Il corpo elettrico

Oggidì, il corpo messo al centro del dibattito nella società contemporanea è quello muliebre. Quali forze diverse ed in contrapposizione si combattono su questo campo?

Le due forze in lotta sono quelle del desiderio che viene dal corpo e quelle del potere, Foucault lo chiamerebbe biopolitico. E poiché è il corpo femminile quello che storicamente è stato ridotto solo alle sue funzioni, come se non potesse esistere di per sé ma solo per gli altri o per un fine diverso (per compiacere uno sguardo, per riprodursi, per essere sfruttato…), l’autodeterminazione del corpo diventa un ostacolo per la realizzazione di questi scopi. Per questo il corpo femminile è sempre normato, ingabbiato, regolamentato.

Lei traccia un percorso che parte dall’autocoscienza del corpo femminile ed arriva fino ai gender studies contemporanei. Quali concetti ha recuperato per adattarli al nuovo millennio?

Ho notato che è molto diffusa l’idea che il femminismo “di una volta” fosse diverso e più efficace rispetto a quello “moderno”. Mi interessava dimostrare come le pratiche del femminismo siano sempre le stesse sin dalle origini proprio perché il femminismo agisce in contesti diversi, ma è sempre lo stesso. A cambiare sono quindi gli strumenti. Ne Il corpo elettrico parlo di autocoscienza, self help, riposizionamento, pratiche che vengono associate al femminismo storico ma che sono vive ancora oggi.

Il corpo è l’inizio ed il limite di ogni nostra azione, primo confine dell’universo. Perchè “elettrico”?

Il titolo del libro è una citazione di una poesia di Walt Whitman, “Io canto il corpo elettrico”, una celebrazione della dimensione materiale e fisica del corpo, che è in perfetto equilibrio con l’anima, non le è in alcun modo inferiore. L’idea che corpo e anima non siano separati e che non ci sia una gerarchia fra le due cose è un concetto chiave del femminismo e trovavo che questa poesia – pur senza parlare di femminismo – la esprimesse perfettamente. In più l’aggettivo “elettrico” si rifà a un’immagine di potenza che richiama anche il desiderio, altro tema importantissimo che tratto nel mio libro.

Nel capitolo intitolato “Lo si diventa”, si parte dal Manifesto Transfemminista del 2001 di Emy Koyama e si racconta della seconda rivoluzione sessuale, quella che stiamo vivendo in questo momento. Può tradurre e spiegare la parola “Queer”?

Queer” è una parola che in italiano significa “strambo”. In inglese veniva usata come forma di insulto e denigrazione verso le persone gay, mentre oggi la comunità LGBTQ+ l’ha rivalutata rivendicandola positivamente. Questo termine è un termine ombrello che alcune persone della comunità usano per riferirsi a chi non è eterosessuale o cisgender (cioè chi non si identifica con il genere assegnato alla nascita).

Lei afferma che si è ritrovata più volte a pensare che “la donna perfetta è quella morta”. Cosa ha inteso asserire?

Nei miei articoli tratto spesso di violenza di genere e femminicidio e ho notato quanto spesso i media tendano a estetizzare le vittime, sempre che in vita si siano comportate come ci si aspetta da una donna “perbene”, altrimenti comincia il processo: cosa ha fatto per “meritarsi” di essere uccisa? L’immagine della donna morta è molto presente nella nostra cultura e nel nostro immaginario e, così come il nostro corpo viene sfruttato in vita, lo stesso accade quando siamo morte. Se ci pensiamo, moltissimi dei classici della nostra letteratura prendono avvio dalla morte di una donna, come se fosse scontato per una donna soffrire e dare la vita affinché l’eroe della storia, ovviamente maschile, possa compiere il suo destino.

Jennifer Guerra ha scritto per «Soft Revolution Zine», «Forbes» e «The Vision», dove dal 2018 lavora come redattrice. Per questa testata ha curato anche il podcast a tema femminista AntiCorpi.

La sarta

La sarta

Favola, realismo magico, giallo. Quanto ha attinto ai generi codificati dalla letteratura classica ed in che misura il suo romanzo ne diverge?

Sono una lettrice impenitente e onnivora: amo i romanzi scritti bene, a prescindere dal loro genere. Questo significa che col tempo in me è avvenuta una sorta di stratificazione, vive una compresenza di stili, generi, canoni. Non ho voluto, volontariamente almeno, allontanarmi dai generi tradizionali, ma nel tentativo di assemblarli o di farne una parodia, il risultato ottenuto è stato quello di convergere verso altro. In definitiva, credo di aver recuperato generi diversi, combinandoli in una sorta di pastiche narrativo in una commistione che è stata, è proprio il caso di dirlo, un attento lavoro di cucito.

Lei affonda la penna in una comunità siciliana; soventemente la Sicilia è stigmatizzata, bollata con stereotipi e clichè. Le granitiche convinzioni possono scricchiolare nel mondo in cui si muovono la sarta Yumiko, la sua apprendista Saele ?

Sono siciliana e come tanti ho un rapporto profondo e ancestrale con la mia terra. La sarta è ambientato in un non luogo che ha tutti i connotati di una borgata siciliana. Anche i personaggi sono ombre di persone reali o idealizzate. I baffi del Sindaco, ad esempio, rimandano a un clichè di sicilianità diffuso ma che deve essere letto attraverso la lente dell’autoironia. Forse, l’essenza della Sicilia è incarnata meglio nelle figure femminili che divergono dallo stereotipo diffuso: sono protagoniste della loro vita, appassionate, profondamente empatiche, creatrici di emozioni, incantatrici di anime. La mia terra martoriata dona anche fioriture rigogliose di donne e uomini forti, fieramente discordi dall’immaginario popolare. E Yumiko o Saele non solo fanno scricchiolare le granitiche convinzioni ma le spezzano con la leggerezza dei loro passi gentili.

Il percorso dei protagonisti si dipana a ritroso nel tempo e si spinge nel futuro; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?

Così come per lo spazio, ho immaginato un tempo che non esiste, un tempo bergsoniano, in cui il presente è già passato ed è già futuro. La memoria, quindi, non è recupero del passato ma è conservazione del presente. E nessun conto può essere saldato dal tempo perché il tempo non cancella nulla ma si muove silenzioso come un’onda che ritmicamente riconsegna alla riva il ricordo. Senza memoria, il presente non potrebbe esistere ma non esisterebbe ugualmente senza l’aspettativa del futuro, senza la paziente rifinitura dell’abito che abbiamo in mente di realizzare. Siamo tutti sarti del nostro tempo, prendiamo pezze dal passato e cuciamo un abito da indossare nel futuro.

Lei ha cesellato un libro intimo, profondo che scava nella personalità dei personaggi con intelligenza e sottile ironia. Ci invita a superare le apparenze

L’abito è l’emblema dell’apparenza, una scelta che operiamo continuamente per presentarci all’esterno. La sarta è anche una favola che in una metafora continua ci invita a scavare e a non limitarci a graffiare superfici. Tutto nel mondo della Sarta diverge da quello che appare, tutti sono o possono diventare altro, il buono è il cattivo e il bello è il brutto. Ogni personaggio è in potenza meritevole della fine del Sindaco perché si muove nella stessa disinibita duplicità. Ma la chiave per superare le apparenze e destreggiarsi fra il bene e il male, è la leggerezza, la gentilezza, la capacità di applicare l’ironia su di sé e sugli altri, ma soprattutto il dono di capire cosa si nasconde sotto l’abito. Yumiko, nome che in giapponese significa ”che crea bellezza”, possiede questo dono, legge le anime e confeziona abiti su misura. Ma in un gioco immaginario che poi è anche reale, neanche lei è ciò che appare.

Le sue pagine mescolano realtà e di sogno. Quali espedienti stilistico-retorici ha adottato per ottenere una fusione tanto armoniosa?

Ho voluto cimentarmi in un esperimento letterario: creare una storia connotata dalla leggerezza, popolata da personaggi gentili e da altri feroci che galleggiano in un’atmosfera onirica ma speculare a quella reale. Tutti i personaggi posseggono questa bidimensionalità. Per raggiungere il mio scopo ho usato un linguaggio poco convenzionale, lontano dall’uso moderno che lo preferisce improntato alla sinteticità e all’immediatezza. Ho recuperato l’uso dell’aggettivazione esornativa, attenta e minuziosa, della subordinazione descrittiva, ho mescolato termini aulici col parlato quotidiano, ho riprodotto, cioè, a livello linguistico, la stessa commistione utilizzata per i generi. Spesso i personaggi più ‘bassi’ si esprimono in una lingua più ‘alta’ e viceversa. Con la lingua si creano giochi, rivelazioni, equivoci, come nel caso dello scrittore Ivano che ottiene il successo perché, in libreria, la sua opera che faceva riferimento ai montaliani ‘Ossi di seppia’, trova erroneamente alloggio fra i libri di cucina.

Marilena La Rosa è nata ad Acireale ma è palermitana di adozione. Insegna Italiano e Latino, collabora con diverse riviste nazionali, ha curato un blog e ha pubblicato numerosi testi scolastici con le case editrici Palumbo, Rizzoli e Giunti:
Il mestiere di scrivere, Il Piacere di scrivere, Liberi di scrivere. Storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civiltà europea. Per il triennio delle Scuole superiori, Le parole del mondo. Antologia italiana per il primo biennio. Le parole per scrivere. Per il biennio delle Scuole superiori, Visibile parlare. Prove per le competenze di lettura, Prove per le competenze di lettura per le rilevazioni nazionali e internazionali. INVALSI

Medea illustrata. Amore e morte

Le tesi contenute nel suo saggio, ancora inedito, paiono espandersi dal barocco al contemporaneo, dalle arti figurative alla tragedia, dalla scultura alla danza, dall’eros all’estetica, dalla psicanalisi alla politica. Qual è il metodo di indagine di raccordo di siffatta pluralità adottato per la figura di Medea?

Spaziare nell’uso delle fonti (letterarie, artistiche, filosofiche, ecc … ) consente di documentare l’importanza che certi temi e soggetti hanno rivestito nella cultura europea dall’antichità a oggi, con particolare riferimento – nel caso in questione – alla cosiddetta “sindrome di Medea”. Credo, inoltre, che variare le modalità di trasmissione dei contenuti possa rendere più accattivante e piacevole la fruizione degli stessi anche per un pubblico non del settore, soprattutto mediante l’apporto delle arti visive, grazie a cui la comunicazione diventa più diretta, sintetica e, proprio per questo, efficace. Raccontare per immagini, insomma, può essere un modo di “parlare” diverso e moderno.

Quali sono i significati archetipici e, quindi, universali sottesi al mito di Medea?

Il mito di Medea rappresenta numerosi archetipi, tuttora “spendibili”: da quello della straniera, l’esule costretta a lasciare la propria terra per amore, a quello della donna tradita, che vede fallire il suo sogno d’amore a causa della volubilità di Giasone, passando attraverso l’archetipo della madre che sente compromessa la propria femminilità dal suo ruolo di genitrice, peraltro abbandonata dal marito.

La sua indagine è chiaramente condotta attraverso uno studio filologico ed oggettivo delle fonti. Quanto è ampia la distanza della sua opera dalla cosiddetta letteratura “maschile” fatta di uomini, eroi e vincitori oltre che dall’apologia femminista?

I miei studi cercano di riportare il mito a una sua dimensione originaria e autentica grazie all’analisi filologica delle fonti, letterarie o artistiche che siano, pur tenendo conto di certe rivisitazioni più recenti, ad esempio in chiave femminista. Ne derivano visioni lontane da strumentalizzazioni ideologiche o politiche, in cui le figure femminili della tragedia antica si offrono a noi nei loro caratteri intrinseci. Così, ad esempio, partire dalla radice greca dei nomi di queste eroine può essere un modo per delinearne un ritratto preciso e approfondito, che tenga conto dell’essenza dei personaggi stessi e dei significati di cui si fanno portatori.

Lei esamina accuratamente le figure di Antigone, Alcesti, Medea: è possibile individuare analogie e differenze?

Antigone, Alcesti e Medea sono tre donne di grande femminilità, che – non a caso – vengono “dipinte” come figure di particolare bellezza e fascino; tuttavia, si comportano da uomini, dimostrando di avere un coraggio paragonabile a quello degli eroi in guerra. Ciò in un’età, quella greca, in cui il loro ruolo era limitato al contesto domestico e familiare e le possibilità di distinguersi erano scarse.

Le tre figure però incarnano valori e rappresentano “tipi” ben diversi: Antigone è la pietas nei confronti di un Edipo cieco e vecchio, il coraggio e la ribellione contro l’ingiustizia; Alcesti incarna la fedeltà coniugale e lo spirito di sacrificio; Medea è la madre, moglie, amante, animata dalla passione e dal furor, ma anche la terribile figlicida, personaggio noir ante litteram.

Godono ancora di fortuna i miti antichi, oggidì?

Il mito antico è alla base della nostra cultura e parte di essa. Lo dimostrano fenomeni del tutto attuali come il “complesso di Edipo”, la “sindrome di Medea” o il narcisismo, a cui ho dedicato i miei scritti più recenti. Inoltre, la persistenza in campo artistico di soggetti tratti dalla tragedia antica dimostra quanto essi siano ancora in grado di affascinare e coinvolgere, fornendo stimoli e spunti per il presente.

Valentina Motta (Messina, 1978) vive a Verona ed è Professoressa di Storia dell’arte al Liceo Artistico. Laureata in Storia dell’Arte presso l’Università di Roma “La Sapienza” e in Filologia greca all’Università degli Studi di Verona, ha conseguito il titolo di Dottore di ricerca in “Strumenti e metodi per la storia dell’arte” all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi in storia della critica d’arte. Autrice di numerosi saggi pubblicati su riviste e collane italiane e straniere, svolge attività di ricerca nell’ambito storico-artistico privilegiando lo studio filologico delle fonti. Recentemente i suoi interessi si sono concentrati sulle eroine del mito antico e, a tal riguardo, nel 2019 ha pubblicato Antigone illustrata (Roma, Albatros), cui hanno fatto seguito Alcesti illustrata, il secondo saggio edito (&MyBook, 2020), e Medea illustrata. Amore e morte.

Tre luci dal buio

Sten un rigido e famoso pittore, Oliver un funambolico batterista, Domenico un tenero poeta fragile. Tre artisti affrontano un periodo di crisi. Qual è, oggidì, lo stato dell’Arte dal suo punto di vista?

L’arte è ad un punto di svolta, come credo un po’ tutto il sistema sociale. Il compito dell’arte dal mio punto di vista è quello di aiutare l’uomo a ritrovare il contatto con la bellezza, con il pensiero critico, con la gioia e il divertimento. È lo strumento principe per mostrarci il potere di creazione, che ogni essere umano ha nel proprio dna. Siccome siamo in una società globalizzata e super commerciale, l’arte ha smarrito la sua strada, per stare al servizio di una missione non sua e spesso usata come vincolo di propaganda. La vera arte respira con la terra con il cielo e l’uomo ne è tramite.

Tre donne fungono da ponte verso una nuova visione del mondo. La visione d’un mondo di stilnovistica memoria in cui le donne sono strumentali all’elevamento maschile?

Si più che del maschile di entrambi i sessi, dell’uomo in quanto specie. Io amo profondamente l’universo femminile, quello profondamente radicato nell’energia della terra. Le donne di questo romanzo, sono donne comuni, con un vissuto complesso come può esserlo quello di ogni donna, ciò che muove la macchina del racconto è la scoperta di qualcosa di nuovo e di inaspettato anche per loro, che le pone in un mondo distante da quello in cui sono vissute fino a quel momento. Il coraggio che le guida nello specchiarsi negli uomini che gli si presentano difronte, apre la strada verso un riconoscimento, un ricordo che non è solo rimpianto, ma anche un’opportunità di rivedere la propria vita con occhi diversi, quelli dei bambini.

Un ultima cosa che mi ha molto colpito è il riferimento alla “stilnovistica memoria”, penso spesso in questo periodo al periodo medievale, come ad un momento di luminosa opportunità, proprio perché da chi ha raccontato la storia è sempre stato visto come un periodo oscuro. È fondamentale dal mio punto di vista che a parlare di amore, sia l’amore stesso e non un surrogato culturale imposto dall’esterno.

Magia ed ascolto interiore paiono configurarsi come elementi focali per la riscoperta dell’amore verso se stessi e la propria arte. Come si coniugano?

Guardi, credo che la magia sia proprio “imparare ad ascoltarsi”, o quantomeno imparare a seguire la strada interiore che più ci avvicina al nostro talento e al nostro desiderio. Quando un opera d’arte è il frutto di un talento libero di esprimersi, è un atto magico, perché standoci difronte poi riesce a trasmetterti l’energia che l’ha originata. Ovviamente l’amore per se stessi ti permette di connetterti alla tua arte in modo più puro e con meno filtri, ma sicuramente arrivare ad amarsi veramente è un viaggio lungo una vita e a volte tante vite. L’arte spesso può diventare il racconto del viaggio che si fa verso questa accettazione, fatta di alti bassi, momenti divertenti e gioiosi e anche molto tristi, tutto è vita e tutto aiuta ad evolversi. Riuscire a comunicare questi viaggi attraverso l’arte può essere utile al viaggio degli altri, che si imbatteranno in quella espressione artistica e attraverso di essa, potranno chiarire e modulare il proprio ascolto verso la propria strada.

Quanto coraggio occorre per saltare dal trampolino ed aprirsi ad una vita piena in cui far emergere con forza il proprio talento?

Di istinto direi tantissimo, perché non è una società questa che aiuta a vivere della propria arte. Però ad essere sincero credo che sia più facile buttarsi in una piscina fresca, piuttosto che mettersi sotto il sole a farsi abbrustolire e consumare. C’è una facilità a mettersi lì a lamentarsi che le cose non vanno bene, dando la responsabilità ad altri e al mondo. Ma quasi sempre basta solo che ci alziamo e facciamo questo tuffo, per scoprire davvero cosa si nasconde dietro il timore di fallire e quasi sempre c’è il nostro talento e il nostro premio proprio lì dietro. Ogni volta che mi sono fatto paralizzare dalla paura di fallire ho fallito, tutte le altre in cui ho lasciato che le mie gambe mi portassero dove sentivo che il cuore voleva andare nonostante la paura di farlo, la magia si è manifestata. Quindi non facciamoci fermare dalla paura e andiamoci a prendere con gioia la vita che vogliamo e a far fruttare il talento che abbiamo.

Lei è uno dei registi di Un posto al sole, la soap opera italiana made in Rai, più longeva: ben 25 anni di puntate e ascolti sempre straordinari; è un terapeuta energetico nonchè insegnante di meditazione e pranoterapeuta da molti anni.Quanto ha riversato nella sua scrittura della sua eclettica vita professionale e spirituale?

Sì, sono grato ad un posto al sole di tutti questi anni di lavoro e di sinergia che si è creata, soprattutto sono grato perché grazie a questo lavoro ho affinato e sperimentato tanto il mio ruolo di regista e sviluppato una capacità di racconto anche in situazioni lavorative estreme e difficili. Soprattutto mi ha dato anche la libertà di poter avere tanto tempo libero, per dedicarmi alle mie ricerche, allo studio e alla sperimentazione di tutto questo universo energetico e spirituale. Ad oggi sia quando sono sul set di un posto al sole che in altri ambiti, ci sono con tutto questo bagaglio e questo ha creato dei legami fortissimi con tante persone con cui giorno per giorno mi confronto. Dal punto di vista di ciò che scrivo e che spero quanto prima di mostrare fuori attraverso il mondo cinematografico e quello dei libri, posso solo dire che sono animate da questo universo di esperienze e vissuti che vanno nella direzione dell’evoluzione, passando attraverso tutti i registri che mi appartengono, da quello comico a quello drammatico, al mondo fantastico e reale. Il mio ultimo romanzo “Tre luci dal buio” è uno specchio di tutto questo, in origine era una sceneggiatura di un film, che spero quanto prima di portare al cinema, che ha mantenuto anche nel suo essere un racconto romanzato, il sapore e la scrittura cinematografica, e che come storia è un viaggio attraverso sei vite che sperimentano tanti e diversi percorsi evolutivi anche senza saperlo.

Gerardo Gallo, regista cinematografico e di fiction, terapeuta energetico, con la passione per la ricerca spirituale e i misteri legati alle interrelazioni tra il presente e il passato, tra ciò che sembra essere lontano nel futuro anni luce dalla nostra cultura, razionale e religiosa, e ciò che nell’antichità era invece un modello chiaro di vita. Un ricercatore fuori dagli schemi classici di ricerca, lontano da una strada accademica di studio.

Il mio romanzo non si trova in libreria per ora, ma solo su amazon.

Il filosofo influencer

Perdiamo tre quarti di noi stessi per diventare simili agli altri” scrive Schopenhauer. Stiamo perdendo la capacità di pensare in modo autonomo, originale e creativo?

Probabilmente, sì. La libertà di pensiero è un bene prezioso, e in ogni epoca i fattori di disturbo non sono mancati. Già nell’antichità i filosofi predicavano la necessità di una maggiore autonomia di pensiero, e Seneca, tra gli altri, scrive che spesso siamo “strappati” a noi stessi senza rendercene conto, perché altri ci conducono dove vogliono. Tuttavia, le influenze che preoccupavano i saggi dell’epoca erano di gran lunga minori rispetto a quelle che subiamo noi. I nostri influencer sono così tanti che la domanda vera non sarebbe “quanti ci influenzano”, bensì “quanto” sopravvive veramente di originale e di personale in noi!

Il pensiero inibito inibisce l’azione, il pensiero timido ci rende timidi, il pensiero incompiuto ci rende incompiuti. Ciò può provocare un senso di estraniamento e di frustrazione?

Senza dubbio. In alcune giornate ci sembra di non aver combinato niente. Avvertiamo un senso di scontentezza, abbiamo perso il mordente, ogni piccola battaglia per affermarci ci risulta faticosa, coviamo dei risentimenti indistinti, proviamo un certo malessere, incolpiamo i problemi sul lavoro, qualche incomprensione col partner. Trascuriamo la vera causa: se i nostri pensieri non sono in ordine, se ci blocchiamo di continuo, se affidiamo le redini della nostra vita ad altri, siamo praticamente in balia di chiunque.

C’è un rimedio per contrastare le “giurie invisibili” che sanno sempre “come si fa” e “quel che va fatto” ?

Il grande rimedio è l’esercizio del pensiero critico: il “pensare da sé” di cui parla Kant. Il pensiero critico è un livello “alto” di pensiero, ma dobbiamo essere fiduciosi nella nostra capacità di raggiungerlo. Il pensiero critico ci impone di vigilare, di controllare, di interrogarci, di restare svegli, è un pensiero per difendersi ed emanciparsi.

Avvalersi dell’arma del dubbio, dell’arte di ascoltare e di porre domande, di interrogarsi e di scolpirsi come “una statua”, come direbbe Plotino, potremmo abituarci a pensare out of the box? Potremmo diventare l’influencer di noi stessi?

Pensare out of the box significa cercare nuove angolazioni, non fermarsi mai alla prima interpretazione, pensare in modo creativo e fuori dagli schemi : arrivarci è già un grande risultato. Ma per “scolpirci come una statua” occorre un allenamento (àskesis per i Greci) continuo, e, soprattutto, occorre adottare come stile di vita lo scetticismo sistematico: tutto può essere sottoposto a critica, rivisto o migliorato, e nessuno può pretendere di essere una fonte assoluta di verità o di bene.

Le scuole filosofiche dell’antichità avevano l’obiettivo non di formare i discepoli bensì trasformarli in persone migliori. Cosa ci suggerirebbe Epitteto?

Che noi teniamo sotto controllo pochissime cose, ma i pensieri, fortunatamente, sì. Che non sono le cose di per sé a farci male, bensì l’idea che noi ce ne facciamo, e l’idea è un contenuto spirituale, sul quale possiamo agire. L’importante è usare la nostra volontà, della quale nessuno può mai derubarci. Perciò non bisognerebbe mai posare la “bacchetta magica” della filosofia, che ci permette, attraverso la volontà, di tramutare ogni svantaggio in un vantaggio.

Simonetta Tassinari ha scritto sceneggiature radiofoniche, libri di saggistica storico-filosofica e romanzi, pubblicando per Giunti, Einaudi scuola e per Corbaccio («La casa di tutte le guerre» e “La sorella di Schopenhauer era una escort”). Ha vinto il premio «Il Pungitopo» il «Premio di narrativa italiana inedita» , il Premio “Borgo italiano”, il “Premio Lago Gerundo” e collabora con giornali e riviste. Per Feltrinelli ha pubblicato “Il filosofo che c’è in te” (2019), che ha avuto tre ristampe, un’edizione economica e un’edizione speciale per il quotidiano “Repubblica”. Nel 2020, sempre per Feltrinelli, sono usciti “S.O.S. Filosofia” (rivolto ai ragazzi) e “Il filosofo influencer. Togliersi i paraocchi e pensare con la propria testa”. Per l’editore Gribaudo ha in corso di stampa “Instant filosofia”, un corso divulgativo che presenta personaggi e scuole di pensiero, ma anche aneddoti e curiosità, per capire la filosofia in modo inedito e originale.

Khaos e Limite

E’ possibile conoscere la cosa in sé o bisogna accontentarsi di ciò che appare e dei fenomeni?

Le rispondo come avrebbe risposto Anassagora : “La vista dell’invisibile sono le apparenze”. La natura è la manifestazione della cosa in sé. Credo che questa dicotomia fra fenomeno e noumeno sia stato il vulnus del pensiero occidentale.

Come si pongono Ragione, Necessità, Destino e Giustizia di fronte al Caos?

Necessità e Destino sono, per me, due determinazioni del Caos, mentre Ragione e Giustizia un’azione ed una re-azione del Limite e cioè della razionalità umana che altrimenti non potrebbe sorgere e sopravvivere al Caos.

Aristotele, Heidegger, Wittgenstein, Kant, Hegel, Foucault, Pareyson emergono dalle sue pagine. Ha inteso versificare millenni di Storia della Filosofia? Qual è la relazione tra Filosofia e Poesia?

No, non credo sia possibile versificare millenni di storia della filosofia ma ho voluto affrontare le categorie fondamentali che hanno reso possibile la nascita del pensiero critico occidentale.

Nella silloge molteplici volte lei richiama “Uno e un solo significato”. Come vi si perviene?

Quando una società premia il pensiero unico e incoraggia o pianifica l’omologazione culturale per ottundere la nostra capacità di critica allo status quo. È come se avessimo una sola parola per poterci esprimere ed agire. Ridurre il tutto ad una sola definizione è la caratteristica dei totalitarismi.

C’è una “mera” numerazione nella raccolta con due uniche eccezioni.

Quale motivazione risiede nella scelta di non attribuire un titolo alle poesie?

Per non definire e dare un limite al significato.

Il linguaggio, convenzione necessaria, costituisce un limite?

Il linguaggio de-limita necessariamente la realtà e non possiamo farne a meno, ma riuscire a comprendere che al di là della convenzionalità della forma esiste un “oltre” che contiene in sé una pluralità di significati vuol dire capire che il nostro limite è sempre in costante dialogo con il caos, con il mistero. La possibilità di un’etica e di una tecnologia che sia a favore dell’uomo e della natura risiede in questo dialogo fecondo tra il Limite ed il Caos, fra la ragione ed il mistero. La poesia, l’arte in generale, ha il privilegio di “sentire” e tenere viva questa tensione fra il Sacro e la Ragione; “quell’umiltà ontologica e gnoseologica” che rappresenta l’unica via d’uscita dal delirio di onnipotenza della tecnica.

Domenico Frontera ha studiato Teologia alla Pontificia Università della Santa Croce di Roma e Sociologia all’Università La Sapienza di Roma. Ha praticato la professione di informatore scientifico per venticinque anni e attualmente lavora presso l’Istituto Sant’Anna di Crotone. È altresì direttore tecnico del circolo scacchisti “ASD Scacchi” di Crotone.

Mitiche. Storie di donne della mitologia greca

«Antigone guardò lo zio e pensò al padre, alla madre, ai fratelli che aveva perduto, alle lacrime, ai viaggi, alle armi, ai tradimenti e seppe che lei non avrebbe fatto ancora torto alla sua famiglia, ignorando il corpo di Polinice. Lei non si sarebbe arresa.» Antigone come Medea, Penelope, Arianna, Circe. Perchè ha dato loro voce?

L’idea del libro è quella di raccontare alcune donne dei poemi, delle tragedie del mito attraverso le loro vicende, le loro personalità, le gioie, gli errori. Ho quindi cercato notizie sulla loro infanzia, ho immaginato i sentimenti e i pensieri, le scelte, per scrivere le stesse storie, a noi molto care e familiari, da altri punti di vista. Così ho provato a narrare le case grandi come labirinti, i tuffi nel mare, l’amore per le stoffe, il desiderio di riconoscimento, la voglia di rottura e di sangue.

Tra le “mitiche” campeggia Pandora, donna malvagia, perché sarà lei per la sua incontrollabile curiosità a diffondere livore, conflitto, malanno, decesso, aprendo il celebre vaso sigillato da Giove. Il mito ha contribuito alla misoginia?

In realtà la Pandora che racconto io non è affatto malvagia ma curiosa, sveglia, interessata al mondo che la circonda, ed è proprio per questi motivi che decide di aprire il vaso, di capire cosa contiene. Credo che sia evidente come nel racconto di Adamo ed Eva che storicamente e simbolicamente la colpa è stata attribuita alle donne per aver rovinato l’idillio attraverso i loro gesti e le loro scelte. Penso quindi che ci sia della misoginia già implicita in molti miti e in molte parabole bibliche, queste di certo hanno anche contribuito a rinforzarla.

Penelope è nota per la devozione verso il marito e lo spirito di sopportazione nella lunga attesa di Odisseo. Durante il giorno filava la sua tela e, durante la notte, la sfilava per arrestare la prepotenza dei Proci occupanti la reggia di Itaca e pressanti affinchè scegliesse fra loro un nuovo sposo. Le domando se, in realtà, il suo inganno non fosse volto a proteggere il regno, il cui legittimo erede era il figlio Telemaco.

Nel racconto io ho dato questa interpretazione, certo Penelope resta simbolo di fedeltà, di pazienza e di devozione, ma non soltanto nei confronti di Ulisse, suo marito, ma anche rispetto a Itaca, al suo regno e al futuro di suo figlio. Penso che questi vari aspetti possano far rileggere la sua figura in modo diverso e provare a mettere in luce la sua forza autonoma, il suo ruolo chiave insieme ma anche a prescindere dal suo celebre compagno di vita.

La visione delle donne della mitologia greca è sistematicamente monodimensionale, sovente intrisa di cliché e venata di maschilismo. Omero, ad esempio, rende le figure funzionali al percorso umano, emotivo, emozionale maschile. Lei, invece, dà loro voce; le rende protagoniste, mutando la prospettiva circa il genere. Perché?

Stiamo assistendo a un movimento di riscoperta del ruolo delle donne nella storia, nella letteratura, nella mitologia, nella scienza eccetera, ognuna di noi prova a raccontare qualcosa in più, aggiungere un tassello da far leggere anche a bambine e bambini. Speriamo possa servire a farsi sempre più domande sulle donne e come sono state raccontate in passato, per continuare a tessere le fila dei miti, non lasciarli cementificarsi ma insistere nell’interpretazione, nella ricerca di nuovi significati, adatti ai nuovi tempi, alle nuove storie che vogliamo raccontare.

Euripide rende Medea una feroce ed impetuosa assassina ma anche una protagonista da palcoscenico. Eppure la realtà muliebre era davvero differente. Quali sono le possibili ragioni della discrepanza tra finzione letteraria e concretezza del reale vissuto?

La letteratura crea per forza una discrepanza, un altrove, una imitazione, un superamento o una diminuzione rispetto al reale, le ragioni stanno nella forma letteraria stessa, che può essere simbolica, allegorica, rispondere allo spirito del suo tempo, anticipare la storia, plasmarla. Sulle donne hanno pesato per molto tempo le parole maschili, la loro rappresentazione considerata più autorevole, il protagonismo storico e letterario degli uomini, quindi nel caso delle donne la discrepanza è per forza maggiore, le donne raccontate difficilmente, fino ai tempi contemporanei almeno, sono state molto in contatto con le donne viventi.

“Dobbiamo insegnare alle donne a farsi valere, ad apprezzare se stesse, a divertirsi e ad ingannarci”. Il messaggio di Montaigne è rimasto inascoltato?

Io ho amato molto Montaigne, resta per me un maestro senza pari. Credo che nulla è inascoltato, stiamo ancora costruendo, siamo in cammino, molte cose cambiano, molte cose ancora devono cambiare, le esigenze si fanno nuove, bisogna conservare le conquiste passate, bisogna continuare a divertirsi e a ingannare.

Giulia Caminito si è laureata in Filosofia politica. Ha esordito con il romanzo “La Grande A” (Giunti 2016) e nel 2019 è uscito il suo secondo romanzo “Un giorno verrà” (Bompiani). Nel 2020 ha pubblicato per La Nuova Frontiera Junior il libro “Mitiche, storie di donne della mitologia greca” con i disegni di Daniela Tieni.

Non sono sessista, ma…Il sessismo nel linguaggio contemporaneo

Cos’è il sessismo e come si manifesta, Professor Gasparrini?

Sessismo è una parola nata mezzo secolo fa sul calco di razzismo. Si definisce così qualsiasi discriminazione basata su caratteristiche legate al genere. Si può manifestare, come qualsiasi altro tipo di razzismo, ovunque e in qualsiasi modo: nel linguaggio quotidiano come in quello artistico o istituzionale, nei gesti e nelle abitudini, nei media, nelle leggi, nelle pratiche lavorative, nelle relazioni. Purtroppo già nella sua breve storia si possono notare occasioni nelle quali è usata a sproposito: non sempre una cosa che non ci piace e che viene messa in atto da chi non è del nostro genere è “sessismo”.

Lei osserva e scandaglia le forme del linguaggio sessista.

Da dove hanno tratto origine e quali trasformazioni può cogliere il suo studio tanto foriero di esempi concreti e pregnanti?

L’origine di qualsiasi discriminazione è nella gerarchia di potere che vuole conservare; come si trasformano le forme di potere, altrettanto di trasformano gli strumenti, com’è il sessismo, per conservarle. Il linguaggio sessista serve a mantenere un potere senza condividerlo, in maniera non paritaria; osservare e registrare le sue presenze, i suoi cambiamenti, ci permette di cogliere le trasformazioni dei poteri discriminanti nella nostra quotidianità come nei fenomeni sociali su più larga scala.

Quali metodi suggerisce per accrescere la contezza della meccanica della cultura patriarcale e, quindi, quali antidoti raccomanda?

Il primo passo è rendersi conto che la cultura patriarcale esiste, esiste ancora e non ha alcuna intenzione di cambiare o “passare” da sola; essa si trasforma e ciò che apparentemente può sembrare scomparso (la figura del “padre padrone”, per esempio) molto probabilmente si è trasformato in un condizionamento diverso, più sottile, più labile ma ugualmente efficace (un genitore apparentemente fragile che con atteggiamento passivo-aggressivo condiziona le scelte dei suoi legami affettivi). Un antidoto unico non c’è, ma certamente bisogna partire da una critica ai propri condizionamenti di genere, che nessuno e nessuna può evitare.

La polisemia di accezioni (genere linguistico, biologico e sociale) che approfondisce, palesa quanto la dimensione linguistica irradi riecheggiamenti nella maniera in cui si percepisce la realtà, si edifica l’identità e si calcificano i pregiudizi.

Suppone che modi di dire, proverbi e battute possano impiantare l’anticamera di forme di abuso?

Quello linguistico è un circuito di condizionamenti e trasformazioni: i depositi di concezioni popolari e diffuse su “la vita” (come sono i proverbi, i modi di dire e i luoghi comuni umoristici) non solo sono anticamera di forme di abuso, ma spesso le spiegano e le giustificano come “normali” modi di avere relazioni, di giudicare comportamenti, di stabilire contatti interpersonali. Purtroppo il peso della tradizione ha un influsso negativo determinante nello stabilire quello che socialmente è ammesso come “normalità”, “naturalezza” – e invece molto spesso è una discriminazione ormai diventata abituale.

Lei scrive: “[…] la storia si disinteressa dei modelli astratti e inesistenti quali sono le ‘persone’: le differenze di sesso, genere e orientamento hanno da sempre tracciato precise linee di potere, dominio, sofferenza e ingiustizia che non sono mai state indifferenti al corpo di chi le agisce e di chi le subisce. Annullare le differenze, storiche e attuali, in nome di una ‘giustizia’ uguale per tutti e tutte è la prima palese ingiustizia da evitare, la prima colossale e ipocrita mancanza di responsabilità sociale e storica”.

Le difformità tra generi debbono, orbene, essere irrobustite?

Credo che debbano essere considerate come ciò che sono: differenze, ossia occasioni per accorgersi dell’esistenza di forme di vita differenti dalla nostra e alle quali quindi non è giusto attribuire caratteristiche o abitudini che non siano state concordate, richieste, scaturite da un dialogo, consensuali. Le categorie astratte sono molto utili per fare considerazioni generiche, ma quando abbiamo a che fare con corpi e linguaggi esse mostrano tutti i loro limiti e dovrebbero essere rimpiazzate da occasioni di ascolto, conoscenza reciproca e testimonianza ben più utili e feconde.

Lei ripercorre anche la quotidianità linguistica: abitudini, consuetudini, situazioni in cui tutti possono identificarsi, aprendo una riflessione sulla libertà che conferisce un uso pregno e consapevole della lingua.

La Parola possiede un potere civico?

Beh, quasi non saprei dire cos’altro lo possiede. Le comunità esistono laddove c’è un linguaggio condiviso, e se la parola è l’unità minima di un qualche linguaggio, essa ha sicuramente un potere civico. Come tutti i poteri, quindi, essa può condizionare, fare del male oppure liberare e agire positivamente – sta alla comunità dei parlanti mettere in atto le pratiche necessarie a ottenere quei risultati così come a rendersi conto della loro efficacia.

Il linguaggio sessista è un “dispositivo culturale” risolvibile dal Legislatore?

Risolvibile direi quasi sempre no, regolabile direi quasi sempre sì. Ma occorre una volontà politica che riconosca il linguaggio sessista come un problema sociale affrontabile anche attraverso la legge. Questo è un passo ancora molto complesso da attuare.

«Meglio a destra con le escort che a sinistra con i trans» è un’espressione tratta dal web.

Quanto incide il contesto dei social media nell’acuire ed inasprire un clima già pregno di livore?

Credo che tra i grandi meriti dei social network sia quello di far apparire inequivocabilmente quei fenomeni sociali e quei condizionamenti personali che altrimenti sono più difficili da indagare e da comprovare. L’Italia non è “un paese razzista” – ammesso che questa espressione abbia un qualche senso – ma certamente tantissime polemiche e testimonianze nate sui social network ci hanno raccontato di una cultura che ha ancora grandi difficoltà a conoscere e rapportarsi col suo passato fascista e colonialista; l’Italia non è, allo stesso modo, “un paese sessista”, ma tante realtà che spesso trovano spazio per esprimersi solo sui social network raccontano di una cultura che ha enormi resistenze ad accettare di riconoscere e mettere in questione i propri tratti patriarcali, maschilisti e machisti. Più che acuire e inasprire, l’azione dei social network mi pare quella di un “far emergere”; azione che, presa come punto di partenza, non può che portare a cambiamenti auspicabili.

Lorenzo Gasparrini nasce a Roma nel 1972. Durante gli studi di filosofia e una breve carriera accademica in diverse università del centro Italia incontra testi e protagoniste dei femminismi, decidendo così, dopo aver iniziato un percorso di profonda critica personale, di dedicarsi alla diffusione e divulgazione di argomenti riguardo gli studi di genere, soprattutto rivolti a un pubblico maschile. Conduce seminari, workshop e laboratori in università, centri sociali, aziende, scuole, sindacati, ordini professionali, gruppi autorganizzati; pubblica costantemente su riviste specializzate e non, sia online che stampate. E’ autore di “NO. Del rifiuto e del suo essere un problema maschile.” (Effequ, 2019), “Non sono sessista, ma… Il sessismo nel linguaggio contemporaneo” (TLON, 2019) e “Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni” (Settenove).

Peccati di gola

Qual è l’idea sottesa a “Peccati di gola”e come si esplica siffatto progetto, da lei definito “Piccole storie di passioni, tremori, vaghezze, eccitazioni e nutrimenti”?

fui invitata da Daniela Cicchetta, amica e collega di penna, assieme a Carla Campus, libraia, per collaborare su di una pagina che trattava di cucina vegetariana dal titolo Che Cavolo Ti Mangi?

Mi chiesi che contributo avrei dato io, NON essendo vegetariana e inoltre aliena come sono dalla nascita a regole, leggi, pesi e grammature, informazioni indispensabili per parlare della preparazione di una pietanza.

Nonostante, il cibo e lo stare in cucina esercitava su di me da sempre un fascino e un interesse particolare e tutti i ricordi sin da bambina di mia madre e mio padre, anch’egli abile cuoco, erano legati ad una istintualità e una variabile umorale dove prima di ogni cosa la disposizione d’animo di un giorno da un altro rendeva più o meno saporito lo stesso condimento e se chiedevo a mia madre quanto servisse di quel dato ingrediente, non sapeva mai rispondere.

Imparai molto presto a cogliere le tristezze e le gioie di mia madre dai pasti che mi preparava, come ho cercato di raccontare attraverso il personaggio di Agnes in “Liquore fatto in casa” che annacqua con le lacrime, a causa delle sue pene d’amore, gli elisir che sta preparando.

Avevo trovato la risposta al mio quesito di come sbrogliare il filo narrativo di questa collaborazione e di parlarne in termini intimi e sensoriali lo ritenni, per mia caratteristica, necessario.

Quindi brevi storie di vita attorno al cibo crudo o cotto che fosse, la materia primaria da cui avrei attinto.

Evocazione, suggestione, sensualità e seduzione paiono essere ingredienti indispensabili della sua narrazione. Sguardi, sfioramenti, sensazioni multisensoriali. La cucina è anche il luogo di altri piaceri oltre che della gola?

Gli umori e i sentimenti in cucina sono le unità di misura che si miscugliano tutte le volte agli ingredienti principali di ogni ricetta oltre la passione, quindi come non parlare anche di amore, eros e seduzione.

Nei miei “Nutrimenti” il cibo necessita di manipolazione a mani nude, saperlo carezzare come in un’effusione amorosa per prepararlo poi gustarlo, di attivazione dei sensi per stabilire i giusti dosaggi, serve condurlo a sé (se-duzione) alla propria bocca e le consistenze attribuiscono alle nostre attese e di coloro ai quali lo si prepara suggestioni sulla fantasia e la memoria. I sapori e gli odori creano spesso dei brevi e piccoli cortocircuiti che attivano immagini e ricordi. Il pasto condiviso abbrevia le distanze e prepararlo assieme è un preliminare dell’intesa che si andrà a creare tra i personaggi, vadano a finire a letto oppure restino gomiti sul tavolino a crogiolarsi uno difronte l’altra con la stessa estasi.

Non è un caso che questi brevi scritti li nomini spesso come “Nutrimenti”, non trovavo interessante parlare solo di alimentazione piuttosto di come il cibo solleciti il risveglio di tutti gli altri sensi.

Cibo e trastulli amorosi: i preliminari, le tentazioni, il gioco delle parti, l’assaporare furibondo. Quali altri parallelismi ha scovato tra nutrimento ed esistenza umana?

Nutrirsi serve per restare in vita e nutrire significa voglio che tu stia bene, in salute.

I personaggi di Peccati non nutrono solo l’organismo, ma sono affamati prima, durante e dopo il pasto. E’ una direzione del proprio modo di essere, un orientamento verso il quale si vuole indirizzare il lettore.

Marina, in qual misura la sua narrazione è contaminata dalla sua formazione di studiosa di storia dell’arte, scenografia e costume? Penso, in special modo, alla potenza carnale delle sue descrizioni.

Lo è di proposito. credo sia un buon proposito, onesto, di aver vissuto più di mezzo secolo e in quella tale unicità trovare la propria forma espressiva. Com’è stata la mia vita finora non lo è uguale quella di nessun altro, il conseguirsi dei fatti e delle circostanze, le scelte fatte piuttosto che altre e allora perché non farne una preziosa eredità e metterla a frutto. E se invece fosse già un orientamento, una propensione dalla nascita che ha regolato le mie decisioni, fatto sta che il pacchetto contiene tutto questo di me e sarebbe un tradimento eluderlo.

La potenza visiva e immaginifica di certe sequenze che descrivo mi viene dal fatto che sono anche una disegnatrice, è il mio taglio narrativo peculiare che faccio bene a conservare.

Per fare un esempio, ogni volta che descrivo una scena per dettagliarla la immagino come se fosse un quadro al fine di non tralasciare ciascun particolare e in modo che il lettore s’immerga totalmente nell’ambientazione che sto descrivendo ed è verosimile che ci riconosca, nel gusto che ci metto, l’aver studiato per tanti anni storia dell’arte.

Questa operazione di attingere alle esperienze della propria vita permette di conservare una voce più personale possibile.

Le sue pillole di buon gusto sono declamate da Daniela Cicchetta. Quale valore aggiunge la voce ai suoi scritti?

Le collaborazioni sono qualcosa di strepitoso e nella mia carriera professionale le ho trovate esperienze sempre arricchenti.

Quella con Daniela ancora non so rispondermi se sia dipesa dalla nostra bravura di esserci riconosciute, o se il merito dipenda da una serie di eventi non fortuiti che ci hanno condotte una difronte l’altra, tale è il connubio che ne è poi sorto.

Della serie che certi fatti sono impressi a fuoco nei destini incrociati di ognuno di noi.

Siamo due donne molto dissimili, ma assolutamente complementari soprattutto in questa avventura lavorativa, un sodalizio perfetto che non riguarda solo una voce suadente gentilmente messa a disposizione dei miei testi.

Il progetto di PECCATI alla mercé di due menti vulcaniche come le nostre, si è parecchio perfezionato con l’aggiunta di nuove idee al fine di renderlosempre più originale, come ad esempio le foto usate per la promozione e il tempo condiviso per scattarle tra di noi oppure quello dedicato a incidere i podcast e scegliere i brani musicali più adatti per accompagnare le letture, ci stiamo divertendo parecchio!

Marina Novelli nasce a Roma il 18 settembre 1961 e si è laureata all’Accademia di Belle Arti in Scenografia, Arredamento e Costume.
Esordisce professionalmente lavorando nel cinema e nel teatro come Scenografa e Arredatrice a fianco di Mario Garbuglia e al Teatro Eliseo di Roma per la Compagnia di Gabriele Lavia, proseguirà la sua attività artistica come Illustratrice per alcune riviste (LOOP e MONO) e come Fumettista. Pubblica nel 2010 la sua prima Graphic Novel per la Tunuè, Editori dell’Immaginario, dal titolo “CAMBIO PELLE”, come autrice di storia e disegni. Svolgerà la sua attività creativa tra Roma e Parigi come Illustratrice, Scenografa e Costumista firmando numerose collaborazioni teatrali e cinematografiche, tra le ultime per il film “EDUCAZIONE SIBERIANA” regia di Gabriele Salvatores, tratto dal best seller di Nicolai Lilin e per la commedia teatrale “JE SUIS SEUL (E) CE SOIR” regia di Fabrice Eberhard a Parigi. Nel dicembre 2015 pubblica il suo primo romanzo “I BANNUNATI” edito dalla casa editrice Alter-Ego, questo libro è arrivato finalista ottenendo una menzione di merito al Premio Nazionale di Poesia e Narrativa AlberoAndronico 2017. Il 15 dicembre scorso è premiata come finalista al Concorso Zeno per il suo nuovo romanzo inedito in via di pubblicazione. Attualmente è a lavoro sul nuovo romanzo.

Svelare il Giappone

I flussi turistici verso il Giappone si ampliano incredibilmente, consentendo acquisizione di conoscenze reali ed effettive, tuttavia le sue isole conservano un’allure di oscurità ed irraggiungibilità.

Perché risulta un non luogo, aderendo, invece al mito?

Forse la lontananza di quelle isole, la loro virtuale irraggiungibilità, contribuisce alla fabbricazione di un’immagine. Nel costruire il progetto di questo mio libro “Svelare il Giappone”, volevo permettere al lettore di visitare idealmente il Giappone senza però sfatare quel mito, perché era importante conservare il senso magico di quel viaggio. Molti italiani entrano in contatto con il Giappone attraverso le immagini, i sapori, o le arti marziali, oppure intraprendono delle “vie” molto legate al Giappone tradizionale. Sono tutte ispirazioni che spingono all’immaginazione piuttosto che a una conoscenza reale delle cose. Ma questo atteggiamento non è nuovo, e io non lo giudico negativamente. Nell’800 orientalisti di chiara fama come Vittorio Pica, pur avendo pubblicato racconti ambientati nel Sol Levante, e diversi saggi sull’arte giapponese, si auto-condannavano a “non contemplare mai l’adorata spiaggia lontana che con gli occhi della fantasia”.

Chissà, scrive Pica nelle sue Nostalgie Artistiche, se il tanto desiato viaggio in Giappone non mi procurerebbe una dolorosa delusione. No, no, meglio sognare sempre il paese fatato Sol Levante e non andarci mai”.

Va detto che il carattere del popolo giapponese non aiuta. L’estrema attenzione prestata a non offendere l’interlocutore, una relativa timidezza nell’affermare una posizione contraria a quella che in quel momento sembra predominare, lasciano campo libero all’invenzione, all’esagerazione. Il risultato è che per molti, il paese del Sol Levante non è un luogo, è appunto un mito, a volte quasi irraggiungibile.

Lo straniero, il gaijin, può accostarsi al Giappone, mondo e popolo, attraverso due parole chiave: “honne” e “tatemae”.

Ce ne offre una definizione?

Honne e tatemae sono le due forme della personalità. Honne rappresenta quella più profonda, privata. Sono i sentimenti reali di una persona, ciò che essa prova davvero. Il tatemae invece potrebbe dirsi la facciata. E’ quel lato di sé che si mostra agli altri, a chi è al di fuori della famiglia per esempio, o dell’azienda. Quindi costituisce anche la propria posizione rispetto al contesto generale.

Ovviamente non è certo una peculiarità giapponese quella di distinguere ciò che si lascia trasparire all’esterno da ciò che al contrario si lascia dentro di sé. Però in Giappone questa formula assume le forme di una vera e propria convenzione. In fondo quella che può essere a volte percepita come una rigidità, una formalità eccessiva dei giapponesi, esercita anche una funzione sociale. Il tatemae facilita la vita in condizioni di sovrappopolamento, perché è frutto dell’adattamento, una qualità indispensabile per evitare che si creino conflitti tra le persone e le comunità.

“Visto dal cielo, il Giappone è sorprendente… il mare appare come uno sfondo lontano, un orizzonte tra il grigio e l’azzurro… la natura è sempre presente nella vita quotidiana giapponese, anche attraverso le figure degli ideogrammi…”.

Natura e vita quotidiana: quali sono i termini di questo legame ed in qual misura differiscono dal rapporto che stabilisce l’uomo occidentale?

Nel libro racconto come nelle città di asfalto, acciaio e cemento armato, la natura, pur rarefatta, è sempre presente e si trasforma, finendo per trovare rifugio nelle abitazioni. E’ una riduzione progressiva che avviene quasi magicamente, attraverso un procedimento che restringe le dimensioni, e passa innanzitutto per i giardini.

Ma questa riduzione si ripete fino ad arrivare alla singola stanza, dove stavolta la natura viene costretta ulteriormente, finendo per diventare composizione. Nella stanza tradizionale giapponese vi è un lato che nasce per essere osservato, la tokonoma. Lì è possibile ammirare un frammento di natura, un vaso, un arrangiamento, qualcosa che testimonia l’esistenza di qualcosa di vivo e di asimmetrico, di selvaggio e irragionevole rispetto a uno spazio altrimenti geometrico e razionale. Non è raro, entrando in un grande albergo, restare affascinati da un ikebana che da una parte emana grazia e bellezza, dall’altra continua a testimoniare che la natura selvaggia è giunta anche lì. E’ una natura anche pericolosa, che si trasforma in un attimo dai fiori di ciliegio alle scosse catastrofiche del terremoto.

Lo Scintoismo, intimamente congiunto alla storia del Giappone con il culto degli antenati e della natura) ed il Buddismo, con il culto del genere umano e di ogni essere vivente, sono solo due delle espressioni di una spiritualità ben più ampia ed articolata.

E’ possibile rintracciare linee comuni?

Il concetto di shintō, la “via degli dèi”, non è molto preciso. Non è una vera e propria religione, paragonabile al buddismo e ancora meno al cristianesimo e all’islam. Unisce tra loro culti di origini molto diverse, che includono animismo, sciamanismo, culti della fertilità, venerazione della natura, degli antenati e degli eroi. Nei jinja, i santuari, che sono oltre centomila in tutto il Giappone, vengono venerate una moltitudine di divinità, i kami, che sono diverse dai buddha e dai bodhisattva dei templi buddisti.

Ma sono pochi i giapponesi che, interrogati sulla loro adesione a una religione, si dichiareranno shintoisti. Lo shintō fa semplicemente parte del loro comportamento, dell’alternarsi delle stagioni dell’anno e delle stagioni della vita, è il risultato di un rapporto quotidiano tra gli uomini e le divinità. Il buddismo invece viene di norma dedicato ai momenti più difficili della vita, la sopportazione, la malattia, la morte. Se si volesse tracciare un parallelo con l’Europa, lo si potrebbe tracciare nella differenza di atteggiamento tra il sistema tradizionale ellenico o romano e le usanze “pagane”, rispetto invece al cristianesimo, religione importata, come in Giappone fu il buddismo.

I Giapponesi coltivano il senso d’appartenenza alla propria comunità, senza timore d’esser tacciati di xenofobia o nazionalismo.

Attualmente, quali sono le misure politiche adottate verso il fenomeno della migrazione tanto avvertito in Italia?

Il valore attribuito dall’individuo alla comunità nazionale è fondato sul sistema educativo. In Giappone la comunità non è una somma di individualità. E’ un corpo organico, il cui fine è il mantenimento dellarmonia. Non è spirito gregario. Il destino della nazione, se vogliamo chiamarlo così, è vissuto come un destino comunitario. Questa è una filosofia non esclusivamente giapponese, che si riscontra in Asia e in tutta l’area confuciana. Il principio che contrasta l’immigrazione clandestina è fondato prima di tutto sul rispetto delle regole. E’ semplicemente impensabile “pretendere” di avere accesso in Giappone. Ciò non significa che non si possa migrare in Giappone. Esistono programmi promossi dal governo con altri paesi asiatici per la formazione, dove vengono insegnate la lingua e la cultura giapponese, e solo una volta superate queste prove si viene chiamati a lavorare in Giappone. Limmigrazione clandestina è un crimine punito severamente. Basta superare la scadenza di un visto turistico per essere arrestati e rimpatriati. Il concetto chiave è che la legge va rispettata, e che chi non la rispetta mostra di fatto un comportamento aggressivo e prepotente nei confronti del Giappone e dei suoi cittadini.

Mario Vattani è nato a Parigi nel 1966 e ha studiato in Inghilterra. A ventitré anni ha iniziato la carriera diplomatica lavorando negli Stati Uniti, in Egitto, e soprattutto in Giappone, a Tōkyō, Kyōto e Osaka, dove è stato console generale. Appassionato della cultura del Sol Levante nelle sue più diverse forme, parla correntemente il giapponese e pratica il kendo. Ha scritto di Giappone e Asia per Il Foglio, Libero e altre testate nazionali. Ha pubblicato diversi romanzi: Doromizu. Acqua torbida (Mondadori, 2016), La via del Sol Levante (Idrovolante Edizioni, 2017) Al Tayar. La corrente (Mondadori, 2019).