Il labirinto narrativo

Nella retorica classica la narrazione costituisce la parte dell’orazione che seguiva all’esordio e serviva all’esposizione obiettiva del fatto. Nella contemporaneità come può essere definita?

Nella contemporaneità, la narrazione può essere definita come performance (in senso molto lato) che, attraverso un insieme di artifici retorico-visuali/altri definiti dal medium scelto, espone una catenaria di eventi che sono tra loro collegati in senso cronologico e per la presenza di almeno un ente del quale, nel corso del tempo, almeno un tratto distintivo muta.

Questa, almeno, la definizione che possiamo trarre dagli studi di narratologia e critica letteraria.

Tuttavia, questa definizione presenta almeno tre problemi. Anzitutto, essa è estremamente macchinosa; in secondo luogo, non tiene conto del fatto che il narrare è un tipo di discorso che viene pronunciato in un certo contesto per realizzare un determinato scopo (si narra mirando all’intrattenimento, ma anche alla persuasione, all’edificazione o ad altre finalità); infine, essa potrebbe non essere condivisa dalle culture non occidentali.

Il fenomeno della narrazione è oggi tra i più dibattuti e studiati. Purtroppo, però, a causa dell’endemica e conflittuale separazione tra le discipline, nonché dello straordinario successo che questo concetto ha avuto nel secolo scorso, risulta alquanto difficile definire la narrazione in maniera univoca e non di rado essa viene definita in modo diverso a seconda della disciplina all’interno della quale essa viene studiata.

Per ovviare a questo problema, nel mio libro provo a proporre diverse definizioni in luce degli studi narratologici e letterari, filosofici, psicologici, sociologici e antropologici del narrare. Ciò non mi permette di arrivare a una definizione univoca – che, del resto, non mi ero proposta in prima istanza – bensì di indagare a fondo la precomprensione che ha del narrare l’esperienza comune come di quel discorso che, messo in opera da uno o più narratori con uno scopo, espone un susseguirsi temporale di eventi che vedono coinvolti, insieme a luoghi e personaggi, valori, credenze e visioni del mondo, talvolta in modo così profondo da rimetterli in discussione per un individuo o per la collettività.

La narrazione ha un valore stimabile? Essa è incidente rispetto alla soggettività?

Se con “stimabile” intende “precisamente quantificabile”, direi di no: per realizzare questo scopo, infatti, sarebbe necessario poter sottoporre l’immaginario individuale e collettivo a un’indagine modellata sul metodo delle scienze dure. Se, invece, intende riferirsi al fatto che il narrare abbia un ruolo apprezzabile e scientificamente riconosciuto nel costituirsi della soggettività individuale, allora, assolutamente sì. È stato dimostrato da tempo in psicologia dello sviluppo – e qualsiasi manuale aggiornato ne dà conferma – che i bambini che trascorrono con le madri, con i fratelli o con gli altri significativi molto tempo a narrare e ascoltare narrazioni degli eventi comuni o decisivi della giornata, nonché che hanno modo di rievocare o ascoltare spesso rievocazioni di azioni passate (capricci, marachelle, successi, spaventi) tendono a sviluppare in modo più solido la memoria autobiografica, nonché a sviluppare più precocemente un senso del sé organico e coerente. Questo conferma quanto ipotizzato già negli anni ’80 dal filosofo Paul Ricœur, secondo il quale la narrazione, ben lungi dall’essere un semplice resoconto dell’esperienza, porta a compimento l’esperienza stessa permettendo al soggetto di appropriarsene.

Ma non solo. Come evidenziato dal sociologo Paolo Jedlowski, per l’individuo ricevere da altri il racconto degli effetti delle sue azioni è un momento di cruciale importanza per vincere autoinganni e facili autoassoluzioni, per assumersi in modo maturo e consapevole la responsabilità dell’individuo che si è. È come se il motto delfico caro a Socrate, “conosci te stesso”, passasse dalla narrazione: la narrazione di sé attraverso i ricordi, la narrazione del sé da parte degli altri attraverso la testimonianza. Processo che, va notato, non sempre e non necessariamente è pacifico, anzi, può essere profondamente conflittuale – e lo è, in particolar modo, quando tra la voce del sé che si narra e quella degli altri (altri significativi o collettività) c’è un’evidente asimmetria di potere.

I contesti pubblici, si pensi alla politica, ai social media, prevedono una narrazione efficace del sé, soventemente tessuta in modo davvero sapiente. Questa complessa operazione eccede il piano teoretico?

Ogni narrazione del sé, in verità, eccede il piano teoretico. Non si racconta sé stessi a sé o agli altri per conoscere, ci si racconta per negoziare/rinegoziare il rapporto con essi o per suscitare un effetto di un qualche tipo.

Vero è che si può mentire: del resto, lo sappiamo bene, tanto la politica quanto i circoli privati pullulano di mitomani – soprattutto in una società come la nostra che idolatra la performance e il successo in ogni contesto, a ogni costo. Il fatto è, però, che non si dà menzogna nel racconto di sé che sia senza prezzo, sia esso la vergogna, il ludibrio da parte degli altri o l’autoinganno. Nel contesto della comunicazione mediatica, soprattutto da parte delle personalità della politica, mi sembra che questa “narrazione efficace” abbia come effetto nei politici l’autoinganno – sarebbe utopico ipotizzare la vergogna – e negli interlocutori il disinganno: mi azzarderei a ipotizzare che il proliferare di narrazioni spudoratamente false potrebbe essere annoverato tra le ragioni per le quali gli Italiani, oggi, sono non solo estremamente disaffezionati alla vita pubblica e disillusi, ma facili prede di qualsivoglia teoria del complotto, sospettosi fino alla paranoia.

La suatrattazione ripercorre i contributi delle Scienze umane. Distanti dalla pretesa di una sinossi, qual è lo stato della ricerca?

Le scienze umane evidenziano come la narrazione sia un fenomeno chiave per la comprensione dell’umano, del funzionamento del singolo individuo quanto delle dinamiche che avvengono dentro e fra i gruppi sociali. Purtroppo, però, – come evidenziavo prima – anche a causa del successo che il concetto di “narrazione” ha avuto nel secolo scorso, così come a causa dell’inveterata separazione e competizione tra le singole discipline, lo studio di questo fenomeno a tutto tondo risulta molto complesso e non di rado le singole discipline ergono a difesa della propria specificità muri invalicabili.

Ad oggi, a mia conoscenza, le riflessioni più interessanti sul rapporto tra narrazione e soggettività provengono in psicologia dalla prosecuzione degli studi di Jerome Bruner e, in Italia, di Andrea Smorti, nonché dalla psichiatria narrativa di Giuseppe Martini; degne di nota sono le ricerche in filosofia di Francesca Cattaneo, che ricapitola e sviluppa le riflessioni di alcuni illustri pensatori del Novecento tematizzando la narrazione come azione dotata di una sua specificità ontologica e morale; molto interessanti, inoltre, sono le indagini di Peppino Ortoleva sui “miti a bassa intensità” e su come le narrazioni contemporanee diano forma al nostro immaginario. Ma, come dicevo, i contesti sono davvero ampi e numerosi.

In tutta sincerità, credo che l’epidemia di Covid-19 avrà conseguenze a lungo termine non solo sulla politica e sull’economia, bensì anche sulla narrazione del sé individuale e collettivo. Ci siamo scoperti fragili, mortali: un dato che non può in alcun modo apparire secondario nel nostro modo di comprenderci, dunque di narrarci a noi stessi e ad altri. Abbiamo visto l’importanza – e la forza dirompente – del narrare: della testimonianza, della denuncia e, purtroppo, della bufala e della teoria del complotto. Mi sentirei di auspicare che questo possa essere un momento epocale anche per lo studio del fenomeno del narrare, in particolare del narrare il sé. Che le singole discipline, superando le tradizionali partizioni, possano entrare in dialogo, confrontarsi, ibridarsi e, studiando quanto sta avvenendo – ad esempio, come cambi la narrazione del sé a partire dalla scoperta della fragilità, oppure nel contesto della separazione forzata imposta dalla quarantena – possano arrivare a una più profonda comprensione del narrare e del narrarsi.

In siffatta congerie qual è la sua personale posizione etica rispetto all’uso strumentale ed opportunistico della narrazione?

Al di là dell’inesauribile passione e dalla curiosità che mi legano allo studio della Letteratura e del fenomeno del narrare in tutte le sue forme da una vita, da molti anni nutro la consapevolezza che la narrazione è un dispositivo culturale estremamente potente e pervasivo la cui azione passa tendenzialmente sotto traccia poiché all’onnipresenza della narrazione in ogni campo delle nostre vite siamo tendenzialmente assuefatti. Non solo il marketing è in larghissima parte narrativo: lo sono l’intrattenimento e l’informazione (che, anzi, forse proprio a causa della pervasività del narrare si identificano in misura sempre maggiore), lo è in misura crescente anche l’educazione; esiste la convinzione – non tematizzata, non problematizzata e proprio per questo insidiosa – che per comunicare in modo efficace, garantendosi l’attenzione dell’interlocutore, sia necessario e sufficiente raccontare una storia. Molto più che, ad esempio, essere in grado di argomentare, ossia saper dare e chiedere ragione delle posizioni espresse: è come se la narrazione, con il suo valore paradigmatico, rendesse superfluo un ulteriore scavo razionale dei contenuti. Non solo: manca la consapevolezza che una narrazione sia un dispositivo con determinate regole e meccanismi di funzionamento. Non ci si sofferma abbastanza spesso a pensare, a mio parere, che l’inizio e la fine della storia sono convenzionali, così come lo è il punto di vista: in questo modo, viene talvolta presa per verità assoluta ciò che è messo in luce dalla storia, mentre non si considera ciò che da quella narrazione resta fuori, nell’ombra, quasi come se non esistesse.

La mia posizione rispetto all’uso strumentale del narrare è, naturalmente, di rifiuto. Il problema, però, secondo me, è a monte. Vale a dire: credo che questo uso del narrare sempre più spregiudicato sia reso possibile dal fatto che manca una cultura del narrare nell’opinione pubblica, cioè proprio nei fruitori delle narrazioni. Manca la capacità di identificare gli interessi del narratore, di captare contronarrazioni o le voci dei personaggi secondari che potrebbero avere molto da dire per fornire un quadro complessivo dell’oggetto del contendere. Pertanto, credo che chi, come me, ritiene che la narrazione sia un fenomeno culturale che necessita di un’etica, non possa astenersi dal continuare a studiare il narrare e diffondere in ogni modo questo sapere, con i mezzi tradizionali e con quelli offerti dalle nuove tecnologie: post, podcast, video su Youtube. Senza stancarsi di fornire gli elementi necessari per una fruizione matura e consapevole del discorso narrativo. Perché, a mio parere, solo da una generazione di narratari attenti, consapevoli e critici potrà sorgere l’istanza di narrazioni eticamente corrette.

Valeria Meazza, classe ’92, nutre da sempre una passione inesauribile per il linguaggio e la Letteratura, trovando particolarmente affascinante la problematizzazione della moralità messa in atto dal narrare. Diplomata nel 2011 al Liceo Classico Benedetto Cairoli di Vigevano (PV), decide di compiere gli studi in Filosofia sull’orizzonte aperto del mare, presso l’Università degli Studi di Genova: qui studia a lungo il rapporto tra narrazione e soggettività, laureandosi cum laude nel 2018 con una tesi sulla narrazione dell’identità realizzata sotto la guida del professor Tonino Tornitore, allievo di Edoardo Sanguineti. Predisposta per la pubblicazione, la ricerca risulta saggio inedito finalista del Premio Nazionale di Filosofia ANPF 2019; nel novembre dello stesso anno il saggio viene pubblicato dall’editore Primiceri nella collana di Filosofia. Ad oggi, Valeria Meazza prosegue i suoi studi come ricercatrice indipendente: nel luglio 2019 pubblica con la rivista H-ermes dell’Università del Salento il suo primo video-saggio, incentrato sul valore filosofico e letterario di videogiochi e serialità televisiva, mentre per il portale Ultima Voce realizza interventi divulgativi sulla filosofia antica come esercizio spirituale e interviste con personalità di spicco del panorama culturale italiano. Nel frattempo, continua a lavorare come docente cercando di trasmettere agli studenti la passione e gli strumenti per comprendere e amare la Letteratura e il libero pensiero.

“Febbre”: un serrato confronto con l’immunodeficienza umana

“Febbre” è stato nominato Libro dell’anno di Fahrenheit, la trasmissione culturale di Rai Radio3. Un esordio letterario gratificante. Lei racconta di chi è costretto a confrontarsi con l’immunodeficienza umana. Perché questo tema?

Perché la scrittura per me è soprattutto perlustrazione di temi, dall’interno. Avevo in mente da diversi anni di scrivere di Rozzano, il paese all’estrema periferia sud di Milano in cui sono cresciuto: quando nel 2016 poi ho scoperto di essere sieropositivo, ho pensato che queste due caratteristiche della mia identità si parlavano, avevano delle cose da dirsi. Così ho deciso di tenerle insieme. Per quanto riguarda l’HIV in particolare c’è un vistoso vuoto nell’immaginario comune: ho scelto di usare la mia esperienza per provare a mettere al mondo nuovi livelli di senso in riferimento a questa condizione, livelli di senso più attuali, aggiornati.

Lei, nel dipanarsi dei giorni, diventa l’ideale prototipo del “frocio” labile e sconvolto. La sua preziosa narrazione illumina il disgraziato, il derelitto, lo scarto umano, il microscopico. In fondo, è la biografia di tanti. Ha avuto uno scopo di liberazione di quei tanti, appunto, abusati da pregiudizi, malelingue, offese e pubblico giudizio? È il rinascimento degli invisibili?

Mi interessano le esperienze prese di mira dal senso comune, le scelte scandalose, i marchi d’infamia. Ho una natura piuttosto anarchica e a volte anche riottosa: viviamo in un modo per molti aspetti ancora blindato da idee e credenze “tradizionali”, parziali, e con le parole provo a legittimare anche altro, altri modi di essere, di vivere. Perché io vengo da un margine, dalla periferia, che non è certo solo un luogo fisico: è soprattutto un riferimento mentale, un presupposto interpretativo. Poi non faccio politica, né scrivo saggi: queste mie idee vengono ricondotte sempre e comunque al piano narrativo, estetico.

La sua è una storia di coraggio, di una mente “artigiana, falegname, burattinaia, che si costruisce da sola”. Cosa accade a chi ne è sprovvisto? Cosa ha veduto intorno a sé?

Rassegnazione, spazi mentali piccolissimi, asfittici: movimenti chiusi, inscatolati, che non riescono a raggiungere davvero il mondo. Del posto in cui sono cresciuto ho odiato soprattutto questo senso di avvilimento, di sciatteria mentale. La responsabilità non sta tanto nei singoli: le periferie ti portano a questo, il male si aggrega, e contagia. I paesi e i quartieri come Rozzano non fanno bene alla comunità, né a chi vive in quei luoghi né al resto del territorio.

“Ho deciso di essere un sieropositivo che si lascia individuare, che racconta più che lasciarvi immaginare. La precisione è l’arma di cui mi sono munito. La compagnia degli altri, la soluzione che ho scelto.” Ha pagato scotti cocenti? Di certo, la sua decisione l’ha condotta fino all’esser candidato al prestigioso Premio Strega.

Scotti no, direi di no, per ora. La mia scommessa è più per il futuro: non restare incasellato nel ruolo dello scrittore che ha l’HIV, non sentirmi chiamato a essere il sieropositivo di professione. Io scrivevo da prima della diagnosi: ho raccontato l’HIV dall’interno perché c’era un vuoto narrativo – e di linguaggio, di immagini in presa diretta – su questo tema, ma in futuro ovviamente mi dedicherò ad altro.

La copertina del libro è un’illustrazione affascinante di Elisa Seitzinger. Può motivare la sua scelta in relazione al contenuto della narrazione?

È una rielaborazione di un particolare della Santa Lucia di Francesco del Cossa. Si tratta di un’illustrazione che mi ha colpito sin dalla prima volta in cui l’ho vista. Per me rappresenta l’offerta di uno sguardo, di un punto di vista. Idealmente l’offerta dello sguardo del bambino invisibile protagonista del libro, uno sguardo rimasto a lungo sommerso, illegittimo.

Jonathan Bazzi è laureato in Filosofia. Appassionato di tradizione letteraria femminile e questioni di genere, ha collaborato con varie testate e magazine, tra cui Gay.it, Vice, The Vision, Il Fatto.it. Alla fine del 2016 ha deciso di parlare pubblicamente della sua sieropositività con un articolo (“Ho l’HIV e per proteggermi vi racconterò tutto”) diffuso in occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS.

La felicità altrui turba, agita, inquieta

Lei è reputata una delle voci più esemplificative del panorama letterario italiano contemporaneo. I suoi scritti paiono avocare a sé la fragilità come imbattibile e temibile milizia espressiva. Perché?
Fragilità è una strana parola, come se comprendesse anche la forza. Per essere fragile,  qualcosa deve aver dato di sé l'impressione di essere forte, prima.
La sua narrazione è lucida, nitida, disincantata, priva di edulcorazioni, scevra da vergogne, a tratti spudorata. C’è un limite a ciò che si può narrare?
Il solo limite è il dovere di essere interessante.
Le protagoniste de “Come una storia d’amore” si fiondano al collo altrui come vampiri per succhiarne la felicità. Cosa inquieta, turba, agita dell’altrui felicità?
Fa tantissimo rumore, e può essere un rumore sgradevole, sgraziato.
Avvincente in “Il primo giorno di scuola” l’apprendere una lingua morta e resuscitata
quale l’ebraico. Dove risiede il fascino del lessico?
Ogni tanto sento il bisogno di imparare una lingua nuova, è come rinnovarsi profondamente.
Qual è lo status della narrativa femminile? Occorrono “quote rosa”?
Ci sono libri bellissimi scritti da donne ma sono ancora troppo poco riconosciuti a parità di quelli dei colleghi.
Nadia Terranova ha scritto Gli anni al contrario, Torino, Einaudi, 2015; Addio fantasmi, Torino, Einaudi, 2018; Come una storia d’amore, Roma, Perrone, 2020;
Caro diario ti scrivo...con Patrizia Rinaldi, Casale Monferrato, Sonda, 2011; Bruno. Il bambino che imparò a volare, Roma, Orecchio acerbo, 2012; Storia d'agosto, di Agata e d'inchiostro, Casale Monferrato, Sonda, 2012; Le Mille e una Notte raccontate da Nadia Terranova, Roma, La Nuova Frontiera junior, 2013; Le nuvole per terra, San Dorligo della Valle, Einaudi Ragazzi, 2015; Casca il mondo, Milano, Mondadori, 2016; Omero è stato qui, Milano, Bompiani, 2019; Un’idea di infanzia. Libri, bambini e altra letteratura, Trieste-Roma, Italo Svevo Editore, 2019. Riconoscimenti: Premio Napoli nella categoria Libri per bambini e per ragazzi e Premio Laura Orvieto per Bruno: il bambino che imparò a volare; Premio Speciale Nisida-Roberto Dinacci (all'interno del "Morante Ragazzi" 2011e Premio Nazionale di Letteratura per Ragazzi Mariele Ventre (2012, Sezione narrativa 12-16 anni) per Caro diario ti scrivo…; Premio Fiesole Narrativa Under 40, Premio Bergamo, Premio Bagutta (Sezione Opera Prima 2016), The Bridge Book Award, Premio Grotte della Gurfa (2015), Premio Viadana (ex aequo con Una storia quasi perfetta, di Mariapia Veladiano), Premio Viadana Giovani (2016), e Premio Brancati per Gli anni al contrario; Finalista alla 73ª edizione del Premio Strega, vincitrice del Premio Letterario Nazionale “Subiaco Città del Libro” 2019, del Premio Alassio Centolibri, del Premio Martoglio, del Premio Penne e del Premio "Mario La Cava" per Addio Fantasmi; Finalista alla 5ª edizione del Premio Strega Ragazze e Ragazzi per Omero è stato qui.

Senza: la libertà di non ‘esserci’

Se le mie gambe non potessero più portarmi in giro potrei rimanere per sempre fermo a guardare il mondo dal mio giardino, non diventerei nemmeno grande, per qualche motivo il mio metabolismo si bloccherebbe, sarei una prova dell’inutilità della specie.” Quali sono le aspirazioni e le vocazioni del suo aberrante, distopico, crudele e depotenziato eroe? Quali le motivazioni che adduce al suo progetto atroce ed efferato per il comune sentire?

Senza significa privazione di qualcosa, nella fattispecie di una parte del corpo e Paolo aspira alla perdita della gambe. Del tema amputazione ne ho fatto un’allegoria, ho cercato un’interpretazione simbolica alla storia vera di Chloe Jennings, di cui lessi anni fa, della sua aspirazione a farsi recidere il midollo spinale; mi parve osceno che un essere umano sano di mente intendesse privarsi volontariamente di una parte del corpo, il mio libro è il tentativo di provare a razionalizzare questo assurdo desiderio. Paolo, il mio personaggio, mutua questa idea oscena perché gli sembra collimi alla sua aspirazione di rinuncia al mondo, di isolamento dalla realtà che non riesce a comprendere, dunque il taglio delle gambe sono la metafora di un distacco dalla contemporaneità, ma anche, in accezione più ampia, dalla Storia. Ed è intuitivo pensare alle gambe come l’elemento di adesione al mondo, le gambe ci mettono in contatto con la terra, ci portano in mezzo agli altri, la psicologia analitica lo indica, sognare di volare, di camminare senza contatto, significa estraneità, mentre camminare scalzi significa adesione, presenza, progressione. E senza gambe si resta fermi, è una regressione, rifiuto della vita, rifiuto del programma di competizione assegnatoci alla nascita, la competizione è, metaforicamente, una corsa e senza gambe non si può correre. Paolo è di certo ‘aberrante, distopico, e depotenziato’ ma non crudele, al contrario è fortemente disgustato dalla violenza, e la sua finale adesione a essa indica soltanto la sua definitiva iscrizione alla razza umana: nel compiere violenza Paolo diventa finalmente uomo, uguale agli altri. “L’uomo è violenza pulsante e in cammino” dice Paolo, ed è innegabile, la Storia lo insegna. La sua trasformazione in violento rappresenta semplicemente e simbolicamente l’iscrizione alla razza umana. “Là fuori non ci sono i mostri, là fuori ci sono gli uomini” Paolo dice a Francesca quando la incontra in carcere.

Lei ha inteso iniziare al sadismo i suoi lettori? Quale intento persegue un romanzo brulicante di morbosità accecante?

Ho scritto Senza come per un esorcismo: la violenza sugli altri mi atterrisce, a maggior ragione quella su sé stessi, il sadismo non mi interessa, il masochismo tanto meno, dunque no, non ho scritto Senza per iniziare al sadismo i miei lettori, al contrario, ho puntato l’indice provocatorio su un tema scabroso per sezionarlo, venirne a patti e spegnerne l’incandescenza; dunque l’intento principale è stato cercare di depotenziare dialetticamente una cosa così mostruosa come la violenza consapevole sul proprio corpo e su quello altrui, sono partito da qui, ne è nato Paolo e la sua rinuncia al mondo, l’intento reale del romanzo, alla fine, è puntare l’indice sulla realtà e la sua incongruenza, il sangue versato nei secoli, quello che sarà versato, gli orrori perpetrati dagli uomini sugli uomini e sulla natura, Paolo sente il disgusto e cerca di autoescludersi, vuole tirarsi fuori dagli orrori della Storia.

Lei ha affermato che il suo romanzo è “Solo per casi patologici”. Per quale ragione non per tutti?

In realtà l’affermazione è nata per scherzo, un commento ironico fatto sui social poi uscito in una recensione. Tutt’altro, il libro è per tutti, è per chi coltiva l’interesse di interrogarsi sulla vita e sul suo senso complessivo, è un invito al ‘religere’ a guardare due volte le umane azioni, un invito a uno sguardo il più possibile oggettivo, paradossalmente questa storia ‘folle’ invita a una riflessione disincantata. E poi il tema è universale: il disadattamento di Paolo è l’esasperazione di quello silenzioso e strisciante di ogni essere umano, non parlo delle singole storie private, gli uomini sono disadattati semplicemente perché ‘sono’; ci amputiamo nelle relazioni, rinunciando a parti di noi per farle sopravvivere, e amputiamo possibilità in genere perché scegliere è sempre un’esclusione. Ognuno di noi pianifica più o meno consapevolmente le proprie strategie di adattamento, lo facciamo tutti i giorni, alcune sono manifeste altre una specie di automatismo, l’adattamento di Paolo sta nella rinuncia, uscire dal mondo (con l’atto tangibile e simbolico dell’amputazione) è la sua soluzione. Certamente è uno scandalo ma il tema è anche e soprattutto questo: la rinuncia alle gambe è la risposta adattativa del mio protagonista al disagio dell’esistenza.

Il protagonista non intende omologarsi, si sente sideralmente distante dalla massa, rifiuta categoricamente il mondo. Qual è l’idea di libertà che veicola?

La libertà di non ‘esserci’ (con Heidegger). E’ la libertà che affranca dagli obblighi imposti per consuetudine, è la libertà di farsi monade irrelata, singolo spettatore non partecipante, è la libertà di non fare, di fuggire la competizione, l’omologazione al sentire collettivo. E Paolo non pensa al suicidio, non gli interessa, la morte non risolve, non permette un godimento, la libertà di Paolo somiglia a quella dell’asceta, è la libertà di cui parlava Emil Cioran e che in qualche modo cercava nella sua stessa vita, la libertà di non appartenere, di ‘inesistere’ come dice Paolo, verbo che ho mutuato da Dissipatio HG di Guido Morselli. Libertà come contemplazione fine a sé stessa.

Fantasie erotiche intrise di mutilazioni e brandelli di carne. Ciò scombussola la rappresentazione di una sessualità poco avvezza alla sfrontatezza della sincerità dell’assecondare le proprie pulsioni. Non trova?

La sessualità attiene al privato, due soggetti accondiscendenti e consapevoli sono autorizzati a fare del proprio corpo ciò che desiderano, è un tema su cui si potrebbe scrivere all’infinito, la storia ‘dell’uso dei piaceri’ è costellata di censure e moralismi, duemila anni di storia cristiana hanno trasferito la colpa nel corpo. In Europa e altrove sono nati centri dove volontari si offrono sessualmente a persone disabili, e ci sono ancora detrattori scandalizzati come se a un corpo menomato non si possa più chiedere l’erogazione di un piacere, come se la menomazione in sé rimanesse la sola qualifica connotante. Detesto la violenza, in tutte le sue forme e in tutti i ‘set’ in cui si pratica, ma quanto può valere il mio punto di vista? Può la mia riprovazione essere arbitro nelle altrui scelte? Se un soggetto ama farsi picchiare, torturare da un altro soggetto, può la mia personale visione del mondo intrudere un microcosmo che non mi appartiene? Ai corpi altrui non si comanda, non si comanda al corpo degli omosessuali, non si comanda a quello di Chloe Jennings. La violenza non è solo brandelli di carne e lame sanguinolente, è anche quella istituzionalizzata e solo apparentemente asettica: costringere una donna a partorire contro voglia è violenza tanto quanto quella agita da un sadico su un corpo che subisce nella costrizione, sono violenze di pari semantica, così come recludere corpi nelle prigioni, al di là del tema annoso sul cosa dovrebbe significare arginare chi commette soprusi. Al limite avere fantasie erotiche ‘intrise di mutilazioni’ dovrebbe entrare in una tassonomia di pensieri amorali e non di pensieri immorali; siamo gettati in un mondo già dato, precostituito di regole che accettiamo acriticamente e questo, con Heidegger, ci rende di fatto inautentici. Non si sfugge a questa inautenticità, è impossibile, però ci si può sforzare di consumare la superficie, ‘religere’ l’idea di moralità, ci si può sforzare di giudicare tentando di sottrarsi all’inconscio collettivo: ‘cultura’ è il tentativo di uscire da un tracciato, non saprei cos’altro intendere per cultura, anche scrivere un romanzo dovrebbe sempre andare in questa direzione, smuovere le acque, offrire un diverso punto di vista, prendere a mazzate le certezze e il pensiero preordinato, già ‘dato’ e tramandato. Mi diverte che tradizione e tradimento siano etimologicamente riconducibili: in fondo accettare passivamente una ‘tradizione’ etica, religiosa, politica, morale è ‘tradimento’ di tutti gli altri punti di vista che finiamo per escludere a priori.

Massimo Cracco, matematico e ingegnere, editore dal 2009 al 2011 (BrillostoEd.), ha pubblicato un romanzo breve per Scriptaed. (2015) ‘Restare senza un lavoro non è per sempre’e il romanzo Mimma, per Perrone Editore (marchio l’Erudita, 2017).

Nessuno ignorava la vita di Odisseo e la morte di Achille, l’astuzia del primo e la schiettezza del secondo, la riflessività dell’uomo maturo e l’impulsività del giovane. Il loro desiderio di uccidere la morte. L’uno schivandola. L’altro disprezzandola.

«Nessuno fra gli antichi Greci ignorava la profonda distanza caratteriale che divideva i due eroi. Nessuno ignorava la vita di Odisseo e la morte di Achille, l’astuzia del primo e la schiettezza del secondo, la riflessività dell’uomo maturo e l’impulsività del giovane. Il loro desiderio di uccidere la morte. L’uno schivandola. L’altro disprezzandola». Achille e Odisseo vanno intesi come paradigmatici di due maniere di affrontare la vita?

Certamente. Gli eroi omerici sono archetipi che superano le epoche in cui vennero immaginati. Odisseo e Achille rappresentavano i due caratteri opposti fra gli Achei mostrando ai greci del tempo come vivere le proprie scelte. Lo mostrano a tutti ancora oggi.

Achille è franco, impulsivo, iracondo; Ulisse oculato, astuto e menzognero. Entrambi deboli, impegnati nella contesa con la loro limitatezza. Eppure sono unanimamente reputati eroi. E’la loro umanità foriera d’eroismo?

Come ho sempre cercato di spiegare, eroe non significa oltreumano ma pienamente umano. L’umanità è fatta di fragilità, emotività, sensibilità. L’eroe realizza questa fragilità senza tirarsi indietro. Del resto, non esistono eroi invincibili ma solo uomini vinti.

Cos’hanno ancora da sussurrarci i poemi omerici nel caso di specie ed il “passato” più in generale?

Gli eroi non sussurrano ma gridano. Sono pieni di ira e di emozioni che tracimano dal petto. Non si tirano indietro. Non evitano di fare i conti con se stessi.

Lei presta spesso attenzione agli eroi. E le donne? Potrebbero anch’elle assurgere al ruolo di eroine, magari guardando a modelli desunti dalla contemporaneità?

Certo. Mi sono occupato di donne. Eroi e eroine sono sullo stesso piano. Si parla più spesso di eroi al maschile perché sono loro a fare la guerra di cui si parla di più. Fra Achille e Odisseo dico fin dall’inizio che si deve guardare a una donna: Elena. Del resto quando parlo di realizzazione dell’umanità parlo di uomini e donne. Non amo le questioni di genere.

Odisseo o Achille? Furbizia o impetuosità? Com’è opportuno agire?

Non esistono regole né certezze. Ognuno sceglie il suo modo. Ognuno ha il suo carattere. L’importante è la chiarezza con se stessi e con gli altri, nonché la consapevolezza. Ossia ciò che sia Achille che Odisseo hanno, come ogni altro essere umano realizzato.

Matteo Nucci ha pubblicato saggi su Empedocle e Platone e ha curato una nuova edizione del “Simposio di Platone” (Einaudi, 2009). Collabora con ‘Il Venerdì’, con ‘La Repubblica XL’ e “Il Messaggero’. Suoi racconti sono apparsi sul Caffè illustrato e su Nuovi Argomenti. “Sono comuni le cose degli amici” è il suo primo romanzo, pubblicato da Ponte alle Grazie nel 2009, selezionato nella cinquina dei finalisti al Premio Strega 2010. Inoltre: Il toro non sbaglia mai, Ponte alle Grazie, 2011. Vincitore Premio Letterario Francesco Alziator 2012. Finalista Premio Domenico Rea 2012; Le lacrime degli eroi, Giulio Einaudi Editore, 2013. Premio Letterario Giuseppe Giusti 2014; È giusto obbedire alla notte, Ponte alle Grazie, 2017. Premio Roma. Finalista Premio Procida. Finalista Premio Asti d’Appello; L’abisso di Eros, Ponte alle Grazie, 2018.

Il giallo ed il suo potenziale comunicativo. La polisemia di accezioni a dimostrazione di quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti.

Macchinazioni, intrighi, segreti, misteri, verità sapientemente celate, insabbiamenti, enigmi: sono ingredienti essenziali del thriller. Le sue produzioni in che misura divergono dal genere codificato?

Il giallo e il thriller seguono delle regole precise che il lettore si aspetta di ritrovare nella lettura. È una sorta di patto di fiducia tra quest’ultimo e lo scrittore. Se l’impostazione è codificata, non lo sono i contenuti. Il genere, spesso, non è altro che una scatola per presentare tematiche sociali importanti, poco conosciute o su cui sensibilizzare. Un mezzo potentissimo per raggiungere le persone. In Amori malati, per esempio, affronto il problema del femminicidio e della discriminazione di genere; ne Gli alberi alti, vincitore del premio WMI, ho raccontato il genocidio in Ruanda e in Sassi, vincitore del Giallo in Provincia, la difficile situazione del Sud nel dopoguerra e lo sgombero dei Sassi di Matera, allora considerati la vergogna d’Italia. Anche il romanzo in uscita per Rizzoli a gennaio 2021 tratterà un tema delicato e di cui è importante mantenere la memoria. I romanzi di genere, nonostante si muovano entro binari codificati, hanno un potenziale comunicativo enorme.

La sua scrittura, scorrevole ed incisiva, diretta e frizzante, pare rinviare al linguaggio delle serie TV. Quanto risponde ad una sua precisa volontà la contaminazione dei linguaggi?

Credo che ci siano molti modi di raccontare una storia: con la parola, con le immagini, con i suoni. Le contaminazioni tra le varie arti arricchiscono, sono benefiche, e riguardano non solo lo stile, ma anche i contenuti. Io sono stata influenzata dal cinema d’autore, a cui mi sono appassionata durante il periodo universitario, e dal teatro. Quando scrivo non posso fare a meno di lasciarmi suggestionare anche dalla pittura, dalla fotografia o dalla musica. Sassi, per esempio, nasce dalle evocative fotografie antropologiche di Franco Pinna, che ha immortalato la gente contadina di Lucania; gente forte, dalla pelle ruvida e cotta dal sole dei campi; gente della mia terra. Tornando alla domanda, il linguaggio delle serie televisive mi ha sicuramente influenzato per quanto riguarda l’incisività e il ritmo. Peraltro, alcune serie mi hanno lasciato un segno indelebile, una su tutte Breaking Bad.

I protagonisti delle sue pagine sono genuini, talvolta strampalati, eccentrici ed originali, di certo fortemente caratterizzati; i luoghi riconoscibili e concreti: pensa ad una trasposizione televisiva dei sui scritti?

Perché no? Come dicevo prima, una storia può essere raccontata attraverso diversi linguaggi. Emma Acciaio, l’investigatrice di Amori malati, nasce proprio dalle emozioni che mi ha lasciato un’altra forma d’arte: la fotografia. Sigga Ella ha immortalato e raccontato la storia di sette donne affette da alopecia universale nel suo progetto Baldvin, che in finlandese significa “forza”. Per me è stata come una rivelazione. Cercavo un personaggio che raccontasse e sgretolasse gli stereotipi legati al genere, e chi poteva farlo meglio di una donna calva con un lavoro “da uomo”? La forza di Emma Acciaio è tutta nel suo lottare costantemente contro lo stereotipo che la società ha imposto alle donne, cercando di emergere come individuo e non come aspettativa di qualcun altro. Se un giorno dovesse diventare la protagonista di una serie, non potrei che esserne fiera.

La polisemia di accezioni dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza o pacificazione?

I proverbi rimandano a un’antica sapienza, ma laddove i modi di dire diventano uno stereotipo, allora possono trasformarsi nell’anticamera di una violenza psicologica.

Lei applica differenti prospettive ad altrettante corrispettive esperienze che l’uomo con le sue attitudini, peculiarità e tessuti relazionali, che gli sono caratteristici, si trova ad affrontare. Ritiene che la parola possegga la potenza per scarnificare l’uomo nella sua complessità e totalità?

Il thriller e il giallo, per loro natura, si propongono di scandagliare la psiche umana, i lati oscuri della mente e i suoi baratri, ma non riusciranno mai a restituire la vasta complessità dell’essere umano. La parola può provare a spiegare e comprendere solo in parte l’essere complesso che è l’uomo, nel bene e nel male.

Oriana Ramunno è originaria di Rionero in Vulture, ma vive a Berlino. Nel 2016 vince il Premio WMI con il racconto Gli alberi alti. Il racconto giallo Teriaca è stato pubblicato in appendice a I Gialli Mondadori dopo aver vinto il concorso GialloLuna NeroNotte. Nel 2017 è finalista al Premio Alberto Tedeschi col romanzo Moloch. Nel 2018 vince il primo premio de Il Giallo in Provincia con il racconto Sassi ed esce con il romanzo L’amore malato nello speciale Mondadori sul femminicidio Amori malati. Nel 2018 si classifica seconda al Premio Il Battello a Vapore con il romanzo I draghi di Aleppo. Per Delos Digital ha pubblicato i racconti Gli dei di Akihabara, Le Ombre di Averno, La vendetta dell’angelo, Briganti si muore, Virus H, Baba Jaga, La bambina di cristallo, Sassi. A gennaio 2021 esordirà per Rizzoli con un thriller.

La parola apriporta di canto dell’interiore canto proteso alla radice del silenzio per così avvicinarsi alla guancia dell’incontro che si offre a viso aperto nello spazio privilegiato e reale dell’esistere sociale

La sua versificazione appare sensibilmente refrattaria al rispetto ovvio ed ossequioso delle norme grammaticali, compromettendo irrimediabilmente la logica connessione lettura-comprensione. Le sue parole puntano all’incantesimo, al mistero, alla fascinazione, alla malìa? Qual è la chiave d’accesso per discriminare i suoi intenti comunicativi?

Le parole, per loro vocazione naturale, sono incantesimo. Precorrono e fremono di suono e senso quel vento che libra nell’aria lo sguardo del pensiero, sguardo sempre in tensione verso la propria e altrui voce quale apriporta di canto dell’interiore canto proteso alla radice del silenzio per così avvicinarsi alla guancia dell’incontro che si offre a viso aperto nello spazio privilegiato e reale dell’esistere sociale. Nessun intento, quindi, se non del posarsi in ascolto, unico modus operandi della riva comunicativa.

“Nutrica” è il titolo della sua silloge ancorchè una variante dialettale di “mammella che dà latte” oltre che di “neonata”. Quali sono i riverberi emozionali di un lessema che rinvia all’utero, alla cuna, al nido, all’intimità più sanguigna?

Essere nutrita, nutrirsi, nutrire. Appena fuori dal nido caldo d’acqua materna ci si trova impreparati al turbamento del primo strappo, la prima ferita. Ferita della separazione che fende la luce per riportare alla luce l’intimo dondolio che sana, o che dovrebbe sanare, dal tempo e nel tempo, la fame d’amore. “nutrica” è bambina ed è donna che si ripercorre cadendo, sbagliando e ancora cadendo, pur anche per sottrazione, nell’imperfetto del suo più nascosto tratto negato, poi violato, per imparare ad allattare di vita la vita onnicomprensiva di tutte quelle minute cose che semina e che l’avvolge.

“Il bambino ha una/ seggiola e la voce/ sul cappotto della/ madre lieve canta/ ai vetri la pioggia”. Si possono udire, serbando un incontrovertibile ed apprezzabile afflato sperimentalista, echi postsimbolisti di pascoliana memoria?

Un quadro, o per meglio ancora, un ritratto disegnato in versi, questo testo. Ha genesi dentro la luce del tramonto, la pioggia fuori. Ciro, il bambino, in prospettiva sul petto della madre. Un istante privato, esclusivo, nutrito dall’amore. Due corpi tornati nell’uno che li riposa. Necessità di sostenermi in quell’attimo per commozione, per l’abbaglio di una maternità quotidiana che s’eleva a meraviglia del creato. E se è vero che il simbolismo pascoliano sottende a nodi di matrice puramente psicologica, sì! circolo nella domanda essendo il vissuto del non essere biologicamente madre un nastro mancato che preme sul principio del seno.

Lei adotta segni grafici, come le parentesi quadre, indubbiamente inconsueti ed inusuali; cassa la punteggiatura, salvo attribuire un significato quasi schematico ai due punti ed al punto e virgola. Sembra allestire un labirintico impianto scenografico mediante cui stimolare incessantemente a svincolarsi dalla regola. A quali funzioni assolvono i suoi esperimenti diagrammatici?

Punteggiatura, parentesi, impostazione tipografica sono impalcatura visuale di un teatro interiore. Ciascuna parte si compone quale telaio scenografico di una figurazione intensa e reale allestita sul palcoscenico della gola, sede vocale per eccellenza, che osserva, sente, ascolta l’ordito della trama. In questa disposizione vedo tutto scorrere e farsi corpo di scrittura, ogni più piccolo passaggio, paesaggio, segno, cadenza spazio-temporale. Non svincolo dalla regola seguo la mia di regola, altro modo non saprei per non tradire, tradirmi, e per tentare di combaciare, o il più possibile avvicinarmi, alla verità, mia, dell’altro, del dramma che si compenetra nella grafia dell’azione.

Ardito uso del prosimetro ed egregia commistione di italiano e dialetto. Cosa non le basta della lingua?

Credo che la lingua non basti mai, se così non fosse si smetterebbe di scrivere, di parlare. Si smetterebbe di ricercare il modo per dire quello che non si è riusciti, per paradosso, ancora a dire. Si è sempre incompleti davanti all’immensità delle parole, mai finite, sempre da raschiare per andare al fondo, nel profondo, nel campo della gioia e del dolore. Si smetterebbe, forse, di provare a capire e curare la ferita che per nascita è un sempre che ci interpone. Si smetterebbe di credere a quel fiore che racconta la responsabilità dell’amore e che per responsabilità di questo amore il mondo si muove.

Daìta Martinez, palermitana, presente in diverse raccolte antologiche, ha pubblicato con LietoColle (dietro l’una), 2011, segnalata alla V Edizione del Premio Nazionale di Poesia “Maria Marino”, e nel 2013 la bottega di via alloro. Vincitrice – sezione dialetto – del 7° Concorso Nazionale di Poesia Città di Chiaramonte Gulfi, è stata finalista – sezione dialetto – della 44° edizione del Premio Internazionale di Poesia Città di Marineo. Inserita nell’Almanacco di poesia italiana al femminile “Secolo Donna 2018”, edizioni Macabor, nel 2019 ha pubblicato la finestra dei mirtilli, suite poetica stilata con il poeta comisano Fernando Lena, Edizioni Salarchi Immagini, il rumore del latte, Spazio Cultura Edizioni, e nutrica, LietoColle. È vincitrice del Premio Macabor 2019 – sezione silloge inedita di poesia – con pubblicazione, ‘a varca di zagara in dialetto siciliano.

Persino un laico può coltivare bhakti-yoga adorando la Natura, manifestazione visibile del divino

Lei è un autore straordinariamente prolifico. Le sue innumerevoli pubblicazioni spaziano dalla poesia mistica alla saggistica filosofica, alla narrativa allegorica, all’analisi esoterica delle opere di grandi figure culturali e del pensiero vedico. Nei suoi scritti emerge palesemente la weltanschauung. Può spiegarci come e perché applica la visione del Bhakti-yoga alla cultura contemporanea?

Per me la visione del bhakti-yoga è universale. È la tradizione che sta alla base di ogni mistica. Bhakti è amore, devozione verso il divino. Si ritrova in ogni via autentica. Per questo ritengo possa essere un rifugio per tutti, al di là di ogni appartenenza culturale o religiosa. La cultura contemporanea è da due secoli malata di materialismo cronico. La bhakti è la medicina per dare alla cultura una nuova linfa in grado di aiutarci oggi.

Quali sono i tratti caratteristici della cultura vedica e quali sono le motivazioni per le quali, a suo giudizio, la cultura europea la ignora?

La cultura vedica possiede la letteratura più ampia e profonda della storia umana. Solo i Purana contengono storie, trattati, cronache, insegnamenti e pratiche in grado di rifondare la società e renderla felice. In Europa tale patrimonio viene ignorato per un semplice fatto: una cultura colonialista che fa dell'europeo un alienato. E tale alienazione è ben visibile ovunque a livello globale.

Nelle sue eruditissime opere è centrale il concetto di Bhakti. Può renderlo accessibile, esplicitandolo ad un lettore occidentale?

La bhakti è accessibile a tutti. Tutti cerchiamo l'amore e amare ci rende felici. Il bhakti-yoga è una pratica semplice che illustro nei miei saggi. Io pratico la bhakti vishnuita, ma un cristiano o un musulmano possono farlo nella loro visione. Persino un laico può coltivare bhakti-yoga adorando la Natura, manifestazione visibile del divino.

Nietzsche considerava Platone un ‘brahmino’. Quali nessi possono fungere da ponte tra Occidente ed Oriente?

I ponti tra occidente e oriente esistono già. Ma molti non lo sanno. Le opere di Schopenhauer, di Goethe, di Guenon, di Zolla... Basta cercare... I miei libri cercano solo di renderli visibili.

La medicina ayurvedica, l’architettura del Vastu, la meditazione dei mantra potrebbe costituire un volano per una trasformazione in chiave spirituale dell’occidente materialista?

Si, certamente le scienze vediche potrebbero aiutarci ad uscire dal materialismo, integrando le nostre tecnologie con una sapienza dell'anima. Senza tale sapienza ogni tecnica, medica, fisica, o altro, diventa solo uno strumento autodistruttivo. Quindi invito tutti a scoprire queste conoscenze che ci attendono da millenni e che sono state indicate proprio per questa epoca. 

Valentino Bellucci ha insegnato presso le università di Macerata e Urbino. Ha pubblicato: L’estasi e le pietre, Lepisma, 2015; L’ultimo guardiano del valico. La via del Tao in una storia senza tempo, ERGA; Il Sutra del naufragio. Aforismi e note di un osservatore di fronte al crollo del mondo moderno, Petite Plaisance, 2014; Da Pitagora a Guerre stellari. Il sapere esoterico dei veri illuminati, Petite Plaisance, 2016; Godot è arrivato. Conferenze, interventi e note critiche, Petite Plaisance, 2014; Paul Valéry. L’angelo di nessuno, Joker, 2017; Gli specchi segreti di Salvador Dalí. I segreti iniziatici presenti nell’opera del pittore, Fontana Editore, 2019; Goethe esoterico. I 7 segreti iniziatici di Goethe. Ediz. a caratteri grandi, Fontana Editore, 2019; Viandanti ritratti mistici, Kammer, 2019; L’ultimo guardiano del valico. La via del Tao in una storia senza tempo, DigitalSoul, 2018; La consapevolezza filosofica, Le Mezzelane Casa Editrice, 2019; Hotel Kali Yuga, Robin, 2019; L’invenzione dell’inferno, Harmakis, 2015; Walter Benjamin. La duplice genealogia del simbolo e della verità, Ghibli, 2004; Hulk si innamora, Giovane Holden Edizioni, 2019; La chiesa di Darwin, Harmakis, 2015; La gnosi cristiana, Harmakis, 2016; I canti di Mazdeo, Youcanprint, 2016; Che cos’è il Karma, Harmakis, 2016; La saggezza di Shiva. L’antica scienza dei Purana e la fisica quantistica, XPublishing, 2017; Lo scioglimento dell’ego, Italic, 2018; Il pensiero estremo. Saggi sui filosofi contemporanei, Tabula Fati, 2004; Lo yoga devozionale indiano. Il vaishnavismo, Xenia, 2011; Il benessere attraverso l’Ayurveda, Editoriale Programma, 2013; Cristo era vegetariano? Interrogarsi su una parte di storia forse taciuta o dimenticata, Editoriale Programma, 2013; Le strutture sociali del Varnâshrama-Dharma, Solfanelli, 2014; Vastu. L’antica scienza indiana dell’architettura, Enigma, 2017; La psicologia dello yoga. Come trasformare il proprio karma, Enigma, 2019; Krishna. La storia, la filosofia, la mistica, Xenia, 2019; Poesie d’amore 2005-2018, Passigli, 2019.

Breccia grezza (al riparo dell’alba)

Secondo Goethe, “il tedesco si serve opportunamente del termine Bildung, per indicare sia ciò che è già stato prodotto, sia ciò che sta producendosi”. Il suo appare profilarsi come un Bildungsroman, un “romanzo di formazione”, che guarda all’apparire della persona, alla sua origine, descrivendo, così, ‘dal di dentro’, osservate nel loro nascere, attraverso le emozioni, le passioni, i dolori e le continue scoperte, l’evolversi del protagonista verso la maturità e l’età adulta. Tuttavia, non c’è formazione senza trasformazione, senza auto-formazione. Ebbene, quale traccia segue il protagonista del suo romanzo?

Il protagonista di Breccia grezza (al riparo dall’alba) segue l’eco di una specifica dimensione, quella umana, intesa come presupposto inevitabile per l’esistenza di tutti.

Lei ha asserito che la texture del suo romanzo è volta a sondare un tema specifico: “la ricerca di una conferma per la nostra libertà”. Cosa intende per “conferma”?

È stata una provocazione. Sono stato ironico, contrariamente a Sartre che ne L’esistenzialismo è un umanismo dichiara serenamente la presenza di un existentia che precede l’essentia. Si delinea una concezione per la quale l’essentia non è anteriore all’existentia, ma l’individuo foggia liberamente il suo posto nella gerarchia degli esseri e, di conseguenza, in quella delle essenze. Dunque se ogni existentia dovesse presupporre sempre un’essentia, gli esseri umani non potrebbero che essere concepiti come un meccanismo biologico che agisce esclusivamente in virtù della sua natura. Si potrebbe impiegare contro Sartre la critica che Aristotele mosse verso Platone, ovvero che una causa deve essere sempre in contatto con il suo effetto.

Aldo Ferrabino ha scritto: «Ciò che non è di questo mondo, che non può diventare realtà nei transeunti istituti umani, vive d’una vita incorruttibile fuori dalle forme esterne del processo storico, per entro le forme interiori dello spirito immortale: e ha ivi nome di assoluto.” La metastoria è un suo scopo?

Il mio auspicio è che qualche lettore possa cogliere il significato, appunto, metastorico, o se si preferisce metafisico degli eventi narrati in Breccia grezza (al riparo dall’alba). Rispetto alla citazione di Aldo Ferrabino, ci tengo a precisare che il “campo metastorico” a cui faccio riferimento non è trascendente bensì immanente.

Il protagonista del suo romanzo appare eidetico nella misura in cui è capace di ricondurre alle loro pure essenze obiettive i fenomeni presenti nella coscienza. Il fine sentire può costituire un ostacolo nelle relazioni che tesse?

Questo è inevitabile. C’è una frattura tra la realtà che il protagonista vive e la sua riduzione a “pura essenza”. Da tale separazione viene fuori, quello che potrebbe, a buon diritto, essere definito, il paradosso della doppia ragione; la prima teoretica, volta alla ricerca di un fondamento sicuro per una vera conoscenza, la seconda pratica, che conduce al possesso di una genuina morale. La prima gli suggerisce la formula tanto cara agli scolastici operari sequitur esse, la seconda il segno dell’esistenza della vera libertà.

Bookabook, casa editrice attenta a valorizzare i giovani talenti, ha promosso una campagna di crowdfunding finalizzata a finanziare la pubblicazione del suo romanzo. Qual è lo status in cui versa l’editoria dal suo punto di vista esperienziale?

Nonostante il bisogno di raccontare e ascoltare storie per dare forma alla realtà, credo che il libro non riuscirà a competere con il cinema e le serie televisive ancora per molto. La lettura richiede tempo e concentrazione e molti preferiscono evitare il peso della riflessione.

Alessandro Ridosso ha pubblicato i racconti Un caffè amaro (2015), Il tritacarne (2017), Quella notte (2018), Le ombre dell’immanenza (2019) e il saggio La teoria della volontà razionale (2017). Breccia grezza è il suo primo romanzo.

IL FALLIMENTO DEI “101”. IL PCI, L’UNGHERIA E GLI INTELLETTUALI ITALIANI

Nel 1956, 101 intellettuali comunisti si dissociarono dal sostegno dato da Togliatti all'intervento sovietico a Budapest e solidarizzarono con la rivoluzione ungherese per non stare dalla parte sbagliata. Quanto questo gesto ha inciso sull’evoluzione della “sinistra” italiana?
Sull’evoluzione del più potente partito comunista d’Occidente in senso socialdemocratico influì ben poco, in realtà. Questo però non sminuisce la portata di un gesto di ribellione eclatante, inconcepibile in un partito ideologicamente e politicamente granitico come il Pci. Fu una frattura, seppure rapidamente ricomposta, che coinvolse non solo i firmatari del Manifesto, ma anche il segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio e deputati del calibro di Antonio Giolitti. Al di là delle conseguenze politiche di medio e lungo termine, che furono irrisorie, il dissenso di tanti intellettuali organici al partito - alla luce del rapporto di fede che questo aveva instaurato con gli uomini di cultura – costituì un precedente che non poteva essere semplicemente dimenticato. L’obbedienza cieca, la fiducia totale nel partito e nella propaganda sovietica, erano state inevitabilmente intaccate.          

Lei ricostruisce appassionatamente le storie dei protagonisti di quell’esperienza. Può indicarne qualcuna che, a suo giudizio, ha prodotto riverberi ideologici significativi?
Prese singolarmente, le storie di ognuno dei firmatari del Manifesto sono emblematiche, non fosse altro che per il percorso interiore che ciascuno di loro ha affrontato, sia che abbiano lasciato per sempre il Pci, sia che vi siano rientrati. Non c’è dubbio, tuttavia, che gli intellettuali che hanno lasciato il Partito comunista furono culturalmente molto attivi dopo il ’56; nacquero ad opera loro riviste come Passato e presente, Tempi moderni, Corrispondenza socialista, Città aperta ed altre ancora, che contribuirono notevolmente ad arricchire la riflessione e il dibattito politico e culturale dell’epoca. A molti di questi intellettuali si devono inoltre esperimenti politici e culturali a destra e a sinistra del Pci, e il contributo di personaggi come Mario Tronti o Alberto Asor Rosa all’operaismo - paradigma teorico della sinistra extraparlamentare - può certamente essere considerato un riverbero ideologico significativo. Tuttavia il percorso più interessante dal punto di vista filosofico è stato quello di Lucio Colletti, che dopo il ’56 non uscì dal Pci perché era marxista e continuò a considerarsi tale fino al 1974, quando abbandonò definitivamente il marxismo e rinnegò le sue stesse opere antecedenti quella data.       

Reputa che i “101” abbiano integralmente fallito?
No. Aver aperto una breccia di dissenso in un partito come il Pci non può essere considerato un fallimento integrale. Certamente fallirono dal punto di vista politico e molti di loro impararono a proprie spese che cosa fosse veramente il Pci e cosa significasse sfidarlo, ma per altri, come ad esempio Piero Melograni, la Rivoluzione ungherese e la fuoriuscita dal partito furono una liberazione, e gran parte della migliore produzione culturale dello stesso Melograni o di Renzo de Felice è certamente debitrice della frattura del ’56.  

Investiti da quella vicenda storica furono intellettuali del calibro di Renzo De Felice, Piero Melograni, Natalino Sapegno, Lucio Colletti, Luciano Cafagna, Antonio Maccanico. Qual è, oggi, il ruolo degli intellettuali rispetto alla politica agìta?
Guardi, il problema oggi non è tanto il ruolo che gli intellettuali potrebbero avere o meno nella politica, quanto la loro qualità. Partendo dal presupposto che nel rapporto tra intellettuali e politica in Italia c’è un problema antico e radicato che è quello della mancanza di indipendenza degli uni verso l’altra -come ben comprese Indro Montanelli che indicò nel Pci il nuovo Principe di una classe intellettuale che nei secoli di un Principe non aveva mai saputo né voluto fare a meno - io oggi non vedo molti uomini di cultura dello spessore di quelli da lei citati. Non vedo la serietà, la preparazione, lo studio e la visione del proprio ruolo all’interno della società che contraddistingueva gli intellettuali degli anni Cinquanta, a prescindere dal proprio orientamento politico. E lo stesso d’altronde vale per la classe politica. Naturalmente non mancano le eccezioni, ma la mia sensazione è che la produzione culturale media sia molto soggetta alle tendenze e agli umori del momento, e in questo senso si adatta bene alle esigenze della attuale classe dirigente. 
   
Lei ha dialogato con Lucio Colletti poco prima della morte. Quali sollecitazioni possono offrire alla nostra riflessione le sue parole?
Infinite. Perché Lucio Colletti era un intellettuale completamente fuori dalle righe e dagli schemi. Incarnava tutto ciò che alla classe intellettuale italiana in generale, per l’appunto, mancava e manca oggi. L’indipendenza di pensiero e di giudizio, innanzitutto. La sua adesione al Pci non fu mai di tipo fideistico, come fu invece per la maggior parte degli altri intellettuali comunisti. Colletti era un marxista e riteneva che la sua casa non potesse essere altra che il Partito comunista, ma rimase sufficientemente disincantato rispetto alla propaganda sovietica e non perse mai veramente il senso critico. Fu ingenuo, come lui stesso mi disse, nel tentativo di coniugare il comunismo con la democrazia, ma quando capì che questo percorso era privo di sbocchi seppe rinunciare al marxismo e rinnegare tutte le sue opere antecedenti il 1974, che nel frattempo erano state tradotte nelle lingue di mezzo mondo. Concludo facendo io una domanda a lei: Quanti intellettuali crede esistano oggi capaci di aprire le ante di una grande libreria e definire tutte le opere in essa contenute, davanti ad una giovane studentessa universitaria qualunque, “un cumulo di fregnacce”?   

Valentina Meliadò, giornalista e storica. Nel 2006 ha pubblicato Il Manifesto dei 101. Il Pci, l’Ungheria e gli intellettuali italiani, libro dedicato alla frattura tra partito comunista e intellettuali all'alba della repressione sovietica della rivoluzione ungherese del 1956, e nel 2009, per la Fondazione “Ugo Spirito e Renzo De Felice”, il saggio Ugo Spirito il rivoluzionario: dall'attualismo al comunismo, dedicato al viaggio intrapreso dal filosofo del problematicismo in Unione Sovietica nel 1956. Già redattrice della trasmissione radiofonica Rai Radioanch'io, e giornalista del quotidiano “Liberal”, collabora attualmente con il quotidiano “L’Opinione” e con la Fondazione “Ugo Spirito e Renzo De Felice”.