Vita e opere di padre Bonaventura Relli da Palazzolo Vercellese

In che modo la figura di padre Bonaventura Relli permette di ridiscutere il ruolo dei Frati Minori Osservanti Riformati nelle dinamiche di frontiera del XVII secolo, in particolare nel delicato equilibrio tra l’ortodossia tridentina e le peculiarità dei contesti missionari albanese e valdese?
La figura di padre Bonaventura Relli consente di ridiscutere in modo concreto e documentato il ruolo dei Frati Minori Osservanti Riformati come attori complessi delle dinamiche di frontiera del XVII secolo, evidenziando una tensione continua tra ortodossia tridentina, pragmatismo missionario e adattamento ai contesti locali.
Dai documenti che ho avuto la possibilità di studiare, si evince comeBonaventura si percepisca – e venga percepito – come un protagonista della lotta confessionale post-tridentina: la sua missione è esplicitamente orientata a “strappare quante più anime possibile” all’eresia valdese e all’islam nei territori sotto il controllo degli ottomani.
Tuttavia, questa spinta ideologica non si traduce in un’azione uniforme o puramente dottrinale: al contrario, la sua attività è profondamente condizionata dai contesti locali, che impongono strategie flessibili.
Nelle missioni da lui erette nelle Valli di Lucerna, ad esempio, emerge con forza l’ambivalenza dell’azione missionaria: da un lato, un approccio chiaramente conflittuale; dall’altro, pratiche fortemente pragmatiche e persuasive.
Particolarmente significativo è l’uso dell’assistenza materiale come strumento pastorale. Per fare un esempio, durante la carestia nelle valli, Bonaventura distribuisce pane a chi partecipa alle prediche, attirando anche i valdesi e favorendo conversioni.
Questo elemento ridimensiona l’idea di una semplice imposizione dell’ortodossia, la missione si configura come un dispositivo integrato di carità, predicazione e pressione sociale, dove l’ortodossia tridentina è perseguita attraverso mezzi adattivi e situazionali.
Inoltre, Bonaventura non è solo predicatore, ma anche organizzatore e mediatore politico: fonda missioni stabili; raccoglie finanziamenti da élite europee; negozia direttamente con il potere ducale sabaudo.
Anche nel contesto albanese ciò che appare dalla lettura dei documenti è la complessità delle relazioni, sia con il clero cattolico locale, che con le gerarchie politico-religiose islamiche e ortodosse e con la popolazione (sia di fede musulmana che cristiana).
Qui la missione appare ancora più chiaramente come uno spazio di mediazione, non una semplice “riconquista”, ma un processo di traduzione del cattolicesimo in un contesto religioso plurale e politicamente dominato dagli ottomani.
Quindi, la figura di Bonaventura Relli, a mio parere, evidenzia che l’equilibrio tra ortodossia tridentina e contesti locali non fu mai statico. Al contrario, fu il risultato di una continua mediazione, in cui i missionari riformati agirono simultaneamente come difensori dell’ortodossia e come interpreti delle realtà di frontiera.
Proprio questa tensione – visibile tanto nelle valli valdesi quanto nel contesto albanese – rende la loro azione un laboratorio privilegiato per comprendere la natura flessibile e contestualizzata del cattolicesimo del XVII secolo.
Quali criteri hanno guidato la selezione e la trascrizione del vasto corpus documentario in appendice e come questo materiale inedito modifica la storiografia riguardante la Congregazione de Propaganda Fide nelle sue fasi iniziali di espansione?
La selezione e trascrizione del materiale in appendice rispondono a un progetto storiografico preciso: sostituire una narrazione agiografica e centralistica con una ricostruzione documentaria capace di restituire la complessità delle prime missioni della Sacra Congregazione de Propaganda Fide.
Il risultato è una visione nuova, in cui l’espansione della Congregazione appare come un processo negoziato, policentrico e fortemente dipendente dalle dinamiche locali di frontiera.
Nello specifico, il lavoro di selezione e trascrizione del corpus documentario in appendice nasce dalla consapevolezza che la documentazione su Bonaventura Relli fosse frammentaria e dispersa in diversi archivi (Torino, Roma, archivi locali) e spesso filtrata da agiografie tarde, ripetitive e poco critiche.
Per questo motivo, i criteri principali di selezione sono stati il recupero di documenti originali o diretti (lettere, relazioni); la priorità a fonti autografe o coeve al frate; l’inclusione di materiali inediti o poco utilizzati dalla storiografia.
Non si tratta di una semplice raccolta, ma di un lavoro critico che mira a trascrivere integralmente i documenti, contestualizzarli storicamente, inserendoli nelle dinamiche missionarie e politiche e mettendoli in relazione tra loro per offrire una visione d’insieme coerente.
La trascrizione è, dunque, orientata a restituire la complessità delle reti (religiose, politiche, sociali) in cui operavano i missionari.
Il materiale raccolto permette, così, di correggere una tradizione storiografica che dipendeva quasi esclusivamente da biografie seicentesche e tendeva a riprodurre un’immagine edificante e poco problematizzata del missionario.
Grazie ai documenti trascritti emergono, invece, contraddizioni, conflitti e difficoltà, si ricostruiscono dinamiche concrete (finanziamenti, rapporti con le autorità, tensioni locali) e si può, per questo, superare una visione lineare e teleologica della missione.
Il sottotitolo pone particolare enfasi sulle “opere” del frate: come si inserisce la produzione artistica di Relli all’interno del concetto di “pittura miracolosa” e quale funzione specifica assolveva l’immagine sacra come strumento di diplomazia e proselitismo in territori ostili?
La produzione artistica di Bonaventura Relli non è un elemento marginale o decorativo della sua attività, ma parte integrante della sua strategia missionaria e del suo carisma, inserendosi pienamente nella categoria della “pittura miracolosa” tipica della spiritualità post-tridentina.
Padre Bonaventura dipingeva immagini della Vergine – in particolare Madonne su seta gialla con inchiostro nero – accompagnando l’atto artistico con la preghiera, con l’intenzione esplicita di trasmettere alle immagini una forza spirituale.
Questo elemento è cruciale giacché l’immagine non è solo rappresentazione, ma veicolo di grazia e l’atto pittorico è concepito come atto performativo e quasi sacramentale. Inoltre, la ripetizione seriale delle immagini (diffuse “in grande quantità”) rafforza la loro funzione operativa.
Le opere di Bonaventura venivano donate e diffuse in tutta Europa e nei territori di missione, diventando una sorta di prolungamento della sua azione apostolica.
In contesti difficili o ostili, questo aveva implicazioni fondamentali perché permetteva di mantenere una presenza simbolica stabile anche in assenza del missionario e rendeva possibile una forma di evangelizzazione non verbale e continua.
Possiamo dire che l’immagine agiva quasi come un “missionario silenzioso”.
La diffusione delle immagini non era neutra, ma inserita in reti relazionali giacché il frate aveva contatti con la nobiltà, i prelati e le corti europee e le sue opere venivano donate anche a questi ambienti. In questo contesto, l’immagine sacra svolgeva una funzione diplomatica perché rafforzava i legami con benefattori e protettori, legittimava le missioni agli occhi delle élite e favoriva il sostegno economico e politico, indispensabile ai frati per dotare le missioni delle cose necessarie al culto.
Si tratta quindi di un oggetto devozionale che è anche strumento di scambio e costruzione di consenso.
Potrebbe approfondire il significato teologico e iconografico del titolo Liberatrix fidelium? In che misura questa specifica devozione mariana riflette l’istanza di “liberazione” spirituale e materiale che il Relli intendeva promuovere tra le popolazioni assistite?
La devozione a Maria Liberatrice, centrale nel volume, si comprende proprio alla luce di questa concezione concreta della religione. Il titolo Liberatrix fidelium non allude soltanto alla salvezza spirituale, ma a una liberazione vissuta nella storia: dalla peste, dalla fame, dalla guerra, dall’eresia. Il voto collettivo pronunciato a Pinerolo durante l’epidemia del 1630 mostra una religiosità profondamente comunitaria, nella quale la Vergine viene invocata come protettrice concreta della città. La costruzione della chiesa di Santa Maria Liberatrice e il ripristino del Monte di Pietà rivelano bene come, per padre Bonaventura, devozione e assistenza sociale fossero strettamente intrecciate. La salvezza dell’anima e il soccorso materiale non appartengono a due ambiti separati, ma costituiscono un unico progetto pastorale.
L’opera analizza due scenari geograficamente distanti: le Valli di Lucerna e l’Albania. Quali analogie strutturali ha riscontrato nella gestione del dissenso religioso, valdese da un lato ed islamico dall’altro, da parte del Relli e della sua missione?
Pur trattandosi di contesti molto diversi, le Valli di Lucerna segnate dalla presenza valdese e l’Albania sotto dominio ottomano e a maggioranza islamica, padre Bonaventura Relli e i Frati Minori Osservanti Riformati applicano strategie missionarie fondate su alcune analogie strutturali profonde.
L’elemento comune fondamentale è che entrambi i territori vengono percepiti come spazi di frontiera confessionale, nei quali l’ortodossia cattolica non può essere imposta semplicemente tramite strumenti disciplinari, ma deve essere continuamente negoziata attraverso presenza, assistenza e costruzione di consenso.
In entrambi gli scenari il primo obiettivo è radicare una presenza cattolica permanente: nelle Valli di Lucerna attraverso la fondazione di ospizi, chiese e residenze missionarie, in Albania mediante il rafforzamento delle strutture ecclesiastiche locali e il sostegno alle comunità cattoliche (sparse e a volte isolate per motivi geografici).
La missione non è pensata come intervento episodico, ma come occupazione spirituale del territorio.
Un’analogia decisiva riguarda il rapporto tra assistenza materiale e conversione religiosa. In entrambi i casi la carità non è separata dalla missione, ma ne costituisce una componente strutturale.
Padre Bonaventura non applica un modello rigidamente uniforme giacché nelle Valli di Lucerna deve confrontarsi con comunità cristiane concorrenti e organizzate, mentre in Albania con un pluralismo confessionale e il dominio politico musulmano. Ciò comporta strategie flessibili come la predicazione itinerante, la necessaria mediazione con le autorità locali e l’uso di immagini sacre, l’erezione di ospizi, scuole, l’introduzione di devozioni ecc.
È utile ribadire che in entrambi gli scenari la missione dipende fortemente dal sostegno politico e appare quindi inseparabile dalla diplomazia e dalla capacità di creare alleanze.
Sia il valdismo che l’islam vengono interpretati come condizioni di separazione dalla “vera fede”, ma il metodo adottato dai missionari non è inquisitoriale, l’obiettivo è trasformare gradualmente il comportamento religioso e l’identità collettiva.
Le Valli di Lucerna e l’Albania emergono così come due varianti di una stessa “frontiera confessionale”, nelle quali i Frati Minori Riformati sperimentano modalità nuove di espansione del cattolicesimo tridentino.
In che modo il rapporto di Relli con i “poteri forti” dell’epoca, dai Papi ai regnanti, ha influenzato la stabilità delle missioni francescane, e quanto la sua capacità diplomatica è stata determinante per l’erezione di strutture permanenti come chiese e scuole?
Il successo e la stabilità delle missioni furono strettamente legati alla straordinaria capacità del frate di costruire relazioni con i “poteri forti” del tempo: papi, cardinali, principi, aristocratici e autorità sabaude, trasformando il proprio carisma religioso in una vera risorsa diplomatica e istituzionale.
La sua azione missionaria appare, infatti, inseparabile da una continua opera di mediazione politica e finanziaria.
La capacità diplomatica di Bonaventura emerge soprattutto nella trasformazione della missione da presenza itinerante a rete stabile di istituzioni. Grazie alle elemosine e ai sostegni ottenuti vengono acquistate case nelle valli e vengono costruiti ospizi e chiese
La missione si espande progressivamente, ma questa crescita non è spontanea, dipende direttamente dalla capacità del frate di Palazzolo Vercellese di mobilitare risorse e protezioni.
Inoltre, Bonaventura agisce anche come intermediario tra le esigenze concrete delle periferie missionarie e le strutture centrali della Chiesa, inclusa la Sacra Congregazione de Propaganda Fide.
Il suo ruolo non è quello di semplice esecutore, giacché negozia in prima persona, propone strategie e, come detto, cerca finanziamenti.
In questo senso rappresenta bene la natura “negoziale” delle prime missioni moderne.
La sua efficacia politica dipende molto anche dalla reputazione spirituale: la fama di santità che lo accompagnava in vita, l’austerità ascetica e i miracoli attribuiti alla sua intercessione gli consentivano di ottenere la fiducia sia del popolo che delle élite, il suo carisma religioso diventa così uno strumento diplomatico.
Il volume accenna al carisma e alla “capacità di parola” del frate. Quali elementi della cultura popolare albanese del Seicento emergono dalle carte del Relli e come il missionario si è adattato (o ha tentato di riformare) le consuetudini giuridiche e sociali locali?
Padre Bonaventura Relli interpreta il contesto albanese non semplicemente come uno spazio “da evangelizzare”, ma come una realtà complessa, caratterizzata da consuetudini giuridiche, strutture claniche e pratiche religiose non sempre ben radicate. Le carte mostrano un continuo confronto tra cultura locale e progetto disciplinatore del cattolicesimo post-tridentino.
In questo quadro, il carisma personale e la straordinaria “capacità di parola” del frate diventano strumenti essenziali di mediazione culturale.
Dalle relazioni missionarie emerge un’Albania organizzata secondo forti legami parentali e tribali in cui, spesso, le autorità locali sono più influenti del clero e le pratiche consuetudinarie hanno più valore dei precetti religiosi.
Il missionario si trova quindi a operare in una società in cui la giustizia è frequentemente gestita tramite mediazioni familiari, vendetta e riconciliazione seguono per lo più codici consuetudinari e il controllo ecclesiastico, per una serie di ragioni, è discontinuo o debole.
La documentazione insiste molto sulla sua “capacità di parola”, che non va intesa solo come abilità retorica, ma come capacità di parlare in modo comprensibile alle popolazioni locali, usando immagini devozionali, valorizzando l’esempio concreto della propria condotta di vita povera e la predicazione orale, giacché la società è a forte componente analfabeta.
Naturalmente, pur adattandosi al contesto, Bonaventura tenta anche di riformarlo secondo i principi tridentini. Le sue azioni mirano soprattutto a regolarizzare la vita matrimoniale, a rafforzare la pratica sacramentale, a limitare pratiche considerate superstiziose (come quella di tagliare a pezzi i morti per evitare che si risveglino come lugat) e, non per ultimo, a disciplinare il clero locale.
Considerando il titolo di “Venerabile servo di Dio”, in che modo la Sua ricerca distingue tra la costruzione agiografica postuma della figura di Bonaventura Relli e la realtà storica di un uomo d’azione inserito nei conflitti confessionali del suo tempo?
Uno degli obiettivi centrali della ricerca è proprio distinguere la dimensione agiografica costruita attorno a Bonaventura Relli, dalla ricostruzione storica concreta della sua attività missionaria, politica e sociale nel pieno dei conflitti confessionali del Seicento.
La ricerca non nega il carattere devozionale delle fonti, ma cerca costantemente di storicizzarlo. Alcune fonti tendono, naturalmente, a enfatizzare ascetismo, miracoli e a trasformare il missionario in un modello ideale di santità, ma la ricerca utilizza questi documenti in modo critico, interrogandoli non solo per ciò che celebrano, ma anche per ciò che rivelano indirettamente sul contesto storico.
Attraverso lettere, relazioni e documenti amministrativi emerge la figura di un uomo molto diverso da un’immagine puramente contemplativa, e ci restituisce la figura di un religioso profondamente immerso nella realtà concreta del suo tempo, come abbiamo sottolineato prima (organizzatore di missioni, negoziatore con i Savoia, raccoglitore di fondi, costruttore di reti politiche, gestore di conflitti locali, ecc.).
Il missionario appare quindi come attore di una vera “guerra delle anime”, dove evangelizzazione, politica e controllo territoriale si intrecciano continuamente.
La ricerca dedica ampio spazio ai racconti dei testimoni delle estasi di Bonaventura, o alle sue profezie e guarigioni, ma non li assume acriticamente come “prove” di santità, piuttosto, li interpreta come strumenti di costruzione dell’autorità carismatica, elementi funzionali al consenso missionario, dispositivi di legittimazione della presenza francescana.
Un aspetto particolarmente interessante è che la ricerca non oppone rigidamente “vero uomo storico” a “falso santo agiografico”, piuttosto mostra come proprio il carisma spirituale fosse una risorsa concreta di azione politica e missionaria.
Infine, la ricerca distingue la costruzione agiografica postuma dalla realtà storica non demolendo la dimensione spirituale di padre Bonaventura Relli, ma reinserendola nel contesto concreto delle missioni e dei conflitti confessionali del XVII secolo.
Il risultato è una figura molto più complessa: non soltanto un “Venerabile servo di Dio”, ma un missionario-diplomatico pienamente coinvolto nelle tensioni politiche, religiose e sociali della prima età moderna.
Donato Martucci è dottore di ricerca in Teoria e ricerca sociale presso Università del Salento. Attualmente è docente di Antropologia culturale. Ha diverse esperienze di ricerca sul campo in Albania e Kosovo. I suoi interessi sono orientati allo studio delle consuetudini giuridiche albanesi e in generale alla cultura popolare albanese. Ha prodotto numerose pubblicazioni: monografie, saggi apparsi in riviste scientifiche nazionali e internazionali e in libri collettanei. Ha inoltre curato sia la riedizione italiana del Il Kanun di Lek Dukagjini. Le basi morali e giuridiche della società albanese (2009), che la prima edizione italiana del Il Kanun di Skanderbeg (2017).








