Uno zaino già pronto per il viaggio. Scritti su Etty Hillesum

Esther Etty Hillesum: “È un periodo troppo duro per persone fragili come me. So che seguirà un periodo di umanesimo.”
Qual è il lascito di questa giovane donna che redige undici quaderni fitti fitti durante una pagina nerissima per la storia umana?

La sua scrittura è di una disarmante onestà. Gli orrori della Shoah, che pure la travolgono, sembrano quasi fare da sfondo di fronte al suo coinvolgente percorso di ricerca interiore, registrato nei diari e nelle lettere. Etty desidera un modo nuovo e liberante di vivere le sue relazioni, ma soprattutto di conoscere se stessa. Etty testimonia quanto ognuno di noi sia un grumo di contraddizioni e che solo l’essere presenti a se stessi può mettere al riparo da un giudizio che esclude l’altro e che semina odio.
Rilke, Tommaso da Kempis, Sant’Agostino, il Corano, il Talmud, il Tao The Ching costituiscono le letture di Etty.
In quali termini si può descrivere il suo rapporto con Dio?

In primo luogo, quello di Etty con Dio è un rapporto personale e, a mio modo di vedere, aconfessionale. È un’ebrea di nascita che scopre la Bibbia attraverso la lettura cui l’avvia il suo amico, amante, guida Julius Spier. Legge con emozione le lettere di Paolo e vi trova parole che le aprono strade inaspettate nella sua ricerca di senso all’amore, all’amicizia, all’altro da sé. Dio le appare come «la parte migliore» di ogni essere umano, come un pozzo da dissotterrare e a cui attingere senza fine, per citare alcune delle immagini più note dei suoi scritti.
Poeti, pensatori, figure di straordinaria statura campeggiano nelle fitte pagine dei diari di Etty Hillesum, come compagni di viaggio a cui ella riconosce, con gratitudine profonda, intuizioni sul mistero della vita e dell’essere umano. Non sono solo letture, ma interlocutori straordinari, che le parlano in ogni momento, la accompagnano fino alla fine, sostenendola mentalmente e spiritualmente. Resta Dio, anche nel campo di smistamento di Westerbork, come un compagno di viaggio insostituibile, a braccetto col quale procedere nella “passeggiata” della vita, fino alla fine.
Etty nel tempo della persecuzione incita sé e gli altri ad essere “una generazione vitale”. vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all’ultimo respiro.”
Chi è il nemico da sconfiggere per “vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all’ultimo respiro.” ?
Sicuramente l’odio. Questa emozione, che è pure tanto prevedibile di fronte all’orrore della persecuzione nazista è considerata un’arma letale quanto il peggiore ordigno bellico. Odiare travolge chi è odiato, ma distrugge anche chi prova questa terribile passione. Etty lo sperimenta, fin da quando lavora al Consiglio Ebraico. Vivere nel modo migliore possibile significa per lei non aggiungere un solo “atomo di odio” a quello che già la stritola giorno per giorno. Rispondere al male col male significa smettere di vivere. Ed Etty vuole arrivare viva fino alla fine, a quella fine che non conosce fino in fondo.
Etty non è una martire, ma una innamorata della vita, che vorrebbe salvarsi insieme alla sua famiglia e che si trova a vivere un dramma, di cui spesso le sfuggono i contorni reali.
I suoi accurati studi hanno, evidentemente, richiesto ricerche meticolose. Vivere con consapevolezza storica può costituire la garanzia di un futuro per l’Europa al riparo dai totalitarismi?
Sì, Etty insegna molto in tal senso. Non sapeva che cosa accadesse in Polonia, verso cui era cosciente che prima o poi sarebbe partita. Lo zaino già pronto per il viaggio era per quell’ignota terra, per campi di lavoro che si credevano insopportabili, dentro il quale prova a mettere l’essenziale, il necessario. Etty non aveva contezza dei campi di concentramento, dei forni crematoi di Auschwitz. Non era al corrente di quello che l’aspettava. La sua consapevolezza straordinaria sta nella coscienza del suo tempo, maturata con grande coraggio e resistenza. Un giorno, con la lucidità di chi osserva “dai merli della storia”, si sarebbe dovuto parlare di quel male orribile e insensato, a cui Etty vuole assolutamente sopravvivere per essere una cronista del suo tempo, a servizio delle nuove generazioni; vuole imbracciare la penna come un martello, che scolpisca nelle coscienze il lascito di un’epoca buia e insensata, che pure tanto ha rivelato del mistero che è l’essere umano, nel bene e nel male. La non violenza è l’unica scelta possibile a garanzia di un futuro di convivenza responsabile e pacifica.
Professoressa Rotondo, qual è la sua raccomandazione prima di accostarsi alle opere di Etty Hillesum?
Non cedere alla tentazione di incasellarla, attribuendole idee, adesioni, posizioni che non aveva. Etty Hillesum è una giovane donna irrequieta che ha lottato per liberare se stessa dalla morsa delle aspettative, dalla “voracità” affettiva, dalla prepotenza narcisista. Etty ha cercato se stessa con coraggio, smascherando le sue ipocrisie: per questo va ‘ascoltata’ con la sua scrittura sincera e potente, non va santificata. Dio, un Dio di tutti e per tutti, è forse la conquista più grande e radicale di questo suo percorso faticoso al fondo di sè, senza compromessi, in un tempo sempre più ridotto e per questo vissuto intensamente, con una partecipazione totale.

ARIANNA ROTONDO ha conseguito il dottorato in Storia del Cristianesimo e delle Chiese (età antica, medievale e moderna) presso l’Università di Padova. Attualmente è professoressa associata di Storia del cristianesimo presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania. È docente invitato presso lo Studio Teologico San Paolo di Catania. Le sue ricerche riguardano i modelli di genere e le relazioni sociali nei gruppi cristiani antichi e tardoantichi, la poesia greca biblica (Parafrasi del vangelo di S. Giovanni di Nonno di Panopoli) di V sec. d.C. e la predicazione cristiana come dispositivo di costruzione identitaria nella tarda antichità. Collabora al progetto internazionale in quattro lingue, La Bibbia e le donne, per il quale di recente ha curato il volume Scritti apocrifi e scritti di donne tra primo cristianesimo e tarda antichità (Il pozzo di Giacobbe 2022). Si è occupata degli scritti di Etty Hillesum a partire dal 2011, indagandone diversi aspetti e contribuendo a diffonderne i contenuti anche in ambito accademico. Ha scritto anche della poesia religiosa di Alda Merini.

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Ladri di antichità

Archeologi, studiosi, giornalisti e rappresentanti delle Istituzioni offrono la loro testimonianza rispetto al traffico clandestino di testimonianze culturali, rubate o scavate illecitamente.
Quali sono gli interessi dei “tombaroli”, spesso dipinti come ferventi appassionati d’arte?

I “tombaroli” non si possono assolutamente definire come ferventi appassionati d’arte perché sono coloro che saccheggiano i siti strappando dalle viscere della terra ceramica, sculture, monete e quant’altro capiti loro tra le mani, incuranti del danno che arrecano ai territori depredati. Ma essi sono soltanto il primo anello della catena di quelle che, con un termine coniato ad hoc, sono definite, a buon diritto, “archeomafie”. Poi ci sono i ricettatori, che si occupano di piazzare i reperti scavati abusivamente sul mercato clandestino; a questi si rivolgono i compratori, antiquari o case d’asta che, dopo l’acquisto, provvedono immediatamente a dotare le antichità rubate di documenti di identità fasulli che ne attestino la legittima provenienza al fine di poterle immettere – ripulite – nel mercato nero dell’arte. La filiera si conclude per lo più nelle teche di importanti musei internazionali che, orgogliosi, ostentano il bottino: a quel punto, però, si tratta di oggetti che, per quanto straordinari, sono muti, incapaci di raccontare la storia del contesto culturale e storico che li ha generati. Lo stesso percorso può immaginarsi per migliaia di opere d’arte trafugate in ville storiche o nelle chiese, sempre più frequentemente bersaglio di saccheggi e distruzioni. Ma sono i reperti archeologici a rappresentare il business più florido perché, essendo beni sconosciuti fino al loro ritrovamento e pertanto mai catalogati né inventariati prima della scoperta, sfuggono facilmente alle ricerche degli investigatori

Il tema della tutela dei beni culturali è assai spinoso.
Occorre puntare su prevenzione, repressione, promulgazioni di Leggi, stipulazione di Convenzioni o sulla “diplomazia culturale” per modificare sensibilità e standard etici?

Rispetto alle dimensioni del saccheggio perpetrato quotidianamente ai danni del nostro patrimonio culturale, le azioni di tutela, prevenzione e repressione sono spesso tardive e inadeguate, a cominciare dalla cronica insufficienza delle risorse umane ed economiche impiegate. Divieti, vincoli, azioni repressive e diplomatiche hanno avuto sinora, in Sicilia come nel resto d’Italia, un effetto molto limitato, riuscendo solo ad attenuare il saccheggio, non certo a fermarlo. Scavi clandestini, furti e traffici illeciti continuano infatti ad essere alimentati dalla spasmodica richiesta di beni culturali da parte di un mercato internazionale la cui ultima destinazione sono non solo i collezionisti privati e i grandi musei che, al di là delle dichiarazioni deontologiche di facciata, spesso in realtà restano consapevolmente e colpevolmente “disattenti” riguardo alla reale provenienza dei reperti acquistati, ma anche, purtroppo, ed è questo forse il problema che emerge con maggiore gravità, gruppi criminali e terroristici che li utilizzano come fonte di finanziamento. Per arginare questo dramma globale una, se non l’unica, strada perseguibile è sicuramente l’acquisizione, da parte della comunità locale, di un senso di appartenenza e di riappropriazione del patrimonio archeologico, partendo dalla considerazione che si protegge solo ciò che si ama e si ama solo ciò che si conosce. Ne consegue che la diffusione della conoscenza del patrimonio culturale, soprattutto da parte di chi è fisicamente più vicino a esso, rappresenta la premessa ineludibile a ogni politica di conservazione: far scoprire a un popolo, a una comunità locale, le proprie radici attraverso le sue testimonianze archeologiche, artistiche, storiche e culturali, è il primo passo perché imparino a conoscerle, a rispettarle e a salvaguardarle. In questo senso diventano di fondamentale importanza le attività di educazione al patrimonio culturale rivolte agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, per dare un futuro alle testimonianze del nostro passato. L’idea di fondo che si fa strada è che diffondendo la conoscenza del patrimonio culturale, a partire proprio dal territorio in cui esso è presente, si rendono le comunità locali in grado di apprezzarlo, si suscita con esso un rapporto di affezione e un legame identitario, e di conseguenza un senso di responsabilità nel custodirlo.

La Sicilia è il fulcro territoriale del testo. I ladri di antichità sottraggono anche identità culturale e memoria ai territori?

Il fenomeno è da decenni di scottante attualità per la Sicilia, che è una delle aree più colpite al mondo dall’azione predatoria di scavatori di frodo, trafficanti e acquirenti privi di scrupolo. Si tratta di una vera e propria ondata emorragica, che ha depauperato e continua a depauperare irrimediabilmente i territori di partenza e gli stessi reperti, ormai irreparabilmente decontestualizzati, che non possono più raccontarci la loro storia, causando quindi un gravissimo danno all’identità culturale e alla memoria storica del territorio al quale sono stati illecitamente strappati.

Formazione ed informazione paiono costituire gli unici antidoti atti a contrastare l’attività dei trafficanti di antichità.
Qual è, ad oggi, l’azione messa in campo dalle Istituzioni?

Oltre alla formazione e all’informazione di cui abbiamo parlato prima, di fondamentale importanza oggi per il “lecito recupero” dei beni culturali illecitamente sottratti e immessi nel mercato clandestino, è certamente l’azione congiunta di inquirenti, soprintendenti, archeologi, storici dell’arte, forze dell’ordine e in particolare il contributo dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale, eccellenza italiana nel contrasto a questi reati.

Dottoressa Modeo, ci regala il racconto di un recupero per lei particolarmente emozionante?

Mi piace ricordare sempre un importante recupero di cui è stata protagonista l’Associazione culturale di volontariato SiciliAntica a cui sono iscritta dal lontano 2003, di cui sono stata Presidente Regionale dal 2012 al 2021 e di cui faccio ancora orgogliosamente parte nella qualità di Vicepresidente Regionale.
Il 16 giugno 2009, viaggiando online alla ricerca di Tesori centuripini “perduti”, Giuseppe Biondi, allora Presidente di SiciliAntica Centuripe, si è imbattuto in un’inserzione pubblicata dal sito di aste online http://www.ebay.com. L’inserzione era stata creata dalla galleria d’arte australiana Archeogallery, visibile in tutto il mondo, con base d’asta di $9.000.
Si trattava di un vaso centuripino con tracce di vernice bianca, rossa e blu. Sul sito, la Galleria d’arte dichiarava che nel 1982 detto vaso proveniva da asta di Ex-McKenzie Perth Australia Occidentale, in precedenza di proprietà di un collezionista privato West Australian.
Giuseppe Biondi aveva effettuato questa ricerca per implementare il suo sito internet http://www.kentoripa.altervista.org che raccoglie virtualmente molti vasi “Centuripini” sparsi per il mondo e che aveva creato per far conoscere il museo di Centuripe che, di questi vasi ne esponeva, all’epoca dei fatti, solo uno, tra l’altro molto rimaneggiato e senza tracce di colore. Su consiglio del Presidente Regionale di SiciliAntica, è stata subito inoltrata una segnalazione al comandante del Nucleo Tutela dei Carabinieri, Giuseppe Marseglia. Il comandante ha iniziato l’iter per “provare” a chiedere la restituzione dell’oggetto, restituzione poco probabile in quanto in territorio internazionale non era vigente nessuna convenzione per il rientro di oggetti archeologici. Lo stesso magistrato incaricato di intraprendere una rogatoria internazionale, diede pochissime speranze per il rientro del reperto e addirittura stimava tempi “biblici”. Una serie di circostanze favorevoli consentirono, invece, il rientro immediato della lekanis centuripina nel suolo natio, in primis l’arrivo a Enna di un giovane Sostituto Procuratore di Sortino, Francesco Augusto Rio, animato da buoni propositi e appassionato di archeologia. La circostanza che ha consentito il rientro del vaso è stata proprio una transazione di mercato: l’acquirente del vaso era un portoghese di Amadora (un territorio soggetto alla tutela dell’esportazione clandestina) che, all’arrivo dell’oggetto acquistato online, insieme al pacco, ha trovato il magistrato e i carabinieri dietro la porta del proprio negozio di arte, per cui non ha potuto esimersi dal consegnare volontariamente la lekanis centuripina appena acquistata, forse perché intimidito o preoccupato di passare guai giudiziari.
Il vaso, all’arrivo in Sicilia, è stato esposto a Palazzo D’Orleans dall’11 al 14 dicembre 2012 in occasione della riunione del Consiglio Regionale Siciliano dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti. Dopo la trafila di mostre e presentazioni istituzionali, ha preso la strada della sua amata Centuripe ed è stato esposto nel locale museo archeologico, dove si trova tutt’ora, nella vetrina dei vasi centuripini con vista Etna.

Simona Modeo (Caltanissetta 1970) è Docente di Lettere e Archeologa. Ha collaborato con le Soprintendenze per i Beni Culturali e Ambientali di Caltanissetta e Palermo. Ha partecipato a numerose campagne di scavi sia in Sicilia sia in altre regioni italiane e ha al suo attivo diverse pubblicazioni su tematiche e problematiche storico-archeologiche. Nel 2013 ha pubblicato la monografia Le iconografie femminili delle stele di Mozia per Salvatore Sciascia editore e nel 2016 ha collaborato alla redazione del volume Itinerari di pietra. Viaggio tra paesaggi e castelli al centro della Sicilia per la casa editrice Lussografica, per la quale nel 2018 ha anche pubblicato, nella collana Mesogheia – Studi di Storia e archeologia della Sicilia antica, da lei fondata nel 2017 insieme a Marina Congiu e a Calogero Miccichè, il saggio Dioniso in Sicilia. Mythos, Symposion, Hades, Theatron, Mysteria che, nel 2022, ha ricevuto il Premio Nazionale Himera. Dal 2003 al 2009 è stata Presidente della Sede nissena dell’Associazione culturale SiciliAntica e, dal 2012 al 2021, Presidente Regionale.
Attualmente ricopre la carica di Vicepresidente Regionale dell’Associazione. Dal 2004 è co-curatrice degli Atti dei Convegni annuali di Studi sulla Sicilia antica, organizzati dalla Sede nissena dell’Associazione (Itinerari e comunicazioni in Sicilia tra Tardo-antico e Medioevo, Diodoro Siculo e la Sicilia indigena, La Sicilia romana tra Repubblica e Alto Impero, con il contributo dell’Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana e del Comune di Caltanissetta e, ancora, per Salvatore Sciascia Editore, Greci e Punici in Sicilia tra il V e il IV secolo a.C., ΕΙΣ ΑΚΡΑ. Insediamenti d’altura in Sicilia dalla Preistoria al III sec. a.C., La Sicilia bizantina: storia, città e territorio, Timoleonte e la Sicilia della seconda metà del IV sec. a.C., Dal mito alla storia. La Sicilia nell’Archaiologhia di Tucidide, La Sicilia del IX secolo tra Bizantini e Musulmani; Viaggio in Sicilia: racconti, segni e città ritrovate; Nelle terre dei Normanni. La Sicilia tra Ruggero I e Federico II; Le grandi battaglie della Sicilia antica; per la collana Mesogheia della casa editrice Lussografica, Eracle in Sicilia. Oltre il mito: arte, storia e archeologia, Cenabis bene. L’alimentazione nella Sicilia antica, Teatro, musica e danza nella Sicilia antica, Mare Nostrum. I Romani, il Mediterraneo e la Sicilia tra il I e il V sec. d.C., Nelle terre dei Sicani. Passato, presente e futuro dei siti archeologici della Sicilia centrale: problematiche e proposte).

Se il fascismo va di moda. L’estremismo di destra e i giovani

Si può affermare che l’estremismo di destra impregni, oggi, qualsivoglia ambito di vita e di interesse di un numero rilevante di persone, permeando moda, musica, volontariato, (anti)femminismo, sport, arte e finanche cultura.
Qual è la malìa del fascismo?

Isoppo: è innegabile che quella attuale sia una società in cui la violenza in generale sia ormai uno stile comunicativo. La televisione urlata, le immagini e le storie sempre più violente proposte senza filtro alcuno, fino ad arrivare a videogiochi violenti e assolutamente realistici. Senza entrare nel merito dei messaggi veicolati, è innegabile che lo stile comunicativo del fascismo sia uno stile violento, fatto di slogan urlati. I nostri giovani praticamente familiarizzano sin da piccoli con l’aggressività e la violenza e pertanto questa modalità di porsi non solo non risulta respingente, ma anche in qualche modo “rassicurante” perché conosciuta, anzi…riconosciuta. Credo sia questo a essere pericoloso, la non percezione della presenza del fascismo perché ci muoviamo in una società violenta che ci ha abituato a certi contenuti e a certi stili.
Ghiglione: Oltre a questo aspetto, è necessario evidenziare che i movimenti, le associazioni e i partiti di estrema destra si presentano come movimenti “antisistema” con l’intento di convogliare lo scontento e il disagio di tanti giovani che percepiscono di non avere opportunità e si sentono incompresi. Questi gruppi aggregano utilizzando linguaggi e contesti che da sempre sono attrattivi per i giovani (musica, sport, moda), ma anche attraverso la gratificazione e la valorizzazione delle loro capacità e competenze, attraverso l’assegnazione di ruoli apicali. Si tratta, infatti, di organizzazioni facilmente “scalabili” per chi milita con abnegazione e dedizione nelle tante attività messe in campo, comprese quelle che hanno un risvolto sociale (tipico esempio sono le raccolte di cibo per le famiglie italiane in difficoltà). Questo permette ai giovani militanti di sentirsi utili e gratificati.
Numeri, messaggi in codice, bandiere e loghi. Mode, riti, formazione dei “patrioti”.
Quale codice comunicativo adopera l’estrema destra?

Isoppo: qualunque codice comunicativo, nessuno escluso. Là dove prima c’era un sano senso di vergogna (parliamo pur sempre di un reato, come lo è per esempio la pedofilia), adesso si ostenta con orgoglio l’appartenenza a movimenti di estrema destra e qualunque canale è efficace e utilizzato. Nel libro abbiamo evidenziato la presenza di linee di abiti destinati ai fedeli “patrioti”, abbiamo analizzato come sempre più persone mostrano con orgoglio tatuaggi che hanno richiami al fascismo. Il saluto romano viene fatto anche davanti alle telecamere, senza alcun segno di autocensura (l’ultimo in ordine di tempo quello fatto dal fratello del presidente La Russa, per esempio).
Ghiglione: I simboli sono importanti al fine di accrescere il senso di appartenenza, siano essi riti di affiliazione, un gesto riconoscibile come il saluto “romano” o del “legionario”, un tatuaggio impresso per sempre sulla pelle che rappresenta un simbolo nazifascista. La nostra tolleranza e distrazione e la conseguente impunibilità per tutto questo fa il resto.
Nel libro si analizzano “gli ingranaggi del meccanismo, le leve psicologiche del consenso, il lievito madre della militanza”
Quanto influisce la disinformazione, l’assenza di coordinate storiche e culturali?

Isoppo: purtroppo è stata determinante. In ogni presentazione non manca mai l’occasione di sottolineare come l’assenza, in Italia, dell’equivalente processo di Norimberga abbia determinato una mancata percezione della gravità dei fatti relativi ai crimini commessi in tempo di guerra. Così come sottolineiamo ogni volta che, mentre in Germania il cognome Hitler è sparito, qui da noi ai Mussolini viene permesso di fare politica attiva perché ci sono persone che li votano condividendone le idee e, implicitamente, ammirandone il background familiare (chissà, magari anche con nostalgia).
Sono inoltre ben pochi gli studenti che, come da programma, riescono ad affrontare ampiamente e con spirito critico gli eventi di storia moderna, ovviamente in riferimento alla seconda guerra mondiale. Quella parte del programma è generalmente affrontata alla fine dell’anno scolastico, con l’estate ormai alle porte e con una notevole pressione per le ultime interrogazioni che molto toglie alla voglia di approfondire un determinato argomento.
Ghiglione: Oltre a ciò, non possiamo non tenere di conto della regressione culturale che si è determinata nel nostro Paese negli ultimi trent’anni, a causa della quale populismi e pensieri radicali hanno trovato terreno fertile. Da questo punto di vista la cartina di tornasole sono state le reazioni violente che si sono manifestate durante l’emergenza sanitaria: come è emerso dalle indagini e dal percorso giudiziario riguardante l’assalto alla sede nazionale della CGIL, lo scontento e il timore, generato dai provvedimenti governativi per arginare i contagi, è stato captato e convogliato da movimenti neofascisti per generare odio e pregiudizi, anche contro la scienza, e radicalizzare il pensiero. La disinformazione e l’assenza di coordinate culturali sono state determinanti.
Facebook ospita più di 2.700 profili di propaganda fascista, dei quali almeno 300 magnificanti Forza Nuova e Casa Pound.
Qual è il ruolo della galassia dei social media nella diffusione del pensiero fascista tra i giovani?

Isoppo: prendiamo tristemente atto che i social media non sono una nuova forma di comunicazione tra i giovani, ma sono ormai LA forma di comunicazione. Non ci si chiede più per prima cosa il numero di telefono ma il contatto Instagram. Anche molti adulti non leggono più i giornali ma si fanno un’idea dei fatti di cronaca attraverso Facebook e Twitter. Sono convinta che col tempo, là dove un tempo nascevano testate giornalistiche, oggi prenderanno sempre più campo nuovi social, nella falsa percezione di comunicare sempre più e sempre meglio. In realtà è una comunicazione talmente superficiale che diventa una “non comunicazione”, una comunicazione fast che facilita la propaganda fascista fatta generalmente di slogan a effetto ma poco articolati.
Ghiglione: Web e social media sono diventati strumenti essenziali per le organizzazioni neofasciste, per riuscire a intercettare e coinvolgere i giovani diffondendo un pensiero radicale. Per raggiungere questo scopo si diffondono appositamente fake news, discorsi d’odio e si individua un nemico contro il quale coalizzarsi. Gli effetti sono visibili nelle tante aggressioni contro chi osa manifestare la propria soggettività sia essa sessuale, di genere, di etnia.
A conclusione del saggio si legge: “Soprattutto è necessario sporcarci le mani e tornare a essere partigiani.”
Chi sono le ragazze ed i ragazzi che hanno deciso di difendere la democrazia del nostro Paese e la nostra Costituzione?

Isoppo e Ghiglione: nel libro descriviamo degli esempi specifici: Simone di Torre Maura, i ragazzi del cinema America, Cibo, lo street artist di Verona. Ma è ovvio che, per fortuna, i nuovi resistenti non siano solo loro. Sono tutti coloro che “non gli sta bene che no”, per parafrasare Simone. A iniziare dalle donne che non si rassegnano alla regressione culturale che le vorrebbe nuovamente “angeli del focolare” e che le destre hanno sempre provato a promuovere, provando a limitare la loro libertà e autodeterminazione, anche per quello che riguarda il diritto di scelta in caso di aborto. Non è sufficiente avere una Presidente del Consiglio donna per considerare superato il rischio di un rafforzamento della cultura sessista e patriarcale di destra nel nostro Paese. Come è ovvio, il cambiamento più importante avviene nella cabina elettorale ed è soprattutto lì che dovremo difendere la nostra bellissima, fragile Costituzione, ma nel frattempo ognuna e ognuno di noi deve fare la propria parte per promuovere la cultura democratica, contro ogni rigurgito fascista e nazista.

Vanessa Isoppo: psicologa-psicoterapeuta. Specializzata in Psicoterapia dell’approccio centrato sulla persona, Problemi e patologie alcol correlate, Scienze criminologico-forensi. Psicoterapeuta libero professionista, ha scritto inoltre “G. W. Vizzardelli, analisi psico-criminologica di un serial killer adolescente” per Oltre edizioni.

Lara Ghiglione: coordinatrice della Segreteria Generale e responsabile delle politiche di genere della CGIL nazionale. Specializzata in criminologia è anche autrice di un saggio sui linguaggi delle mafie “Così parlano le mafie. Viaggio nei linguaggi delle mafie di ieri e di oggi” Città del sole edizioni, e di uno sulla corruzione “Corrotti. Dentro gli affari criminali di èlite e mafie” Armando Editore.

RINASCIMENTO: la danza delle idee

L’Arte, tra Poesia e Filosofia nella Civiltà del Rinascimento Italiano

“Libro storico, didattico, didascalico, critico, enciclopedico e CreAttivo”. In qual misura ha inteso celebrare e rievocare lo spirito sperimentale e multidisciplinare del Rinascimento?

Ho cercato di seguire un approccio multidisciplinare, facendo una doverosa ricostruzione storica del Rinascimento in Pittura, scultura e architettura, seguita dall’analisi di alcune tematiche specifiche e di aspetti poco investigati dalla critica quali Le donne nel Rinascimento, o il Rinascimento minore di Longhi, per soffermarmi poi sull’analisi critica di alcune opere quali L’uomo vitruviano, La Pietà, La citta ideale, La leggenda della vera croce etc…ed infine ho avuto anche un approccio didascalico allegando un glossario dei termini rinascimentali. Il Rinascimento è stato caratterizzato dicevamo da una vera e propria Danza delle Idee, arricchita e impreziosita dalla sperimentazione e dalla multidisciplinarietà degli artisti e poeti (Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Piero della Francesca, Macchiavelli, Poliziano, Alberti, Ficino, Vasari etc…che erano poliedrici, creativi, innovatori) e uomini di cultura e dal fatto che le Accademie e nelle botteghe degli artisti si confrontavano e contaminavano idee, tecniche, filosofie, religioni. Si approfondirono in questo periodo gli studi delle altre religioni, della Filologia, dell’Astrologia, Archeologia, Matematica.

Nell’ultimo EXPO di Dubai, la riproduzione in scala tridimensionale del “David” di Michelangelo è stata tra le attrattive principali. Quali sono le ragioni sottese al comune sentire del riconoscimento del Rinascimento come culla di cultura mondiale nonchè brand di rinnovamento d’arte e civiltà?

Credo che l’unicità e grandiosità del Rinascimento, riconosciuta a livello mondiale sia dovuta essenzialmente a tre aspetti: Il primo è l’aver messo l’uomo al centro di ogni riflessione artistica, filosofica, poetica ed etica, il secondo la rinnovata attenzione alla cultura classica Greca (soprattutto in scultura e la filosofia di Platone e Aristotele), la terza la danza delle idee, idea centrale del libro, venutasi a creare dalla contaminazione interdisciplinare avviatasi nelle Accademie Medicee.
La concezione dell’uomo diventa centrale, più ottimistica e “laica”, l’uomo è sempre creatura, figlio di Dio, ma ora l’accento cade sul suo valore e sulle sue forze, sulla sua capacità di costruirsi il proprio destino, in una parola, sulla sua potenza e dignità; e il mondo e il corpo non sono più considerati strumenti di pena e tentazione ma elementi indispensabili per la realizzazione di sé. Si riscopre il mondo, la natura, l’uomo, lo studio dei classici latini e greci.

Lei analizza oltre le Arti, dall’Architettura alla Pittura ed alla Scultura, e gli autori, anche temi e idee innovative che hanno caratterizzato il Rinascimento. Ebbene, ravvede influenze, richiami, citazioni anche in esponenti dell’Arte Contemporanea o nel mondo della pubblicità e della moda?

Era inevitabile che il più famoso periodo storico dell’Arte nel mondo, che va sotto il nome di Rinascimento, non producesse studi, influenze, richiami, citazioni anche in autori sensibili dell’Arte Contemporanea da De Chirico a Duchamp, da Ceroli a Pistoletto, da Jorit a TVBoy a Mauro Rea e il mondo della pubblicità e della moda. La democratizzazione dell’Arte, ha portato ad un uso spesso decontestualizzato, ludico e irriverente, tramite procedimenti quali la citazione, la parodia, l’allusione. Sono le opere di Botticelli, Michelangelo e Leonardo ad essere strumentalizzate e usate con particolare frequenza. Ciò avviene non solo per la loro originalità figurativa e qualità tecnica, ma anche per la loro bellezza e sensualità, che le rendono particolarmente appetibili ai media contemporanei.
È curiosa anche un’immagine per i jeans di Valentino che raffigura frontalmente un uomo disteso a torso nudo (1990) (fig. 2). Essa si ispira palesemente al Cristo scorto del Mantegna (Brera). Lo stesso soggetto fu ripreso anche da Pasolini per un suo film. Il riferimento a una delle opere più intensamente religiose del Rinascimento che appare su una pubblicità commerciale e in un film. Facciamo notare infine che la moneta da 1 euro, riporta nel recto l’immagine dell’Uomo Vitruviano.
E’ forse TVBoy il più ironico e contaminato artista contemporaneo con il Rinascimento.
Famosa la sua opera “A second Reinassance”, in cui due giovani a un concerto hanno le sembianze di Leonardo che abbraccia la sua ragazza (Gioconda con occhiali e cappello) o nell’ironica “Ultima cena”, sono tutti a cena da Mc. Donalds, o S.O.S. in cui la Gioconda ha in mano un cellulare e indossa la mascherina.
Nell’opera “La creazione di Adamo. (God is a woman).” la genialità dell’artista si evidenzia in due particolari: Dio è stato sostituito da una Donna che porge ad Adamo una bomboletta spray. E il messaggio che sembra passargli è: “Continua tu il mio lavoro”, palesando in contempo la correlazione Dio/Donna e Creazione/Arte. Adamo che nelle altre versioni dell’opera è distratto da cellulare e P.C., in questa occasione è completamente concentrato a ricevere ed accogliere il messaggio della Donna.

Nel testo è presente un capitolo dedicato alle Donne dell’Arte del Rinascimento. E’ possibile rintracciare uno spirito squisitamente muliebre in talune espressioni artistiche rinascimentali?

Nel ‘500 pur sotto l’ambito familiare e sottoposte all’autorità dei padri e dei mariti, molte Donne si dedicavano allo studio dell’arte e della letteratura, e persino gli umanisti che auspicavano una maggiore istruzione femminile, era spaventati dalla loro successiva ribellione, autonomia e disobbedienza.
Grazie alle dinamiche della discendenza di sangue, le donne rinascimentali entrano “in politica”: sono duchesse, marchese, principesse o regine. Il loro ruolo è ancora spesso marginale, e l’educazione femminile è più modesta di quella degli uomini, ma le figure femminili dominano il panorama politico e culturale di questo periodo. Ma non facciamoci illusioni, in una famosa opera Consigli a una moglie giovane” di Ludovico Dolce tra le altre cose scrive: “Lei non gestisce il suo corpo, esso è “proprietà” del marito”.
I genitori sceglievano i mariti per le figlie e ne negoziavano la sistemazione economica per lo più senza che queste potessero intervenire. Una volta sposata, la donna aveva il compito di procreare, restando chiaramente fedele al marito, doveva vegliare sulla famiglia e, in assenza del coniuge, gestire la casa, limitandosi però, alle funzioni di governante, poiché solo il marito aveva il diritto di amministrare il patrimonio familiare. Fecero eccezioni, Sovrane rispettate, contesse temute, (Lucrezia Borgia, Caterina de’ Medici, Isabella d’Este) e grandi Poetesse e Pittrici come :
Vittoria Colonna (Marino, aprile 1490 o 1492 – Roma, 25 febbraio 1547) è stata una nobile e poetessa italiana) grande amica di Michelangelo;
Gaspara Stampa, (Padova, 1523 – Venezia, 23 aprile 1554) è stata una importante poetessa italiana.
Appartenente ad un ramo cadetto della nobile famiglia Stampa, condusse una vita elegante e spregiudicata nell’alta società veneziana. Le sue rime, concepite secondo il modello petrarchesco, costituiscono una delle più interessanti raccolte liriche del Cinquecento;
Sofonisba Anguissola, Nata a Cremona (1531-1625) da una famiglia patrizia, educata all’eclettismo dal padre Amilcare, divenne una celeberrima ritrattista presso la Corte di Spagna. E’ una delle poche pittrici del ’500 la cui opera non teme confronto con quella del sesso forte. Al punto di meritare l’encomio di Van Dyck che scrive di “preziosi avvertimenti” fornitegli dall’anziana artista incontrata a Palermo; Lavinia Fontana (1552-1614) è un’altra pittrice che si distingue nel panorama cinquecentesco. Figlia d’arte, il padre è Prospero Fontana (pittore bolognese, si dedica principalmente al ritratto e a temi religioso-mitologici). La sua abilità vale una illustre committenza pontificia: la pala d’altare per la Basilica di San Paolo fuori le Mura. Pittrice manierista celebre per i ritratti, ma anche per la sensualità e il gusto raffinato nei suoi dipinti;
Artemisia Lomi Gentileschi (Roma 1593-Napoli 1652) La più famosa delle Donne Artiste del Rinascimento, nacque a Roma l’8 luglio 1593 da Orazio e Prudenzia di Ottaviano Montoni, primogenita di sei figli, e operò tra Roma Firenze, Genova, Napoli e Venezia. Nota per l’espressività e drammaticità delle sue opere che hanno avuto l’influenza oltre che del padre Orazio Gentileschi, di Caravaggio, Carracci, Michelangelo, Van Dyck, ma che nonostante ciò hanno una forte impronta espressiva e una personalità autonoma, mitologica e “femminista”. L’Arte di Artemisia si esprime al massimo nei panneggi, nell’espressività erotica e realistica dei corpi, nelle scene di violenza (quasi sempre di donne vendicatrici). Fu la prima donna della Storia ad essere ammessa all’Accademia del disegno di Firenze e la prima Donna nella storia dell’Arte ad Autoritrarsi nell’atto di dipingere, e forse la prima pittrice donna a dipingere donne nude.

La cover del libro è di Mauro Rea, il quale reinterpreta e attualizza l’Uomo vitruviano. Ce ne svela l’intento comunicativo?

Tra le più affascinanti interpretazioni moderne dell’Uomo Vitruviano, voglio sottolineare quella di Mauro Rea che ha realizzato per la cover del mio libro RINASCIMENTO: La danza delle idee. Rea reinterpreta e attualizza il disegno di Leonardo in diversi modi e va oltre la semplice raffigurazione. Come prima cosa inserisce il disegno all’interno di un alfabeto neofuturista che danza intorno al disegno, poi inserisce accanto o dietro la figura maschile, quella femminile, il tutto su carta riciclata usa e getta di Amazon, con al centro un codice a barre. Il tutto come chiara denuncia del mondo mercificato in cui l’uomo non è più al centro della riflessione umana e filosofica, ma la merce ad uso e consumo delle masse. Infine la figura antropomorfa metà uomo e metà donna suggerisce anche una nuova centralità di attenzione umana al complesso mondo moderno LGBT.

Donato Di Poce

Ama definirsi autoironicamente “un ex poeta che gioca a scacchi per spaventare i critici”. (Nato a Sora – FR – nel 1958, residente dal 1982 a Milano). Poeta, Critico d’Arte, Scrittore di Poesismi, Fotografo, Studioso del Rinascimento. Artista poliedrico, innovativo ed ironico, dotato di grande umanità, e CreAttività.
Ha al suo attivo 43 libri pubblicati (tradotti anche in Inglese, Arabo, Rumeno, Esperanto e Spagnolo), 20 ebook e 40 libri d’arte Pulcinoelefante. Dal 1998 è teorico, promotore e collezionista di Taccuini d’Artista. Ha realizzato ©L’Archivio Internazionale di TACCUINI D’ARTISTA e Poetry Box di Donato Di Poce, progetto espositivo itinerante.
Vedi siti Internet:
https://www.wikipoesia.it/wiki/Donato_Di_Poce; http://www.donatodipoce.net;
http://www.taccuinidartista.it; http://www.creactivitybranding.it

Oltre i numerosi libri di Poesia, Aforismi e saggistica varia, ha pubblicato i seguenti libri di Critica d’Arte:
Anna Boschi: ContaminAzioni, I Quaderni del Bardo, Lecce 2022.
Taccuini d’Artista: Storia di un’idea da Leonardo da Vinci a Basquiat, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2020.
Mauro Rea: Icone Pop, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2020.
Poetiche dell’Invisibile, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2019.
Poetry Box: Taccuini d’Artista in scatola, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2019.
Giovanni Ronzoni: L’Arte per sottrazione, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2019.
Fotografia dell’invisibile: guardare non è vedere, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2018.
Donne per l’Arte, I Quaderni del Bardo, Lecce, 2019.
Rompete le righe, Campanotto Editore, Udine, 2016.
La Stanza di Arles, CFR Edizioni, Sondrio, 2014
De Sculptura, CFR Edizioni, Sondrio, 2013;
Guardare non è vedere, CFR Edizioni, Sondrio, 2012;
L’Avanguardia dopo l’Avanguardia, anche. CFR Edizioni, Sondrio,2012;
Il Taccuino di Stendhal, Campanotto Editore, Udine, 2008.

iQdB edizioni di Stefano Donno
(i Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)
Sede Legale e Redazione: Via S. Simone 74 73107 Sannicola (LE)
Mail: iquadernidelbardoed@libero.it
Info Link: http://www.iquadernidelbardoedizioni.it
Blog: https://iquadernidelbardoedizionidistefanodonno.com/

Pompei. Mestieri e botteghe 2000 anni fa

Quali sono gli interrogativi peculiari della vita commerciale pompeiana, volendo offrire coordinate ai non addetti ai lavori?
Se da un lato consideriamo Pompei come “porta del tempo” unica al mondo, d’altro canto non si può non mettere l’accento sulle difficoltà di comprensione della città, nel suo complesso più ampio: commerciale, civile, religioso, politico, per chi in due ore di visita si trova difronte a elementi socio culturali straordinari. Questo, che ovviamente vale anche per lo studioso che per la prima volta si avvicina a questa realtà così complessa, vale ancora più per il turismo di massa. Anche perché in quello stesso tempo, il visitatore “mordi e fuggi” deve “entrare”, con le sue conoscenze attuali, nello spirito di una città che viveva duemila anni fa. E tuttavia, niente come le botteghe artigiane e quelle altre più squisitamente commerciali sono capaci di dare la cifra della vita all’epoca. Perché, a muovere la vita in una città sono gli artigiani: il barbiere, il tintore, il vasaio, il fabbro, e… (pare assurdo) la prostituta, il lenone, e persino il povero. Oltre ai bottegai e ai piccoli industriali come i produttori di garum. Un esempio? Come facevano i fullones (lavandai) a lavare, smacchiare, tingere, e stirare i vestiti senza le tecnologie e i prodotti di oggi? Grandi recipienti di coccio agli incroci stradali e l’invito ai passanti a orinarvi dento: l’ammoniaca contenuta nell’orina serviva per smacchiare gli abiti… Quella migliore la producevano i cammelli, per questo c’era tutto un mercato che consentiva l’arrivo dall’Africa del prodotto. E poi si servivano di una pressa di legno che funzionava da “ferro da stiro”, dopo averli trattati più volte in una sequenza di vasche. I maestri ebanisti lavoravano al meglio il legno locale ma si servivano di avorio importato per le applique preziose sui mobili. Ovviamente, e questo in pochi se lo sono chiesto, in città doveva esserci tutta una serie di botteghe con artigiani capaci di mettere a punto gli strumenti che servivano agli scalpellini, ai sarti, ai calzolai, ai fabbri. Ecco, il visitatore di Pompei, dovrebbe arrivare in città già bene informato per poter poi davvero godere appieno la visita.
L’antico si fa attuale. Senza fanatismi iperbolici e nostalgie canaglie, nella consapevolezza e certezza che la Pompei antica sia un luogo gremito di idee e popolato di storie. È la folla di immagini che narrano l’uomo e l’umano a scatenare la “pompeianità”?
Pompei, assieme a Ercolano e alle altre città distrutte dal Vesuvio, sin dal primo intervento di recupero e scavo, è stata al centro dell’attenzione del mondo. Tutto quanto emergeva dagli scavi sistematici non faceva altro che affascinare chi ne leggeva e quanti avevano la fortuna di poterlo osservare da vicino. La città si sente, davvero, sulla pelle, quando giri per i vicoli o entri nelle case. Nei pomeriggi estivi, quando sta per arrivare il crepuscolo, è il tempo migliore per girovagare negli scavi: allora davvero pare di sentire le voci della gente dei venditori di placentae e tractae (le pizze dell’antichità), degli schiavi, della plebe che torna dalle terme, dei ricchi che si danno appuntamento per la cena. E senti ancora battere il martello del fabbro, senti il segaccio del falegname, lo stridio del tornio del vasaio, strumenti di lavoro degli artigiani, che si sono ritrovati negli scavi e che ora fanno bella mostra nei musei, accendendo la fantasia e l’interesse di chi li osserva con stupore. Ogni strumento con la sua voce, ciascuno con la sua storia. Tante storie. Tutte da raccontare.
Numicia Primigenia, acquirente di un “lomentum verax”; orefici, tessitori, usurai, ambulanti, produttori e venditori di stoviglie…Usi, costumi e consuetudini d’un mondo davvero remoto.
Quali sono le difficoltà insite nel lavoro d’un divulgatore storico?

Tante, le difficoltà. Pompei, come anche altri siti d’interesse storico, scientifico e culturale non si possono descrivere solo facendo ricerche bibliografiche o copiando notizie da altri scritti: se sono stati fatti degli errori, essi si perpetuano all’infinito. E necessario vivere quello che si racconta, stare sul posto, e non per un giorno o due o una settimana. Bisogna entrare nelle case, studiare anche i minimi particolari che si andranno a utilizzare nella divulgazione. Serve tempo per entrare in quel “tempo” che si vuole descrivere; servono conoscenze del territorio, degli usi dei costumi, del cibo: servono sensazioni; serve “sentire” quella vita, a quel tempo. Poi, il tutto va elaborato e trasmesso, nella maniera più semplice possibile perché sia accessibile e fruibile ampiamente, dallo scienziato al più umile lettore. Questo fa il divulgatore: non si limita a proporre testi scritti per lui da altri ma li elabora di suo. Una maniera di raccontare che seguo ogni qualvolta scrivo di e su Pompei, o su altro. Faccio un esempio: per scrivere “Pompei AD 79, la moneta verticale”, racconto di due anni fa, ho girato per alcuni mesi, pur conoscendo bene la città, nelle strade e nelle case dove avrei ambientato la storia. Con Stefania Sabatino, la pittrice che ha lavorato sulle tavole che impreziosiscono il racconto/giallo, abbiamo girato e ci siamo soffermati negli spazi che descrivo perché lei davvero potesse vivere quei luoghi e così dargli anima nei disegni. “Pompei mestieri e botteghe 2000 anni fa” è nato dopo quasi un decennio di lavoro, quando uscì la prima edizione, venti anni fa; la seconda, riveduta, corretta e ampliata, ora. I libri, e la divulgazione, sono una cosa seria e non si gonfiano da una settimana all’altra.
Lei svela un immenso patrimonio culturale da cui trapela lo spirito imprenditoriale vesuviano. All’ombra del Vesuvio se ne posso scorgere ancora le tracce?
Si. Le cave di pietra lavica dalla cui lavorazione gli scalpellini vesuviani hanno ricavato straordinarie testimonianze che impreziosiscono i palazzi nobiliari napoletani risalenti al Settecento e all’Ottocento, sono una testimonianza ancora viva delle tecniche di estrazione e lavorazione della pietra lavica. Ancora oggi, la manutenzione di queste strade e piazze è affidata a un gruppo di maestri che, purtroppo, e per mancanza di scuole, anno dopo anno si riducono in numero e professionalità. Ecco, gli scalpellini pompeiani, duemila anni fa, lastricavamo piazze e strade di Pompei con quelle stesse pietre che ancora oggi troviamo nelle cittadine attorno al Vesuvio. E gli scriptores che segnavano i loro “OVF”, Oro Vos Faciatis (vi prego di fare), ovvero i “vota e fai votare” odierni sulle facciate delle case. E, come non ricordare il garum, diventato “colatura di alici”, oggi, con capitale mondiale a Cetara, cittadina in provincia di Salerno? E come non ricordare che il garum pompeiano, conosciuto in tutto il mondo dell’epoca, negli ultimi anni di vita della cittadina venne soppiantato da quello spagnolo, i cui produttori “ruppero” il mercato praticando costi bassissimi, cosa che portò a una crisi irreversibile per il prodotto locale. Niente di nuovo sotto il sole, ora come allora.
Recentemente, scoperte sono state effettuate nella Regio V. Di fronte a quale rinvenimento il suo cuore ha tremato?
I due stupendi mosaici e gli affreschi trovati nelle case del Giardino e di Giove hanno davvero dato emozione, senza dimenticare “Leda e il Cigno”, o la popina (osteria) con il bancone decorato. Ma è tutto quanto ritorna alla luce di Pompei che lascia sempre commozione. Anche una pietra, per chi la sa guardare, fa sussultare il cuore. Ma, più di tutto sono i resti mortali di quella gente uccisa dalla furia del Vesuvio a dare emozioni uniche. Persone, e non “elementi” di calchi, che vissero la tragedia della loro vita senza potere sfuggire a un destino crudele… povera gente che si trovò al momento sbagliato in un luogo sbagliato. E questo gli costò il bene massimo: la vita.

Carlo Avvisati è giornalista. Scrive per il Mattino di Napoli. Tra le sue pubblicazioni: 1906 Quando il Vesuvio perse la testa; Vesuvio 1906 il dramma di un popolo; Poppea, cronaca d’un omicidio presunto; Pompei, mestieri e botteghe 2000 anni fa; Plinio il Vecchio, il mistero dello scheletro scoperto sulla marina di Pompei antica; Napoli punto e…pasta, storia e leggende di spaghetti e affini; Vesuvio a.D. 79; Boscoreale, storia, tradizione e vocazione turistica; ‘O nonno mio riceva… detti motti e filastrocche in uso nel circondario boschese.

Non siamo sole. Otto storie di solidarietà femminile

Maristella Lippolis, Eleonora Molisani, Eva Martelli, Roberta Zimei, Loretta D’Orsogna, Valentina Di Cesare, Maura Chiulli, Patrizia Angelozzi: otto racconti differenti per stile e contenuti. Qual è il filo rosso che li accomuna?

Come ho scritto nell’introduzione del libro, una volta deciso il formato antologico del libro, ho dovuto decidere il tema dell’antologia e gli autori. E mentre per il tema è stato relativamente facile. Stefania era convinta che per migliorare la condizione femminile (nella scienza) era particolarmente importante che ci fosse più solidarietà tra donne. La ricerca degli autori invece non è stata scontata. Prima di tutto ho deciso di declinare il tutto al femminile, la borsa di studio sostenuta dalla vendita del libro è rivolta ad una giovane ricercatrice; quindi, mi è sembrato ovvio che il libro fosse anch’esso un prodotto al femminile, fatto da donne per aiutare altre donne. Un altro filo conduttore nella scelta delle autrici è stata l’appartenenza ad un territorio, l’Abruzzo ed il Molise, che Stefania sentiva suo. Ma un’appartenenza intesa nel senso più ampio, non semplicemente un qualcosa dettato da un passivo diritto di nascita, ma al contrario un rapporto attivo, dinamico, a volte anche conflittuale. Quindi autrici con storie e sensibilità diverse ma che tutte scrivono di donne che in un modo o nell’altro si aiutano. Quindi un libro di racconti scritto da donne che ha come protagoniste donne, ma un libro che, si badi bene, parla a tutti e che dovrebbe far riflettere tutti. Perché, purtroppo, nella realtà, molto spesso le donne vengono lasciate sole.

Dagli anni ’60 del Novecento il corpo delle donne diviene l’interprete della discussione politica, il movimento femminista esplora i paradigmi ed i ruoli stereotipati delle donne mentre l’azione dei collettivi arricchisce le meditazioni sulla differenza di genere.
Oggidì, il corpo messo al centro del dibattito nella società contemporanea è quello muliebre. Quali forze diverse ed in contrapposizione si combattono su questo campo?

A dire la verità, mi trovo sempre un po’ in imbarazzo quando si tratta di discutere del corpo delle donne perché penso che una delle cose migliori che noi uomini possiamo fare sia evitare il più possibile di dare la “nostra” versione sull’argomento. Infatti, credo che il problema principale sia proprio l’accettare come comune una visione del corpo femminile che si è formata principalmente attraverso una cultura maschile se non maschilista. Fateci caso, anche quando si vuole far notare che il canone attuale di bellezza del corpo femminile non è assoluto, si prendono come esempio i dipinti rinascimentali dimenticando che anche quelli sono corpi visti attraverso gli occhi di pittori uomini. Quasi tutti riconoscono la Venere di Botticelli o magari hanno in mente le donne dipinte da Manet. Ma quanti saprebbero indicare un nudo femminile dipinto da una pittrice? Lo stesso tipo di visione alterata del corpo femminile sta secondo me, anche alla base del fenomeno opposto, quando cioè invece di scoprire il corpo femminile lo si vuole coperto, implicando che il peccato sia nelle forme femminili e non invece negli occhi di chi le guarda.
E non è solo l’aspetto estetico del corpo femminile che subisce giudizi e censure è anche la sua fisiologia. Come altro spiegare che qualcosa di così naturale come le mestruazioni sia di fatto ancora un tabú nella nostra società ?
Ma non è solo una questione storico-culturale, il fatto che la visione maschile-maschilistica del corpo delle donne sia ancora prevalente nella società è anche il risultato della differenza di potere tra i due sessi. Se il potere e i soldi sono (principalmente) nelle mani degli uomini, è ovvio che si usino modelli e stereotipi che attraggano la loro attenzione quando si vuole vendere qualcosa o convincere qualcuno.

“E il mio La città delle donne? Care ragazze, quella città non esiste su nessuna mappa dello spazio e del tempo, eppure risiede nell’anima di tutte noi”. Così Molisani. Ogni donna è se stessa e tutte le altre?

Di nuovo, forse è una domanda a cui io non sono molto qualificato per rispondere e forse dovrebbe essere posta ad una donna. Ma se dovessi dare una mia risposta, direi che indubbiamente ci sono problematiche, sentimenti ed esperienze che sono condivise se non da tutte, da una buona parte delle donne. Tuttavia, ogni donna, è sé stessa, come d’altronde ogni essere umano è unico.
Però penso anche che al di là di differenze, principalmente legate alla differente fisiologia, non esista una separazione così netta tra i due sessi e che molti comportamenti considerati maschili o femminili sono in realtà il risultato di anni di pressioni sociali e culturali senza le quali la transizione tra il femminile e il maschile sarebbe molto più fluida.

Quanto è importante la collaborazione degli uomini, affinché le donne effettivamente non siano sole?

Se parliamo in termini di società, penso che sia innegabile che una maggiore partecipazione femminile in tutti quegli ambiti sociali dove le donne rappresentano ancora una minoranza, sarebbe di grosso giovamento; e in quest’ottica, sarebbe molto più semplice se ci fosse una collaborazione ed una mediazione tra uomini e donne. Purtroppo però, molto più spesso siamo in presenza di un conflitto, magari condotto in maniera inconscia, in cui le donne cercano di ricavarsi uno spazio mentre gli uomini cercano di mantenere le loro posizioni di potere. In questi contesti, secondo me, è molto più produttivo, per le donne, cercare di fare gruppo piuttosto che cercare singolarmente l’approvazione maschile.

Antonella Viola, immunologa, ha sostenuto: “Stefania aveva grinta, coraggio, determinazione, curiosità, cuore. E aveva potenziato queste sue doti grazie allo studio, all’impegno, alla fatica, all’integrità […] era una di quelle donne che aiutano le altre donne.”
Chi era Stefania?

È difficile rispondere a questa domanda in modo esaustivo in poche righe.
Stefania era innanzitutto una donna. Una donna tosta e sensibile. Stefania era una donna umile che però si poneva obiettivi ambiziosi e lavorava sodo per ottenerli, che sapeva cosa voleva e che ha saputo realizzarsi nonostante le difficoltà che spesso le donne devono affrontare per imporsi in un mondo ancora troppo a misura di uomo. E proprio perché lei le aveva dovute affrontare, si era impegnata, sia all’interno dell’università che all’esterno, per cercare di eliminarle. Ma Stefania era anche una donna a cui piaceva socializzare che amava la musica e amava ballare. Stefania era una madre presente ed attenta nonostante gli enormi impegni che la oberavano. Una madre esigente forse, ma tutt’altro che severa. Stefania era poi mia moglie. O forse sarebbe più corretto dire che io ero suo marito. Perché, forse fra tutti i ruoli rivestiti da Stefania quello di moglie era quello che le si addiceva di meno. Certamente non era una di quelle mogli che vivono all’ombra del marito. Per lei l’indipendenza ed uguaglianza era un requisito fondamentale nel rapporto a due. Senza di esse lo stare insieme non avrebbe avuto lo stesso senso, non sarebbe stato una libera scelta delle due parti ma una necessità di una di esse. Poi, ovviamente, Stefania era una scienziata. In italiano usiamo poco il termine scienziata sostituendolo spesso con “ricercatrice”, ma nel caso di Stefania questo termine è riduttivo. Per Stefania la ricerca era un obiettivo primario, la faceva con passione, entusiasmo e dedizione. Quando si trattava di fare scienza era instancabile
ed il lavoro scientifico della sua breve carriera è probabilmente il suo lascito più tangibile e duraturo.

Massimiliano Baldassarre
Comincia la sua carriera da ricercatore subito dopo il diploma lavorando come tecnico di laboratorio al Consorzio Mario Negri Sud di Santa Maria Imbaro. Dopo la laurea in Farmacia all’Università di Chieti si trasferisce negli Stati Uniti dove, grazie a una borsa post-dottorato dell’AIRC, approfondisce i suoi studi presso la Yale University.
Dal 2017 ricopre il ruolo di Ricercatore in Biologia Cellulare e Microbiologia all’Università di Aberdeen in Scozia.

Friedrich Nietzsche. Tentativo di labirinto

(collana “Eredi”, Feltrinelli 2017)

Nietzsche riassunto in formule manualistiche: il superuomo, la volontà di potenza e l’eterno ritorno.
Nietzsche è davvero un pensatore oracolare e soprattutto dottrinale?

Assolutamente no! Purtroppo è ciò con cui viene regolarmente scambiato, fraintendendo gravemente il suo pensiero; infatti, è ben difficile trasformare le idee del suo mobile e indeciso filosofare (più che di una sua statica, rigida filosofia, che non esiste) in tesi o dottrine impositive, autoritarie, che cercano dei credenti (Zarathustra non cerca e non vuole credenti). Il tono oracolare di Nietzsche, adottato letterariamente soprattutto in “Così parlò Zarathustra”, non deve trarre in inganno; se questo testo ha assunto la forma di un testo sacro, di una sacra scrittura, l’ha assunta in quanto mimesi e parodia di ogni sacra scrittura, cristiana o buddhista o di qualsiasi altra religione. Nietzsche è in primo luogo un diagnostico, uno psicologo del nichilismo; come tale, avendo “preso su di sé lo spirito d’Europa”, cerca di produrre un contraccolpo; e tutti i concetti di quello che io chiamo il “Nietzsche da manuale” (eterno ritorno, superuomo, volontà di potenza) vorrebbero per l’appunto svolgere la funzione di superare lo stallo e l’indebolimento, la dissoluzione nichilista. Ma non si tratta certo di dottrine, e nemmeno di concetti nel senso hegeliano del termine, bensì di pensieri che faticosamente cercano di trovare una via di fuga, e di far subire all’essere umano così com’è una metamorfosi, per condurlo verso un oltre. Perché, come ripete Zarathustra, “l’uomo è qualcosa che deve essere superato”: ma naturalmente non è detto che le strategie elaborate da Nietzsche siano quelle giuste. In ogni caso, cercare in Nietzsche delle dottrine è non solo sbagliato, ma gravemente fuorviante: “chi prende Nietzsche alla lettera, chi gli crede, è perduto”, ha scritto Thomas Mann, un grande lettore di Nietzsche.

Lei sostiene: “Oggi non possiamo non dirci nietzschiani, perché il mondo di Nietzsche è diventato il nostro mondo; non potrà mai più darsi, in modo credibile, una filosofia che abbia come riferimento la figura della verità in senso forte.”
Cosa significa, oggi, essere nietzschiani?

Significa che abitiamo tutti – come aveva già riconosciuto anche Dostoevskij – il mondo del nichilismo, cioè un mondo di verità deboli, revocabili, contraddittorie e plurali. Furono appunto questi due scrittori, Nietzsche e Dostoevskij, che, da postazioni e punti di vista differenti diagnosticarono, nell’Ottocento, l’avvento del nichilismo, giudicandolo entrambi negativamente (Dostoevskij ancora da un punto di vista cristiano, cioè morale, Nietzsche dal punto di vista di quello che lui battezza dionisiaco). Quell’epoca iniziata con la dissoluzione dei grandi sistemi di pensiero, delle religioni tradizionali, delle certezze, e che ci lascia nell’insicurezza più radicale, probabilmente non si è ancora chiusa. Tipico di Nietzsche è il cosiddetto prospettivismo, quell’articolazione della verità che non solo offre molteplici e relativi punti di vista, tutti dotati di una loro validità, ma anche presuppone verità in conflitto – come già succedeva nella tragedia antica. Incipit tragoedia è infatti una delle formule che Nietzsche utilizza nella Gaia scienza: si apre un’epoca che richiede, secondo la prospettiva di Nietzsche, decisioni eroico-tragiche, tra cui quella dell’adesione all’amor fati e all’idea stessa di eterno ritorno, che rappresenta pur sempre “il peso più grande” (Gaia scienza, aforisma 341). Non so se sia possibile essere nietzschiani, né cosa possa esattamente significare oggi: sicuramente si deve essere lettori di Nietzsche, poiché, anche al di là delle sue parole d’ordine, i suoi libri sono una miniera di osservazioni preziose di tutti i generi.

Leggendo “Friedrich Nietzsche”, emerge l’idea che Nietzsche miri a produrre un “effetto estetico”.
Quali sono gli obiettivi dell’operazione artistica svolta sul corpo della filosofia occidentale?

A un certo punto della sua filosofia, Nietzsche sentì il bisogno di propagare e propagandare le sue idee, specialmente quella cruciale, l’eterno ritorno. Per far questo, dovette affidarsi anche ai mezzi dell’arte e alla potenza estetica e diventare, come dice lui stesso (pensando anche a Wagner) “commediante”. “Così parlò Zarathustra”, con il suo misto di letteratura, poesia, testo sacro (e sua parodia), predicazione ecc. è l’esempio forse più efficace di quanto Nietzsche, grandissimo scrittore, si affidasse allo strumento persuasivo dell’effetto artistico. Ma tutta la sua filosofia sottintende una priorità dell’estetica, dalla Nascita della tragedia (1872) fino agli ultimi esiti in Ecce homo (1888): dal mondo giustificato “solo come fenomeno estetico” della sua prima opera, fino all’irruzione teatrale di Nietzsche stesso, con il suo proprio corpo, in quella specie di falsa autobiografia che è Ecce homo. Per non parlare, a metà strada tra queste due opere, della nozione di parvenza o apparenza (Schein, in tedesco) nella Gaia scienza (1882). Nel Crepuscolo degli idoli (1888), nonostante Nietzsche constati l’eliminazione del “mondo vero”, quello che rimane, la nuova realtà, è chiamata ancora parvenza, apparenza: e dunque un genere di realtà su cui soprattutto l’arte ha presa, con tutto quello che l’elemento estetico, sensibile, si porta dietro: l’illusione, il pathos, l’importanza della creazione. Una tale prospettiva forse nessuno l’aveva ancora avuta, nella storia della filosofia occidentale.

Il suo libro è strutturato secondo la forma del labirinto, tutt’altro che trasparente e profondamente enigmatico. Quali sono i volti di Nietzsche su cui ha desiderato gettar luce?

Non so se si possa e si debba gettare luce su un personaggio tanto ambiguo, pieno di sotterranei, di doppifondi e di luoghi segreti, come aveva già riconosciuto Lou Salomé. Illuminarlo sarebbe come strappargli la maschera, e Nietzsche si caratterizza anche per le sue molteplici maschere; si sa che “tutto ciò che è profondo ama la maschera”, come scrive in Al di là del bene e del male (1886), e da qui nascono le molte autodefinizioni di Nietzsche: non solo filosofo, ma anche psicologo, spirito libero, viandante, artista, poeta, e perfino giullare e commediante. La maschera, però, rivela attraverso un nascondimento – come l’arte ci dice la verità attraverso la menzogna; e noi dobbiamo onorare anche quel pudendum, di cui Nietzsche parla nella Gaia scienza, con il pudore diretto a ciò che non può essere totalmente svelato. In Nietzsche, che per certi versi è un pensatore lucido, illuminista e razionalissimo, sussiste però anche una forte e inafferrabile dimensione enigmatica, da lui stesso simboleggiata tramite la figura della Sfinge: “qui stai tu, inesorabile come la mia curiosità, che mi ha spinto a venire da te: ebbene, Sfinge, io sono uno che domanda (ein Fragender), come te: questo abisso l’abbiamo in comune – forse potremmo parlare con una sola bocca?” (Frammenti Postumi, 18[26], 1882).

La filosofia intesa come forma di aspirazione al sapere connotata da un rapporto di possesso con la verità è ormai lontana dalla contemporaneità?

Sicuramente il possesso di un’unica verità assoluta non è, né è mai stato, appannaggio di nessuno. Che vi siano, invece, verità molteplici, o per meglio dire discorsi molteplici, tutti a loro modo validi, che provengono da esperienze, angolazioni, punti di vista differenti, e che noi abbiamo bisogno di tutti questi discorsi (ad esempio del discorso della scienza, ma anche di quello dell’arte, della filosofia, e così via) per poter descrivere quanto più compiutamente possibile la nostra realtà umana (e anche quella extra umana), credo possa essere un lascito del pensiero nietzschiano: Nietzsche, infatti, rifuggiva da un’unica fonte del sapere, della saggezza e della sapienza, cercando di approvvigionarsi da tutte le fonti della scienza, per creare un discorso meno parziale e più complesso e completo possibile. Del resto, lui sostiene che tutti i grandi spiriti sono scettici: perché mai accontentarsi di un’unica verità?

Susanna Mati, filosofa e scrittrice, fa parte del gruppo di ricerca internazionale Hypernietzsche (École Normale Supérieure/CNRS). Ha insegnato per molti anni Estetica allo IUAV di Venezia; è stata anche docente presso l’IRPA di Milano. Per Feltrinelli ha scritto la monografia Friedrich Nietzsche. Tentativo di labirinto (“Eredi”, 2017) e sta curando per la collana dei Classici una riedizione delle opere di F. Nietzsche, della quale sono usciti finora i seguenti volumi: La nascita della tragedia (2015), Così parlò Zarathustra (2017), L’anticristo (2018), Poesie (2019), Al di là del bene e del male (2020), Crepuscolo degli idoli (2021), La gaia scienza (2022). Per la stessa collana ha curato inoltre F. Hölderlin, Poesie scelte (2010); Novalis, Inni alla notte e Canti spirituali (2012); Platone, Fedro (2013). In precedenza si è occupata di studi sul mito, pubblicando, tra gli altri, Ninfa in labirinto. Epifanie di una divinità in fuga (Moretti & Vitali 2006 e 2007; nuova ed. 2021), La decisione di Platone. Sulla “condanna dell’arte” (il melangolo 2010), La mela d’oro. Mito e destino (Moretti & Vitali 2009), Filosofia della sensibilità. Per un’estetica come pensiero mitologico (Moretti & Vitali 2014). Con Franco Rella ha pubblicato per Mimesis le ricerche su Nietzsche: arte e verità (2008) e Georges Bataille, filosofo (2007). Ha curato inoltre Le Muse di W.F. Otto (Fazi 2005), la Storia dell’erotismo di G. Bataille (Fazi 2006), I miti di Platone di K. Reinhardt (il melangolo 2015).

La mitologia spiegata ai truzzi

Lei rivisita, critica e commenta la mitologia greco-romana. Ebbene, quali sono gli interrogativi peculiari del pensiero mitologico romano e greco, volendo offrire coordinate ai non addetti ai lavori e, per di più “truzzi”?
Credo siano le stesse domande che gli esseri umani si pongono da sempre: che ci stiamo a fare qui, cos’è il destino, cos’è l’amore, perché la morte, cose di questo genere. Questo vale soprattutto per i Greci, che -semplificando un po’- sono più filosofi. I Romani in buona parte scopiazzano dai Greci, ma quando creano i propri miti sembravano più “politici”, più interessati a raccontare le origini di Roma, a volte anche per giustificarne il potere.


I miti greci e latini si confermano quali testi archetipici del pensiero occidentale, contemporanei ad ogni epoca. Quali ragioni ravvede nella specifica proprietà della classicità di porsi sempre in maniera speculare alle fratture epocali?
Quando diciamo di qualcosa che “è un classico” intendiamo dire che non tramonta mai, come un disco dei Beatles o una tragedia di Shakespeare. Ed è vero che i miti greci (e romani) sono stati e continuano ad essere generativi di pensiero per l’Occidente (anche se poi alcuni archetipi sono comuni al pensiero umano al di là delle latitudini oltre che delle epoche). I Greci sono riusciti a scandagliare le profondità dell’animo umano in maniera eccezionale, e hanno saputo esprimere tutto questo non solo attraverso la logica del pensiero filosofico, ma anche con il racconto, in maniera quindi evocativa e plurima. Il mito è molteplice, multiforme, metamorfico: nei momenti di grande cambiamento e di grande fertilità intellettuale è stato sempre fonte di ispirazione, pensiamo solo all’arte del Rinascimento o alle riletture in chiave moralizzante. Il mito ci affascina perché è una narrazione, lo possiamo ripetere, inserire varianti, adattarlo, come di fatto facevano i mitografi antichi, e come mi sono permessa di fare io, con gran faccia tosta, lo ammetto.


Penelope, Calipso, Nausicaa e Circe: Omero rende tali figure funzionali al suo percorso umano, emotivo, emozionale. Lei, invece, dà voce alle protagoniste; le rende interpreti, mutando la prospettiva circa il genere. Perché?
Se da un lato i miti sono eterni, dall’altro sono anche un prodotto storico che esprime i valori di una determinata società: in questo senso, possiamo a volte marcare una distanza tra noi e quel mondo che li ha prodotti. Il mondo greco era, ad esempio, un mondo patriarcale. Lì troviamo le radici di un pensiero misogino che non è affatto scomparso del tutto. Moltissimi miti ci restituiscono un’immagine delle donne come esseri irrazionali, inaffidabili, talvolta perfidi, addirittura sanguinari. Certo, le figure femminili dell’Odissea, come di molti altri poemi o tragedie, sono meravigliose da incontrare, perché parliamo di autori di altissimo livello. Tuttavia, questi autori sono sempre uomini. La voce delle donne in prima persona, come soggetti parlanti e scriventi, ci perviene raramente. Io non faccio altro che mettermi in coda approfittando della scia di importanti autrici (Eva Cantarella, Christa Wolf, Natalie Haynes, Margaret Atwood, per citarne alcune), per fornire uno sguardo diverso sui soliti miti, che a questo punto saranno un po’ meno “soliti”. Sono donna, e non posso far a meno di parlare da questa prospettiva: se finalmente l’altra metà del cielo prende in mano i miti e li racconta dal proprio punto di vista, credo che sarà un arricchimento per tutti.


Gli amorazzi extraconiugali di Zeus, le gare musicali di Apollo e Marsia versione “X Factor”, le sfighe di Edipo, i viaggi di Ulisse turista controvoglia e quelli di Enea rifugiato. Qualcuno potrebbe pensare ad una banalizzazione o, addirittura, “ridicolizzazione” di un patrimonio culturale intoccabile. Cosa risponde a questa considerazione?
La mia operazione si situa in un luogo particolare, che non è evidentemente quello della ricerca accademica, per la quale non solo ho il massimo rispetto, ma dei cui risultati mi servo continuamente , nei miei studi come nel mio lavoro di guida turistica. Far sorridere non equivale a ridicolizzare, tutt’altro: significa far vivere qualcosa, far pensare. Rendere chiaro non significa banalizzare, ma dare un punto di partenza saldo per la riflessione più approfondita. Questo libro è all’incrocio tra narrativa, divulgazione, umorismo, attualizzazione. Edipo è sfigato, ma non lo siamo tutti, quando percepiamo incontestabilmente il peso del fato nelle nostre vite? Enea è forse tanto diverso da quanti abbandonano i loro paesi distrutti dalla guerra e attraversano il mediterraneo in cerca di una nuova patria? Il patrimonio culturale, a mio avviso, non può essere “intoccabile”, per definizione. Metterlo in una teca e venerarlo a distanza significa condannarlo all’imbalsamazione, e per essere imbalsamati bisogna essere morti. La cultura va rispettata, e quindi conosciuta, e per conoscerla va presa in mano, fatta nostra, “toccata”, anzi dirò di più, “mangiata”, digerita e tradotta in carne e sangue. Sennò è solo un club per pochi addetti ai lavori.


Molti divulgatori disegnano profili storici d’indubitabile fascino. Ciò, evidentemente, richiede ricerche accurate e meticolose. Reputa che rendere narrativa la storia di una civiltà sia davvero un utile espediente per contribuire alla sua effettiva conoscenza?
La divulgazione, se fatta bene, serve proprio a questo: è un punto di partenza, dovrebbe far nascere un interesse che in seguito può portare a ulteriori approfondimenti, avventure, scoperte. Nel mio piccolo, l’idea è sempre stata quella di portare a tutti, truzzi e meno truzzi, qualcosa che altrimenti non avrebbero considerato, o che fa parte del loro retroterra ma in maniera quasi inconscia. E’ quel che faccio continuamente nel mio lavoro, lo facevo nel blog e nel libro dell’Arte Spiegata ai Truzzi, e provo a farlo con quest’ultima cosetta sul mito. Tutti più o meno abbiamo sentito parlare di Ulisse, tutti abbiamo detto una volta “che Cassandra che sei!” o “quello è un vero Narciso”, tutti sappiamo che la lupa è il simbolo di Roma, pure quelli che tifano Lazio. Quelli che i miti li conoscono benissimo possono usare il mio libro per farsi quattro risatine a denti stretti, quelli che non hanno mai sentito parlare di Coronide o Giasone forse si incuriosiranno, qualcuno rifletterà, qualcuno lo userà per sistemare il tavolo che balla. Ma se crediamo sul serio che la cultura debba essere per tutti, dalle basi dobbiamo partire : mai costruire il tetto prima delle fondamenta, dice il saggio.

Paola Guagliumi scrive di sé
A scuola ero una secchiona di quelle simpatiche, che fanno le caricature dei professori, per intenderci. Da adulta non è cambiato granché: mi piace ancora prendere in giro i professori e credo ancora che la cultura e l’umorismo siano due strumenti preziosi e potentissimi, specie se combinati insieme. Laureatami in Storia dell’Arte alla Sapienza di Roma, ho insegnato un po’, poi sono diventata guida turistica: il mio lavoro consiste nello spiegare l’arte e la storia della mia città all’americano medio, in modo semplice e divertente affinché non si addormenti a metà dei Musei Vaticani. Qualche anno fa mi è venuta l’idea di aprire un blog per spiegare anche al truzzo nostrano gli scarabocchi di Kandinskij o le statue greche: l’ho chiamato L’Arte Spiegata ai Truzzi. Nun ce potevo crede: ha spopolato! Tanto che nel 2016 Mimesis ne ha fatto un libro.
Con la mia ultima uscita editoriale, mi avventuro invece nel terreno del mito: se i truzzi hanno imparato ad apprezzare l’arte, perché non introdurli anche a questo altro affascinante aspetto della nostra cultura?

Antigone a Scampia

A Scampia, tra il 2008 e il 2009, cinquanta donne si sono riunite una volta al mese per ascoltare la storia di Antigone.
In qual misura un mito greco è vicino alla vicenda umana delle donne di Scampia?

Antigone è un’eroina della letteratura greca che rappresenta la lotta per la difesa dei propri diritti. E per questa sua forza può essere messa a confronto con le donne che lottano. Tutte le donne, ma in particolare quelle di Scampia, dove io ho fatto il laboratorio, sono donne che hanno molto chiaro e sviluppato il senso della famiglia, del legame di sangue, della discendenza e della conservazione del seme. Sicuramente altre donne in altre città o in altri quartieri hanno questa caratteristica ma io non lo so, può darsi. Sono certa però che qui è così.
A metà degli anni Trenta, Simone Weil aveva raccontato i miti greci agli operai e alle operaie di una fonderia francese.
Il Mito, ieri come oggi, è funzionale alla promozione dell’emancipazione delle masse popolari?

Direi di sì. Naturalmente non tutta la letteratura è adatta a questa o a quella situazione. Bisogna conoscerla, analizzarla e trovare le assonanze per piegarla ai nostri bisogni. Elettra per esempio è un’altra donna la cui storia è importante per riflettere sulla propria condizione di vita. Le storie che mettono in moto l’emancipazione sono le stesse storie di emancipazione e di lotta.
Scampia per trent’anni è stato un quartiere privo di identità e abbandonato al decadimento e alla noncuranza. I residenti possono reputarsi vittime e quali sono, a suo avviso, oggi, i bisogni a essi negati da soddisfare?
In linea generale direi di sì. Guardando la storia del quartiere sono chiare le enormi responsabilità dagli anni Ottanta, della politica e della società. Le persone sono state invitate, in qualche modo, a occupare il territorio in maniera non sempre legale. E tutti per anni hanno chiuso un occhio, o tutti e due. Riguardo alle occupazioni delle case, alla crescita e alla radicalizzazione della criminalità con i traffici di droga… e poi improvvisamente, grazie al libro di Roberto Saviano, ben dopo la fine della faida tra i Di Lauro e gli Scissionisti, Scampia si illumina: un faro s’accende sul quartiere portando allo scoperto ogni tipo di traffico che fino a quel momento aveva caratterizzato una parte sostanziosa dell’economia della zona.
E grazie a questo, in un certo senso comincia la pulizia. Pulizia che porta fondamentalmente allo spostamento della piazza di spaccio e alla crescita della povertà.
Il quartiere ancora oggi, nonostante sia molto cambiato, soffre. Le persone che vivono in alcuni Lotti, parchi, sono economicamente e socialmente svantaggiate.
Quali bisogni soddisfare? Investire di più sulla scuola, sull’educazione, sul terzo settore che spesso deve sostituirsi alla famiglia… l’educazione deve essere insegnamento di vita, deve insegnare l’alfabeto affettivo e quello per comunicare. È la cosa più importante su cui puntare. E non lo si fa abbastanza.
“Antigone”, così come “Elettra” o “Filottete”, possono essere interpretate quali opere paradigmatiche della resistenza all’oppressione esercitata dal potere?
Come dicevo sì, ma non solo riguardo l’oppressore. L’oppressore tante volte è la stessa persona oppressa. Oppressa da sé stessa, perché incapace di riflettere, di accrescere il proprio senso critico. Tante volte, la sofferenza viene vissuta come un dato di fatto che deve essere accettato, come un destino. E questo rende gli oppressi arrendevoli, incapaci di lottare, di cambiare rotta. Guardare come invece un eroe greco, un’eroina esce dalla propria condizione anche con la morte, dà loro forza e, come diceva la Weil, aiuta a riflettere e a ribellarsi al destino.
Il volume è corredato da un “Alfabeto Scampia”. Qual è la valenza territoriale delle ventidue parole esaminate con piglio antropologico?
Non lo so se quelle parole che io ho individuato e sulle quali mi sono soffermata abbiano una valenza territoriale. Io le ho scelte per descrivere il quartiere e l’ho fatto seguendo l’emozione che ognuna di quelle parole suscita in me: il parco per esempio è un luogo che mi commuove, con tutte quelle rose, gli alberi rari, e le rovine di un laghetto che un tempo aveva ospitato cascatelle e cigni. Mi piacciono i murales che raffigurano la Devis e Pasolini; mi danno speranza i bambini che danzano per le strada a Carnevale… Scampia è una piccola città in una grande città: si estende solo su quattro chilometri quadrati ma sopra questi chilometri ci abitano circa centomila cuori. E questo per me significa speranza e rinascita.

Serena Gaudino

Ha pubblicato racconti e storie per bambini, fra cui All’ombra delle due torri (Colonnese, 2005), il testo teatrale Antigone. Metamorfosi di un mito nella Miscellanea Teatrale (Artigogolo 2016), il reportage Alfabeto Stella, comparso in Stella d’Italia. A piedi per ricucire il Paese, curato da Antonio Moresco (Mondadori, 2013) e Diario di bordo, in Cammina cammina (Effigie, 2012). Suoi racconti sono comparsi nelle antologie: In viaggio. Passaggi letterari su ferro e su gomma, Colonnese 2009; Turin tales, un caffè a Torino, Lineadaria 2009; Italiane (a cura di Gaudino Tessore), Lineadaria 2011. Scrive sul primoamore.com

Gaudino Serena Antigone a Scampia Effigie (2022) 9788831976336 15,00 €

In principio erano i mostri. Storie di entità orrifiche e minacciose nel mito dei greci e dei romani

Nel 1996 Cohen individuò sette tesi per uno studio del mostruoso applicabili a culture e periodi storici differenti tra loro. Oggi, guardando al lessico del “mostruoso”, l’idea dell’universalità proposta da Cohen è ancora accoglibile?
Non del tutto. Come spiego nell’introduzione del libro, per mettere in evidenza le peculiarità di modelli culturali differenti dai nostri senza incorrere in facili anacronismi, è sempre necessario tenere conto delle categorie vicine all’esperienza degli antichi. Vocaboli come pelor, teras o lo stesso latino monstrum non sono perfettamente sovrapponibili al nostro ‘mostro’. Pelor può indicare anche oggetti di grandi dimensioni, compresi gli dèi olimpici, che, in quanto garanti dell’ordine cosmico, tutto sono fuor che ‘mostruosi’; teras può essere usato per gli aborti e i feti malformati, e il latino monstrum porta sempre con sé un’accezione divinatoria e sacrale che copre un largo spettro di fenomeni prodigiosi e miracolosi che non necessariamente sono riferibili a creature orrifiche, ibride e polimorfe. Ciononostante, io credo che possiamo continuare a usare termini lontani dall’esperienza antica, come ‘mostro’ e ‘mostruoso’, ma solo a patto di ricordarci della loro valenza interpretativa. Cerco di spiegarmi meglio facendo ricorso ad un esempio usato dall’antropologo cognitivista Dan Sperber, che ricorda che quando un antropologo sta parlando del ‘matrimonio’ di un popolo come gli Ebelo non sta effettivamente pensando che gli Ebelo abbiano un’istituzione identica a quella del matrimonio degli occidentali; sta semplicemente traducendo e interpretando, per mezzo di un vocabolo che condivide una certa aria di famiglia con il nostro ‘matrimonio’, un termine come kwiss che si riferisce, nella prospettiva degli Ebelo, a una unione approvata dagli dèi. La difficoltà per chi studia il mondo antico risiede nel trovare il punto di equilibrio fra il ‘vicino-a-noi’ e il ‘lontano-da-noi’. È in fondo, qualcosa di simile a quello che Clifford Geertz chiamava il ‘dialogo interpretativo’ fra le categorie delle culture ossservate e le categorie della cultura degli osservatori.
Lei discute dei mostri delle origini del cosmo, dei mostri declinati al femminile, dei mostri delle periferie del mondo. Quali sono le ragioni per le quali non ha incluso Invidia e Fama, così cari alla cultura romana d’età augustea?
Banalmente, si tratta di ragioni di spazio e, per così dire, di cautela. Benché la maggior parte dei testi cui faccio riferimento siano dei testi letterari, il mio obiettivo era quello di raccontare storie di ‘mostri’ la cui rappresentazione è comunque radicata in una memoria collettiva antica che prescinda dalle sole rappresentazioni letterarie. Il mio piano era cioè quello di esplorare ‘credenze’ radicate nell’immaginario antico. Fama e Invidia, invece, hanno tutta l’aria di essere invenzioni autoriali – di Virgilio e di Ovidio –, che certo, dal momento in cui fanno la loro apparizione, hanno un grande peso nella memoria dei poeti e nel sistema letterario. Proprio per questo però meritano forse una trattazione a parte e strumenti ben più complessi di quelli che ho utilizzato per la stesura del libro. So che la mia scelta può essere considerata arbitraria. E in parte lo è. Diciamo che è un modo di rimandare ad altre sedi la trattazione di queste due figure.
Taluni mostri personificano l’essenza stessa del femminile: affascinano gli uomini per poi consumarli oppure mangiarli avidamente. E’ possibile reputarli quali attentatori del corpo maschile interpretato quale metafora del corpo sociale della città oppure ipotizza che debbano essere pensati come immagine dell’ordine costituito?
Ogni mostro femminile esplicita diverse funzioni, ed è, per così dire, la proiezione di diverse paure che ci concentrano sul corpo e sulla psicologia femminili. Una cosa comunque non esclude l’altra. Nel mondo antico l’ordine costituito della città è pensato e stabilito dai maschi, che garantiscono anche la formazione del corpo sociale. Pensiamo, ad esempio, che in tutte le teorie antiche della riproduzione l’apporto del maschile è sempre identificato – in Aristotele, ma in fondo anche in Ippocrate – come quello più rilevante e ‘forte’, e i figli sono sempre ‘figli di padre’ molto più di quanto non siano ‘figli di madre’. Questo non significa ovviamente che i mostri antichi siano soltanto una proiezione del femminile. Ci sono mostri – come i Centauri o Polifemo – che hanno attributi decisamente maschili e anomici. Semplicemente, il modo di agire dei mostri femminili rimanda a terrori atavici che sono riconducibili alla sfera della differenza di genere: il terrore da parte degli uomini di essere sedotti, smembrati e uccisi, il terrore – da parte delle donne – di vedere i propri figli divorati, e così via.
I mostri dei Greci e dei Romani sono creature orrifiche e devastanti, ibride e poliforme, informi e bizzarre. Cosa ci sussurrano circa le culture che li hanno generati?
Sicuramente ci danno l’idea di paure e terrori profondi: in un mondo in cui il dominio sulla natura è spesso incerto e periclitante – si pensi ad esempio al topos della guerra giusta contro gli animali, che ho trattato altrove (qui) –, in cui gli uomini e le loro società sono così pesantemente esposti agli agenti atmosferici, agli attacchi delle fiere, il timore profondo è che la natura non sia mai dominata del tutto, e che faccia ritornare ogni cosa nel caos primigenio. Nel libro non è stato chiaramente esplicitato, ma una lettura eco-critica delle storie mostruose degli antichi è possibile. Siamo davanti a un modello che vede nell’avanzamento dell’antropizzazione l’unica forma possibile di ordine e di benessere e che, nelle storie dei mostri, lascia intuire lo sgomento creato dall’ambivalenza stessa della natura e dei suoi elementi.
Leggendo il suo volume, ci si trova, a mio avviso, anche di fronte all’elaborazione di una filosofia dell’orrore. Ce ne descrive i termini in relazione all’Uomo?
Lo confesso: non era nei miei intenti. Il mio tentativo è stato piuttosto quello di riflettere sulle categorie che usiamo per descrivere le culture antiche e di cercare, per così dire, di ‘classificare’ ciò che per sua essenza stessa tende a sfuggire a ogni forma di classificazione, ovvero il mostruoso. Per essere più precisi, la mia è un’analisi tipologica delle rappresentazioni e delle funzioni ricorrenti nel mito greco e romano.
È chiaro che, ora che me lo fa notare, degli spunti per una filosofia dell’orrore sono presenti nelle storie antiche di ‘mostri’. Un passo ulteriore potrebbe essere quello di spostarsi sul versante della ricezione. Ad esempio, in che misura l’immaginario occidentale è debitore della mitologia antica? In che termini il topos dell’esclusione e della rimozione del mostruoso ha influenzato il modo di agire e di pensare delle culture post-classiche?
Sicuramente spunti interessanti vengono dalla cultura ellenistica, che per la prima volta ha tentato di ‘umanizzare’ i mostri scavando nel loro passato problematico e mettendo in evidenza – per così dire – i loro ‘traumi’: penso alla Scilla che, prima di finire a distruggere imbarcazioni sullo stretto, era stata vittima della gelosia di Circe, o a Medusa che, prima di diventare un mostro, aveva subito la violenza di Poseidone. Il fatto stesso che le umanizzazioni del mostruoso avvengano spesso al passato, però, la dice lunga su quali sono i limiti stessi di una mitopoiesi che, tutto sommato, salvaguarda le versioni – e le paure – tradizionali.
Ma pensiamo anche a tutta una serie di mostri che vivono in spazi marginali – gli inferi, l’Occidente estremo, gli stretti –, ma che non sono rimovibili o eliminabili. Sono cioè una presenza da cui gli umani non possono liberarsi: Cerbero, ancora Scilla, con Cariddi, le Erinni, le Arpie rappresentano un limite al di là del quale neanche gli eroi come Eracle possono andare, come ad avvisarci che il mostruoso.
A mio avviso, poi, una domanda importante potrebbe essere la seguente: “è possibile ri-pensare i mostri liberandoli dalla categoria della violenza necessaria?”. È chiaro che la cultura post-moderna contemporanea si pone già domande simili. Il punto è cercare di capire come e in che misura la riflessione sull’antico possa dare un contributo in questo senso. Fin qui, la scelta che ho fatto è stata semplicemente quella di raccontare e mettere in evidenza. In futuro, chissà…

Pietro Li Causi è dottore di ricerca in Filologia e cultura greco-latina ed è stato assegnista di ricerca e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Palermo, dove ha insegnato Cultura latina e Lingua e letteratura latina. Attualmente insegna materie letterarie presso il Liceo Scientifico “S. Cannizzaro” di Palermo e fa parte, in quanto membro aggregato, del network “IRN Zoomathia (Transmission culturelle des savoirs zoologiques – Antiquité-Moyen Âge)”. Autore di numerosi contributi sulla storia della letteratura e sull’antropologia del mondo antico, si è occupato di autori come Aristotele, Plutarco, Ovidio, Plinio il Vecchio, Seneca, dell’etno-zoologia e della paradossografia dei Greci e dei Romani e di antropologia del dono nel mondo antico. Ha curato, assieme a Roberto Pomelli, L’anima degli animali (Einaudi 2015) e, per i tipi della Palumbo, ha pubblicato Sulle tracce del manticora (2003), Generare in comune (2008) e Il riconoscimento e il ricordo (2012). Le sue pubblicazioni più recenti sono, per i tipi de Il Mulino, Gli animali nel mondo antico (2018) e, per Inschibboleth, In principio erano i mostri (2022).