Emanuele Martinuzzi attraversa la poesia come luogo di soglia: tra materia e metafisica, metamorfosi e rivelazione, finitezza e desiderio d’infinito. Al centro della riflessione emerge una concezione della scrittura come atto di fede laico e tragico, capace di trasfigurare l’esperienza quotidiana in interrogazione ontologica e gesto conoscitivo. La natura, il mutamento, il paradosso ed il silenzio diventano così “elementi del miracolo”, segni fragili, ma necessari di una ricerca che non mira a spiegare il mistero, bensì a sostarvi, cantandolo.
Nel dettato lirico di “Quest’aria gelida non è aria, vive / nella fede di un’origine che ritorna”, quale rapporto si istituisce tra percezione sensibile e dimensione metafisica?
Come si trasforma, nei suoi versi, l’esperienza del reale in un varco verso l’“origine”?
Nella filosofia greca antica i primi ricercatori della verità avevano costruito l’idea del tutto su un elemento che sapeva abbracciare nell’identità la diversità delle cose e delle manifestazioni. Poteva essere l’aria, l’acqua, il fuoco o l’apeiron, l’indeterminato. Solo apparentemente questo elemento era una cosa che a livello linguistico richiamava a qualcosa di percettivo ma anche in realtà spalancava una realtà totalizzante, non ancora metafisica. In questa raccolta, alla ricerca del miracoloso, tra le molteplici forme metamorfiche del divenire, c’è sempre una tensione esistenziale e interiore nel trasfigurare gli elementi della natura in significati di un altrove. Per dirla con Friedrich Schleiermacher, citato da me all’inizio della raccolta, ogni finito è in questo senso un segno dell’infinito. Ovviamente questo tragico e abissale salto da una dimensione terrena e finita a una dimensione metafisica e infinita lo si può fare solo attraverso una visione in cui sentimento e ragione si abbandonano a un afflato fideistico. La poesia in questo senso diventa un ultimo atto di fede nell’esistenza, una volontà che cerca di superare le colonne d’Ercole della mera percezione o della sola materia per dire l’indicibile, per caricare il fatto poetico ed estetico di una possibilità non meramente linguistica o letteraria, ma profondamente esistenziale e prendendo l’uomo come viaggio vivente in questo passaggio di segni, spirituale. Il reale in questo senso è un punto di slancio, un inizio di un volo Pindarico del segno nel poter abbracciare esperienze metalinguistiche, ma profondamente poetiche come la sofferenza, la gioia, il silenzio, nostra origine che ritorna nel bianco immacolato della pagina bianca, assoluto di Mallarmeana memoria, e che con fede accoglie l’imperfezione dei segni grafici che tentano di esprimere un qualcosa di reale al di là dell’irrealtà e illusione del gesto poetico della scrittura.
Quando afferma “Ho così tanto amato la vita / da non fuggirne l’insensatezza”, lei sembra abbracciare una poetica del paradosso. In che modo questa tensione tra amore e insensatezza struttura la sua ricerca del “miracoloso”?
In questo excursus lirico negli spazi temporali di questi versi non troviamo in realtà nessuna descrizione o illuminazione che parli di qualcosa di propriamente miracoloso. Sia a cominciare dalla prima lirica, sia fino al finale di questa raccolta il tema predominante sembra paradossalmente essere non quello del miracoloso, ma del metamorfico, in un certo senso di Ovidiana memoria, ossia del mutamento delle forme inevitabile e irreversibile all’interno dell’orizzonte del divenire, per natura, punizione o destino. In questi scritti, sia con lacerante drammaticità che con catartico distacco, ci ritroviamo in un eterno ritorno dell’uguale, in cui questo essere sempre se stesso è essere sempre diverso e divergente, è il mutamento delle cose nelle stagioni, è la perdita dei propri cari e propri affetti, è il ricordo come oasi mutevole e inafferrabile, è la nostalgia onnipresente per il passato ma anche per un futuro che non si compie più, se non nel senso di un eterno presente cristallizzato nella manchevolezza, è la disintegrazione della parte più profonda di se stessi, perché sempre più inenarrabile e altra, è la fine di una civiltà esistenziale e culturale, nella fattispecie quella novecentesca, è il senso del tempo che scrive le sue storie sul nostro stesso corpo, che non si riconosce più giorno dopo giorno, disperdendosi in immagini difformi o straniere. Inoltre all’interno di queste tematiche coesistono anche diverse concezioni del miracoloso, che rimangono sulla soglia del dicibile, come domande sospese e irrealizzate, richieste di senso che si avvicinano alla poesia per poter avere voce. Varie concezioni e ricerche sul senso del miracoloso vengono alla luce da questi versi per poi rimmergersi nel gorgo di un animo contemporaneo, scisso tra luce e ombra, spirito e materia. La Poesia vuole farsi tramite di un incontro e di una lacerazione, di un paradosso e di una contraddizione insanabile, che è il chiedersi, in un mondo connotato dal disincanto e dalla sola apologia della materia, come si possa avvertire ancora il richiamo per ciò che è non metamorfosi nel divenire, ma manifestazione dell’Essere, grazia miracolosa, nell’eterno fluire delle cose che si fa perciò segno, epifania, espressione dell’assoluto. E come nello spirito della poesia orientale, nella meditazione degli opposti, nei koan, nel paradosso esistenziale, si compie il miracolo metapoetico che vede nella poesia la capacità di essere un atto di amore e di significazione di ciò che sembra non avere senso o compiutezza.
Nel componimento in cui afferma “Sono un filo d’erba, vinto da una nostalgia nascosta”, la soggettività poetica si riduce a fragile elemento naturale. Come opera questa riduzione a materia minima quale gesto conoscitivo ed etico?
In realtà in questa raccolta si opera spesso e sottilmente, in modo che quasi resti impercettibile, una riduzione ben più profonda e radicale nel testo e nel lessico significante. Nelle poesie sono volutamente incastonati elementi primigeni che provengono dalla tavola periodica degli elementi, oro, radio, arsenico, silicio, etc. Questo esprime in realtà molte valenze sul senso di queste poesie e del miracoloso stesso. Questi elementi rappresentano l’incursione, da un lato, di una visione razionalistica dei fenomeni naturali e delle sue leggi, si richiama indirettamente al senso del miracolo di matrice illuminista, dove è la sola ragione ad aver statuto e possibilità di conoscere le leggi che governano i fenomeni naturali, leggi che sono di per sé miracolose e che nessun atto libero o sovvertitore di esse possa essere considerato possibile e legittimo, perché sarebbe una contraddizione, da questa prospettiva, che l’orologiaio dopo aver istituito le sue leggi possa esso stesso contravvenire ad esse, lasciando il mondo in balia di questa contraddizione e del paradosso. Da un lato rappresentano anche dei moniti e dei richiami forti sul senso di decadenza e di morte che il metamorfico, descritto in queste poesie, evoca nel suo manifestarsi radicale. Quindi c’è in esse un passaggio inevitabile dalle finite possibilità della ragione e della materia, al senso tragico ed esistenziale, che la metamorfosi e la morte come suo estrema forma, descrivono. In questi fulcri geometrici e razionali di senso, incastonati nel testo, deflagra invece il sentimento, la fede, l’amore, domande che la sola ragione non può risolvere e contenere, sommergendo tutto in un diluvio purificatore che è la forza della poesia stessa. Questi elementi di un certo miracoloso divengono coordinate di altre forme e domande sul miracolo, a cui la poesia simbolicamente risponde, dal nascondimento del suo volto di silenzio e di bellezza.
Di fronte alla confessione “Ogni giorno è un museo di miracoli, / resi opachi da astri analfabeti”, come si configura la dialettica tra il quotidiano e l’ineffabile? Che tipo di epifania emerge da tale consapevolezza?
La realtà del quotidiano, del particolare, del piccolo e del frammento è la soglia più sfuggente per l’ineffabile e l’indicibile. Ciò che sembra più lontano alla poeticità nasconde dentro di se infiniti universi e mondi di bellezza e valore. Nel confine tra le più piccole parti della realtà e l’universale si svolge tutto il cammino di ogni canto. Il canto della poesia è un assurdo per il mondo della materia, è un richiamo di vita eterna e di morte, come il canto delle sirene. Farsi legare e ancorare alle piccole cose è un modo per attraversare il guado del sublime senza farsi schiacciare dalle sue contraddizioni, in questa romantica coincidenza degli opposti, in cui l’infinitamente piccolo abbraccia le galassie del senso e viceversa. E questo è possibile per la natura stessa del sentimento, per il suo ordine di significazione che interpreta le cose trasfigurandole e trasfigurandosi, non è un mero approccio quantitativo o numerico, bensì una continua creazione, uno sguardo vergine che nomina le cose per donare con amore il loro essere e portarle a nuova vita, la sola vita della poesia, della luce miracolosa di un verbo che proviene dalla carne ma non si esaurisce in essa e nelle sue limitazioni. L’unica consapevolezza è che bisogna abbandonare ogni arroganza di consapevolezza, sostare con i piedi per avere equilibrio, con l’uno nel mondo del sogno e l’altro in quello della realtà, oltretutto senza la hybris di credere di saperli distinguere con esatto calcolo e decifrazione. Bisogna perdersi nella finitezza del segno per risorgere nell’immensità della poesia.
Lei dichiara: “Quando non scrivo sono un’anima morta”.
Quale concezione della scrittura si delinea da questa equazione tra vita e poesia? E dove si colloca, in questo statuto, il limite tra creazione e sopravvivenza?
Nel fluire dell’esistenza la scrittura è un tentativo di trascrizione e custodia di una testimonianza imperfetta, quando non si ha la forza di scegliere il silenzio come prova dell’inconoscibilità della vita e di se stessi. Si scrive con tutto se stessi per rendere il proprio canto anonimo e universale, facendolo decantare nei cuori in ascolto, a volte per dare un senso alto alla banalità della sopravvivenza, altre per nobilitare la propria ignoranza e distanza rispetto a un mondo in cui la sensibilità si sente aliena e in esilio forzato. La scrittura rende prossimi a se stessi anche quando non si sa chi siamo, e prossimi al mondo anche quando è un territorio ostile e inesplorabile. Detto questo la scrittura non contiene la sostanza di ciò che chiamiamo poesia. Lì si sta al di là del segno e si attraversa il segno come su un battello ebbro in transito tra due mondi distanti e inascoltati tra loro. La poesia crea anche l’accidente della scrittura, la sovrasta col suo soffio esistenziale, carnale e metafisico. Vita e scrittura si cercano a vicenda senza mai trovarsi, la vita esiste per la scrittura come intravista possibilità, la scrittura non esiste per la vita come un qualcosa a se stante, è l’illusione che ne abbiamo noi a renderla qualcosa di autonomo, è l’illusione e il gesto eroico prometeico del fare cultura; si scrive perché ci si sente depositari di un fuoco rubato agli dei, che molto spesso è la nostra anima scissa nelle fiamme di una selva oscura e dei suoi abissi. Discesa agli inferi e ascesa dagli inferi fanno parte della stessa mitologia di cui parla scrivendo se stessa la scrittura. L’Euridice per sempre fisicamente perduta e sempre riconquistata nella propria interiorità è la poesia, a cui viene sacrificato tutto, dilaniati nelle proprie membra dalle forze vicine all’oblio con cui si trascorrono i giorni, nella noia e banalità di ciò che passa senza poter essere custodito in un segno. Quando scrivo sono un paradiso della mente e un inferno del cuore.
Ne “Amore e morte sono la stessa liturgia / di un chiuso bocciolo / che lascia il posto / all’invisibile fiore”, la metamorfosi diventa figura teofanica.
In che modo il mutamento è non solo legge naturale, ma soglia ontologica?
Se sapessi rispondere a questa domanda in modo prosaico non avrei scritto queste poesie. Siamo avviluppati nella legge non legge della metamorfosi, della caducità, della trasformazione in cui tutto passa e niente sembra restare, se non un niente su cui ci si può costruire il tutto della poesia, un tutto costruito in questo caso sulle sabbie mobili del vuoto e incessante e divenire. Con una fede che non ho ma che vorrei avere e nella scrittura delle poesie simulo mi viene da dire che la poesia è la carne che si fa verbo, la realtà che si fa parola, e simbolicamente richiama l’altro farsi del miracoloso che sta e vive ontologicamente ogni volta che è accaduto, accade e accadrà che il verbo si fa carne, la realtà si fa poesia vivente, al di là del linguaggio e della scrittura per illuminare di sé ogni segno finito con una portata di senso infinita, che si osa chiamare amore, tremando ogni altra parola in questo brivido.
In “Una strofa sepolta nel bosco […] mi hanno incantato a fonte / di una sintesi dimenticata”, lei sembra ritrovare la parola nella memoria di un paesaggio arcaico.
Qual è, nella sua opera, il ruolo del “mondo antico” come archivio spirituale e linguistico?
Il passato è la sola biblioteca invisibile a cui possiamo attingere per trovare nuove parole con cui ricostruire sempre e continuamente un mondo che s’incrina per sua natura nel nulla e nell’oblio, anche della violenza, che è la forza che si sottrae al comandamento del silenzio di abbracciare le cose nella pace della poesia. Personalmente leggo, osservo e ricerco sempre il confronto con culture e scritti che sono nati lontano dal mio contemporaneo e che pur vivendo nel mondo contemporaneo parlano lingue diverse, inattuali, ricche e vivificanti. Non bisogna mai cristallizzarsi nel presente, perché il presente è un qui ed ora che è trascinato dal futuro e sospinto dalla memoria. Il presente non è, perciò è il solo luogo in cui possiamo vivere, nella sua cangiante molteplicità, mentre il passato è il solo non-luogo dell’utopia che è, in cui quel fenomeno misterioso della cultura prende vita. Non è la prima opera poetica in cui narro di civiltà abbandonate dal tempo, distrutte dalla storia o immaginate dalla fantasia, come nella mia precedente raccolta “notturna gloria”, ma in questo caso le metamorfosi che vengono evocate in queste poesie non sono ancorate a nulla di particolare e riconoscibile, cantano il canto di morte della realtà che trapassa e non lascia traccia, se non come testimonianza di un miracolo possibile e pregato dalla forza e debolezza, dal timore e tremore, che abita nel cuore di ogni parola di una poesia.
Il prefatore Massimiliano Bardotti, ricorda che “la poesia non spiega niente, la poesia canta. E canta sempre del Mistero, senza nominarlo mai” .
In un’epoca dominata dalla trasparenza e dall’iper-spiegazione, quale funzione può assumere oggi questa capacità della poesia di custodire il “non detto”?
In un mondo in cui la tecno-scienza ha penetrato tutti gli ambiti del sapere e tutte le espressività antropologiche dell’uomo, prendendo il posto piano piano di quello che un tempo era l’umanesimo, anche in senso spirituale oltre che culturale, la poesia con tutta la sua gloriosa fama di inutilità, marginalità, povertà mercantile e incomprensione sociale, può essere davvero un unicuum che si preserva e sopravvive nelle catacombe della storia contemporanea, custodendo un modo di intendere l’uomo, di promulgare la cultura, di soffiare la salvezza, in radicale controtendenza rispetto alla visione omologante del mondo contemporaneo e quindi in questa sua alterità abissale risiede speriamo tutta la sua necessità, bellezza e creativa follia.
La poesia come unico luogo in cui “la metamorfosi […] si trasfigura nella stessa parola poetica” La poesia del nostro tempo può ancora fungere da luogo di trasfigurazione, o rischia di essere assorbita nel flusso comunicativo che tutto omologa?
Ci sono molti modi di intendere e mettere in pratica il fare della poesia. Non voglio intenderlo in modo gerarchico, nei linguaggi e nella interiorità ci si perde molto spesso prima ancora di definire un qualcosa. Anche nel modo di poetare più vicino a sensibilità o forme contemporanee sta un quesito insopprimibile della poesia più autentica, loro malgrado e a loro insaputa a volte, perché è nel destino stesso del linguaggio di nascere morire e rinascere come poiesis. Ovviamente affinché le metamorfosi della cultura contemporanea e le sue forme plasmate a una certa comunicazione possano essere trasfigurate nella parola poetica, il poeta si deve sacrificare a questo rito personalmente, deve abbracciare il suo esilio interiore, deve aprirsi alla ricerca di questo mistero, deve diventare un nessuno e la poesia il suo tutto, insomma la poesia deve allontanarsi da qualsiasi manierismo o propedeutica comunicativa e diventare cammino, caduta, esperienza, ricerca di se stessi, dell’altro e dell’Altro. Nell’epoca della sua riproducibilità tecnica paradossalmente l’opera d’arte e poetica che non può essere riprodotta tecnicamente è quella ancora dove nasce come frutto storico e spirituale e il suo seme è la sofferenza, la tragedia, il dramma, la gioia, il miracolo di essere uomo.
In “Una prigione di glicine / il tuo volto innamorato della vita”, l’immagine amorosa si fa simbolo di un’incatenata rivelazione.
Quale ruolo svolge l’immaginario vegetale nella sua poetica come mediazione tra corpo, memoria e trascendenza?
Ho sempre avuto un rapporto profondo, viscerale e espressionistico con la natura e i suoi elementi, che in definitiva diventano i miei. Un bosco, un fiume, un fiore, nell’incanto dell’ispirazione lacerano e smembrano il mio corpo per diventare essi stessi quelle emozioni e sensazioni, non esisto più nella mia individualità, ma si compie una metamorfosi interiore e linguistica, dove l’esperienza naturale o l’immaginario vegetale rapiscono la mia misera identità per aprirla dalle anguste prigioni dell’Io e dei suoi prevedibili sensi a nuovi e inattesi significati e musicali significanti. Ci sono interi mondi in attesa di diventare territori in cammino per il mio inconscio ridestato dal sonno. L’Io è un altro, diceva Rimbaud nella lettera del veggente. E questa alterità può essere un’illuminazione che investe ogni cosa o elemento naturale, vegetale o minerale, in un contesto urbano o in paesaggi naturalistici, una metamorfosi, creativa in questo caso, che accoglie le forme dell’interiorità in forme lontane o remote, che ci fa dubitare di chi siamo sempre stati con leggerezza ed aprirsi al miracolo del canto. C’è un divenire in cui ci perdiamo per sempre e una metamorfosi miracolosa, in cui finalmente e poeticamente, ci ritroviamo. Questi ed altri sono “gli elementi del miracolo” chiamato poesia.

Emanuele Martinuzzi, autore di numerose raccolte poetiche, tra cui Nella pienezza del Non (2010), Anonimi frammenti (2011), Dopo il diradarsi, la nube (2013), Polittico (2014), L’oltre quotidiano – liriche d’amore (2015), Di grazia cronica – elegie sul tempo (2016), Spiragli (2018), Storie incompiute (2019), Notturna gloria (2021), L’idioma del sale (2022) e Intarsi (2024).
Vincitore e finalista di importanti premi letterari nazionali e internazionali, tra cui il Premio Letterario Internazionale “Città di Pontremoli”, il Premio Letterario Internazionale “Città di Castello”, il Premio Letterario Camaiore, il Premio Firenze, il Premio Letterario Internazionale San Domenichino e il Premio Internazionale di Arte Letteraria “La Via dei Libri” (Premio Bancarella). Ha ricevuto numerose menzioni d’onore e riconoscimenti speciali per l’impegno culturale e la diffusione della poesia.
Collabora come critico teatrale per Teatrionline e cura dal 2014 il blog poetico andthepoetry.blogspot.it.
È tra i primi firmatari del Movimento artistico-culturale del Metateismo, fondato dal Maestro Davide Foschi, ricoprendo dal 2015 l’incarico di Coordinatore Nazionale della Poesia Metateista.
Sue poesie sono inserite in antologie prestigiose e una delle sue opere è scolpita su pietra serena nel progetto artistico permanente “Parole di pietra”, presso Sambuca Pistoiese, insieme a personalità quali Francesco Guccini, Dacia Maraini, Mogol e Papa Francesco.
Nel 2025 diviene Co-Fondatore di WikiPoesia e Cittadino della Repubblica dei Poeti.








