TUTTI SCRITTORI!Come difendersi dai corsi di scrittura creativa

Migliaia di scrittori, centinaia di case editrici, 82.719 le opere librarie pubblicate in Italia nel 2021.
Tutti scrittori?

Ovviamente il titolo del pamphlet è una provocazione (e lo è in un certo modo anche il sottotitolo). Temo che queste cifre siano al netto dei cosiddetti aspiranti (altre decine di migliaia), e di quegli editori che sono poco più che stampatori (altre migliaia), il numero di libri pubblicati nel 2021 a me figura essere 85’551, ma in verità le statistiche non cambiano i fatti: sono tutti scriventi, autori delle storie che scrivono, ma, per citare il Treccani alla voce «scrittore», immagino che siano in pochi ad avere come intenzione principale quella di: «comporre e scrivere opere con intento artistico». Molti scrivono con intenti commerciali, altri d’intrattenimento, altri ancora divulgativi, molti semplicemente scrivono per raccontare la loro storia di vita, alcuni per «sfogo», e poi dovremmo togliere i ricettari, i saggi legali e contabili, quasi tutta la narrativa per l’infanzia che ha intenti educativi, e via elencando. Una delle massime ambizioni di una buona scuola di scrittura narrativa, secondo me, è infatti quello di smarcare i propri allievi da queste motivazioni stigmatizzate da chi intende la letteratura come una vera e propria espressione d’arte. Poi, siccome non viviamo in un mondo perfetto, ci sta che a volte ci si accontenti di aiutare a far bene, nel migliore dei modi, anche un prodotto non prettamente artistico, o per dirla in modo meno generico, non per forza letterario.
«80 esperienze sfacciatamente schiette per risolvere una volta per tutte l’annoso caso della plausibilità di insegnare la scrittura creativa.»
Si può insegnare la cosiddetta «scrittura creativa»?

Anche la definizione «Scrittura creativa» è da me usata per convenzione; io preferirei parlare di scrittura narrativa o, spingendomi all’estremo, di «scrittura letteraria» (ho sempre pensato che chi punta al dieci possa portarsi a casa almeno la sufficienza).
Vengo alla risposta: dipende, sia dal tipo di scuola, sia dal tipo di studente. Ma in linea di massima, sì, se si ha un minimo di talento (e almeno altrettanta umiltà, e tenendo in considerazione quanto ho raccontato nel libro, eccetera).
In una buona scuola di scrittura il talento può essere potenziato, a volte anche scoperto, ma più spesso viene spolverato, sgrezzato, e fatto fiorire.
Lei fa riferimento a ben 80 esperienze riportate con schiettezza: dal vissuto si può cogliere il senso della scrittura come resistenza in questo incerto presente?
Vediamo se ho compreso la domanda: mi chiede se – in questo momento di crisi economica, di conflitti internazionali, di pericoli virali, di egocentrismo sfrenato, di corsa al consumismo, di impossibilità di sognare, di aumentati problemi psichiatrici, di follie di massa, di surriscaldamento ambientale e perdita di biodiversità, di fallimenti e ricerche di energie rinnovabili funzionanti, eccetera, che noi tutti stiamo vivendo – rifugiarci nella scrittura possa servirci da ansiolitico? Giusto?
Diciamo che non credo sia questo lo scopo della buona scrittura, non è il mio scopo, di certo. Più che «farci resistere», potrebbe farci diventare portatori di sguardi diversi sulle cose del mondo, potremmo fornire altri punti di vista, potremmo trovare le parole per dire cose ancora taciute…
«…e poi fanno commentini tra i denti, come quelli che a un funerale ti tirano gomitate durante la messa»: quali dinamiche si instaurano tra i frequentanti di corsi di scrittura creativa?
Uh! Per rispondere a questa domanda dovrei riscrivere il libro nel poco spazio disponibile. Diciamo intanto una cosa banale: le dinamiche di gruppo che vengono a crearsi dipendono dagli individui che compongono il gruppo. La citazione qui riportata si riferisce a quei soggetti che invece di iscriversi a un corso per imparare, entrano in aula per mettere alla prova il docente, e lo fanno normalmente cercando alleati contro il «sistema». Sono i prevenuti, quelli che sfidano tutti con sicumera e non per dimostrare di saperne di più, ma solo per mettere in difficoltà e far cadere il «maestro». Adottano diversi sistemi anche infantili, con atti di disturbo, picchiettando la penna sul tavolo, sbadigliando, facendo battutine critiche verso il docente, con il compagno di banco… ecco, in questa scheda io invito a non lasciarsi manipolare da queste macchine mangia-tempo. Come questo esempio, ce ne sono tanti altri. Così come vengono instaurate dinamiche trasversali e ci si confronta normalmente con più svariati tipi di invidia, ma si stringono pure amicizie solidali.
Come si può in un contesto scolastico, dunque normato, quale quello delle scuole di scrittura, incedere verso l’idea di creatività?
Mi avvalgo della prima parte di una delle ultime «schede» del pamphlet perché mi sembra possa sia rispondere sia chiudere il cerchio dell’intervista: «In risposta all’atavica questione sul dubbio che non si possa insegnare a “diventare scrittori”, sono giunta alla conferma che più che non poter essere insegnata la scrittura narrativa, forse non tutti gli allievi sono adatti a impararla. Cioè: non sono tutti tagliati per fare gli scrittori. Io, ad esempio, non sono tagliata per fare la cuoca (non ho memoria per le ricette) o la musicista (non ho orecchio) o la disegnatrice (mi manca la percezione spaziale) o la cameriera (per poca attenzione e scarsa conoscenza di altre lingue), e non sono neppure tagliata per imparare a memoria regole e nozioni, figuriamoci. Eppure, son cose che si insegnano e si imparano. Se ci si accorge di non essere tagliati per fare gli scrittori, non è grave. Il mondo è pieno di bei mestieri. Ugualmente, credo che sia necessario lo stesso talento di un potenziale scrittore per poter apprendere da altri autori. Come a dire che tra scrittori ci si intende, perché si parla la stessa lingua. Ecco il motivo per cui spesso sono gli autori a diventare maestri di scrittura, ecco forse il motivo per cui si distingue la scrittura scolastica dalla scrittura “creativa” o “narrativa”: sono mestieri diversi. Ecco perché le lezioni non corrispondono mai – almeno quelle che io ritengo buone – al modello accademico. Ecco perché molti non imparano e/o criticano le scuole di scrittura, come istituzioni svuota-tasche, inutili. Ecco perché la didattica e la pedagogia nel mondo dell’arte letteraria sono diverse da quanto si aspettano i non-scrittori.»

Manuela Mazzi
Giornalista, è da vent’anni caposettore all’«Azione», settimanale ticinese di approfondimento. Nel 2021 ha pubblicato il romanzo Breve trattato sui picchiatori nella Svizzera italiana degli anni Ottanta (Laurana editore).

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Grammatica per cani e porci

Le questioni linguistiche trascinano, smuovono le folle sui social e coinvolgono i media, spesso suscitando sdegni e querelle. Ne consegue che la grammatica riguarda tutti, giustappunto “cani e porci”: come assumere posizioni sensate tra strafalcioni e regole?
Una risposta semplice sarebbe: bisogna evitare gli strafalcioni e conoscere le regole. Però le cose non sono mai così semplici. Un metodo per evitare molti strafalcioni sarebbe andare a controllare l’ortografia e il significato delle parole sul vocabolario; ma se uno è proprio convinto che l’aggettivo di “cervello” è “celebrale” con la L, non sentirà il bisogno di andare a consultare il vocabolario. Quanto alle regole, molte sono pacifiche (basta padroneggiarle), ma in qualche caso non è così immediato stabilire che cosa è una vera regola e che cosa invece è il ricordo, magari deformato, di nozioni che risalgono alle elementari. Nei miei libri, e in particolare in questa “Grammatica per cani e porci”, cerco di mettere pulci nelle orecchie dei lettori che vogliono migliorare la loro padronanza dell’italiano. Voglio metterli in contatto con alcune questioni spinose.
Quali sono i problemi più frequenti da affrontare?
Da almeno 15 anni ho sul computer un file intitolato un po’ pomposamente “Note linguistiche”, che in realtà è una raccolta di strafalcioni e improprietà trovate in internet, nei giornali, in televisione, nei libri. Da questa ricerca sul campo (anche se di solito non sono io ad andare in cerca di strafalcioni, sono gli strafalcioni ad aggredirmi) deriva la rassegna di problemi da cui ho ricavato l’indice di “Grammatica per cani e porci”: banali questioni ortografiche (“beneficenza” scritto con la i o “riscuotere” con la q), grandi classici come le “donne incinta” (come se non esistesse il plurale “incinte”), le improprietà legate all’uso e abuso di termini stranieri (in particolare inglesi), le difficoltà legate al congiuntivo (non solo alla sua scomparsa; anche all’uso fuori luogo), le complicate questioni di genere, in particolare quelle connesse al femminile dei nomi delle professioni, i ricordi distorti di ciò che si è imparato a scuola, e alla fine, in generale, il nostro rapporto con le regole della grammatica e, in fondo, con la nostra lingua.
Controllare gli strumenti linguistici vuol dire essere abili nello scegliere, in ogni circostanza, il registro linguistico più adeguato. Quanto è significativo il contesto comunicativo rispetto alla rigida osservanza delle norme grammaticali da “grammarnazi”?
Alla fine della premessa del mio “Italiano. Corso di sopravvivenza”, una grammatica pratica uscita del 2000, scrivevo: “quando padroneggerete le regole dell’italiano potrete permettervi il lusso di forzarle o addirittura di violarle per piegarle ai vostri scopi espressivi. In fondo, questo libro vuole (anche) darvi la possibilità di maltrattare la grammatica. Dopo avervela insegnata, però”. Il segreto è sempre la consapevolezza linguistica: chi sa maneggiare la lingua può, letteralmente, fare quello che gli pare. Infatti le grammatiche tengono conto dell’uso degli scrittori (le scelte consapevoli di un bravo scrittore fanno testo, diventano “regola”). Ma non solo gli scrittori: tutti noi, se abbiamo letto tanto e bene, se abbiamo imparato a usare la lingua per trasmettere con precisione ed efficacia ciò che vogliamo dire, abbiamo una grande libertà espressiva, che è la libertà di usare una lingua personale. Naturalmente la consapevolezza linguistica ci permetterà di capire quali sono gli ambiti in cui esercitare nel migliore dei modi questa libertà.
Tullio De Mauro ha asserito “La lingua è una cassetta degli attrezzi.” Può commentare siffatta osservazione?
Noi possiamo comunicare in molti modi, ma non c’è dubbio che il metodo più usuale (e di solito anche il più efficace) che abbiamo a disposizione è proprio la lingua. La lingua (parlata o scritta) ci serve per raccontare, per chiedere, per agire, per far valere i nostri diritti, per cambiare le cose che non vanno. Per questo è importante da un lato disporre di molti attrezzi linguistici (conoscere bene le parole, per esempio) e soprattutto tenerli in efficienza (per esempio con la lettura), e dall’altro usarli nel modo migliore: saper scegliere il termine giusto, saper combinare le parole grazie a una sintassi corretta ed efficace, variare i registri in base alla situazione comunicativa.
Nel suo piacevole testo lei mi pare evidenziare un atteggiamento verso l’italiano quasi di pigrizia o timore, che comporta un uso monco e parziale della lingua. Può individuarne le motivazioni?
Come ho detto, il mio libro parte dagli strafalcioni, che sono quasi tutti strafalcioni commessi da professionisti: strafalcioni pubblicati sui giornali, sui libri, in annunci pubblicitari, in rete da persone il cui principale strumento del mestiere è o dovrebbe essere proprio la lingua. Sono strafalcioni molto più gravi di quelli che tutti noi scriviamo quando mandiamo velocemente messaggi dal cellulare: per quelli può valere la scusante della fretta, o la classica frase “non sto a correggere gli errori di battitura, tanto si capisce quello che voglio dire”. È chiaro che un errore può sempre capitare, ma se sono continui, ripetuti e accompagnati da una sintassi traballante e da un lessico impreciso dimostrano una sciatteria e un’incuria che sono l’esatto opposto dell’atteggiamento che un professionista dovrebbe avere nei confronti degli strumenti del mestiere. Accontentarsi di una lingua sciatta significa non credere nelle proprie capacità espressive e ritenere che chi ci legge e ascolta non sia in grado di cogliere la differenza tra un testo ben fatto e uno pasticciato.

Massimo Birattari, laureato in storia e diplomato presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, è redattore, traduttore e consulente editoriale. È autore di una grammatica pratica, Italiano. Corso di sopravvivenza (TEA, 2015), di un “manuale di stile”, È più facile scrivere bene che scrivere male (Ponte alle Grazie, 2011, inserito nel 2017 nella collana del “Corriere della Sera” Biblioteca della lingua italiana), e di Come si fa il tema (Feltrinelli UE, 2019). Ha curato Io scrivo, corso di scrittura in 24 volumi del “Corriere della Sera” (2011, nuova edizione Fabbri-Centauria 2014 col titolo Scrivere). Tra i suoi libri per ragazzi, I rivoltanti romani (con Terry Deary, Salani, 1999); I barbuti barbari (Salani, 2008) e Vite avventurose di santi straordinari (Rizzoli, 2009), entrambi con Chicca Galli; Invece di fare i compiti (Rizzoli, 2018); e per Feltrinelli Kids Benvenuti a Grammaland (2011), La grammatica ti salverà la vita (2012), Scrivere bene è un gioco da ragazzi (2013), Leggere è un’avventura (2014), L’Italia in guerra (2015), Terrore a Grammaland (2018). Per Gribaudo ha realizzato la scatola gioco Le carte della grammatica (2015). Il suo ultimo libro è Grammatica per cani e porci (Ponte alle Grazie, 2020). Ha tenuto circa 400 incontri in scuole, librerie, biblioteche e festival e numerosi corsi di formazione per insegnanti. Il suo blog è http://www.grammaland.it.

Pier Paolo Pasolini 6 domande a giovani poeti

Pasolini: nome suggestivo. Pasolini, come ha asserito Ferroni, “buono a tutti gli usi, sacramentale e terragno, infernale e divino”?
La sua malìa consiste nell’essere “carico di tutte le possibili tensioni umane, artistiche, ideologiche, antropologiche, morali, politiche e oltre.”?

Credo che non tanto Pasolini, in quanto uomo e nella sua speciale umanità, ma la sua molteplice e multiforme Opera, fra letteratura, critica, cinema, teatro, giornalismo polemico e molti altri generi che si intrecciano e ibridano, sia “buona a tutti gli usi”, ovvero sia e sia stata nel tempo variamente usata, criticata, distorta, ripresa, abbandonata, nuovamente esaltata e denigrata a seconda di tesi e necessità particolari. Pasolini è autore prolifico e sempre preda di una vena sperimentale inesauribile. La sua malia consiste in quella capacità, unica nel panorama letterario e artistico italiano, di essere originale, nella propria peculiarità e unicità, praticamente ineguagliabili e inimitabili, e rimanere inconsumabile, nonostante tutto e tutti.
“Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta.”
Per quale ragione, Professore, ha sostenuto che anche in questo pensiero vada ricercato “il valore dell’eredità del Pasolini poeta”?

La sconfitta e non la vittoria è il valore per antonomasia in un’epoca di superficiali e continui, insolubili conflitti. C’è un film nel quale Totò, attore amato da Pasolini, pronuncia una battuta: “Oggi per far colpo bisogna essere futili. Fatti futilizzare!”. Il film è del 1949, ma quell’esortazione sembra essere contemporanea, e soprattutto sembra contenere tutto quanto contro cui Pasolini ha lottato nel corso della sua vita: il suo imperativo era “non farti futilizzare”. Non divenire qualcosa di futile, o per dirla pasolinianamente: non ti trasformare in merce. In un momento nel quale i giovani e giovanissimi vengono manipolati e ingannati dai media, che intontiscono con sempre nuove strategie di “futilizzazione”, ecco Pasolini mostra il valore e dimostra con la sua stessa esistenza la forza della sconfitta, dell’essere contro i valori-poteri dominanti, contro la mercificazione di tutto, anche di ciò che dovrebbe essere sacro, puro, non mercificabile. La sconfitta è esattamente il contrario della vittoria a tutti i costi. La vittoria è nel denaro e nella possibilità di acquistare facilmente oggetti dei brand più costosi. Oggi, credo, abbiamo veramente bisogno di resilienza e di capacità di accogliere la sconfitta come monito alla felicità e alla verità. La lettura dei testi in poesia di Pasolini è un’esperienza, un esercizio spirituale, una prova di intelligenza e di cuore: chi ha scoperto, come me a 16 anni, le poesie delle sillogi Poesia in forma di rosa o Trasumanr e organizzar ha cambiato il punto di vista sul mondo, sulla vita, sull’amore. La poesia di Pasolini consente di cambiare prospettiva su noi stessi e scoprire la sconfitta come valore.
Michele Bordoni, Simone Burratti, Riccardo Canaletti, Mariapia
Crisafulli, Riccardo Delfino, Claudia Di Palma, Giorgio Ghiotti, Federica Gullotta, Gianluca Michelli, Antonio Francesco Perozzi, Antonio Perrone, Sacha Piersanti, Eleonora Rimolo, Mara Sabia, Daniele Sannipoli, Mattia Tarantino, Rudy Toffanetti, Sonia Ziccardi.: “giovani poeti”.
Qual è il lascito pasoliniano che li accomuna?

I 18 poeti selezionati per il volume hanno consentito, grazie alle risposte alle domande, di comprendere innanzitutto la complessità e la varietà degli approcci di lettura e di interpretazione dell’Opera pasoliniana. In tale direzione è evidente ciò che differenzia l’esperienza con il testo e con la creatività di Pasolini: ognuno di loro, come in un puzzle di molti pezzi e molto variopinto, ha posto esattamente nell’esatta collocazione una tessera. Lascio a critici ma anche ai lettori comuni la possibilità di disegnare un itinerario di coincidenze e di elementi comuni. A me preme, invece, evidenziare che i 18 poeti hanno tutti segnato un elemento peculiare del cosmo pasoliniano, esibendo, fra l’altro la sua intelligenza costante, anche nel contraddirsi. Nel costruire un’estetica e un’etica della contraddizione.
La poesia di Pasolini è permeata di mesta malinconia; è l’effige di una realtà che instancabilmente cambia, peggiorando.
Ritiene corretto che sia stata l’ultima prova di poesia civile italiana?

Forse non proprio l’ultima, come alcuni dei poeti coinvolti nel volume dimostrano, penso per citarne solo due a Eleonora Rimolo e a Antonio Francesco Perozzi.
È poesia civile quella di Pasolini perché poesia di civiltà: tanto della civiltà occidentale quanto della tradizione millenaria dell’Occidente greco-latino, cristiano e medievale, razionale e illuminista, poi marxiano, infine gramsciano. La poesia di Pier Paolo Pasolini quanto più è espressione di sé, del proprio e singolare male di vivere, sentimento di uno stare al mondo essendo innamorato della realtà al punto di morire per quest’amore, tanto più espone e si espone a divenire poesia civile. Si accolga così come lo formulo il paradosso e lo si metta alla prova della scoperta dei testi in poesia di Pasolini.
Mi tornano alla mente i celeberrimi versi su Roma, emblema dell’odi et amo, che Pasolini dedica all’urbe, dopo essere stato accolto, in fuga da Casarsa per i fatti di Ramuscello, dalle Ceneri di Gramsci:
«Stupenda e misera città, /che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci /gli uomini imparano bambini, le piccole cose in cui la grandezza /della vita in pace si scopre, come /andare duri e pronti nella ressa delle strade, rivolgersi a un altro uomo /senza tremare, non vergognarsi /di guardare il denaro contato con pigre dita dal fattorino /che suda contro le facciate in corsa /in un colore eterno d’estate; a difendermi, a offendere, ad avere /il mondo davanti agli occhi e non /soltanto in cuore, a capire che pochi conoscono le passioni /in cui io sono vissuto: /che non mi sono fraterni, eppure sono fratelli proprio nell’avere /passioni di uomini /che allegri, inconsci, interi vivono di esperienze /ignote a me. Stupenda e misera /città che mi hai fatto fare esperienza di quella vita /ignota: fino a farmi scoprire /ciò che, in ognuno, era il mondo.»
Professore, Pasolini è stato scrittore, regista, sceneggiatore, attore e drammaturgo. Si riesce a scorgere un tratto comune tra i differenti linguaggi adottati?
Sono molti i tratti comuni, in primis la categoria del poetico. Pasolini è poetico sempre, qualsivoglia opera tenti di creare: essere poetico sempre significa dimostrare la propria fragilità, la paura, la solitudine, gli amori e i fastidi, soprattutto, lo ripeto, un vero e proprio incantamento per la realtà, non così come brutalmente appare, ma come il Poeta delle Ceneri la percepisce, la sente, filtrata da una passione incontenibile e da un’ideologia così personale, da non poter essere esportata o utilizzata direttamente in alcun ambito, né politico, né sociale, certamente non in poesia o in arte, da nessun altro. In secundis, il desiderio di erotizzare l’esistenza, in qualsivoglia manifestazione o forma di scrittura. Erotizzare l’esistenza significa provare fino in fondo l’esuberanza dei sensi nel dono di sé, fino alla consunzione, alla morte. Una condizione interata senza sosta, senza reticenze o timori, senza falsi pudori, che si estenua in una autoesposizione senza protezione o scudo. Tutto diventa problematico e difficilmente contenibile, afferrabile, definibile quando i corpi e il corpo entrano nel conflitto dell’erotizzazione col potere, necessario rivedere le sequenze filmiche di Salò o le cento giornate di Sodoma. L’erotizzazione della realtà è il tentativo di far divenire nella realtà quotidiana, in ogni manifestazione della realtà, il corpo fisico, i corpi nella loro fisicità, una prova della metafisica. Oltre ogni giudizio morale o speculazione intellettuale.
«Nello sviluppo del mio individuo, della diversità, sono stato precocissimo; e non mi è successo, come a Gide, di gridare d’un tratto ‘Sono diverso dagli altri’ con angoscia inaspettata; io l’ho sempre saputo» così Pasolini.

Angelo Favaro
È professore incaricato di Letteratura italiana, presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, e insegna come docente a tempo indeterminato nei licei. Ha curato il numero unico monografico, dedicato a Moravia oggi, della rivista internazionale di studi «Mosaico». Ha curato inoltre il volume Alberto Moravia e gli amici (Sinestesie, Avellino 2011), e i quattro volumi di atti delle rispettive edizioni di convegni internazionali dedicati a Alberto Moravia e La ciociara.
Da ultimo Moravia, Pasolini e il conformismo (Sinestesie, Avellino 2018). Per il volume Letteratura de Il contributo italiano alla storia del pensiero (Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2018) ha scritto il saggio su Alberto Moravia. Si occupa e ha pubblicato lavori di letteratura teatrale, comparatistica letteraria, studi inerenti alla mediterraneità europea. Ha studiato regia teatrale e lavorato nel campo, anche scrivendo per le scene. Ha partecipato su invito e partecipa a convegni internazionali. Ha studiato e ha pubblicato contributi sull’opera di Dante, Foscolo, De Sanctis, Carducci, D’Annunzio, Pirandello, Pasolini, Sanguineti, Tondelli, Luzi, Giudici. Per l’Edizione Nazionale dell’Opera Omnia di Pirandello sta lavorando al volume sul mito religioso Lazzaro. È membro dell’ADI, della SEI, fa parte del Comitato Scientifico della Fondazione Ippolito e Stanislao Nievo, e della Fondazione Carlo Gesualdo; è nel Comitato Scientifico della Rivista Internazionale di Studi «Sinestesie». Suoi saggi compaiono nei due volumi pasoliniani a cura di Maura Locantore: La sfinge nell’abisso (2021), Io lotto contro tutti (2022). È membro del Comitato Scientifico Internazionale afferente al Comitato Nazionale per il Centenario dalla nascita di Pier Paolo Pasolini del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali.

La più bella del mondo

Perché amare la lingua italiana

La lingua è, nella sua dimensione affettiva, sempre al superlativo! Lei ci narra sei storie relative ad una lingua inventata, ad una rima, ad un’arte che racconta incessantemente pure qualcos’altro rispetto a ciò che sta proferendo, ad un simposio con Dante, ad un poeta a Sanremo, ad un indovinello irresolubile. Qual è il fine?

Il fine primario è rivendicare l’idea che non si può studiare la lingua senza la letteratura, né la letteratura senza la lingua. Mi colpisce il fatto che da vari anni nel discorso pubblico (sui giornali, in libreria, in edicola, nei media) i testi di linguistica abbiano preso il posto della critica letteraria, come se la leadership intellettuale avesse visto un cambio di mano nella staffetta della storia italiana. A me sembra che una tale impostazione porti a un impoverimento del discorso pubblico, troppo spesso fondato sulle istruzioni per l’uso e le curiosità divertenti. Rivendicare la bellezza della lingua significa invece capire che la bellezza si trova proprio dove la lingua si veste o si trucca, come facciamo noi umani quando dobbiamo incontrare una persona speciale o affrontare una sfida particolare: dove, cioè, la lingua “trova forma”, che è il massimo del suo splendore. Nella poesia, quindi, ma in generale nella letteratura tutta e dovunque il discorso richieda un livello alto di attenzione e di controllo. Senza diventare gergo, però, linguaggio chiuso per pochi iniziati, perché la lingua è prima di tutto comunicazione.

Lei scrive: “La lingua è, nella sua dimensione affettiva, sempre al superlativo.” Lei ritiene che la lingua tanga il luogo più recondito della nostra anima; che essa colloqui con il nostro inconscio?

Sì. Siamo esseri linguistici, come hanno dimostrato tanto la filosofia quanto le neuroscienze. Nel senso che la forma più completa e complessa che abbiamo a disposizione per esprimere il nostro universo interiore, emozioni e sensazioni, è la lingua: possiamo certamente usare espressioni facciali, gesti e movimenti per esprimerci, ma senza la parola non raggiungiamo quel livello di finezza che esigiamo da noi stessi. Quando vogliamo raccontare un sogno, lo traduciamo in parole o disegno? Se vogliamo esprimere rabbia o amore, ci affidiamo alla parola o al gesto? Magari ci sono cose che la lingua non riesce a esprimere, ma la comunicazione umana a livello intellettuale avviene tutta per via di linguaggio. Perciò amiamo la nostra lingua, perché è nostra, cioè è quella in cui traduciamo tutto ciò che sentiamo e pensiamo. Lei ha detto (scritto) tanga, per esempio: si è sentita “speciale” (sorprendendomi), perché usava il rarissimo congiuntivo presente del verbo tangere, o “spiritosa” (prendendomi in giro), perché ha introdotto un riferimento al tanga, che è una mutandina, in un discorso apparentemente molto serio? La risposta la sa solo lei, forse neppure lei, ma certo è che mi ha spiazzato, esprimendo la sua interiorità e provocando una reazione in me. La lingua è sempre materia da lettino, come sa la psicanalisi, che ha fondato tutta la sua prassi sull’analisi del linguaggio. «La lingua è la spia dello spirito», diceva Pier Paolo Pasolini. Il sogno ha, sarebbe meglio dire è, una lingua, secondo lo psichiatra Emil Kraepelin, che parlava di Traumsprache (la lingua del sogno), espressione ripresa da Freud.

Antonio Gramsci scriveva che “ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale…” Reputa che tale questione sia a tutt’oggi aperta?

Quando i nostri politici esibiscono la loro lingua sciatta o semplificata, l’operazione è chiara: dire a chi ha pochi strumenti linguistici che i politici gli sono vicini, ingannandolo e manipolandolo per ottenere il consenso. Si sta affermando una nuova lingua mediatica che si fonda sull’omologazione verso il basso, mentre in passato uno dei grandi obiettivi dell’educazione linguistica era la possibilità di esprimere la differenza. La lingua definisce dunque i modelli del potere, la sua ideologia, i rapporti fra le classi e i gruppi: la questione della lingua è sempre aperta e sempre lo sarà, perché la lingua è intimamente connessa al potere. Quando Calvino chiedeva che nei rapporti di polizia si scrivesse “Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa” anziché «Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico», non stava forse chiedendo una lingua più comunista (cioè più popolare in quanto accessibile a tutti) e meno democristiana (cioè criptica e distante in quanto ingannevole esercizio di potere)? Quando Pasolini, in Gennariello, sottotitolato Trattatello pedagogico, si scandalizzava perché invece di andarsene i politici continuavano a parlare, non insisteva sul fatto che «La loro lingua è la lingua della menzogna»? La politica è ancora e sempre una questione linguistica.

Tullio De Mauro scriveva che “La lingua è una cassetta degli attrezzi.” Può commentare siffatta osservazione?

De Mauro si riferiva agli strumenti che la lingua offre per affrontare le varie situazioni, essendo l’«attrezzo», proprio secondo il Dizionario dell’italiano dello stesso De Mauro, un «utensile necessario per una determinata attività o mestiere». È noto a tutti gli studenti italiani il caso del povero Renzo che non capisce la lingua dell’Azzeccagarbugli e non ottiene il diritto alla difesa. Più ampio è il nostro spettro linguistico, più è probabile che non veniamo tagliati fuori dalle situazioni che richiedono linguaggi specifici. Il caso più clamoroso è quando ci troviamo a cena con persone che parlano un’altra lingua: entrare nella conversazione è difficilissimo se non conosciamo non solo la lingua, ma il relativo contenuto, di esperienze conoscitive, storiche ed emotive, che la lingua porta con sé. La lingua è strumento di conoscenza del mondo e di presenza nel mondo.

Lei asserisce che la lingua italiana sia “la più bella del mondo”. Quali sono le argomentazioni chiarificatrici e gli elementi storici e letterari a sostegno di siffatta tesi?

Nessuno. La lingua più bella del mondo, come dico a più riprese nel libro, semplicemente non esiste. Oggettivamente non esiste. Nessuna legge scientifica o grammaticale può dimostrare la superiorità di una lingua o un’altra sul piano estetico. Eppure, soggettivamente, ognuno ha la sua preferenza, che di solito va alla lingua che parla o per lo meno che vorrebbe parlare. Si tratta cioè di una scelta, che è in fondo sempre associata all’idea di bellezza, perché, non se ne abbiano a male le top models, il concetto di bellezza assoluta non esiste, la bellezza è storicamente definita e determinata, ciò che bello è ciò che piace. Senza dover ricorrere a tutto il repertorio di proverbi sul fatto che de gustibus non est disputandum, a me sembrava importante uscire dallo stereotipo del proclama, un po’ patriottardo e molto provinciale, che l’italiano è la lingua più bella del mondo, per cominciare a sentire individualmente, ciascuno per sé, questa bellezza, che vuol dire, infine, come ci poniamo al mondo, le parole che scegliamo per rappresentarci, la nostra manifestazione al di fuori, verso l’esterno, nel contatto con l’altro. Se si pensa che la frase più citata sulla bellezza della lingua italiana, che l’italiano sarebbe “la lingua degli angeli”, viene pronunciata da un impostore, Felix Krull (nel romanzo di Thomas Mann a lui intitolato, Le confessioni di Felix Krull), si capisce che con la lingua si può anche giocare, perché lì risiedono verità e menzogna, passione e divertimento, serietà e fantasia. Ecco, il bello della lingua è la sua varietà e molteplicità. Per ciascuno nella lingua che sceglie. Per altri saranno l’inglese, l’hindu o il mandarino. Per chi sceglie l’italiano sarà, inequivocabilmente, l’italiano. Per me, quindi, è l’italiano, proprio e soprattutto perché è la lingua che parlo io.

Stefano Jossa si è laureato in Lettere presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” nel 1988 ed ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università degli Studi di Pisa nel 1993. Dal 1993 al 2007 è stato insegnante nei licei italiani. Nel 2002-2003 è stato Fellow presso Villa I Tatti – The Harvard Centre for Italian Renaissance Studies e nel 2006 Stipendiat presso la Herzog August Bibliothek di Wolfenbüttel (Germania). Dal 2007 lavora presso la Royal Holloway (University of London), dove è stato LecturerSenior Lecturer e poi Reader. Ha tenuto corsi su DantePetrarcaBoccaccio, il Rinascimento italianoAriosto, il Risorgimento, la costruzione dell’identità nazionale in Italia, il teatro italiano contemporaneo. Ha partecipato a numerose opere collettive, sia tra le più tradizionali, come il Dizionario biografico degli italiani, sia tra le più innovative, come il Dizionario dei temi letterari (Utet 2007) e l’Atlante della letteratura italiana (Einaudi 2010). Nel 2017 è stato invitato a ricoprire la cattedra De Sanctis presso l’ETH di Zurigo, è stato visiting professor all’Università di Parma e membro della giuria del Premio Mondello. Nel 2018 è stato visiting professor all’Universita` degli Studi di Roma Tre. Dal 2007 collabora come critico d’arte alle pagine di Alias, supplemento culturale de Il manifesto.

Parole fuori norma. Per una grammatica della trasgressione

Le questioni linguistiche trascinano, smuovono le folle sui social e coinvolgono i media, spesso suscitando sdegni e querelle.
Ne consegue che la grammatica riguarda noi tutti: come assumere posizioni sensate tra isterismo e ragionevolezza?

Si ha l’illusione di poter sentenziare sulle questioni linguistiche in quanto siamo parlanti. Il linguaggio è qualcosa che ci appartiene, la lingua uno strumento che usiamo. Ci riteniamo automaticamente “competenti” in materia. Ma i fatti linguistici dovrebbero essere trattati come i problemi di salute: rivolgendosi a chi se ne occupa, per mestiere. Avere un corpo, infatti, non significa essere competenti su come esso funziona. Le posizioni sensate, che vertono tutte a favore della ragionevolezza, si assumono attraverso la conoscenza. Libri a tema, docenti e persone che si occupano di linguistica possono essere guide utili, in tal senso.
Controllare gli strumenti linguistici vuol dire essere abili nello scegliere, in ogni circostanza, il registro linguistico più adeguato.

Quanto è significativo il contesto comunicativo rispetto alla rigida osservanza delle norme grammaticali da “grammarnazi”?
La lingua è una dimensione multiforme e le regole grammaticali sono strumenti validi se consideriamo la grammatica come la via maestra nella mappa che ci conduce al tesoro. E questo tesoro – se mi si permette di continuare con questa metafora – è la competenza linguistica. La lingua però, così come il viaggio che facciamo per arrivare all’isola che contiene il forziere che vogliamo conquistare, non è un percorso scontato. Men che mai a senso unico. Ci sono le varianti regionali, che danno colore e espressività al nostro modo di parlare, sia nel quotidiano ma anche nel pubblico. Ci sono i contesti comunicativi, per cui è più opportuno scegliere una formula linguistica, invece di un’altra. C’è l’opposizione ineludibile tra scritto e parlato. La grammatica ci aiuta a saper scegliere. Il contesto comunicativo è uno dei parametri. Arroccarsi nella rigidità della norma significa arroccarsi in una torre per scrutare l’orizzonte nell’attesa dei pirati. Ma questo ci impedisce di salpare verso nuovi orizzonti.
“Famiglia”, “genere”, “matrimonio”, così come “norma”, “natura”, “trasgressione”. L’analisi etimologica e storica di questi termini può contribuire a comprendere la qualità del mutamento in atto?
Credo proprio di sì. Il mio libro nasce dal rapporto con un’interferenza. Per tutti questi anni, almeno dai DiCo in poi – era il 2007 – queste parole sono state usate per demonizzare un’intera comunità. E l’uso di parole quotidiane contro di noi mi ha portato a scavare sul loro significato profondo, anche in prospettiva storica. Richiamandosi alla “natura” e alla sua immutabilità, si vuole cristallizzare il significato che noi oggi diamo a certi termini. Ma la storia delle parole ci insegna almeno due cose: la natura non è affatto immutabile (ammesso che ci intendiamo su cosa sia “natura” e nemmeno questo è pacifico); le parole restano uguali nella forma, ma cambiano nel contenuto. “Famiglia” indicava, nel XVI secolo, rapporti per lo più di natura economica. Certo, non mancava la sfera affettiva, ma non era affatto centrale nella creazione di nuclei familiari il cui scopo era la sopravvivenza nel sistema e non certo la salvaguardia dei legami affettivo-sentimentali. Se “matrimonio” è un significante – o recipiente linguistico – che al suo interno ha conservato significati molto diversi, nel fluire della storia, non vedo perché oggi quello stesso termine non debba includere ciò che sfugge alla definizione che noi consideriamo “tradizionale” di quel concetto.
La polisemia di accezioni, ovvero genere linguistico, biologico e sociale, su cui riflette, dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza?
La lingua è uno strumento poietico: costruisce esistenza e realtà. Lo avevano capito gli ebrei che inventarono un dio il cui solo “parlare” è impulso creatore. E l’uomo viene modellato a immagine e somiglianza del “purissimo spirito” non nella sostanza, sarebbe impossibile vista la natura divina dell’uno contro quella mortale e finita dell’altro, ma nella capacità di nominare il reale, impossessandosene. Va da sé che la capacità di narrare la realtà ci mette nelle condizioni di crearla o di orientarla. Basti ricordare come una certa narrazione si è trasformata in un tragico destino per il popolo ebraico. E quel modo di raccontare questa comunità non era costituito forse da cristallizzazioni che ancora oggi troviamo in certo modi di dire e in certe battute?
Lei fa della “questione LGBT”, abitualmente considerata trascurabile rispetto ad altre tematiche, una chiave di lettura del presente.
Per quale ragione reputa che sia nodale?

La questione Lgbt non è l’unica questione, ovviamente, ma è una questione nodale nell’ambito delle battaglie intersezionali. Queste ultime legano le diverse sfere di privilegio che il sistema ha cementificato attorno alla figura del maschio-bianco-cristiano-eterosessuale (e possibilmente agiato). Tutto ciò che contraddice tale modello è passibile di discriminazione e mette in atto meccanismi sociali di contenimento – se preferiamo: di persecuzione – miranti a marginalizzare le identità divergenti. Essendo un attivista Lgbt parlo del mio ambito, ma ci tengo a precisare che le mie battaglie hanno senso nella misura in cui si legano a tutte le altre: dalla lotta al patriarcato a quella contro il razzismo, dal preservare e ampliare i diritti sociali all’inclusione di altre forme di “diversità”, siano esse etniche o religiose. Nel mio libro offro un punto di vista che lega il mutamento sociale al mutamento linguistico. E credo che tale mutamento abbia, nella questione Lgbt, un fronte fondamentale per vincere questa battaglia di liberazione.

Dario Accolla
È insegnante, blogger, attivista LGBT e saggista. Ha conseguito il dottorato in Filologia moderna presso l’Università di Catania ed è appassionato di Linguistica italiana e gender studies. È cofondatore del sito di informazione a tematica Lgbt+ Gaypost.it. Ha al suo attivo diverse collaborazioni con testate on line quali Il Fatto Quotidiano, Linkiesta, Valigia Blu, Gay.it.
Tra le sue pubblicazioni più recenti ricordiamo: Non passa lo straniero – Come resistere al discorso sovranista (Villaggio Maori, Catania, 2019), La lunga notte di Emma, scritto insieme a Eugenia Nicolosi (Splen Edizioni, Catania, 2022) e Parole fuori norma – Per una grammatica della trasgressione (PM Edizioni, Varazze SV, 2022).

Elena di Euripide a cura di Barbara Castiglioni

“E’ divino riconoscere quelli che amiamo”: Elena riconosce Menelao e pronuncia queste parole sublimi. Lei suggerisce l’amore come un sentimento che intrappola, che non dà scampo e non prevede vie di fuga. Perché questo tema è tanto accarezzato dal patrimonio letterario occidentale?
Nel fr. 16 Voigt, Saffo presenta un’ Elena piegata alle leggi dell’amore, che diventa exemplum della forza devastante del sentimento: quella di Saffo non è una vera e propria difesa di Elena, ma la rappresentazione dell’impossibilità – e della vanità – di opporre resistenza a un impulso inviato dalla divinità. Effettivamente, il mito di Elena, in tutte le sue riprese, è la rappresentazione di un sentimento fortissimo, quasi feroce, di un amore che piega ogni ragione. L’amore «tutto muove – e Omero e il suo mare», come scriverà Osip Mandel’štam, oppure l’«amore ebbro e disperato» di Margaret Atwood sono espressi in maniera diversa, ma descrivono lo stesso, identico sentimento che ha portato via Elena da Sparta: perché l’amore, come scriveva Keats in una meravigliosa lettera a Fanny, è una religione, ed è forse l’unica speranza di fede rimasta ad una società completamente priva di dèi come quella occidentale.
Elena, tesoro d’arte ed umanità, probabilmente la donna più celebre dell’antichità, innumerevoli volte tradotta e, talvolta, tradita negli intenti. Per quali ragioni da sempre emerge quale pioniera nell’indagare i sentimenti dell’essere umano ed antesignana nella ricerca individuale di un posto nell’esistenza?
Elena è in una posizione molto complicata, tra le donne della letteratura antica, perché la bellezza, che è la sua dote involontaria, determina il suo destino e la rende, contemporaneamente, vittima e carnefice: Elena è vittima, perché non ha scelto il suo dono e non può non essere bella, come dimostra molto bene l’Elena di Euripide, ma è anche carnefice, perché la sua rovinosa bellezza ha provocato la guerra di Troia. L’ambiguità di questa condizione impedisce una vera comprensione del personaggio: greca per i Troiani, troiana per i Greci, Elena è indecifrabile tanto per gli uomini, che la vogliono e la temono, quanto per le donne, che la odiano e la condannano, ed è, il più delle volte, considerata un mero oggetto di cui non sono quasi indagati i sentimenti. Ed è notevole osservare che, anche se in maniera obliqua, uno dei pochi testi che considera la sofferenza di Elena è proprio il primo e più antico in cui compare come personaggio, cioè l’Iliade. Per quel che riguarda l’essere antesignana di una ricerca individuale di un posto nell’esistenza, possiamo dire che Elena – figlia di Zeus, dea, vittima di rapimenti, seduttrice involontaria, moglie di Menelao, amante di Paride, sposa di molti mariti, madre di Ermione, ombra, fantasma, ma sempre causa di infedeltà – è contemporaneamente, moltissime donne e una «figura unica», immutabile, sempre identica a sé stessa, come la definiva meravigliosamente il Faust di Goethe, e rappresenta l’indipendenza – che è sempre temuta ma in una donna ancora di più – e continua ad essere, soprattutto, l’immagine dell’arma femminile con cui una donna può sconvolgere il mondo: la sovrana bellezza.
Elena, donna intelligente, scaltra, coraggiosa. Perché mai il teatro, il cinema, le innumerevoli riscritture la presentano come l’antesignana della vamp o della donna senza scrupoli?
Elena rappresenta l’inevitabilità della bellezza, che non concede scelta, né a chi la ammira, né, soprattutto, a chi la vive e ne subisce le conseguenze. Prima di essere una donna, prima di essere una persona, Elena è bella, e questo determina ogni aspetto della sua esistenza. La bellezza, soprattutto quella femminile, è spesso una colpa. La civiltà greca, non a caso, aveva elaborato il concetto di kalokagathìa. Questo ideale di identità tra bellezza e virtù, però, è prevalentemente maschile: non ne esiste – e non è casuale – una versione femminile della kalokagathìa. Non è impossibile, per una donna bella, essere anche virtuosa, ma si presuppone che non lo sia: l’universale positivo, implicito nell’ideale maschile, è capovolto nel caso della donna, per cui la bellezza, come esemplifica il mito di Elena, si rivela soprattutto una colpa. Questa paura della bellezza femminile, però, non è solo greca né solo antica, ma ritorna insistentemente nella letteratura e nella civiltà – non solo – occidentali: pensiamo ad autori molto diversi come Huysmans, che definiva la bellezza di Elena maledetta e irresponsabile, «che avvelena tutto quello che l’avvicina, tutto quello che tocca», o a Marina Cvetaeva, che deprecava Elena, la «bigama, predatrice, spiffero di morte».
Il primo sconto tra Occidente e Oriente, la guerra di Troia, fu combattuto soltanto per un’illusione. E’ illuminare Achille quale il più forte degli eroi il vero obiettivo della contesa?
Non è difficile immaginare come Euripide, mediante l’εἴδωλον di Elena, volesse rappresentare anche l’illusione delle guerre del Peloponneso che stavano devastando la città e la società in cui era vissuto: il fantasma di Elena è il simbolo di tutto quel che ha condotto i Greci a Troia, ma è anche, con ogni probabilità, la rappresentazione della vita umana. Per quel che riguarda l’Iliade, sicuramente Achille emerge come uno dei centri del poema, che segue, con molte, meravigliose digressioni, il suo eroe: l’Iliade inizia con l’ira di Achille, e finisce con i funerali di Ettore, ucciso proprio da Achille. Senza dubbio Achille è il più forte degli eroi, ma l’Iliade è, forse, più di ogni cosa, il ritratto dei valori della società eroica, rappresentata dall’epos omerico.
Le opere greche si confermano quali testi archetipici del pensiero occidentale, contemporanee ad ogni epoca. Quali ragioni ravvede nella specifica proprietà della classicità di porsi sempre in maniera speculare alle fratture epocali?
Penso sia difficile immaginare la letteratura europea senza la conoscenza dei classici greci e latini. Ora abbondano le riscritture e i rimaneggiamenti, che si allontanano spesso sin troppo dall’originale, deformandone il messaggio; oppure, dall’altra parte, c’è la Cancel Culture, che pretende di rimuovere quello che ora non ci piace, senza considerare il tempo, che è il motore immobile di ogni letteratura, che è, a sua volta, lo specchio di una società. Penso si debba tornare a leggere i testi; in pochi lo fanno davvero. Spesso soprattutto l’accademia si concentra su pochi versi, o poche righe o pochi capitoli, e perde il centro. In questo modo, però, si rischia di notare la pagliuzza, e perdere il messaggio a cui si deve ritornare.

Barbara Castiglioni, laureata in Lettere Classiche, Dottorata in Studi Umanistici presso l’Università di Torino con una tesi sull’Elena di Euripide, si occupa di tragedia antica e di ricezione del classico. Ha pubblicato vari saggi sulla tragedia greca e sul rapporto tra dramma antico e moderno.

La malinconia del mammut. Specie estinte e come riportarle in vita


Lei scrive: “Ci stiamo mangiando la Terra viva. Il cibo che coltiviamo, alleviamo e peschiamo è la causa principale della sesta estinzione”.
Quali sono state le altri grandi morie che hanno contrassegnato la storia geologica del pianeta Terra?

Sono state tante; i paleontologi contano formalmente cinque grandi estinzioni di massa, che vengono chiamate le big five. Da qui il nome di “sesta estinzione” per l’attuale crisi della biodiversità. In realtà non esiste un discrimine netto e oggettivo tra “estinzione di massa” e altri periodi di crisi della biosfera: di certo questi cinque, e in particolare l’estinzione di fine Permiano e di fine Cretaceo, hanno scolpito in modo drammatico la storia della vita. Ci sono stati poi altri episodi minori e probabilmente altri episodi maggiori, nelle prime fasi della storia della vita, di cui abbiamo solo testimonianze indirette e che possiamo quindi solo ipotizzare.
“Ricordatevi dei cianobatteri” ci ammonisce! Quali sono le analogie tra i cianobatteri e noi scimmie sapiens?
Apparentemente non potremmo essere creature più lontane: i cianobatteri sono microscopici batteri fotosintetici, noi siamo organismi pluricellulari onnivori. Ma entrambi, come tutti i viventi, seguiamo l’imperativo darwiniano di crescere e moltiplicarsi senza guardare al futuro. Due miliardi di anni fa i cianobatteri impararono a sfruttare l’energia del Sole tramite la fotosintesi in un modo molto efficiente ma che rilasciava un gas -per le creature dell’epoca- estremamente tossico, l’ossigeno. Ne seguì probabilmente una delle più difficili crisi ecologiche della storia della vita o, perlomeno, un periodo di adattamento; l’evoluzione dei cianobatteri cambiò per sempre l’atmosfera terrestre e il destino del nostro pianeta. Allo stesso modo noi sfruttiamo fonti energetiche rilasciando gas nell’atmosfera, alterando rapidamente il clima. Certo, la CO2 e gli altri gas serra non sono direttamente velenosi, ma gli effetti sulla nostra sopravvivenza e quelli delle altre specie rischiano di essere altrettanto drammatici. È una storia che si ripete; l’unica grossa differenza è che noi dovremmo essere più lungimiranti dei batteri.
Il mammut, con tanto di zanne e pelo lanoso, è stato resuscitato grazie al Dna preservato nei ghiacci artici.

Con il pronto soccorso della tecnologia potremmo rimediare ai danni arrecati e ricondurre in vita le specie estinte?

Oddio no, nessuno ha resuscitato il mammut. Vogliono farlo, e forse non è nemmeno impossibile resuscitare qualcosa che assomigli a un mammut, ma ne siamo ancora piuttosto lontani.
Il problema è: a che serve questo? Lei mi chiede se potremmo «rimediare ai danni arrecati»: ma che significa rimediare? di che danno parliamo? Il danno per la perdita di una specie così com’era, nel suo ecosistema originario, con le interazioni originarie che aveva con altre specie, è pressoché irrimediabile a meno di specie estinte molto di recente (diciamo, meno di un paio di secoli fa). Il danno per la perdita di un’esperienza, chiamiamola così, estetica, è forse revocabile: possiamo ricostruire una creatura che abbia buona parte del genoma di un mammut e che somigli a quello che pensiamo fossero i mammut. Non sarebbe effettivamente un mammut, però, per intrinseci limiti delle nostre tecnologie e perché non esiste più l’ambiente in cui viveva. Sarebbe un simulacro, una sorta di sogno febbrile che diventa reale. È un bene? È un male? Dipende un po’ da come la si guarda. Ci piacerebbe pensare che possiamo rimediare a un male, cancellare la ferita, ma la ferita rimane: la copriamo con qualcos’altro.

Perché, a suo avviso, l’uomo, allorché distrugge qualcosa, immediatamente si rammarica e pare rivolerlo ottenere?
Siamo un po’ come dei bambini che giocano con un giocattolo fino a romperlo. Ci piace il giocattolo, ci piace così tanto che finiamo per distruggerlo. E poi lo rivogliamo. Per romperlo di nuovo. Potremmo fare discorsi complessi, ma alla fine il succo è questo.
I riferimenti sono notevoli. Oltre trenta pagine di note a fondo volume. Tra gli autori Cuvier, Balzac, Stephen Jay Gould, Dawkins, Edward O. Wilson, Rachel Carson, Borges, Freud; articoli scientifici, film come Jurassic Park e Star Wars); musica quale Ecocide degli Earth Crisis. Ebbene, quale criterio ha adottato per selezionare nessi, citazioni, richiami?
Di norma si usano dei criteri? Confesso lo stupore. Le note sono in gran parte bibliografia e alcuni chiarimenti, aneddoti, osservazioni a margine; le avrei preferite a piè di pagina ma non ho potuto scegliere. I riferimenti culturali sono spontanei, diciamo: al di là degli autori ‘scientifici’ citati, come possono essere Gould o Wilson, la scienza non esiste in un vuoto ma è immersa nella rete di tutta la nostra cultura, è naturale quindi che se parlo di scienza poi questa mi rimandi a opere letterarie, cinematografiche o che. Trovo innaturale che in molta divulgazione non si faccia (o che nel discorso umanistico non si rimandi alle scienze, o che lo si faccia in modo impacciato), come se si dovessero tener separate culture che separate non sono.
Massimo Sandal è uno scrittore e giornalista scientifico. Ha conseguito un dottorato in Biofisica sperimentale a Bologna e uno in Biologia computazionale ad Aquisgrana, dove vive tuttora. Collabora con varie testate, tra le quali Le Scienze e Wired.

L’abitare migrante

Lei esplora la questione dell’abitare dei migranti in Italia in una “prospettiva multiscalare e longitudinale”. Reputa che l’Italia possegga specifiche peculiarità dell’abitare migrante?
L’Italia è un paese che storicamente ha costruito il proprio modello abitativo sull’idea della casa di proprietà, le cosiddette “quattro mura”. A partire dal secondo dopoguerra, con la legge Fanfani e con il suo strumento operativo, il cosiddetto piano “INA Casa”, l’Italia ha dato avvio a una massiccia operazione di costruzione di alloggi popolari che intendeva sopperire al tempo stesso a una carenza di case abitabili, in conseguenza dei danni della Seconda guerra mondiale e, al tempo stesso, al rilancio dell’economia attraverso un impulso pubblico al lavoro operaio necessario a costruire gli immobili. Un piano di matrice keynesiana, potremmo dire. Tuttavia quel piano, già allora, dava della centralità della casa di proprietà, perché la maggior parte degli alloggi costruiti furno ceduti alle persone che le occupavano attraverso la formula dell’affitto a riscatto. Quindi assistiamo a una sorta di socializzazione dei costi necessari allo sviluppo della proprietà privata. Questa impronta, resterà una costante negli anni. Nel senso che lo strumento abitativo non entrerà mai del tutto, nella “cassetta degli attrezzi” del welfare italiano. Anche per questo motivo la casa, in Italia è stata considerata fino a poco tempo fa – indicativamente fino alla crisi del 2008 – un “bene rifugio”, oltre che un modo per trasferire capitale e status da una generazione all’altra. E oggi ci troviamo in una situazione in cui circa tre quarti della popolazione vive in casa di proprietà, essendo al tempo stesso uno dei paesi dell’Europa occidentale con la quota minore di alloggi di edilizia popolare. Le conseguenze di questa situazione sono che: a) la maggior parte degli italiani accede alla casa per via intergenerazionale; ovvero la casa viene ereditata da genitori, nonni, zii, ecc. Oppure viene acquisita con risorse che provengono, almeno in parte, dal nucleo familiare di origine; b) la scarsità di “case popolari” fa sì che moltissime situazioni di disagio legate al fenomeno abitativo siano sostanzialmente “scoperte” e che si crei una sorta di “guerra tra poveri” per l’accesso alle poche case popolari disponibili. Il fatto che il 75% della popolazione viva in case di proprietà è un fatto che sembrerebbe essere un fatto positivo. Tuttavia, c’è un lato oscuro; perché proprio il fatto che tre quarti degli italiani ha (almeno) una casa mette in ombra le condizioni di chi non ha questo privilegio. Italiani e stranieri. La componente straniera, poi è particolarmente penalizzata perché non solo non possono accedere alla casa per via intergenerazionale ma, in gran parte dei casi, non hanno neanche le risorse sociali, relazionali, familiari per compensare, almeno parzialmente, gli svantaggi dell’essere senza casa. Faccio un esempio, se io, cittadino italiano nato da una famiglia di ceto medio, per qualche motivo mi trovo ad essere senza casa, in linea di massima posso tornare a casa di mio padre, di mia madre oppure di un fratello o di una sorella. Perché è molto probabile che qualcuno di loro abbia una casa e/o abbia le risorse per compensare, almeno temporaneamente, la mia condizione di disagio abitativo. Non è così per le persone immigrate. La residualità dell’edilizia popolare in Italia, poi, fa sì che il diritto alla casa diventi una sorta di lotteria, che fa nascere nuovi conflitti lungo la “linea del colore”. “Noi” contro “loro”, italiani contro stranieri. L’idea del “prima gli italiani”, tante volte sbandierata quando si parla di accesso alla casa, in altre parole, impedisce di mettere in discussione la questione delle risorse realmente dedicate al welfare abitativo in Italia, che sono scarsissime. Inoltre, la regionalizzazione delle politiche abitative “razzismo istituzionale”, in cui le singole regioni, per compiacere l’elettorato, invece di aumentare le risorse per le politiche della casa, hanno posto limitazioni all’accesso agli alloggi ERP da parte dei cittadini stranieri (in regola!). L’approccio che ho seguito nel mio libro “L’abitare migrante. Racconti di vita e percorsi abitativi di migranti in Italia”, edito da Meltemi, è multiscalare – perché ho cercato di analizzare il tema dell’abitare dei migranti a diversi livelli: a livello teorico, a livello legislativo, a livello territoriale e a livello biogrfico – ed è longitudinale perché nella ricerca che ho svolto ho scelto di utilizzare la metodologia dei racconti di vita, ovvero di inquadrare la questione abitativa in una prospettiva temporale valorizzando la complessità dei percorsi biografici delle persone e l’impatto che la questione casa su di essi.
Spostandosi dal “macro” al “micro”, ritiene che la situazione dell’abitare sia un aspetto critico anche per gli stranieri in condizione di regolarità?
Bisogna fare una premessa, a causa della norma che ancora oggi – dopo vent’anni – delinea le condizioni di accesso al permesso di soggiorno, creando una sorta di doppio legame tra documenti e lavoro (non si può accedere a un lavoro regolare senza i documenti in regola, ma non si può accedere ai documenti se si è senza lavoro, o se si resta senza lavoro per più di sei mesi), mi riferisco alla Legge Bossi-Fini (l. 189/2002), la questione della condizione della “regolarità” dei documenti ha un impatto fortissimo sulla vita delle persone immigrate. Inoltre, per uno straniero l’accesso alla casa con un contratto in regola è infatti possibile accedere solo con i documenti in regola e con la capacità economica di pagare un affitto. E qui si crea il corto-circuito documenti-lavoro-casa, che pone molte persone in condizioni di marginalità estrema. Ovvero di fronte alla necessità di accettare locazioni in nero, canoni esagerati, oppure di abitare in locali non ideonei all’uso abitativo, ecc. Detto questo, la questione abitativa è un aspetto di grande criticità anche per gli stranieri in condizioni di regolarità. Innanzitutto, gli stranieri debbono fronteggiare una sempre crescente intolleranza che spesso si traduce in forme di discriminazione. Per esempio, proprietari che non affittano a persone straniere, agenzie che quando chiama qualcuno con un nome straniero o che si esprimono in un italiano che tradisce la provenienza dall’estero rispondono che l’immobile è stato appena affittato, o venduto. E, come detto, quando trovano spesso devono sottostare a condizioni difficilmente sostenibili. Come gli affitti a ore, o gli affitti a singole stanze al costo di un intero alloggio, ecc. Secondariamente, dobbiamo ricordare che, gli immigrati spesso lavorano in segmenti del mercato del lavoro a bassa remunerazione e fortemente esposti al rischio di instabilità lavorativa. E questo, oltre a limitare la loro capacità reddituale/di risparmio, si configura anche come un problema per l’accesso al credito (mutui). Se poi pensiamo che attorno a ogni casa ruotano progetti di vita personale e familiare, investimenti economici, speranze per il futuro, desideri di ricongiungimenti o di indipendenza, nonché di sicurezza e di intimità, è facile capire quanto problematica possa essere la questione della casa, anche per uno straniero in regola.
Includere la dimensione eterotopica della “casa” nel suo campo di osservazione si traduce nell’escludere decisamente che per “casa” s’intenda “le quattro mura”.
Può fornire una definizione di “casa” per un migrante?

Parto dall’ultima parte della domanda. Non posso certamente dare la definizione della casa per un migrante. Innanzitutto, perché io non sono un migrante. Anche se, come penso valga per quasi tutti ormai, la storia della mia famiglia si intreccia a storie di migrazioni; nel mio caso interne. Ma soprattutto, non posso dare una definizione di casa perché ognuno ha la sua. Nel testo più che semplificare, cerco di complessificare il discorso sulla casa. Innanzitutto, smentendo il fatto che la casa sia solo la casa “fisica”, le “quattro mura”; potremmo dire la casa “oggettiva” quella che può essere misurata in metri quadri, dotazioni/impianti, ecc. E che può essere comprata e venduta attraverso l’attribuzione di un valore economico. Secondariamente, ho cercato di mostrare come la “casa” non necessariamente coincida con uno spazio fisico, con una terra (l’idea che il concetto di casa sia sovrapponibile a quello di patria), con un mero luogo di “memorie” (la casa solo come casa d’origine), o con un luogo per definizione felice e pacificato (l’idea romanticizzata della casa come fonte di ogni buon sentimento). In questo senso, raccogliere i racconti di vita abitativa di molti migranti è stato super interessante perché mi ha permesso di vedere come l’idea di casa sia profondamente connessa ai percorsi biografici delle persone, alle loro vicende familiari, alle loro storie lavorative e alle mille traversie che devono affrontare ogni giorno. In questa prospettiva la casa è un luogo in cui ci “riconosciamo” e che quotidianamente (ri)creiamo e in cui riallacciamo i fili delle nostre esperienze. Così per qualcuno la casa non è un luogo, ma sono più luoghi. La casa qui e la casa nel paese d’origine; per altri la casa è un luogo che non esiste più (es.: il paese d’origine al tempo in cui lo si è lasciato); per altri ancora la casa è il micro-spazio che si è riusciti a conquistare lottando contro pregiudizi e discriminazioni, sia qua che nel paese dal quale sono partiti.
A suo avviso, quanto incidono i vincoli legali nella determinazione dei modelli d’insediamento?
Tantissimo, ne ho parlato rispondendo alle sue prime domande.
Il tema che affronta è innegabilmente pressapoco ignorato dalla politica, pur delineandosi come una delle chiavi dell’inclusione. Per quale ragione la tematica dell’”abitare migrante” non riscuote l’interesse dei Governi?
Per le ragioni storiche che ho provato ad illustrare nelle prime domande la questione della casa, nel nostro paese, sembra essere essenzialmente una “questione privata”. In ogni stato, l’organizzazione del welfare è un mix di interventi dello Stato o di sue emanazioni (servizi forniti da enti pubblici), mercato (servizi che si possono comprare da privati) e interventi familiari. In Italia, sulla questione abitativa, lo Stato sembra avere abdicato alle sue funzioni, lasciandone la “distribuzione” quasi esclusivamente al mercato e alle famiglie.
Da questo punto di vista, il primo problema è che in Italia non si parla proprio di “casa”. In altre parole, noi ci muoviamo in una sorta di deriva silenziosa, in ragione della quale la casa è un tema che non entra nell’agenda di alcuna forza politica. In merito, segnalo che i “Piani Casa” – da quello di Berlusconi del 2008 a quello di Renzi del 2013 – non hanno mai avuto come obiettivo quello di rinforzare lo stock di alloggi di edilizia residenziale pubblica. Anzi, sono stati spesso strumenti di alienazione del patrimonio pubblico. Ma per quanto riguarda il fenomeno migratorio, ci sono due altri aspetti che vanno menzionati. Primo, in Italia, l’immigrazione è tutto fuorché una novità. E’ da almeno quarant’anni, infatti, che il nostro paese è divenuto un paese di destinazione – otre che di attraversamento – da parte di migranti provenienti dall’estero. Tuttavia, si tratta di un fenomeno che, soprattutto sui media, non è mai letto nelle sue dinamiche di consolidamento e di sedimentazione ma è trattato quasi solo in termini emergenziali. Ne consegue che tutto quello che riguarda l’immigrazione deve essere incorniciato come un evento eccezionale, o in termini “umanitari” (l’immigrato come vittima o come soggetto che deve essere salvato) o in termini “securitari” (l’immigrato come criminale o come minaccia alle nostre “tradizioni”). Tutto quello che accade “lentamente”, quotidianamente, – come l’abitare – e che non risponde a questi criteri, semplicemente non entra a far parte del discorso pubblico sugli immigrati. E dunque non entra nel dibattito politico. Secondariamente, il tema dell’abitare migrante non interessa i governi per una ragione molto semplice: gli immigrati non votano. Pagano i contributi con le loro buste paga e le tasse sui loro redditi – ovviamente, quando sono in regola – ma non votano. Ovvero sono esclusi dalla comunità politica in cui vivono. Inoltre, come dicevo prima, da quando la retorica del “prima gli italiani” ha preso piede, ogni politica sociale appena più inclusiva viene avversata furiosamente in ragione del fatto che potrebbero beneficiarne anche dei cittadini stranieri. Per concludere, mi sembra che il silenzio sull’abitare migrante riveli l’incapacità ad accettare non tanto, non solo, il fenomeno migratorio di per sé; quanto che l’Italia attuale non è solo bianca, non è solo cattolica, non è solo “tradizione”. In questo senso, parlare dell’abitare migrante cercando di riportare nel testo la complessità e le difficoltà affrontate dai migranti relativamente alla questione della casa, mi sembra un modo per provare ad affrontare questo “tabù”.

Enrico Fravega, sociologo, è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Genova (MOBS. Mobilities, solidarities and imaginaries across the borders). Da diversi anni svolge attività di ricerca nel campo della sociologia delle migrazioni, occupandosi in particolare di questioni abitative, housing pathways e insediamenti informali.

Il canto di Messalina

Messalina, appena diciassettenne viene sacrificata al potere: Claudio, uno sconosciuto, un uomo di trent’anni più vecchio di lei, storpio e balbuziente. Qual è la statura politica di una donna coinvolta, forse suo malgrado, tra le lotte di potere che infestano i palazzi romani?
Messalina non ha statura politica, almeno secondo quanto apprendiamo dalle fonti antiche. Altre imperatrici ne hanno avuta, Livia, per esempio, moglie di Augusto, oppure Agrippina, madre di Nerone. Messalina invece si sente vittima del potere, e considera il potere stesso come lo strumento per vendicare la sua infelicità. Aveva un’influenza fortissima e spesso funesta sul marito imperatore e riusciva a ottenere ciò che voleva: condanne a morte di uomini a lei sgraditi, che erano stati suoi amanti e dei quali si era stancata, l’esilio di Seneca, per pura antipatia e contro il quale Claudio non aveva motivi di particolare risentimento, tant’è che subito dopo la morte dell’imperatrice fu richiamato a Roma. Addirittura convinse il marito a realizzare statue di bronzo dorato di un attore, Mnester. Mnester era il suo amante! E le statue furono fuse con parte del bottino della spedizione in Britannia. Episodi come questo dimostrano, oltre alla spregiudicatezza della condotta, anche il totale disinteresse per le questioni di Stato di fronte alla soddisfazione di pretese personali, sanguinarie o semplicemente capricciose.
Messalina, innegabilmente, fece della capacità di ribaltare il tavolo in situazioni avverse la sua carta vincente. Può offrirci qualche esempio?
Messalina, in realtà, non vinse mai. È una figura sconfitta della Storia, una figura senza gloria. Certamente fu vittima del potere, ma alla fine fu vittima anche di se stessa, di una condotta che è stata il suo baratro e che l’ha condannata, nella memoria dei posteri, con un sigillo di infamia. Ottenne soddisfazione da condanne a morte che sollecitò al marito con stratagemmi astuti, per esempio la condanna del terzo marito di sua madre, Silano, scelto dall’imperatore in persona: se n’era invaghita, ma l’uomo la respinse. Imperdonabile, il desiderio dell’imperatrice è un ordine! E infatti poco dopo Silano fu ucciso: Messalina, con la complicità di un liberto, aveva inventato un sogno, e Claudio che credette alla premonizione di un attentato organizzato proprio da Silano. Oppure l’omicidio di Valerio Asiatico, perché Messalina voleva per sé i suoi meravigliosi giardini alle pendici del Pincio. Di episodi così ce ne sono tanti, tutti raccontati dagli autori antichi e solo qualcuno nel mio romanzo, sono troppi! Piccole gratificazioni del momento per Messalina, che in realtà una dopo l’altra la precipitavano sempre più giù nel suo abisso. Ma una carta davvero vincente non la giocò mai.
L’ascesa al trono, gli intrighi di corte, la spietata scalata al potere che anima il cuore marcio di Roma. Ed il grido muto di tante donne infelici e disperatamente ribelli, senza nome e di tutti i tempi. Sono i maschi ad aver consegnato alla posterità un’immagine distorta e deformata di Messalina?
Sono stati gli autori antichi, che sono uomini. La letteratura antica è scritta da uomini, le donne di cui ci sia arrivata parte delle opere sono pochissime e per lo più poetesse, Saffo per esempio, o Sulpicia per il mondo romano. Ritroviamo la pessima fama di Messalina in storici, come Tacito e Cassio Dione, che ne rappresentano soprattutto la spietata crudeltà, e soprattutto in Giovenale. In pochi versi di una satira, il poeta Giovenale elabora l’immagine di lei tra tutte più denigrante, l’immagine che nei tempi successivi ha avuto più fortuna: l’imperatrice moglie di Claudio che di notte si prostituisce nei tuguri della Suburra; e la famosissima gara ingaggiata con una ‘collega’, avrebbe vinto colei che in una sola notte avesse consumato il maggior numero di incontri. Ovviamente vinse Messalina, e all’alba si fermò, “non perché sazia, ma perché stanca”. Giovenale scrive proprio così, un marchio a fuoco indelebile! Ma è molto difficile dire quanto e se l’immagine di Messalina arrivata a noi dal mondo antico sia distorta e deformata. È impossibile.
Donna intelligente, scaltra, coraggiosa. Perché mai il teatro ed il cinema la presentano come l’antesignana della vamp o della donna in carriera e senza scrupoli?
È naturale che un personaggio come Messalina si presti a molte riletture e riscritture, soprattutto nelle arti in cui è forte l’impatto della componente visiva, teatro cinema e anche pittura. Ogni epoca la reinterpreta anche secondo le mode del tempo, secondo le intenzioni comunicative, secondo le inclinazioni e il talento dei diversi interpreti e autori. È stata addirittura protagonista di un fumetto erotico! Non c’è un unico perché. Messalina è una figura controversa, conturbante, pruriginosa e al contempo tragica, il tutto accompagnato da una bellezza rara, che forse nella sua dolorosa realtà è stata l’origine di tutti i suoi mali. In lei c’è materia per molteplici ispirazioni, e ogni artista può cogliere i tratti dell’imperatrice più congeniali alla sua forma d’arte e svilupparli secondo il proprio talento.
Lei ha disegnato un profilo storico d’indubitabile fascino, gettando luce sulle ombre della condizione femminile. Ciò, evidentemente, ha richiesto ricerche storiche accurate e meticolose. Quale metodo si è imposto di adottare per trattenere le informazioni e, poi, renderle narrativa?
Le fonti sulla condizione femminile nel mondo antico sono molte e di diversa natura, letterarie, giuridiche, archeologiche, epigrafiche… l’indagine storica, su qualunque aspetto specifico, segue percorsi diversi e i risultati si intrecciano, sempre in un quadro si insieme di un’epoca precisa, di una situazione sociale, di un ambito geografico particolare: la condizione di un’imperatrice non è la stessa di una donna plebea o di una schiava, l’età repubblicana è diversa da quella imperiale, e differenze si riscontrano anche nei vari territori e tra i molti popoli che vivevano sotto l’egida di Roma. È un lavoro complesso e di grande interesse, irrinunciabile in un romanzo di ambientazione storica: la vicenda narrata, che come nel caso di Messalina prende avvio da una base di verità, ha bisogno di un contesto d’ambiente, per così dire, altrettanto vero e credibile, come accade per un set cinematografico. Solo così il lettore si sentirà coinvolto, potrà immedesimarsi nelle vicende e nei personaggi, camminerà per le strade di Roma, viaggerà attraverso ville sul mare e strade dell’Impero, si emozionerà nello stesso flusso emotivo del Principe, ma anche di un’ancella o del medico di corte, di un’imperatrice perversa e avida di sangue che però gioca anche con la sua cagnolina, e ama teneramente i suoi figli bambini. Duemila anni possono diventare un breve spazio di tempo in un romanzo, perché queste storie antiche e grandiose esprimono tratti di vita e sentimenti che ancora oggi toccano la nostra sensibilità.

Antonella Prenner, docente di Letteratura latina presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale

Maggio a Palermo. Una storia per Francesca MorvilloEinaudi Ragazzi, settembre 2022

Sono trascorsi trent’anni dalla sua morte, eppure di Francesca Morvillo, unica donna magistrato vittima di mafia, è stato ancora scritto davvero poco.
Quali sono le ragioni sottese a siffatto vuoto?

Una buona domanda per i ragazzi, per i giovani lettori destinatari del libro.
Ci troviamo in una Palermo livida e sotto assedio. E’ in corso il maxiprocesso. Qual è la speciale luce emanata da Francesca Morvillo, moglie di Giovanni Falcone di cui condivise idee ed ideali?
Una luce propria e non riflessa.
Gli anni che vanno dal 1986 al 1992 hanno fortemente segnato una generazione di giovani. Lei filtra la vicenda di Francesca Morvillo attraverso lo sguardo limpido di Laura, intrisa delle mode, della musica e della cultura degli anni ’80.
Qual è il lascito del magistrato Morvillo per la “generazione della bomba”?

Il lascito di una donna straordinaria da un punto di vista professionale e morale e, aggiungerei, sentimentale.
Il “Comitato dei lenzuoli” e le “Donne del digiuno” ma tanti ancora non prendono drasticamente le distanze da chi, è anche alla lontana, in odore di mafia.
Quali sono le responsabilità degli adulti del 2022?

La stagione successiva alle stragi è stata un’epoca di rivolta civile il cui afflato sembra oggi essersi in buona parte perso per strada. Le ultime due tornate elettorali hanno riportato sulla scena personaggi condannati per associazione mafiosa e che non hanno mai rinnegato le loro scelte né collaborato con la giustizia. Gli adulti che li sostengono e che li votano sono loro complici e pessimo esempio per i giovani che crescono in Sicilia.
Il nome e cognome di Francesca Morvillo vengono scanditi a voce alta e per intero ogni 23 maggio alle 17:58, ora dell’esplosione, davanti all’albero Falcone, eppure i due sono sepolti in luoghi differenti. Perché?
La famiglia Falcone ha deciso di accettare lo spostamento della salma di Giovanni Falcone dal cimitero di Sant’Orsola al Pantheon nonostante questo comportasse la separazione da quella della moglie, la giudice Francesca Morvillo, morta accanto a lui nella strage di Capaci il 23 maggio 1992.

Gilda Terranova
È insegnante di Lettere nella scuola secondaria di primo grado e fa parte della redazione di Cooperazione Educativa.