come un effetto ma insieme anche uno sviluppo di questa logica anti-egualitaria ed enti-emancipatoria.
Le società capitalistiche sono state rese sempre più deboli e disuguali da decenni di guerra ai salari ed ai diritti delle classi subalterne, dalla demolizione del welfare e dall’ imporsi di forme di coscienza ultracompetitive.
Ebbene, in qual misura la pandemia di Covid-19 ne ha fatto emergere le intrinseche contraddizioni?

La crisi del Covid-19 mi pare abbia funzionato come una lanterna magica, ingigantendo e mostrando in tutta la loro gravità i problemi delle società tardo-capitalistiche. In primo luogo ha reso molto visibile il carattere ingannevole e pernicioso dell’ideologia neoliberale che applica modelli imprenditoriali ed efficientisti in ambiti come i sistemi sanitari e sociali. Ma ha reso visibili anche le diseguaglianze tra lavoratori garantiti e non garantiti, tra nativi e stranieri, tra uomini e donne. Guardando alla situazione delle donne, su cui è ricaduto un doppio o triplo carico di cura durante i periodi di lockdown, si comprende bene sia la distribuzione iniqua dei carichi di cura nelle famiglie sia, più in generale, la carenza e la svalutazione delle attività e dei servizi di cura all’interno delle nostre società. Un problema questo che ha risvolti importanti anche sul piano politico, perché una società “incurante” è una società in cui gli individui sono portati a pensare solo per sé o per i propri cari, e a sviluppare sentimenti menefreghisti e antisociali, come quelli che attirano gli elettori verso la destra populista.
Si può prospettare, a suo avviso, l’elaborazione di una forma concreta di universalismo e pensare ad una diversa configurazione del rapporto tra individuo, società civile e Stato?
Io penso che abbiamo bisogno, oggi più che mai, della prospettiva universalistica dei diritti, come base dell’uguaglianza democratica. Abbiamo bisogno, però, di tenere stretto il legame tra diritti i civili e di libertà, che riguardano l’individuo, e i diritti sociali che riguardano l’individuo come parte di una collettività. Solo così è possibile ritrovare l’appartenenza a un “noi”, non come un progetto identitario, che esclude gli “altri”, ma come un processo relazionale, plurale e in divenire. A questo proposito, sembra necessario anche superare l’orizzonte troppo stretto dello Stato-nazione, immaginando la possibilità di rendere i diritti davvero universali e non legati a privilegi di nascita.
Dottoressa Serughetti, quale strada percorrere per ricostruire la democrazia moderna?
Mi pare indispensabile ampliare le opportunità di partecipazione democratica, in un tempo in cui i nostri sistemi politici sono minacciati sia da un populismo che ha tratti anti-democratici sia da una tendenza verso derive oligarchiche. Ma è indispensabile anche intraprendere seriamente la lotta alle diseguaglianze, accompagnandola con un lavoro di trasformazione del sentire, per combattere le “passioni tristi” che portano a temere o odiare l’ “altro”, vicino o lontano.

Giorgia Serughetti è ricercatrice all’Università di Milano-Bicocca. Scrive di genere e teoria politica. È autrice di Il vento conservatore. La destra populista all’attacco della democrazia (Laterza, 2021), Donne senza Stato. La rifugiata tra politica e diritto, con Ilaria Boiano (Futura, 2021), Democratizzare la cura, curare la democrazia (Nottetempo, 2020), Libere tutte. Dall’aborto al velo, donne nel nuovo millennio, con Cecilia D’Elia (Minimum Fax, 2017), Uomini che pagano le donne. Dalla strada al web, i clienti nel mercato del sesso contemporaneo (Ediesse 2013), Chiedo Asilo: essere rifugiato in Italia, con Marina Calloni e Stefano Marras (Università Bocconi Editore, 2012). È editorialista del quotidiano “Domani”.