Ius sanguinis

L’espressione “ius sanguinis” significa, nella sua accezione legale, il principio del diritto per cui un individuo ha la cittadinanza di uno Stato qualora uno dei propri genitori o entrambi ne sono in possesso.
Ebbene, nel suo romanzo cosa indica?

Nel romanzo la riflessione parte proprio dall’accezione legale dell’espressione in senso stretto. La vita degli esseri umani è profondamente segnata dalle proprie radici. Si è cittadini italiani se si nasce da italiani ma anche principi se si nasce da re o da regine. Talvolta il primo vagito proviene dal posto o dalla culla sbagliata e così, senza nessuna responsabilità, la propria condizione muta, la strada diventa in salita, il viaggio senza ritorno. A volte il legame indissolubile con le proprie radici -che lo si desideri o meno, che lo si contrasti o lo si accetti- determina anche un’eredità di sentimenti, emozioni, frustrazioni ma anche occasioni e possibilità difficili da decifrare, da evitare o da cogliere. Ognuno di noi però è, da adulto, esattamente la persona che è destinata a diventare in ragione dell’aria che ha respirato, dell’amore che ha ricevuto o che gli è stato negato, a meno che, ad un certo punto, senza ripudiare nulla del passato, tenti di cambiare la sorte, di spezzare una catena di eventi apparentemente destinati a ripetersi e, come dico nella frase scelta per introdurre il romanzo “…trasformi la sua maledizione in benedizione”.
“Stinco era magro, molto magro, non a caso lo chiamavano così. Correva come un pazzo, tutto il giorno, in sella al suo motorino truccato, cavalcando forsennato le sponde dei due torrenti. A casa non tornava mai, e perché avrebbe dovuto tornarci?”
Quanto Stinco somiglia al Dioniso euripideo nelle intenzioni, nel vigore ctonio ed insondabile?

Sorrido perché è la domanda ad avermi suscitato il possibile paragone. Sorrido perché, da sola, non ci avrei mai pensato e certo non l’ho pensato mentre raccontavo la storia di Stinco, al secolo “Alfredo Morini”. Invitata però alla riflessione, posso dire con una certa dose di certezza (poi si sa nessun autore controlla mai i suoi personaggi, quelli fanno i primi timidi passi quando escono dalla penna poi mano mano, nel tempo e nelle pagine, finiscono per diventare qualcosa di differente e, alla fine, quello che vogliono loro) che in Stinco non c’è niente di divino. Niente. Se c’è un personaggio nel libro umano fino in fondo è proprio lui. Umano nell’irriverenza, nello sberleffo, nell’intelligenza, nell’intuizione ma anche nella crudeltà e nel cieco egoismo. Umano fino all’ultima cellula del suo essere, nella difesa legittima della sua libertà rispetto ai sensi di colpa e a quello che ci si sarebbe aspettato facesse. Stinco non ha nessuna ambizione di dimostrare la sua provenienza divina e neppure di diventare una divinità. È il personaggio più controverso e, forse per questo, più amato dell’intero romanzo.
Stinco e sua sorella Miriam.
Quali tratti assume la giovinezza nella ricerca di coordinate, d’interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni?
La storia, che tengo a sottolineare, è una storia d’amore, seppure sgangherato molesto e di fatto non vissuto perché invivibile, inizia alla fine degli anni settanta e arriva fino ai nostri giorni. Miriam ha dodici anni e il fratello diciotto. Sono due fratelli, sono due ragazzi. L’infanzia che condividono in parte perché c’è una certa differenza d’età e perché poi la vita li porterà presto lontani, il sapore della loro primissima giovinezza, sarà di fatto l’unica eredità seria sulla quale potranno seriamente contare. Utilizzeranno quegli anni in maniera diversa, Stinco fuggendo e forse salvandosi, Miriam arrivando fino in fondo al dolore, ma la giovinezza, vissuta alla fine di quel periodo storico, formerà il nocciolo autentico degli adulti che diventeranno. Penso che questo valga per i personaggi di Ius sanguinis ma valga un po’ per tutti. Alla fine, malconci un po’ acciaccati oppure fortificati e maturati, si torna sempre a casa e casa è il posto in cui si è stati ragazzi.
Il suo libro è tessuto intorno alle relazioni familiari. Un padre totalmente assente ed una madre perennemente in lacrime.
Perché i legami familiari sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare ed attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?

La famiglia è a tutti gli effetti un fattore criminogeno. Non credo di dire nulla di rivoluzionario, basta leggere i dati di cronaca, almeno di questa parte di mondo dove, per molti, i bisogni primari sono ampiamente soddisfatti. La famiglia è un fattore criminogeno come lo è la miseria o l’assoluta mancanza di mezzi culturali. In particolare, la famiglia è legame, indissolubile, eterno, anche quando i suoi componenti se ne allontanano, anche e forse ancora di più, quando è un nucleo disgregato, disfunzionale, direbbero gli esperti. Però è il posto dove nascono e maturano i sentimenti più veri ed autentici e, a volte, la potenza di certe emozioni può congiungere, generare ma anche dividere o annientare. Direi che la famiglia va trattata con prudenza, assunta con moderazione, sotto stretto controllo medico, come si fa con un farmaco in grado di salvarti la vita oppure di mandarti in overdose. In qualunque contesto di aggregazione sociale e anche in quello familiare va mantenuta la propria capacità di autodeterminarsi, coltivata la forza di non farsi travolgere e allora, da persone libere, la famiglia può essere una risorsa, una voce che sussurra “andrà tutto bene”, un porto sicuro nel quale tornare.
Il titolo del romanzo richiama tempestivamente il tema dibattuto, talvolta con toni accesi, della cittadinanza. La lotta politica, l’adesione ad una causa: i nostri tempi possono ospitare, a suo avviso, siffatti propositi di cambiamento sociale?
I nostri tempi, ma proprio la nostra attualità più stringente, devono, non possono, accogliere i propositi di cambiamento sociale. È inconcepibile che, in ragione delle emergenze del momento (anche delle più drammatiche come quelle legate alla crisi pandemica), ci si possa dimenticare dei diritti civili per tutti, dello ius soli o dello ius scholae. È inconcepibile perché dovrebbero essere battaglie già vinte conquiste già fatte, valori condivisi e invece sembra che la paura del cambiamento prevalga su tutto, che la gente preferisca chiudersi all’interno delle proprie poche certezze, fidando così di essere al sicuro. Condividere con gli altri non renderà nessuno più povero e il futuro di questo paese, come del resto del mondo, sarà nel costruire una civiltà multietnica, pacifica e rispettosa dei tratti comuni e delle differenze di ognuno. Una cosa che raccontano gli astronauti al rientro dallo spazio e che quindi colgo come un dato scientifico e non come un’opinione, è che, osservando la terra da lassù, non si distinguono i confini tra le nazioni, mentre noi nel 2022 parliamo ancora di muri, identità culturali e sovranismo. Faccio seriamente fatica a comprendere come ci si possa ancora scontrare su questi argomenti e come alcuni principi elementari di redistribuzione della ricchezza, di equità sociale, di diritto allo studio e alla propria identità personale, non costituiscano il punto di partenza per un qualsiasi progetto per il futuro.

Maria Laura Antonini
Avvocato dal 1994, esercita la professione a Perugia dove attualmente vive e lavora. Vince a diciotto anni le cinque puntate del programma televisivo “Parola mia”, condotto da Luciano Rispoli. Nel 2014 vince il “Premio letterario lune di primavera e, nello stesso anno, il “Premio letterario Città di Castello”. Pubblica, nel 2017, il romanzo “L’ultima domenica d’inverno” Edizioni Helicon, che si classifica al secondo posto della V edizione del concorso “Ragunanza di Poesia, narrativa & Short Movie”. Nel 2020 la sua opera “L’ultimo raccolto” viene pubblicata in un’antologia a seguito del riconoscimento ricevuto nell’ambito del Premio Internazionale Ranieri Filo della Torre.

Edipo a Berlino

“Edipo a Berlino” narra la storia del drammatico conflitto d’identità vissuto da un giovane militante nazionalsocialista. Quali sono le ragioni sottese al richiamo onomastico all’Edipo della classicità?
Il mito che dà vita alla tragedia di Edipo Re racconta di un uomo che compie una serie di atti apparentemente giusti (uccidere un avversario, sposare una regina) finché all’improvviso essi non gli appaiono sotto una luce radicalmente diversa, facendo di lui non più l’eroe e il re che era diventato, ma un reietto colpevole di aver ucciso suo padre e sposato sua madre. La tragedia greca è un mondo di conflitti insolubili, non ci sono risposte facili, anzi non ci sono risposte tout court, e questo mi ha sempre affascinato. La storia che ho raccontato si richiama al rischio con cui ogni essere umano deve confrontarsi, soprattutto nel momento in cui crede ciecamente di essere nel giusto. Dall’altra parte, sottopone a chi legge la questione che il cantante J.J. Goldman aveva posto ai suoi ascoltatori in una famosa canzone: “E se io (ebreo francese), fossi nato tedesco ‘ariano’ nel 1917 a Leidenstadt”?
Chi saremmo stati, se nel crescere non avessimo avuto intorno il mondo che ci è familiare, i valori che ci hanno formato, ma un mondo diverso, opposto, e per noi, così come siamo ora, spaventoso? Saremmo stati ‘tra chi resiste’ o il contrario?
Il percorso del protagonista si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria”? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?
Il passato resta, non si cancella, si può solo imparare a conviverci. Il protagonista non cerca un perdono né da se stesso né tantomeno da chi lo circonda. Via via che il suo passato riaffiora nella memoria, arriva a odiarlo e a odiare l’uomo che è stato, ma non può negare che quell’uomo è e sarà sempre una parte di lui. Solo quando accetta questa realtà, riesce ad accettare di continuare a vivere; e può accettarla perché altri intorno a lui lo hanno fatto, perché hanno scoperto chi sia stato e non per questo hanno cessato di volergli bene, malgrado anche questo affetto sia vissuto con una specie di senso di colpa; si può voler bene a un assassino, senza giustificarlo, senza provare altro che orrore per quello che ha fatto, si può amarlo così com’è, e come sarà sempre? Nell’amore e nell’amicizia altrui, il protagonista inizia ad accettarsi, senza negare il passato, ma allo stesso tempo senza negarsi un possibile futuro.
Durante la “Notte dei Cristalli”, il suo contemporaneo Edipo vede stravolta la sua esistenza da due eventi sconcertanti: l’omicidio che lui stesso effettua con inusitata ferocia contro un ebreo e la posteriore scioccante scoperta di non essere ariano bensì di origine ebraica. E’ nella scissione che si rinviene la concreta possibilità di disvelare la propria identità?
L’identità di un uomo è collegata strettamente a quella del mondo da cui è circondato. Nel caso del protagonista, la scissione che vive è una rottura d’identità, la perdita dell’identificazione con un universo totalitario e totalizzante, che risponde al suo forte bisogno di appartenenza con la richiesta di un’assoluta fedeltà. Persa quell’identità, il protagonista non ne avrà nessun’altra, per scelta: sarà un uomo in perenne esilio, ma proprio in questo esilio troverà una libertà che la sua identità di un tempo, così forte e assorbente, aveva negato a lui, in quanto carnefice, prima ancora che a coloro che ne sarebbero diventati vittime.
Nella cultura contemporanea la memoria della Shoah mantiene uno statuto speciale, che altri eventi storici non hanno. Per quali ragioni, a suo avviso?
Ci sono stati tanti eccidi nel Novecento, massacri di massa, atrocità innumerevoli, che chiedono memoria, chiedono di essere conosciuti e approfonditi. Più raro, e direi per questo ancor più difficile anche solo da concepire, è il trovarsi di fronte alla pianificazione e alla realizzazione di uno sterminio. Non un eccidio, ma la prospettiva dell’eliminazione completa di uno o più gruppi umani. La Shoah interroga in modo radicale le nostre coscienze. Per quanto mi riguarda, a colpirmi è (anche) il fatto che a sterminare milioni di esseri umani, a inventare le camere a gas, a riempire i vagoni piombati, a chiuderli e inviarli al macello, siano stati uomini e donne così simili a me, a noi, cresciuti in Europa occidentale come siamo cresciuti noi, uomini e donne che avrebbero potuto essere nostri parenti, che a volte sono stati nostri parenti; e che le vittime strappate alla loro quotidianità per essere gassati in un lager, potessero essere i compagni di classe o di lavoro dei nostri nonni e bisnonni, potessero essere i nostri nonni e bisnonni. Non sono passati ancora neanche ottant’anni da quando quell’orrore assoluto si è consumato nel cuore dell’Europa, nei luoghi in cui oggi viviamo. Ottant’anni, la vita di un essere umano, circa l’età di mia madre che è nata nel 1943, mentre a Treblinka morivano nelle camere a gas bambini della sua stessa età, la cui colpa era di essere nati, di esistere.
Come vittime o come spettatori e carnefici, la Shoah ci coinvolge, ci chiama in causa, è parte di noi e della nostra storia. La modernità, la tecnologia, non escludono esiti così terribili. E questo deve, ancor oggi, farci paura, farci riflettere.
Lei ha disegnato un profilo storico d’indubitabile fascino. Ciò, evidentemente, ha richiesto ricerche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposta di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?
Non credo di poter parlare di un vero e proprio metodo… ho iniziato a leggere testi sulla Shoah quando ero poco più di una ragazzina, e mentre scoprivo diari, racconti e testimonianze dell’epoca, ho iniziato ad immaginare la storia che ho poi raccontato. Via via che crescevo, e imparavo a fare una cernita delle fonti, a distinguere tra quelle più e meno attendibili, che avevo la possibilità di procurarmi testi sempre più dettagliati, anche la storia è cresciuta ed ha assunto contorni più definiti e precisi. Importanti sono stati anche i filmati dell’epoca, le fotografie, i viaggi nei luoghi che ho descritto e dove sono tornata per vederli spesso radicalmente cambiati, eppure ancora popolati dai fantasmi di un tempo, gli stessi che affiorano tra le pagine del libro. Ci sono tanti conflitti nascosti, a cercarli, nelle memorie. Riuscire a vederli, questi conflitti, con gli occhi dei protagonisti, è già quasi narrativa. Di lì al racconto, il passo è breve.

Francesca Veltri è docente di Sociologia all’Università della Calabria. Fra le pubblicazioni recenti: (con P. Ceri) Il movimento nella rete (Rosenberg & Sellier 2017); Se non è vero è verosimile: la costruzione del nemico fra realtà e rappresentazione, in La costruzione del nemico in Occidente, a cura di P. Ceri e A. Lorini (Rosenberg & Sellier 2019).

Le invisibili

Macchinazioni, intrighi, segreti, misteri, verità sapientemente celate, insabbiamenti, enigmi: sono ingredienti essenziali del giallo. La sua idea di romanzo “giallo” in che misura diverge dal genere codificato?
Mi identifico più nel noir, inteso come giallo d’atmosfera, ricco di sfumature, di personaggi non caricaturati, dove il “nero” avvolge la trama che, pur mantenendo una certa tensione e basandosi su un solido intreccio narrativo, fa spazio al contesto in cui è immessa, in primis la città o la società, e diventa quindi una testimonianza immaginifica del tempo reale, ma anche una riflessione, con chiaroscuri dove serpeggia una sorta di inquietudine latente.
I percorsi delle protagoniste si dipanano anche a ritroso nel tempo; si servono di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione?
Si possono davvero chiudere i conti con il passato?

Giorgia Cantini, l’investigatrice privata dei miei romanzi noir, indulge nella nostalgia ma sa che, in fondo, forse è solo il rimpianto di un’età più verde. Racconta il tempo della sua giovinezza e Bologna negli anni ’80 e ’90, con citazioni musicali, letterarie, cinematografiche. Sovrappone spesso due epoche diverse, quella passata e quella presente, e le mette a confronto. La memoria, con le sue bugie e le sue verità, è ciò che Giorgia si trascina dietro come una zavorra necessaria. Ne avverte il peso ma alle volte sa anche disfarsene per vivere il “qui e ora”.
La sua scrittura, scorrevole ed incisiva, diretta e frizzante, pare rinviare al linguaggio delle serie TV. Quanto risponde ad una sua precisa volontà la contaminazione dei linguaggi?
La serie “Quo vadis, baby?” prodotta da Sky nel 2008 è stata la prima, insieme a “Romanzo criminale” a dare il via a una vera e propria “moda” del seriale tv. Credo abbia anticipato i tempi, credo cioè che i tempi non fossero ancora maturi per un personaggio femminile così anticonvenzionale, politicamente scorretto, niente a che vedere con le dark lady o le poliziotte americane che fanno jogging sull’oceano e hanno sempre una pistola sguainata. Giorgia è una donna con le sue vulnerabilità, le sue falle, la sua bellezza irregolare. Il linguaggio è solo la mia voce, ed è quella che uso, che ho affinato con gli anni, anche nei romanzi non noir. Lo stile di un libro lo fa la personalità del suo autore, e cioè le sue esperienze, la sua sensibilità e soprattutto le sue letture.
La visione delle donne nell’immaginario letterario “giallo” è soventemente monodimensionale, sovente intrisa di cliché e venata di maschilismo. Le figure muliebri sono funzionali al percorso umano, emotivo, emozionale maschile.
Lei, invece, dà voce a chi ha fatto del delitto la sola via di fuga. Perché ha mutato la prospettiva circa il genere?

Nel mio racconto “Do ut des” dell’antologia “Le Invisibili” uscita ora per Rizzoli la mia protagonista è un’assassina, una donna obesa, vessata da una madre dispotica, una borderline in cerca di un riscatto da una vita povera in tutti i sensi e che non trova di meglio che immaginare un patto mortale con un’altra donna, anch’essa vittima. Nei romanzi con Giorgia invece la mia propensione è quella di raccontare personaggi (uomini e donne) che inciampano, che compiono errori, infrazioni, un’umanità dolente o estrema, dove anche qui c’è una forte sospensione del giudizio. In genere affronto un tema sociale, il femminicidio, l’omofobia, eccetera, e creo un teatro realistico, situazioni al limite, legate anche alla cronaca quotidiana.
“Le invisibili” sono assassine spinte da passioni incontrollabili, criminali per libera determinazione, donne comunemente reputate banali. Di certo, protagoniste d’indubitabile fascino. Pensa ad una trasposizione cinematografica o teatrale di quanto scritto in modo tanto accattivante?
“Do ut des” è un racconto molto scuro, per certi versi cattivo, lontano dalle logiche rassicuranti e consolatorie di tante serie tv italiane. Riesco a immaginarlo solo trasposto sullo schermo all’estero. Ma mai dire mai.

Grazia Verasani è scrittrice, drammaturga, musicista, ha pubblicato a oggi quattordici libri, tra cui Quo vadis baby? (2004), che nel 2005 è diventato un film di Gabriele Salvatores e in seguito una serie tv prodotta da Sky. La sua opera teatrale From Medea – Maternity Blues, rappresentata in Italia e all’estero, nel 2012 è diventata un film vincitore di due Globi d’oro. Il suo ultimo romanzo è Lettera a Dina (2016). Ha studiato pianoforte classico e collaborato con diversi artisti. Lavora anche come sceneggiatrice e ha scritto articoli per quotidiani e riviste. I suoi libri sono tradotti in vari paesi tra cui Francia, Germania, Portogallo, Stati Uniti, Russia. Il suo sito è http://www.graziaverasani.it

Così parlò l’ingegnere

La “cartolina” fotografa i napoletani rappresentati dal binomio “pizza e mandolino”, proiettandoli così lungo sentieri inclinati ed escamotage di cliché e luoghi comuni. De Crescenzo recupera il folclore, il sincretico per affrancare lo spazio identitario da ingredienti nocivi quali l’asfittica trappola nel vicolo cieco delle concezioni duali: sviluppo – sottosviluppo. L’”Ingegnere”, pur indissolubilmente legato a Napoli, ha contribuito alla “deterritorializzazione” di Napoli stessa?
Il merito maggiore di De Crescenzo è stato intuire – e poi, con pazienza far comprendere attraverso i suoi film e i suoi libri – che quelli normalmente considerati stereotipi e luoghi comuni su Napoli sono semplicemente l’essenza stessa della città e dei suoi abitanti. Rappresentano infatti le caratteristiche di un Dna difficilmente modificabile perché frutto di stratificazioni storiche e sociali millenarie. Ma ancor più sono elementi positivi, o meglio non sempre negativi, i quali comunque -in qualsivoglia accezione – oggi la rendono una città unica.
Oggi, ma non soltanto oggi. E proprio qui è il centro del pensiero di De Crescenzo che non a caso elaborò l’idea di Napoli come “aggettivo”, ovvero un insieme di valori, idee e atteggiamenti che appartengono sì a un luogo e con un’anima che nasce partenopea, ma possono al tempo stesso essere universali e indipendenti dalla localizzazione geografica.
Con tali premesse la “napoletanità” ritrova grazie a lui una diversa definizione e si mostra come elemento connaturato a una città e ai suoi abitanti, sostanzialmente immutabile e indistruttibile.
Più volte, del resto, in passato si era cercato di cancellare questa spesso detestata e condannata “napoletanità”. Si tentò, ad esempio, con il Risanamento dopo il colera del 1884, e nel dopoguerra ci provarono gli intellettuali, ma il risultato fu sempre pressoché nullo. Ne consegue che Napoli, assieme a tutto ciò che la riguarda, è – e certamente resterà ancora a lungo – una città senza tempo.
Una città “immodificabile” che con, i suoi pregi e i suoi difetti – difetti che De Crescenzo non nega e neppure condanna, ma semplicemente spiega – ha una forza interna straordinaria e inattaccabile.
Va compresa, certo – e non è facilissimo – ma questo non può tradursi in un giudizio aprioristicamente negativo. E in effetti Luciano De Crescenzo inizia proprio smontando i capisaldi pregiudizievoli che i suoi colleghi milanesi nutrivano su Napoli pur senza esserci mai stati.
Poi, con i suoi film e anche con i libri, si sforzerà di far comprendere le mille interpretazioni e sfaccettature legate al concetto della città senza tempo e al suo straordinario patrimonio umano e persino filosofico, ma lo farà senza troppe teorizzazioni, bensì semplicemente tracciando dal vero lo spaccato di un condominio partenopeo visto peraltro dall’ inedita angolazione borghese della famiglia Bellavista.
Riguardando o rileggendo oggi Così parlò Bellavista ci si renderà conto che a quarant’anni di distanza Napoli e i napoletani sono rimasti uguali. Senza tempo, appunto, e che quella che a molti potrebbe sembrare una cartolina oleografica in realtà è soltanto una bella e fedelissima fotografia.

De Crescenzo all’alba dei cinquant’anni determinò di mutare completamente vita per farsi scrittore, sceneggiatore, regista, attore, conduttore televisivo, fumettista, fotografo, storico della filosofia e filosofo lui stesso. Ebbene, quali sono i capisaldi del pensiero “decrescenziano” per vivere “in larghezza” ?
Luciano De Crescenzo è stato lui per primo un esempio di vivere “in larghezza” ovvero del vivere bene anziché più a lungo. Nel 1978 lasciò infatti il suo lavoro da ingegnere e da dirigente di una grande multinazionale semplicemente per stanchezza e per l’insofferenza di restare ancora in un contesto privo di rapporti umani e in cui il principale obiettivo era la carriera.
Un contesto certamente appagante per una personalità ambiziosa, ma non certo per un uomo che desiderava vivere appieno la vita in maniera libera, di volta in volta spinto dall’amore, dalla voglia di divertirsi o dal desiderio di dare corpo alla propria creatività.
Vivere in larghezza non era possibile forse per l’ingegner De Crescenzo, ma era invece il massimo desiderio del napoletano Luciano. Si trattò in fondo dell’eterna e irrisolta contrapposizione tra stoici ed epicurei e in lui, da buon partenopeo, prevalse la seconda scuola di pensiero.

La sua biografia dimostra che fu la scelta migliore. Sarebbe diventato, nel caso opposto, magari anche direttore generale dell’Ibm, ma in fondo oggi chi si sarebbe mai ricordato di lui?
Vivere in larghezza è in sintesi un modo di vivere alimentato più dal cuore che dalla testa, in cui alla rassegnazione prevale sempre la speranza, in cui l’arte di arrangiarsi è un modo per sopravvivere felici, e in cui bisogna lasciarsi andare senza troppi dubbi e men che mai afflizioni.
Il vivere in larghezza in lui era alimentato anche da continui paragoni attraverso cui scopriva il buono e il valore positivo delle cose. Il napoletano – diceva – quando gli capita qualcosa di brutto è portato a pensare “se morivo era peggio”, ma al tempo stesso riesce a cogliere il valore della propria diversità e con esso il peso effimero dei giudizi negativi che lo riguardano poiché in fondo “si è sempre meridionali di qualcuno”.

Luciano De Crescenzo sintetizzò questa serena noncuranza indispensabile a vivere “relativamente bene” nella scritta (che lui stesso appose, ma si saprà anni dopo) sul basamento della statua di San Gennaro e che recitava: “San Genna’ fottatenne”.

De Crescenzo fu capace di diffondere discipline specialistiche quali la filosofia, la mitologia e l’informatica, facendo esprimere in napoletano filosofi, dei dell’antica Grecia e finanche computer. Dove reputa risieda la chiave della indubbia poliedricità di De Crescenzo?
Luciano De Crescenzo mise a frutto l’universalità del linguaggio partenopeo e la simpatia del popolo napoletano. Citava spesso, infatti, una frase che dice: “il guaio di noi napoletani è che siamo simpatici”.
Da ingegnere credo avesse piena consapevolezza di quanto possa essere noiosa una qualunque disciplina scientifica o specialistica per i non appassionati, mentre d’altro canto, da napoletano, riusciva a trovare o inventare, l’aspetto leggero o divertente in ogni cosa.
Congiungendo tutto questo alla sua straordinaria dote di “raccontatore” era riuscito a dare nuova vita a filosofi, personaggi storici, santi e computer semplicemente calandoli in una realtà quanto più possibile vicina alla quotidianità dei lettori o degli spettatori e facendogli parlare il loro stesso linguaggio. In una parola, rendendoli “simpatici”.
La chiave della sua poliedricità è insomma tutta racchiusa nella capacità di appassionare, insegnare e, contemporaneamente, divertire.
E lo ha fatto in mille modi che nel libro ho descritto e analizzato soprattutto perché alcuni sono poco noti. Ad esempio, solo per citarne uno, Luciano De Crescenzo collaborò persino alla realizzazione di un gioco da tavola assieme a vari personaggi famosi. Tra loro c’era anche Giulio Andreotti.

“Così parlò l’ingegnere” ha entusiasmato ed interessato Paola De Crescenzo, unigenita ed adorata figlia di De Crescenzo, nonché gli amici Marisa Laurito e, specialmente, Renzo Arbore. Qual è stato il loro contributo a tessere 440 pagine per narrare novant’anni di vita?
Avendo lavorato al libro in gran parte durante i mesi di pandemia, ho conosciuto Paola, Marisa e Renzo inizialmente solo a telefono e dunque quando era già quasi ultimato: con loro ho avuto perciò sostanzialmente un confronto tra il mio punto di vista “esterno” di scrittore nonché di lettore e spettatore, e il loro che invece li vedeva coinvolti in maniera diretta e personale.
Marisa Laurito ha pubblicato negli stessi mesi una sua autobiografia e ovviamente il capitolo su Luciano è stato essenziale per alcune integrazioni e approfondimenti, mentre con Renzo c’è stato soprattutto uno scambio di idee sul pensiero di Luciano, e in particolare sulla sua idea della Napoli come città senza tempo.
Con Paola e poi con il marito Raffaele è nata invece una bella amicizia, ma ancor prima il suo contributo è stato costante e fondamentale perché con pazienza e interesse ha letto il libro nelle varie stesure, a volte dandomi indispensabili indicazioni o rievocando i suoi ricordi, mentre altre “scoprendo” assieme a me alcune particolarità. Ne cito una ad esempio: in una scena del film Così parlò Bellavista si notano affissi a un muro tre locandine di film di chiara ispirazione napoletana, ma a ben guardare si tratta di pellicole di epoche diverse.
La scena, che si svolge davanti al tribunale di Napoli, in realtà venne girata a Cinecittà e la stessa Paola non si era mai accorta di questo particolare con cui suo padre aveva voluto fare un chiaro riferimento alla storica tradizione cinematografica partenopea che rappresentò un primato rispetto a quella nazionale.

Può offrirci un ricordo personale inerente alle ragioni che l’hanno indotta allo studio ed all’approfondimento dell’opera e della vita rocambolesca di Luciano De Crescenzo?
In alcune mie precedenti biografie, come quelle dedicate a Nino Taranto e Alighiero Noschese, ho ripercorso la vita di personaggi ancora viventi e attivi negli anni della mia infanzia, che mi affascinavano e che, ingiustamente, non erano mai stati degnamente ricordati.
Luciano De Crescenzo, scomparso appena tre anni fa, era un personaggio amatissimo in tutta Italia e quindi, a prescindere dal mio libro, avrebbe avuto probabilmente una sorte diversa rispetto a loro.
Diciamo che ho semplicemente precorso i tempi rispetto ad altri scrittori e saggisti che certamente se ne occuperanno. Le ragioni però sono state le stesse in quanto i suoi film e i suoi libri hanno accompagnato varie generazioni, compresa la mia e a me, come certamente a moltissimi quarantenni di oggi, hanno insegnato a capire e amare Napoli e da un diverso punto di vista.
Quando Così parlò Bellavista uscì nelle sale, nel 1984, avevo dieci anni e andai a vederlo al cinema accompagnato mio padre – alla cui memoria ho dedicato il libro- ma poi molte altre volte lo rivedemmo a casa durante le cene con amici di famiglia proiettandolo con un proiettore Super 8 e noleggiando le “pizze” da Cine Sud, storico negozio di audiovisivi a Via Monteoliveto.
Non erano ancora i tempi del videoregistratore e ogni film, per me bambino, era un evento. Da grande, poi, ho scoperto che al di là del divertimento e delle battute – entrate peraltro nel linguaggio collettivo – il film e i libri di Luciano De Crescenzo racchiudevano idee e messaggi importanti che in qualche modo meritavano di essere esaminati e contestualizzati in un racconto biografico dettagliato e con un taglio diverso dalle sue due autobiografie.
Per la pubblicazione con Mondadori ho invece il dovere morale di darne il merito a Renzo Arbore che – dopo aver letto il libro e definendolo l’opera omnia sull’amico Luciano – si è impegnato tenacemente affinché avesse lo stesso suo editore.
Il libro insomma è nato così: per amore, per passione e un po’ grazie al destino. Parafrasando Luciano De Crescenzo posso dire che anche io “sono stato fortunato”.

Andrea Jelardi
Napoletano di origini sannite, laureato in Conservazione dei Beni Culturali, ha svolto attività didattica universitaria a Napoli e ha fondato a San Marco dei Cavoti (Benevento) il Modern – Museo della Pubblicità. Giornalista dal 1994 e Cavaliere al merito della Repubblica, ha pubblicato oltre venti libri.

Benedetto il frutto

Eros, desiderio irrefrenabile, ingestibile, furente in manifestazioni che Lei palesa senza inibizioni può spiritualizzarsi, così come ritenuto dalla lirica greca?
Deve spiritualizzarsi. Corpo e spirito si completano, si animano, si eccitano a vicenda. La loro dissociazione è innaturale. Sembra un discorso astratto, in realtà è molto concreto. La Chiesa, principale promotrice di questa dissociazione, ne è la vittima più evidente: da un lato la rimozione della sessualità manifesta, dall’altro la proliferazione della sessualità occulta, con tutti gli scandali e gli abusi sessuali che ne derivano. Sono ovviamente fenomeni collegati, l’origine della malattia e il sintomo.
Faustina scopre tardivamente di possedere un corpo.
Il sentimento erotico, prodromo al godimento in qual dimensione reputa che sia in sé assimilato alla limitatezza a cui è destinato l’individuo?

La parola “eros”, in greco, esprime carenza, desiderio di ciò che manca. Quindi il limite è connaturato all’eros, e il sentimento della morte è un suo alleato.
Lei ha scritto un romanzo erotico -volendo applicare una categoria- e l’erotismo smentisce la chiusura in sé dell’individuo, della sua coscienza più intima all’altro, all’alterità.
Ciò non lo accomuna alla morte, rievocando naturalmente Bataille?

Vita senza morte, o morte senza vita, semplicemente non esistono. Eros e thanatos non sono separabili.
Oggidì la sessualità è libera e policroma. Ebbene, tale libertà resta socialmente inconfessabile. Il sesso e la sessualità, per rottura di livello ontologico, restano una “forza” di natura più o meno incerta, ovvero un tabù da censurare implacabilmente?
Una forma di limite, di difficoltà, di segretezza deve restare, perché, appunto, eros è mancanza. Il tabu invece è male. La mia impressione è che questo tabu riguardi la morte e dunque, per estensione, eros. Il rifiuto della morte comporta un rifiuto di eros. Ma accettare la morte è possibile solo quando si sa di avere un corpo mortale e un’anima immortale. Se si pensa di essere solo un corpo mortale, il rapporto con questo corpo diventa morboso, disperato, disturbato. Eventualmente ipersessualizzato. Ma chiuso all’esperienza dell’eros.
La vicenda di Faustina, attingendo a uno dei cliché letterari più potenti di sempre, racconta la rimozione sessuale di un’intera civiltà. Perchè la morale sessuale pare essere uno degli aspetti in cui la nostra civiltà è progredita di meno negli ultimi 4000 anni?
Perché abbiamo dissociato corpo e spirito, cioè eros e logos.

Giulia Villoresi è laureata in Storia moderna e ha un dottorato in Storia religiosa e istituzioni della Chiesa. Scrive per L’Espresso e il venerdì di Repubblica. Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi La Panzanella (2009, premio Vittorini opera prima) e Chi è felice non si muove (2014).

Ho amato anche la terra

Dagli anni ’60 del Novecento il corpo delle donne diviene l’attore della discussione politica. I movimenti femministi ispezionano i paradigmi nonché i ruoli convenzionale delle donne. E’ stata sua intenzione gettare luce, mediante il corpo di Livia, 130 kg, sullo sguardo coevo al corpo muliebre?
Il corpo è lo spazio dell’esistenza e siamo al mondo, occupiamo il tempo e la latitudine del mondo attraverso il nostro corpo. Mi pare brutale che a parlare del corpo delle donne molto spesso non siano le donne, quindi, sì, certamente ho voluto che fosse il corpo di una donna a parlare di sé stesso, a disegnare il suo perimetro e a cercare la sua posizione, il suo spazio luminoso nella contemporaneità, che spesso esclude, mistifica, rigetta soprattutto i corpi ritenuti “difformi” o “difettosi”, imperfetti.
Come si pone, tratteggiando la storia di Livia, rispetto al dualismo, concezione teorica che vede un qualche tipo di separazione tra anima e corpo, tali da collocarli in due ambiti separati?
La stori a di Livia e di Corpo vuole ricucire la frattura ontologica: anima e corpo coesistono e non sono separati. Il corpo è anima che si incarna. Il corpo racconta l’anima. Non c’è corpo senza anima e viceversa.
Lei ha dichiarato di esser stata ispirata da Ana Mendieta. la quale conferisce primaria importanza alla visione del proprio corpo umano immerso in una natura primordiale. Ebbene, qual è il legame tra Mendieta ed il corpo di Livia?
Entrambi i corpi, quello di Ana Mendieta e quello di Livia cercano un posto nel mondo, nello spazio e vogliono le radici, le foglie, la terra e le nuvole. Vogliono sentirsi parte di tutto, vogliono uno spazio e cercano un legame. Nell’arte come nella vita, i loro corpi cercano di confondersi, di farsi mondo, ma non per nascondersi. Solo per rivelarsi.
Il suo pare profilarsi come un resoconto d’insieme sulla vita, un’immersione nella contemporaneità talvolta spietata e disillusa.
Esistono balsami per lenire l’amara ruvidezza della realtà?

Esistiamo noi, con la nostra storia e le nostre infinite e diverse sensibilità, noi che siamo fatti di pensiero. Pensiero che talvolta per quanto è forte e radicato si fa carne e ossa, materia vivente. Il balsamo è la carezza, la presenza, l’avvicinamento, lo sfioro dei nostri mondi coi mondi degli altri. La cura al dolore non è nella solitudine, ma solo nella condivisione.
Le sue pagine illuminano le piccole increspature dell’anima.
Le crepe possono essere foriere di benefici interiori, quantunque le ferite?

Si parla molto, per esempio lo fanno tanto bene alcuni poeti, di ferite come feritoie, come segni insanguinati, ma anche aperture attraverso le quali guardare il mondo, magari con sguardo diverso. Non lo so se è davvero così: le ferite fanno male fin quando sono aperte. Questo lo so sulla mia pelle. Alle ferite, preferisco le cicatrici: segni chiusi, mappe dei nostri giardini segreti.

Maura Chiulli
Scrittrice, mangiafuoco. Si interessa di body art e arte performativa. Esordisce con il romanzo Piacere Maria (Editrice Socialmente, Bologna, 2010), cui sono seguiti i saggi Maledetti Froci & Maledette Lesbiche (Ed. Aliberti Castelvecchi, Roma, 2011) e Out. La discriminazione degli omosessuali (Ed. Internazionali Riuniti, Roma, 2012), e il romanzo Dieci giorni (Hacca, 2013). A novembre 2018 torna in libreria con il romanzo “Nel nostro fuoco” (Hacca). Selezionato al Premio Campiello, ottiene una menzione speciale al premio Grotte della Gurfa e finisce nella cinquina finalista del Premio Segafredo -Zanetti Città di Asolo “Un libro un film”.

“Storie di guappi e femminielli” di Monica Florio (Guida Editori)

“Alla storia del costume di Napoli appartengono guappi e femminielli: qual è il filo rosso che li accomuna?”
-Questi due personaggi sono legati alla realtà del vicolo, microcosmo autosufficiente perché dotato di una propria economia a cui ognuno di loro contribuiva. Se il guappo fungeva da garante dell’ordine e da mediatore, il femminiello svolgeva degli incarichi per conto del vicinato, oltre ad esercitare la prostituzione, una delle attività illecite, insieme al contrabbando e all’usura, che sorreggevano l’economia del vicolo. Entrambi sono l’espressione di una sottocultura che, sotto la spinta globalizzante, si è estinta e di un mondo che appartiene al passato ed è stato spazzato via con le sue tradizioni.

“Cultura patriarcale di stampo camorristico, sentimento religioso e gestualità enfatica, dunque, legano il gamurro della Spagna medievale e il femminiello, anello di congiunzione tra il maschile e il femminile. Si tratta di semplicistiche espressioni di una sottocultura folklorica?”
-Anche le origini spagnole accomunano guappi e femminielli che hanno avuto un’importanza tutt’altro che secondaria nella storia della nostra città. In particolare, i guappi hanno rappresentato un’autorità che si è contrapposta a quella costituita fino a sostituirla. In un contesto come quello meridionale, difficile da gestire a livello sociale e politico perché sempre sul filo dell’illegalità, i guappi hanno goduto di un potere indiscusso al punto che, se un regista doveva girare un film in un vicolo, era costretto a chiedere loro l’autorizzazione.
Del resto, dopo la proclamazione dell’unità d’Italia, il questore Carlo Aveta aveva nominato i guappi Nicola Capuano e Nicola Jossa Commissari di Pubblica Sicurezza e se ne era servito per combattere la camorra.
Per quanto riguarda i femminielli, è stato riconosciuto, anche se tardivamente, il loro contributo alle Quattro giornate di Napoli. Insieme alle donne, ebbero un ruolo di primo piano nell’organizzare la resistenza, mobilitandosi per la ricerca dei viveri ed erigendo le barricate di San Giovanniello – nell’area di Piazza Carlo III -, il quartiere dove abitava Vincenzo ‘O femminiello, uno dei valorosi.

“Lei riporta riti, cerimonie e condotte dei guappi e dei femminielli, tessendo un’opera di saggistica che si avvale di varie fonti (letterarie, giornalistiche e iconografiche) ed è il frutto di un accurato lavoro di ricerca. In qual misura il femminiello, che potrebbe essere accostato ad altri esempi atipici di identità di genere come il Muxe, è una figura radicata nello specifico contesto napoletano?”.
-Il femminiello è profondamente radicato in un contesto di per sé tollerante quale quello napoletano in cui l’omosessualità non è mai stata considerata un crimine (si pensi che nell’Ottocento Napoli era considerata la città più liberale d’Europa). Il suo atteggiamento collaborativo ha favorito l’inclusione nel vicolo dove era protetto dagli stessi guappi e dalle donne che gli affidavano i loro figli. Nel vicolo ha goduto di un rispetto già ricevuto in famiglia, nella quale è ben integrato e svolge le faccende domestiche. Come in Messico un muxe non è emarginato, così il femminiello vive con naturalezza la propria condizione atipica e, incarnando un tipo di femminilità tradizionale, quasi retrò, è accettato anche socialmente, come è dimostrato dalla sua partecipazione alle feste popolari come il rito propiziatorio della tammurriata, la tombola vajassa e la riffa. Inoltre, a causa della sua identità difficile da catalogare, è sempre stato benvoluto perché, secondo le credenze popolari, si riteneva che portasse fortuna in virtù dei poteri magici a lui attribuiti che ne facevano un intermediario dell’aldilà.

“La ‘cartolina’ fotografa i napoletani rappresentati dal binomio “pizza e mandolino”, proiettandoli così lungo sentieri inclinati ed escamotage di cliché e luoghi comuni. Come si affranca lo spazio identitario da ingredienti nocivi quali l’asfittica trappola nel vicolo cieco delle concezioni duali: moderno – arretrato, sviluppo – sottosviluppo?”
-Per pensare Napoli in modo differente, senza ricadere in un’immagine edulcorata o precipitare nei soliti triti dualismi, è necessario promuovere la cultura, che è soprattutto cultura della legalità. Ciò deve portare alla creazione di spazi di accoglienza per togliere dalla città eventuale manovalanza per la malavita. Quest’impegno nel sociale comporta, ovviamente, un’attenzione ai minori, alle fasce deboli che rimarranno tali se persiste il fenomeno dell’evasione scolastica. Per realizzare tali progetti occorre una reale volontà politica di cambiare lo status quo, trasformazione che può essere attuata anche attraverso l’associazionismo laico e religioso.

Monica Florio

Scrittrice e saggista

Saffo, la ragazza di Lesbo

Saffo, tesoro d’arte ed umanità, probabilmente la poetessa più celebre dell’antichità, innumerevoli volte tradotta e, talvolta, tradita negli intenti, imitata da Apollonio Rodio, Teocrito, Lucrezio, Orazio, Catullo, Parini e Foscolo.
Per quali ragioni da sempre emerge quale pioniera nell’indagare i sentimenti dell’essere umano ed antesignana nella ricerca individuale di un posto nell’esistenza?

Saffo è la prima, come afferma Odisseas Elitis, ad averci insegnato a dire “ti amo”, la prima a porre la vita emozionale al centro del suo mondo, la prima, per quel che ne sappiamo, ad aver affermato con coraggio che la guerra e l’estetica del duello eroico sono nulla rispetto alla grammatica dei sentimenti. È lei, inoltre, ad aver insegnato alla cultura occidentale la physis dell’innamoramento. Molte primogeniture che ci autorizzano decisamente a considerarla la decima musa.
Al Giambo di Archiloco, Semonide ed Ipponatte; all’Elegia guerresca di Callino e Tirteo, alla politica di Solone, alla gnomica di Teognide e Focilide, all’amorosa di Mimnermo, risponde la lirica monodica di Saffo.
Ebbene, in qual misura la lirica monodica di Saffo è capace di affermare quella dimensione soggettiva ed individuale della Poesia, già intravistasi nei poemi esiodei?

Non ne parlerei in termini antinomici, tuttavia la centralità dell’io poetico nella produzione di Saffo è indubbio. Una centralità che come ci hanno insegnato Bruno Gentili e Claude Calame fra tutti non si può perfettamente sovrapporre all’io intimo e alla personalità individuale. Esiste, anche, in Saffo una chiara consapevolezza dell’importanza della Poesia come chiave per raggiungere non solo la Bellezza e la fama in vita, ma anche l’immortalità. Il rapporto con le Muse, così come quello con Afrodite, è esclusivo e settario.
Saffo è capace di indurci alla commozione d’un nodo in gola, allorché scrive: “Tu sei la mela non colta, il segreto/frutto rimasto celato tra i rami:/tu, la più bella, più rossa, più tonda/sola rimani”.
Chi tra noi non s’è mai sentito desolatamente solo o presuntuosamente unico? Forse è questa la ragione per la quale alimenta sussulti e tremiti dal VII sec a.C.?

Di certo questa è una delle ragioni, basti pensare anche ai notturni metafisici con quelle lune gigantesche che sono il preludio di tanta poesia occidentale, compresa quella leopardiana. Non c’è solo il canto della solitudine e dell’unicità tuttavia: anche il modo delicatissimo con cui Saffo parla della stagione in cui si diventa grandi o quello in cui si perde la bellezza della gioventù è indispensabile alla contemporaneità. Persino, in questi tempi cupi, il suo sguardo disincantato e feroce sulla guerra.

Silvia Romani insegna Mitologia, Religioni del mondo classico e Antropologia del mondo classico all’Università Statale di Milano. Tra i suoi libri: Il mito di Arianna (con Maurizio Bettini), Il mare degli dèi (con Giulio Guidorizzi) e, ora Saffo, la ragazza di Lesbo (Einaudi 2022)

La logica del cuore. Ho scritto «ti amo» e tante altre parole sconnesse

Amore, abbandono, dolore, gelosia: una girandola di sentimenti; i temi che tange paiono essere attinti dal patrimonio tragico greco. Quanto è stato influenzato dalle letterature che l’hanno preceduta? Ha dei mentori o non ravvede punti di riferimento?
Sì. È vero, mi ha sempre attratto il pathos, la “consistenza del sentire”. Credo che senza intensità emozionale i sentimenti non valgono la pena. Quando sei innamorato, sia pure di un’illusione irreale, tutto assume i contorni del tragico, l’idea stessa di poter perdere “quella persona” assume toni da tragedia.
Ovviamente nel mio percorso poetico mi sono ispirata a tanti “grandi”, a poeti come Kavafis, il più moderno dei tragici, a Silvya Plath, al suo sentirsi sotto una campana di vetro, una campana da cui attingeva i sentimenti del mondo intorno a lei, ma ne aveva paura. Ho conosciuto con l’età adulta la bellezza della poesia di Antonia Pozzi e quella di Amelia Rosselli, i loro versi eminenti hanno stimolato ogni mia fibra sensibile. Anche loro hanno avuto un iter doloroso nell’approccio poetico, sono state divorate dal demone della ricerca estetica. Avendo fatto il liceo classico devo molto anche ai tragici greci, col tempo le loro opere le ho trasformate in memoria, per rinforzare lo scheletro del mio poetare, e ancora oggi credo che i loro testi abbraccino l’intera umanità, di ogni tempo e luogo. E ringrazio un mentore in assoluto, Pier Paolo Pasolini, la bellezza di ogni sua parola è insostituibile. Ci vedo armonia, ritmo e oscenità.
L’amore, soventemente, appare fugace, ingannevole, temporaneo e deludente. Ritiene che siffatto sentimento non possa assumere carattere salvifico?
L’amore è sempre salvifico, anche quando è fugace e ingannevole, senza amore la vita non serve. In questo mondo così pragmatico si tende a pensare che l’amore, soprattutto a una certa età, diciamo dai cinquanta in su, sia solo una mattana, proprio perché tanta gente non ci crede più. Invece, secondo me, l’amore è una sorta di fede, di religione, ecco perché è salvifico. E una religione che si materializza in un volto, un sorriso, due occhi che ti sorridono. Come una luce che ti inonda, che ti modella la mente, i tendini, i nervi. La parola amore ha un suono da fiaba, anche quando è senza lieto fine e senza futuro. Perché, se ci pensa, di ogni amore vissuto e finito ci portiamo dentro sempre delle cose, e questo significa che ogni amore ha il suo peso, certo a volte il peso di una rosa tardiva, leggero e fastidioso, alcune volte il peso di una montagna, enorme, come l’inciampo di un tempo che non torna più. Ma di quel tempo non provi più tristezza.
In un tempo politico, sociale ed economico che grida l’impellente bisogno di tessere un dialogo con sé stessi, la conflittualità interiore può essere lenita dalla Poesia?
Sicuramente sì, è una forma di libertà, per far sì che il presente, così deludente e ingannevole, come lo ha definito lei, non finisca per essere un tempo irrilevante, un tempo amputato di certezze. La poesia lenisce il conflitto con la vita, scrivere, leggere poesie, è una lotta mite, riguardosa, per affermare che esistiamo. Ci faccia caso, quando si legge una poesia ci sembra quasi di decifrare un segreto che ci riguarda, anche se non ci riguarda. E un riallineare i pensieri su qualche ieri felice o triste, non importa, ma che in quel momento ti appare bello, perché assume un senso, e la bellezza è senso. Ecco, quello che manca in assoluto ai nostri giorni è la bellezza, siamo circondati da agi, viviamo nel confort delle antenne, nella sicurezza delle porte blindate, ma non troviamo un grammo di bellezza da nessuna parte. Come se tutta la confusione del nostro tempo venisse spogliata di valore, si riducesse solo a un apparire. Invece la poesia è per la vita.
La sua versificazione è lucida, nitida, disincantata, priva di edulcorazioni, scevra da vergogne. C’è un limite a ciò che si può narrare?
Tutti gli aggettivi che lei usa per definire la mia poesia sono, per me, medaglie al valore. La ringrazio per questo. Ma se c’è un canone estetico a cui mi attengo in assoluto, direi che è il rigore. Il superfluo vorrei eliminarlo per sempre da ogni verso, perché la poesia deve essere lucida e nitida, scevra da inganni.
Una volta, una ragazza mi ha detto Vedo la mia anima in ogni tua poesia, ecco questa frase non l’ho mai dimenticata. Perché ha centrato in pieno il senso del mio poetare: le mie poesie cercano spiragli, finestre, porte, fessure, per uscire un po’ dalla troppa impostazione, per stare fuori, tra la gente, per essere smart, come si usa dire oggi. Inoltre, la poesia d’amore nasce sempre dal bisogno di certe emozioni, dalla paura di vivere quelle emozioni fino in fondo, dalla paura che la persona che ami ti dica che non voglia stare con te, che non prova niente per te, che ti dica ti voglio bene, o che non te lo dica, sussiste sempre una sorta di paura, è la non accettazione che l’altra persona possa farti andare oltre, in una sorta di malia, oltre i limiti che ti eri imposto. E se subentra quella paura la poesia d’amore sa farsi anche erotica, sa diventare oscena, a tratti, perché esplica il bisogno di comunicare la tua passione, di raccontare al mondo intero quell’amore, quella pazzia. La tua debolezza.
Lei reputa che il potere delle parole d’amore sia infallibile ma esse possono altresì costituire un veleno a rilascio graduale. Ebbene, qual è l’antidoto?
Le parole d’amore lasciano sempre una traccia, che sovente è traccia di morte. E come se l’amante abbandonato, scrivendo, voglia lasciare indizi della sua morte nella memoria del suo carnefice. Con una volontà demoniaca. In fondo le poesie più intense, sofferte, sono quelle che scrivi quando hai il cuore a pezzi, quelle che quando sei guarito dal mal d’amore, e le riguardi, pensi Dovevo essere proprio matta. C’è da aggiunger che io scrivo poesie al femminile, racconto del mio amore verso le donne, per farlo uscire da quel palinsesto di codici in cui lo hanno incasellato secoli di oscurità. Per dargli parola, per farlo parlare. Certo che la poesia, come ogni atto d’amore, può prendersi una rivalsa e caricarsi di parole di rabbia, inoculare veleno. E non c’è antidoto, perché quelle parole che hai scritto sono già una stigmatizzazione. Potremmo chiamarla utopia, invece di poesia, e scoprire che non c’è alcun antidoto all’utopia. L’utopia è l’unica parola che dà senso alle cose umane.

Emilia Testa ha avuto riconoscimenti in numerosi concorsi, tra cui il Premio Clepsamia 2020 a Milano con il racconto “L’incanto”, il primo posto al Concorso Letterario Intercontinentale “Stabia in Versi” con il racconto “La voce amica della luna”, il terzo posto al Premio Nazionale di Lettere d’Arte Città Viva di Ostuni con la poesia “Il futuro del passato”. Molti suoi lavori figurano in prestigiose antologie poetiche, quali “Il Tiburtino 2020” edito dalla Aletti Editore, “Luci Sparse 2020”, “Pagine di arte e poesia” edito dall’Accademia dei Bronzi, “Ravenna al mare” edito dalla Claudio Nanni Editore, “Le poesie del Clepsamia 2020” edito da VJ Edizioni, antologia dell’Associazione Culturale “Città viva di Ostuni 2020” edito dall’editore Locorotondo. Sempre per Dantebus Edizioni nel 2020 ha pubblicato, per la collana poetica “Logos”, dodici poesie all’interno dell’antologia collettiva. E ancora nel 2020 con la Vitale Edizioni ha pubblicato la sua prima opera monografica “Il rovescio liquido delle parole”.

Il divino Platone. Filosofia e misticismo

Helios d’Egitto, Siracusa, Taranto, Cirene, Megara. In qual misura i viaggi che Platone compie, morto Socrate, lo accostarono ad affiancare al logos altri strumenti di indagine e di conoscenza?
Ho sempre pensato, seguendo una suggestione di Nietzsche, che Platone dopo una prima iniziale fascinazione per la figura di Socrate, abbia poi cercato una sua strada: da giovane, come sappiamo dall’Antologia Palatina, scriveva poesie e pare che per diventare allievo di Socrate fosse stato costretto a bruciarle per convertirsi al pensiero dialettico. I viaggi gli consentono di entrare in contatto con i luoghi dell’anti-socratismo, dove persisteva o era stata restaurata una concezione iniziatica ed esoterica della vita. In questo modo andava a riprendersi i tesori dell’arte e della giovinezza: il sentimento, l’immaginazione, l’incanto, lo stupore. Una vera conversione esistenziale prima ancora che professionale.
I greci erano profondamente ed interiormente consci del vigore, dello stupore e delle insidie insite nell’irrazionale. Quindi, perché la tradizione si ostina a reputare Platone immune da forme di pensiero primitive, se non è esente alcuna società che cade sotto la nostra diretta analisi?
Perché il logos è rassicurante e il mythos perturbante. Il logos spiega, razionalizza, colloca, pensa in modo binario e, nonostante quel che sosteneva ironicamente Socrate, il logos sa di poter sapere. Nel mythos no: siamo nel campo del verosimile, dell’incertezza, dell’ambiguità, le cose possono andare in un modo ma anche in un altro modo. Non è un caso, come ha dimostrato Marcel Detienne, che le varianti di un mito sono infinite. La potenza del mythos, che lo rende ancora oggi intrigante ai miei occhi, è che salva il mondo dal disincanto, dalla razionalizzazione e dalla potenza della tecnica. Ma da Socrate in poi l’Occidente, per motivi che qui sarebbe lungo spiegare, ha scelto la strada apollinea rispetto a quella dionisiaca quando, per dirla sempre con Nietzsche, i Greci avevano saputo tenere insieme miracolosamente le due dimensioni.
Platone, orbene, il più genuino emblema del processo d’avvio del razionalismo, si fa un simbolo controverso, operando un prolifico incastro delle idee magico-religiose che posseggono un lontano principio nella civiltà sciamanistica settentrionale. I Custodi della Repubblica come una sorta di sciamani razionalizzati?
Ci sono tanti Platone. E’ un pensatore inesauribile. Non se ne viene mai a capo. Ho scritto quattro libri su di lui. Tutta la filosofia successiva è una glossa al suo pensiero. Platone, come dice Giorgio Colli, è una sfinge, dai mille volti, dalle mille maschere. Socrate è la maschera principale, ma non è, come potremmo pensare, un personaggio risolto, a tutto tondo. Intanto ha dentro di sè un demone, che rende doppia la sua natura. E poi è come un sileno che nasconde chissà quali segreti. Il Platone della Repubblica, dei filosofi-re, tanto criticato come totalitario da Karl Popper, è solo uno dei tanti e, come cerco di mostrare nei miei lavori, non il migliore. E comunque anche l’utopia dei custodi-sciamani potrebbe essere letta come una distopia, come un grido d’allarme: attenzione, se non vi date una regolata, se non anteponete il bene comune ai vostri interessi, il rischio è che arrivino gli uomini della Provvidenza. Inoltre non ritengo che l’aspetto politico sia preminente in Platone, sicuramente è subordinato o ancillare rispetto a quello metafisico.
Lei sceglie di analizzare la “Lettera Settima” per narrare la storia di una conversione dello sguardo e del desiderio. Perché ha optato proprio per quel testo dell’autore dei “Dialoghi”?
Perché è un testo della vecchiaia, in cui Platone fa un bilancio della sua vita, deluso dalla politica del suo tempo e dai fallimentari tentativi di realizzare su questa terra una società giusta. E’ poi l’unico testo in cui parla direttamente, senza mimetizzarsi in Socrate o in altre figure. Infine perché in questo testo dice una cosa che non dice altrove, almeno non con questa chiarezza: che lui mai si è occupato, e mai si occuperà pubblicamente e discorsivamente, di questioni ultime, perché queste – come sostengo nel libro – sono al di fuori della portata degli uomini. Ciascuno, tali questioni, le coltiverà con i suoi mezzi, in un rapporto personale col divino, fatto di meditazione, purificazione, ascesi, distacco dai beni terreni. E’ il Platone mistico-artista di cui parlo.
Tra i probabili motivi del volo dalla ragione, è possibile addurre la paura della libertà, ovvero di quella luce che produce orrore e sgomento?
Le rispondo con una domanda: ci piace vivere in un mondo disincantato, dove i significati, quasi sempre decisi dai più forti, sono là, sotto gli occhi di tutti, prendere o lasciare, un mondo di fatti senza interpretazioni, dove la scienza è parola unica e ultima? Certo, la scienza libera dalla minorità, dalle streghe, dal pensiero magico, ma siamo sicuri che non abbia bisogno di un correttivo, di un bilanciamento? Lasciata a se stessa, diventa dogma e diventando dogma delegittima espressioni umane che sono portatrici di verità e di senso anche se non sono ottenute attraverso processi di analisi, di correzione e di verifica di tipo sperimentale. E’ qui che si apre il grande campo dell’arte, della poesia e della letteratura.

Stefano Cazzato si è laureato in filosofia a Pisa nel 1989. Insegna da molti anni nei Licei, attualmente al Liceo Carducci di Roma. Collabora con riviste e siti (Rocca, Via Po, Zona di disagio, Il Convivio, MuMag, Roma in jazz) e ha scritto numerosi libri: Esercizi di realismo, Manni, 1999; Dialogo con Platone. Come analizzare un testo filosofico, Armando, 2010; Una storia platonica. Ione la stirpe degli interpreti, Giuliano Ladolfi editore, 2017; Il racconto del Timeo. Platone e la letteratura, Giuliano Ladolfi editore, 2019; La quasi logica. Pratiche del consenso e del dissenso, Giuliano Ladolfi editore, 2020; Studiò diritto ma poi si piegò, Giuliano Ladolfi editore, 2021. Il divino Platone. Filosofia e misticismo, Intr. di L.Saviani, Moretti&Vitali, 2022, è il suo ultimo lavoro.