Lunga è la notte

La Tunisia rimane elemento focale delle sue ricerche e della sua narrazione, un punto di vista interessante, giacché lei è nata da genitori siciliani. Quali caratteristiche assume questa sorta di migrazione alla rovescia dal punto di vista della “mescolanza” e dell’integrazione?

Sono nata da genitori di origine siciliana a loro volta nati in Tunisia. Appartengo alla terza generazione nata in Tunisia. Perciò il paese nordafricano non è solo il mio paese di nascita ma quello in cui la mia famiglia si è profondamente radicata. E dover lasciare quella che consideravamo la nostra terra ha rappresentato un trauma notevole, uno sradicamento da cui molti non si sono mai ripresi. Poiché la mia infanzia e parte dell’adolescenza sono trascorse là, sono impregnata dalla cultura locale, in primis la capacità di convivere con culture diverse, l’accettazione dell’altro, la tolleranza. Difficile è stato inserirsi, per l’ignoranza della lingua, dei costumi locali, per la diffidenza nei nostri confronti. Tuttavia, negli italiani degli anni Sessanta del Novecento, periodo del nostro arrivo, la curiosità ha sempre prevalso sul rifiuto. Il che non mi pare che avvenga adesso. Ecco perché l’Italia di oggi, in cui emergono razzismi e sguaiatezze, non mi appartiene: non la riconosco, non la so capire.

Lei affonda la penna in una comunità stigmatizzata, portatrice di stereotipi e clichè. Le granitiche convinzioni possono scricchiolare?

L’ambiente che ho conosciuto nella prima infanzia era coloniale, socialmente ben strutturato. In alto stavano i colonizzatori, in altre parole i francesi, in basso i colonizzati, cioè i tunisini. In mezzo c’erano gli italiani, né colonizzatori né colonizzati, semplicemente emigrati in un momento storico in cui i francesi avevano bisogno di molta manodopera per costruire tutte quelle infrastrutture di cui il paese aveva necessità, e l’Italia aveva un eccesso di manodopera a cui non era in grado di dare lavoro. E gli italiani erano trattati da migranti, erano oggetto di stereotipi e cliché esattamente come lo sono oggi coloro che arrivano nel nostro paese. Nel mio romanzo Lunga è la notte, appare un piccolo campionario di questi stereotipi. Con il tempo e la conoscenza dell’altro, questi cliché possono essere scalfiti. Io faccio la mia parte. So perfettamente che è solo una goccia d’acqua in un oceano. Ma sono ottimista, gutta cavat lapidem.

Il suo romanzo narra di un femminicidio. Quanto ha attinto dalla cosiddetta cronaca nera?

Non ho attinto dalla cronaca nera. Questa storia, realmente accaduta, mi è stata raccontata da un testimone oculare. La vicenda risale agli inizi degli anni Trenta. Ho volutamente creato tutti i personaggi (nessuno di loro, ad eccezione del prete, è realmente esistito) poiché la vicenda è ancora viva nella memoria dei discendenti. Del resto l’ho chiarito nella Premessa.

Macchinazioni, intrighi, segreti, misteri, verità sapientemente celate, insabbiamenti, enigmi: sono ingredienti essenziali del noir. Il suo romanzo in che misura diverge dal genere codificato?

È vero, il mio romanzo è farcito degli ingredienti tipici del noir. Ma non lo è. L’obiettivo di tutto il romanzo non è trovare il colpevole, ma ritrovare la memoria, mettere il protagonista di fronte al trauma rimosso e permettergli (forse) di uscire dalla gabbia in cui volutamente si è chiuso. La domanda che mi sono posta sin dall’inizio della stesura è stata: cosa succede alle vittime, a coloro che sopravvivono a una tragedia simile? L’obiettivo del romanzo è stato cercare di dare una risposta.

Il percorso del protagonista si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole suspense. Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella sua produzione? Si possono davvero chiudere i conti con il passato?

La memoria di Mimmo, il protagonista, è “involontaria”, come direbbe Proust. Sono attimi del suo passato che riemergono all’improvviso sconvolgendo il presente, ma non portano mai a una epifania. La sua è una vita senza memoria, dunque senza qualità. Il passato nutre il presente, esattamente come l’albero che ha bisogno di radici profonde per nutrire la chioma. Più profonde sono le sue radici, più avrà la possibilità di trovare acqua e nutrienti, tanto più folta e vitale sarà la sua chioma. La memoria è fondamentale nella mia produzione. Lavorare ancorata a questo tema mi ha permesso innanzitutto di rivelarmi a me stessa, di prendere coscienza della mia identità e comporne armoniosamente i tasselli in modo da formare un mosaico unico. Il mio obiettivo però non è quello di lasciare una testimonianza di me (che forse potrebbe interessare i miei nipoti e nessun altro), quanto di fare emergere un’intera comunità dimenticata dalla storia, e dare voce a chi non l’ha, non l’ha mai avuta poiché appartiene alla fascia più umile di quella collettività. In fin dei conti mi piacerebbe che questa mia testimonianza contribuisse alla costruzione di una storia alternativa, che includesse tutte quelle Italie fuori dall’Italia. Non so, di fatto, se il mio lavoro sarà utile in questo senso. So per certo che lo è per tutti coloro che hanno vissuto la mia stessa esperienza poiché ha permesso loro di prendere coscienza della propria identità individuale, ma anche e soprattutto di sentirsi in qualche modo riconosciuti sul piano sociale e culturale.

Marinette Pendola fa parte del gruppo di lavoro “Progetto della memoria”, istituito dall’ambasciata italiana a Tunisi negli anni Novanta, cui sono legate numerose pubblicazioni, tra cui L’alimentazione degli italiani di Tunisia (Tunisi, Finzi, 2005), Gli Italiani di Tunisia. Storia di una comunità (Editoriale Umbra, 2007). I suoi studi hanno ispirato anche La riva lontana (Sellerio, 2000), romanzo autobiografico che ripercorre un’infanzia tunisina nel periodo coloniale. Per Arkadia Editore ha pubblicato La traversata del deserto (2014), che rievoca il ritorno degli emigrati dalla Tunisia all’Italia, e L’erba di vento (2016), storia potente di una donna che non si sottomette alla convenzioni del suo tempo.

Emily Brontë

In Emily Brontë lei ricostruisce la poetica e la vita dell’autrice di Cime tempestose. Può motivare il suo interesse per l’autrice?

Per prima cosa vorrei dire che Emily Brontë è un’autrice che si ama molto o non si ama, non conosce mezze misure, in ogni caso non lascia – mai – indifferenti. Lei stessa era personalità complessa, estrema, di silenzi vasti e fantasia fervida, “più forte di un uomo, più semplice di un bambino” la definisce bene la sorella Charlotte. Amo quest’autrice proprio e anche per quest’ambivalenza – di scrittura e personale, quindi di riflesso calata nei suoi personaggi -, per la capacità visionaria – che emerge sia dal romanzo sia dalle liriche -, l’amore per la natura e gli animali, l’essenzialità di lingua – e se vogliamo anche di condotta, di vita. E’ un’autrice che non smette di ‘raccontare’ e parlare al nostro cuore: Catherine bambina incarna le nostre paure più buie, il terrore di esser lasciati soli in un mondo ostile, Heathcliff i nostri tormenti e gli incubi. Sopra tutto domina nella mia passione brontëana il pessimismo cosmico di Emily, che lei ‘inscena’ anche nella sua poesia, oltre che nel romanzo: la concezione della natura, la passione e l’affinità profonda verso gli elementi naturali e gli animali, la fedeltà all’amore e “agli antichi affetti”, il riconoscersi e ritrovarsi nell’altro. Dopo aver amato moltissimo Emily narratrice in Wuthering Heights mi sono accostata ad Emily poeta e alla sua vita, che è essa stessa un romanzo.

Emily Brontë innalza la scrittura a “pulsazione, respiro, centro assoluto del vivere”. La narrazione in poesia e prosa da intendersi come rifugio paradisiaco?

La narrazione in prosa ha legami profondi con i versi e viceversa, questo vorrei ribadirlo: è importante perché Emily Brontë è uno di quegli autori per cui la ‘visione’ – il “dio delle visioni” come lo chiama in una poesia giustamente nota – o l’immaginazione sono regno e condanna insieme. Regno in quanto aspirazione all’assoluto, desiderio di vivere – sempre – entro i confini della fantasia, e infatti Emily non lascerà mai la saga di Gondal creata con Anne. Tuttavia anche condanna: nello scarto tra realtà e proiezione fantastica, tra il mondo della scrittura e quello del quotidiano. E’ una frattura non componibile, soprattutto da un certo punto in poi della sua vita. Dire che Emily si ‘rifugiava’ nella poesia non testimonia tutta la sua grandezza di poeta e giovane donna: in realtà lei sapeva come affrontare il mondo, se ne era ‘costretta’ – ha dimostrato ad esempio di essere una buona amministratrice dell’eredità avuta dalla zia – ma si agitava sempre in lei la convinzione che il “mondo eterno” non avrebbe mai potuto stare su un piano di parità con il suo “mondo interiore” – così li definisce sempre in versi. Quindi la poesia, la scrittura per lei costituivano la sua vera casa: non sempre paradisiaca, come tutte le case, ma l’unica in lei poteva vivere ed essere se stessa e felice.

Può fornire degli elementi circa il contesto familiare e sociale in cui l’autrice ha scritto e vissuto?

Emily cresce alla canonica di Haworth, dove suo padre è curato. La madre Maria muore quando la piccola ha pochi anni ed Emily e i fratelli crescono con il padre Patrick, la zia (nel frattempo trasferitasi da Penzance per allevare i figli della sorella scomparsa) e la domestica Tabby, figura fondamentale per Emily e quasi una seconda madre. I bambini Brontë erano sei, ma le maggiori Maria ed Elizabeth muoiono piccole, per cui Emily cresce con Charlotte, rimasta la maggiore, l’unico fratello Branwell e la minore Anne, a cui lei è molto legata e con cui dà l’avvio alla saga fantastica di Gondal. In quanto al contesto sociale, all’epoca Haworth era un villaggio di poche migliaia di abitanti nello Yorkshire, abitato da allevatori di pecore e bestiame, contadini e tessitori di lana, piccoli commercianti e qualche famiglia importante. A Keighley, la città più vicina, i ragazzi Brontë frequentavano la biblioteca e partecipavano a conferenze e concerti. In casa incontravano per lo più i curati assistenti del padre – Charlotte, infatti, dopo la morte dei fratelli ne sposerà uno.

Emily Brontë pare essere in piena sintonia con gli elementi della natura. Potrebbe essere questa specifica attitudine poetica la chiave per comprendere l’autrice di Cime Tempestose.

Sicuramente questa è una delle chiavi d’interpretazione del romanzo, della poetica di Emily e il motivo per cui nel libro ci sono svariate descrizioni di luoghi e paesaggio di brughiera. Quel paesaggio è la scena principale del romanzo perché l’autrice vi riconosceva molta parte di sé – forza, durezza, crudeltà, dolcezza e compassione. Dalla natura ha inizio il romanzo – una tempesta – e nella natura tutto alla fine si ricompone: quelle brontëane sono pagine che sanno di erica e di vento, hanno il colore delle colline che Emily amava e da cui aveva imparato tutto. Catherine Earnshaw, il personaggio di Catherine è uno dei nuclei poetici del romanzo perché in quel paesaggio, in quelle colline d’erica è il suo baricentro vitale. L’erica, il fiore preferito da Emily dice molto di lei e della sua scrittura: è un fiore piccolo e resistente, che si piega per sopportare vento e bufere d’inverno, che si arrossa d’estate e ricopre le colline di porpora, ha bisogno di poco per vivere ma deve farlo su quella terra, a quelle altezze e sotto quel cielo. Lontano da lì, l’erica – proprio come Emily, come Catherine – non potrebbe sopravvivere: l’incanto si rompe, alla Grange Catherine lontana da Heathcliff lascia la vita e diventa fantasma. E il cerchio si chiude di nuovo: il fantasma dell’esordio è sempre lei, che compare in forma di bambina. Un fantasma è ‘ciò che appare’. E ciò che è sempre apparso e continuerà ad apparire di là dalla vita e dalla morte è la brughiera: i moors amati dall’autrice.

Frammenti di lettere, poesie, testimonianze guidano direttamente il lettore in questa doviziosa biografia. Interessanti sono i rapporti intrafamiliari. Potrebbe fornircene un’analisi?

I rapporti con i familiari sono fondamentali per Emily, come del resto per tutti i Brontë. Innanzitutto fin da bambina il rapporto con Anne, che è la sua compagna privilegiata d’invenzione per Gondal, e a lei complementare per carattere e indole. Le due sono tanto legate l’una all’altra da sembrare a Ellen Nussey, l’amica di Charlotte, “due statue unite della forza e dell’umiltà”. Da piccola il rapporto era più stretto con la maggiore Charlotte, poi l’affetto di Emily si sposta su Anne, anche se il legame con Charlotte non viene mai meno, anzi: Emily va a Bruxelles, ad esempio, sostanzialmente per far contenta la sorella maggiore così come acconsente a pubblicare i versi sempre per lei. Negli ultimi anni si stringe anche il rapporto con Branwell, a cui Emily offre aiuto e solidarietà mentre la fortuna personale e artistica di lui tramonta in vari tentativi sbagliati e dispersione di talento ed energie. Il rapporto con il padre è d’affetto e rispetto reciproco e forse in famiglia è la zia con cui Emily si sente meno in sintonia. Infine importantissima per lei è Tabby, come dicevo, perché Tabby le racconta le storie locali del villaggio e le leggende delle brughiere, che poi entreranno nel romanzo. In ogni caso per originalità, cultura, sensibilità e genio creativo i Brontë erano una famiglia eccezionale: Patrick Brontë però sapeva che, di tutti i suoi straordinari figli, la stella era Emily.

Paola Tonussi si occupa di letteratura inglese e americana dell’Ottocento e Novecento. È membro della Brontë Society e contribuisce a «Brontë Studies», rivista internazionale di studi brontëani. Premio Vassalini dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti 2013. Per l’ Editrice Antenore ha curato Sognatori, poeti e viaggiatori. Sguardi su Verona e il Lago di Garda.

La figlia di Shakespeare

Lei costruisce una storia superlativa intorno alla superbia. Può fornircene una definizione contemporanea?

La superbia fa parte dei sette vizi capitali della dottrina morale cattolica, ed è considerato dalla stessa uno dei massimi peccati, giacché espressione della disobbedienza di Lucifero a Dio. Come sostiene sant’Agostino, «il diavolo non è lussurioso né ubriacone: è invece superbo e invidioso». Volendo dare una definizione contemporanea, direi che il superbo è un individuo che idealizza l’immagine di sé che vuole offrire agli altri, è alla continua ricerca di riconoscimento, si rifiuta di di accettare se stesso per come è realmente e quindi di elaborare una trasformazione interiore.

Quali altri peccati e i vizi individua nella società moderna?

Credo si possano trovare tutti, anche se in misura e frequenza differenti. Nel mio lavoro di indagine dei sette vizi capitali, sono partita dall’accidia. Sebbene sia un termine oggi poco usato, conosciamo tutti abbastanza bene l’inerzia, l’indolenza, la depressione. Nell’era tecnologica ci illudiamo spesso di essere protagonisti ma siamo in realtà meri fruitori di strumenti che spesso annichiliscono la nostra autentica volontà. Senz’altro anche la Superbia è molto diffusa. E l’invidia.

Un vecchio attore ed un collega della sua compagnia teatrale giovanile che ne pone in dubbio merito artistico e morale. Il gap generazionale attuale possiede caratteristiche peculiari?

Nel mio romanzo “La figlia di Shakespeare” (Arkadia editore) il protagonista (Alfredo Destrè) incarna la superbia nel contesto dell’ambiente teatrale. Trovavo interessante descrivere una persona che nel profondo teme la mediocrità e respinge con forza il suo passato e per tutta la vita altro non desidera che essere riconosciuto come grande attore Shakespeariano. Eppure , dalle sue opere sembra che Alfredo non abbia appreso niente, o quasi. Il suo vecchio collega, non a caso da sempre interprete del fool, ha la funzione di ribaltare tutto, di smascherarlo. Il romanzo comunque affronta anche altre tematiche, come ad esempio il conflitto generazionale. E’ mia opinione che spesso gli anziani che hanno già ottenuto riconoscimenti e successo, non lascino spazio ai più giovani. Tendono ad essere conservatori, nel senso letterale e ed egoistico di voler conservare tutto il loro potere.

Il protagonista del suo romanzo accetta di risollevare le sorti del più importante teatro della città, riscuotendo successo di critica e di pubblico. La sua è una riflessione relativa alla dilagante e spavalda decadenza culturale?

Nel romanzo affronto anche il problema di un’epoca incapace spesso di produrre arte di alto livello. Perché il settore della cultura è costretta troppo spesso a fare compromessi al ribasso, è alla continua e ossessiva di ricerca di consenso, di gradimento da parte dei media. Svilisce così il proprio potenziale, rinuncia al lungo e tortuoso percorso della grandezza per un risultato immediato, oppure sfrutta e strumentalizza ciò che è già conosciuto e facilmente riconoscibile, fagocitandolo.

Lei non fa sconti ai suoi personaggi: li penetra con una lama tagliente. Intende veicolare messaggi etici o morali?

Sì, è vero: cerco di scandagliare ogni aspetto della loro psicologia, ma in questo caso si tratta anche una necessità narrativa, perché prendendo come spunto un vizio capitale, il racconto ha la dimensione di una metafora delle varie debolezze umane. Tuttavia non mi pongo mai in una posizione di giudizio. In parte il messaggio etico è invece intrinseco all’argomento che tratto.

Paola Musa è una scrittrice, traduttrice, poetessa, vive a Roma. Ha ottenuto diversi riconoscimenti in ambito poetico. Collabora da anni con numerosi musicisti come paroliere. Ha firmato diverse canzoni per Nicky Nicolai insieme a Stefano Di Battista e Dario Rosciglione. Per il teatro ha composto le liriche per la commedia musicale Datemi tre caravelle (interpretata da Alessandro Preziosi, con musiche di Stefano Di Battista) e La dodicesima notte di William Shakespeare (per la regia di Armando Pugliese, sulla musica di Ludovico Einaudi). Ha scritto con Tiziana Sensi la versione teatrale del suo romanzo Condominio occidentale, portato in scena da attori vedenti e ipovedenti in importanti teatri romani, e al Festival internazionale Babel Fast di Targoviste (Romania). Lo spettacolo ha ottenuto la medaglia dal Presidente della Repubblica e la menzione speciale per il teatro al “Premio Anima”. Nel 2008 ha pubblicato il suo primo romanzo, Condominio occidentale (Salerno Editrice), selezionato al Festival du Premier Roman de Chambéry e al “Premio Primo Romanzo Città di Cuneo”. Condominio occidentale è diventato un tv movie per Rai 1 con il titolo Una casa nel cuore e con protagonista Cristiana Capotondi (2015). Nel giugno 2009 è uscito il romanzo Il terzo corpo dell’amore (Salerno Editrice) e nel marzo 2012 la sua prima raccolta di poesie Ore venti e trenta (Albeggi edizioni). Con Arkadia ha pubblicato nel 2014 il romanzo Quelli che restano e nel 2016 Go Max Go, biografia romanzata del sassofonista Massimo Urbani. Del febbraio 2019 è il suo romanzo, L’ora meridiana.

Gioco dunque sono. Filosofia di un videogamer

Videogiocare attrae milioni di persone in tutto il mondo, di ogni età, ceto sociale, background culturale. Videogiocare è un’attività da valutarsi seriamente?

Come tutti i fenomeni che investono milioni di persone da generazioni, è indubbiamente un’attività da valutarsi seriamente. Ricordiamoci che da un punto di vista economica alle spalle c’è un’industria che fattura annualmente più di quella del cinema. Per quanto riguarda invece i videogiocatori, che ormai sono di tutte le età e di entrambi i sessi, la risposta è scontata. I videogame fanno parte del nostro bagaglio culturale, possono svagare, impegnare la mente, divertire, insegnare ed educare. Ricordiamoci che sono una forma d’arte esposta in musei famosissimi in diverse parti del mondo e l’art design è a scapito di artisti internazionali le cui qualità sono universalmente riconosciute. Come se non bastasse, i videogame hanno tenuto uniti i nostri figli durante l’emergenza covid più della didattica a distanza. Si sono infatti potuti vedere, sentire, condividere, parlare in altre lingue, frequentare e divertirsi. Cosa non da poco.

Chi videogioca non si limita ad afferrare un joypad e mettere in funzione la PlayStation. La propria passione è seguita su uno smartphone, sul treno, in strada, in vacanza o al lavoro. Quanto siffatta pratica isola o può aprire anche al consesso umano?

In realtà è un falso problema. Anche leggere, guardare un film, dipingere o scrivere può isolare oppure unire, far trovare persone con gli stessi interessi, stringere rapporti umani. A mio avviso i social, in questo caso, sono più pericolosi dei videogame. Sui social molti si sentono liberi di invadere la vita altrui anche se non ne hanno una loro.

Videogiocare consente di spalancare porte su mondi alternativi in cui foggiare il proprio alter ego, così da poter vivere un’esistenza difforme dalla reale. Il gamer fugge, scappa, intende evitare lo scontro con il banale quotidiano?

No, anzi, spesso lo replica. Prendiamo un gioco simulativo come The Sims, conosciuto da tutti, anche dai non videogiocatori. In quel caso è proprio la routine umana delle nostre vite a essere replicata. In genere avere un alter ego in un videogame di ruolo invece, è un po’ come prendere le parti dell’eroe di turno nel nostro libro fantasy preferito o nella serie tv. E’ un modo di confrontarsi più visivo e immersivo che altre forme, questo sì. Poi è chiaro che dipende dai gusti. Giocare a un prodotto sci-fi diviene spesso forzatamente disancorato dalla realtà, ma è come vedere Inception al cinema, difficilmente si dirà che chi ha visto un film intenda evitare lo scontro col quotidiano.

Sulla scorta di fenomeni sociali innescati dai videogiochi, reputa che un gamer compia scelte etiche?

Spesso sì, per la qualità che hanno raggiunto i videogame oggi. Prendiamo un The Last of Us 2, di questi giorni, davanti al quale anche i sociologi sono rimasti senza parole. Spesso i protagonisti da noi guidati devono scegliere come comportarsi, prendere decisioni che molte volte implicano scelte morali complicate. Aiutare o tradire, vivere o morire, mantenere un atteggiamento invece di un altro, stare al gioco o esporsi alla verità, sposarsi o rimanere single. Purtroppo, spesso chi è estraneo al mondo videoludico tende erroneamente a identificare i videogiochi con un prodotto solo ed esclusivamente alla Super Mario (che rimane comunque un capolavoro) o Bubble Bobble. A queste persone dico “Ci sono stati quarant’anni suonati di innovazioni tecnologiche nei videogame. Provatene magari qualcuna, prima di giudicare”

Per chi non è hardcore nerd inside può esemplificare tendenze, mode, passioni e rivoluzioni tecnologiche veicolate dai videogiochi?

L’evoluzione tecnologica è evidente. Siamo passati dall’Intellivision e da Pong fino alla prossima PlayStation 5 o al PC con le schede video in SLI e a giochi come The Witcher 3 o il succitato The Last of Us. Le mode e le tendenze che hanno attraversato la storia del genere sono state molteplici passando per i cabinati arcade che in Giappone facevano file lunghissime fuori dalle sale giochi, alla Nintendo che ha creato un genere, fino a prodotti che hanno influenzati molte altre industrie, specialmente quella cinematografica, basti ricordare le infinite citazioni di Space Invaders presenti nei film hollywoodiani e non solo, a Ready Player One (che poi è tratto da un libro), fino alla serie TV acclamatissima come Stranger Things, dove in pieni anni ’80 i protagonisti giocano agli arcade dei cabinati che dicevamo prima. E poi vestiti, gadget, cosplayer, riviste, letteratura. Difficile trovare un settore dell’arte che non abbia avuto contatti con i videogiochi dagli anni ’70 a oggi.

Massimo Villa lavora per un’importante catena libraria italiana come responsabile eventi. Dagli anni’90 scrive di videogame su riviste e siti del settore. Ha pubblicato diverse opere di fantascienza, tra romanzi e racconti, nonché un paio di raccolte di poesie. Tra i vari scritti ricordiamo “Il rock uccide la vostra anima” (Mondadori) e Frigo Leader (Erga).

Polvere e cashmere

Lei ha solo vent’anni, è un giovanissimo poeta. Si racconti; ci spieghi la ragione per cui ha scelto proprio la Poesia come codice comunicativo.

La scelta della Poesia mi piace pensarla come una scelta inevitabile. La trovo un mezzo ottimo per poter comunicare sia l’essenzialità delle cose che la propria sostanzialità, senza essere prolissi e soprattutto, per quello che concerne la mia persona, centrando il messaggio. Trovo che l’espressione metaforica, la ritmica, siano per me più espliciti di molti discorsi che ho costruito, ad esempio, con l’utilizzo della Prosa.

Lei sembra accogliere l’idea della Poesia come un dono da ricevere inaspettatamente, già presente nel Poeta. Ritiene che la Poesia non sia ricerca?

Credo assolutamente che la Poesia sia soprattutto ricerca, io stesso senza l’analisi linguistica, o anche semplicemente l’assimilazione dei vari input che mi vengono forniti dai miei studi e dalle mie letture personali, forse non scriverei niente perché non avrei le parole per esporre quello che sento e vedo. Allo stesso tempo però penso che la Poesia abbia un suo fondamento nella predisposizione. Non si nasce poeti ma si può avere un’inclinazione verso la Poesia, come chi ha una vocazione per la Musica, la Danza o l’Arte figurativa: come queste hanno bisogno di una proclività verso di esse, affinché anche il loro studio e perfezionamento possa essere sostenuto, lo stesso vale per la Scrittura.

I suoi versi, soventemente, suggeriscono l’amore come un sentimento che intrappola, che non dà scampo e non prevede vie di fuga: Elena e Paride infrangono ogni regola, ogni convenzione narra Omero. Ebbene, se non si sceglie d’amare né d’essere amati, in che misura si sceglie di comporre versi?

Tengo a precisare che all’interno della raccolta ho voluto parlare di una specifica storia d’amore, quella che per me è stata la più feroce e che ha creato un grande solco nella mia crescita soprattutto nei suoi termini negativi oltre che positivi, consequenzialmente gli scritti hanno di base un forte sentimento di terrore, misto ad un senso d’inadeguatezza nei confronti del sentimento. Parlando invece della mia idea d’amore in generale, la quale mi spinge a comporre, posso assolutamente affermare che non rifuggo dall’amare o dall’essere amato. Allo stesso tempo però vivo l’amore come una sorta di “malattia”, per intenderla come Saffo o Cavalcanti, e tutto questo è dato da un retroscena educativo molto religioso che ha instillato in me l’idea che “amare” abbia a che fare con la devozione e la celebrazione, anche del dolore, e quindi con tutto ciò che permette di comunicarlo.

Lei pare affrancare il linguaggio dalla necessità di riprodurre il reale e dall’obbligo di evocare, ritenuti vessilli di virtù poetica. Esemplifichi il suo rapporto con il verso e le maglie della texture che lo tessono.

Credo che ciò che può essere definito “reale” sia costituito dall’insieme di tutte le soggettività esistenti, le quali raccontano, ognuna di loro, una parte di esso, anche a rischio di contraddizioni. Il mio scopo è quello di comunicare ciò che della realtà io percepisco, utilizzando ovviamente le mie visioni, spesso surrealiste, altre simboliste, mescolando la quotidianità con la dimensione fantastica, proprio perché questo è il modo in cui personalmente elaboro quello che mi circonda.

Leggendo, ad esempio “Dimanche, après-midi”, pare che il suo proposito sia dare un calcio al tedio delle convenzioni, saltellando tra denotativo e connotativo. Lei parodizza il nesso linguaggio-verità a quale intento?

Questo è assolutamente vero, mi piace molto giocare con i vari significati che le parole possono assumere e con le numerose immagini che poi si vengono a formare. Vivo di molti simboli che nella forma lirica mescolo fra loro, spaziando fra diversi ordini di possibili verità e realtà sovrapposte. Infatti questo è molto evidente nel testo da lei menzionato in cui mi sono molto destreggiato fra i simboli offerti della mia realtà onirica.

Vincenzo Orefice è uno studente di Filosofia presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Parallelamente alla scrittura, si dedica all’attività di modello, partecipando a diversi progetti fotografici indipendenti e posando per mostre di artisti emergenti. Molti dei suoi scritti appaiono nelle riviste napoletane Libero Pensiero e Kairos, nuove arrivate all’interno dei circoli culturali della città partenopea.

Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina

Il capitalismo politico rappresenta la chiave di lettura principale da lei proposta per accedere al presente. Può definire siffatta categoria?
Il capitalismo politico è l’accoppiamento tra economia e politica all'interno delle potenze, attraverso diversi strumenti. Questi strumenti sono l’uso politico del commercio, della finanza e della tecnologia, la partecipazione statale nelle imprese e più in generale i rapporti tra apparati burocratici e aziende, le sanzioni, le barriere agli investimenti esteri.
Nel mio lavoro, sostengo che questo sistema governi il mondo, perché praticato da Stati Uniti e Cina, seppur in varietà diverse.
Lei descrive minuziosamente l’antagonismo tra diritto ed economia in atto fra Stati Uniti e Cina. Quali sono i termini filosofici di questo scontro?
Le due potenze vedono diversamente il mondo, si pensano diversamente rispetto al mondo, nelle alleanze, nell'influenza internazionale, nell'idea di conquista, nel rapporto tra l'individuo e la comunità. La comune adesione a un sistema capitalistico non cambia queste differenze molto profonde, che pertanto è importante studiare. Ed è sempre cruciale il ruolo dei "traduttori" tra le culture, anche durante i conflitti.
Pechino e Washington vivono un infiammato conflitto di geodiritto: quanto sanzioni, istituzioni internazionali, blocchi agli investimenti esteri influiscono su una guerra ormai tecnologica e giuridica?
Influiscono molto e l'influenza avviene a più livelli. Anzitutto perché le sanzioni degli Stati Uniti non riguardano solo loro stessi, per via della centralità globale di Washington, in particolare nel sistema finanziario. Come cerco di mostrare nel libro, per esempio, l'esclusione di alcune aziende cinesi da parte degli Stati Uniti in alcuni mercati - pensiamo oggi alla discussione sulle telecomunicazioni, un tema presente sulla scena da più tempo riguarda lo spazio, per esempio i satelliti - non coinvolge solo gli Stati Uniti, ma anche gli altri Paesi che hanno rapporti con quelle aziende. Diventa quindi una questione globale.
Nelle grandi operazioni di fusioni internazionali, possono intervenire inoltre le decisioni delle autorità competenti dei vari Paesi. Non solo e non tanto il merito delle loro decisioni, ma anche le loro tempistiche possono essere influenzate da considerazioni geopolitiche. Anche questo rientra nei casi del geodiritto.
L’economia politica al suo primo vagito è stata delineata nei suoi confini da un’affermazione di Adam Smith: “La difesa è molto più importante della ricchezza”. Anche oggi il mercato ha il suo unico limite nella sicurezza nazionale?
Il limite che la sicurezza nazionale impone al mercato è importante perché il concetto di sicurezza nazionale è centrale per la comprensione e per l'articolazione della sovranità. Leggere le trasformazioni della sicurezza nazionale, a mio avviso, è più utile di parlare semplicemente del ruolo dello Stato nell'economia. La sicurezza nazionale ha un forte rilievo per mettere in luce il rapporto tra sicurezza e tecnologia, che orienta e limita il mercato.
La sua ricerca segue tre filoni: la storia dello Stato moderno e dei suoi apparati burocratici; gli ordinamenti giuridici con cui i mercati interagiscono; la storia dello spazio in cui, in passato, è germogliato il capitalismo. Tali direttrici possono convergere?
Sì, è importante evidenziare i rapporti tra queste direttrici e tra questi aspetti, per esempio nella storia e nella continuità dei vari apparati burocratici e nella considerazione storica della progressiva marginalizzazione dello spazio europeo. Chiaramente la ricostruzione che propongo sugli Stati Uniti e la Cina potrebbe essere ampliata anche facendo riferimento ad altre realtà, come per esempio il Giappone, la Russia, la Turchia, e approfondendo meglio i rapporti tra i Paesi europei.
Alessandro Aresu è consigliere scientifico di Limes, direttore scientifico della Scuola di Politiche e consigliere del Ministro per il Sud e la Coesione Territoriale. Si è laureato in filosofia del diritto con Guido Rossi all’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano, dove è stato anche allievo di Enzo Bianchi e Massimo Cacciari. È stato consulente e consigliere di diverse Istituzioni, tra cui la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’Economia e delle Finanze, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, l’Agenzia Spaziale Italiana. Collabora, tra gli altri, con Treccani e L'Espresso. Tra le sue ultime pubblicazioni, L’interesse nazionale. La bussola dell’Italia (con Luca Gori, il Mulino, 2018).

Vucchella. Salvatore Di Giacomo

Salvatore Di Giacomo afferma, conversando con Benedetto Croce che “Il napoletano è l’alfiere della vita eterna, secondo i dettami dell’immortalità della fede, attraverso secoli d’indipendenza geografica di questa città nella storia”. Può fornire un’interpretazione di siffatta considerazione?

Napoli non è la capitale del mondo, ma è una città che da alcune migliaia di anni vede un fatto raro e unico ovvero che il napoletano è la dimora umana di uno Spirito del luogo che immagina sempre la bellezza di tale spirito con una fede inimitabile; tale fede spesso, confusa con la ben nota teatralità partenopea è in verità un’autonomia razionale rispetto alle altre popolazioni sempre però irraggiungibile: alfiere, fede, geografia, storia… sono solo parole chiave da me usate nella frase per tentare di ridestare, specie nel moderno napoletano, anzi per aprire una porta nella sua sensibilità offuscata nella sua visione del bello da anni di grandi problemi, elevati a sistema, come la criminalità organizzata che crede di essere romantica e la mancanza di senso civico.

Qual è la chiave per cucire la Napoli “alta” a quella “bassa” secondo la prospettiva romantica di Di Giacomo e la congerie post-unitaria?

Purtroppo devo dare una triste notizia ovvero che la speranza di cucire o meglio far parlare con un linguaggio comune, ecco il riferimento alla Vucchella, la Napoli alta con la Napoli bassa non si è mai attuata, né con l’opera monumentale di Di Giacomo né con il puro appello sentimentale del risanamento post unitario, questo perché oggi queste due considerazioni non esistono più. Chissà a volte mi chiedo se Di Giacomo, e con lui gli uomini e le donne della sua levatura in termini di sensibilità della loro epoca, avrebbe mai immaginato cosa oggi è diventata questa metropoli: una incognita convivenza tra cittadini onesti e disonesti nel complesso dal futuro incerto, una città nella quale la minaccia della violenza la fa da padrona e che penso un giorno si esprimerà in una sola volta prima di finire; ma io parlo naturalmente di quanto succederà nei prossimi decenni.

Elisa, donna amatissima da Di Giacomo, asserisce che “Imparare la storia non basta, bisogna anche esserla nel filo nascosto del discorso della sua molteplicità”. Cosa intende rispetto al dipanarsi degli eventi vicini e distanti? Penso alla prima guerra mondiale ed all’avvento del Fascismo intravisto da Matilde Serao.

Lei ha detto bene “donna amatissima da Di Giacomo” precisiamolo, e che difatti parla spesso nel romanzo all’apparente fredda logica del poeta con uno spirito di verità tuttavia abbastanza comune in una donna che ami il suo uomo. La frase che lei mi ricorda in realtà si riferisce al fatto che l’intelligenza che dimora nei nostri corpi ha sempre un’origine sostanzialmente divina; non voglio entrare nel difficile, ma come uomo di fede, al pari di come lo fosse sicuramente Di Giacomo, penso nello specifico che la coscienza di un cittadino come quello napoletano soffra due volte nel contemplare la sua città nella sua bellezza al tempo stesso del suo tremendo degrado urbano, e anche questa pur sempre è la magia di questo cittadino e di questa città nella quale puoi dire infine di aver incontrato Dio dietro ogni vicolo, via o piazza… tanto per parafrasare il grande Petronio Arbitro che spesso visitava Neapolis.

Lei giustamente invece ha intravisto nella frase detta attraverso Elisa eventi di massa come la prima guerra mondiale e il fascismo nei quali difatti la volontà individuale è stata seppur schiacciata, e vedi nel romanzo le scene del cinematografo con Di Giacomo: nel caso della Grande Guerra però vista come completamento dell’unificazione nazionale a costo di sacrificio di sangue, mentre il fascismo visto come tentativo inutile da parte di una élite di potere di creare un potere economico con il popolo italiano, poi fallito. Eventi difatti affrontati nel romanzo vuoi con la moderna impotenza individuale del poeta vuoi con la sua esasperazione sociale che come la situazione attuale decadente dell’Italia può essere sintetizzata attraverso una frase che vale la pena di citare e che io calo nel romanzo mediante la figura di Di Giacomo, ovvero “il male che è stato fatto, ma vanamente, è destinato a durare poco. La vita rassegna le sue dimissioni, la storia è stanca, la coscienza si dimena nel fuoco della sua perdizione. Esiste un tempo che nessuno può decidere, un tempo imprendibile.”. Ai posteri l’ardua sentenza.

La rimembranza del passato ed i suoi simboli floreali. In che misura si può discorrere di nostalgia?

Al tempo della preparazione editoriale di Vucchella avevo trovato un vecchio articolo di Benedetto Croce presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, più un elogio funebre quello scritto da Croce poco dopo la morte del suo amico: ebbene il filosofo non esitava a definire appunto il Di Giacomo, il poeta della nostalgia. La rosa, il garofano nel mio romanzo non sono altro che pure metafore, tuttavia tra i più semplici simboli arcaici e subliminali conosciuti dall’uomo, la rosa specialmente rappresenta lo sbocciare della maturità di un individuo… Che dire a questo punto di Vucchella, tengo a precisare: è un romanzo che sulle prime può sembrare scritto con una certa distaccata ironia, in realtà è profondo di una intensa drammaticità. Si apre con la similitudine di una rosa che sfiorisce, simbolo dell’esistenza umana, ma anche della sua incessante, sofferta e stimolata creatività da parte di ognuno di noi. Quando nasciamo e cresciamo la rosa che è in ciascuno si innalza e si sviluppa, ma prima o poi, soprattutto nel momento più indifeso della sua bellezza espressa e fiorita la rosa appassisce, quasi tra le mani, sotto il meccanico incedere di una sofferenza, o di una cattiveria, resta difatti qualche petalo e lo stelo ricco di spine… è da questo inaspettato presentarsi della sofferenza che noi poi dedicheremo tutta la vita per far rifiorire la rosa: nasciamo come una rosa e dobbiamo rifiorire e mantenerci come quella identica rosa secondo uno sforzo continuo e costante… intanto lo stelo spinoso è adesso l’invisibile e nascosta croce che ognuno abbraccia e porta con se, la corolla bella e profumata è l’ergersi di quella nuova consapevolezza che porta l’essere umano a vedere verticalmente dall’alto la vita nella sua rinnovata maturità, nella sua universale coscienza. Ecco dunque cos’è la nostalgia, il cercare di rinnovare un evento passato o peggio finito in cui abbiamo mostrato uno spiccato senso di maturità e abbiamo vissuto così un momento di bellezza ineguagliabile da figli di Dio.

Dionisiaco ed apollineo come codici comunicativi fusi nella produzione di Di Giacomo?

Questa è una domanda molto bella che coglie l’anima di tutta la produzione digiacomiana, non voglio sempre entrare in concetti difficili, ma sicuramente l’opera del nostro poeta si basa tutta su un concetto di bellezza, spesso musicata, propria della tragedia greca antica e che poi ritroviamo in Nietzsche. Da qui un concetto a me caro inteso come il super uomo. In questa che è pur sempre una biografia romanzata si evince lo sforzo dell’uomo apollineo, forte del suo ordine delle forme, essere messo in difficoltà dallo spirito dionisiaco il quale senza rispettare le forme è pura esaltazione, un’esaltazione che è lampante nell’opera poetica di Salvatore Di Giacomo e che mostra ogni singolo aspetto di quella povertà napoletana che tanto aveva attratto il poeta spesso nei fatti della cronaca nera e aveva rappresentato nelle sue seppur trascurate novelle dalla critica. Il tentativo di giustificare da parte di Di Giacomo la pur sempre connivente bellezza dei napoletani fu il tormentone del poeta; egli stesso nel romanzo è rappresentato come un uomo che rifugge il panorama partenopeo, se ne nasconde, se ne sente in colpa, dicendo di averlo rubato nella forma di un garofano, fino alla fobia per una prospettiva della città che fa di lui un gran sacerdote se non addirittura il Dio incompreso del suo giardino e delle sue creature che ora si dimenano dionisiache nelle sue novelle, ora nelle sue poesie in un desiderio apollineo.

Spero più che di essere stato chiaro di essere stato capace di rendere interessante la lettura del mio romanzo che già alcune persone hanno definito intanto pieno di romanticismo, una definizione che mi fa sorridere, ma vera per colui che tanto nella pur sempre invenzione narrante quanto nella vita di tutti i giorni vorrebbe che Napoli e i napoletani ritrovassero la perduta sensibilità che porta felicemente tutti insieme a fermare il tempo e a contemplare lo spazio in una bellezza eterna di cose e persone. I napoletani, al pari di come già pensasse Di Giacomo, hanno avuto sempre questa abilità e sono sicuro che un giorno se ne approprieranno nuovamente sotto i migliori auspici di chi saprà loro parlare nei termini dell’eredità sostanziale lasciataci da Salvatore Di Giacomo.

Marco Urraro, poeta.

Caro bullo ti scrivo

Professore, quanto differisce il bullismo dalla comune violenza o dall’atavica sopraffazione del forte sul più debole?

Il bullismo è certo una delle forme di questa violenza, forse Il suo aspetto più perturbante perché riguarda persone di giovane età. Il bullismo è uno dei dispositivi attraverso i quali la violenza si perpetua, si tramanda di generazione in generazione; interrompere la spirale del bullismo significa mettere in discussione il carattere apparentemente eterno della violenza proporre un nuovo modo di relazionarsi tra persone proprio a partire dai giovani.

La sua lettera è accorta nel non confondere vittima e carnefice altresì nel non cristallizzare ambedue nei loro ruoli. E’ questa una delle chiavi per spingere alla riflessione, avvalorando cambiamento, autocritica e redenzione?

Credo che proprio la cristallizzazione dei ruoli sia uno degli elementi fondamentali da affrontare in chiave pedagogica; il carnefice si ritaglia un ruolo sociale, pensando probabilmente che quella sia l’unica possibilità di autoaffermazione: Anche la vittima viene relegata al suo ruolo che è di duplice sofferenza, da un lato fisica e psichica per l’atto subito, dall’altro per il gorgo nel quale si entra pensando che non sia possibile altro ruolo che quello di vittima . Sbloccare la situazione significa redimere il colpevole e offrire alla vittima la possibilità di una nuova serenità.

Il body shaming può essere ascritto al bullismo verbale e quali caratteristiche assume, ove mai rientri nel fenomeno di specie?

Si tratta certamente di una forma raffinata di bullismo che, come il bullismo fisico, prende di mira il corpo; in età puberale e adolescenziale ovviamente il corpo diventa fondamentale, la modellizzazione del proprio corpo su modelli imposti dalla moda o dal sistema mediatico spesso si associa al body shaming creando una vera e propria vergogna di sè, un non apprezzamento del proprio corpo che può arrivare in casi estremi, fino all’auto annientamento, all’autolesionismo. Ovviamente anche in questo caso occorre distinguere tra vittima e carnefice, ma occorre anche ricordare che chi attacca il corpo dell’altro dimostra una fragilità nei rapporti con il suo proprio corpo, dimostra di non star bene con se stesso, sentimento che viene negato attraverso lo star male dell’altro.

Alle parole, sovente, segue il cyberstalking. C’è chi pubblica foto, chi inserisce un commento fra gli innumerevoli possibili che avanzano nella sceneggiatura degli stereotipi sessisti, esorta altri a vessare, vilipendere, schernire, intimorire. Il bullo ha la piena consapevolezza dei suoi atti o la confonde con una ragazzata?

Credo che la mancanza di consapevolezza sia tipica del cyberbullismo; nonostante il ripetersi di iniziative meritorie e di progetti formativi sembra che la rete abbia un ruolo di fascinazione che rischia di rendere insufficienti gli interventi fatti a scuola dagli esperti. Occorre un discorso più complesso sulla rete che parte mio parere dall’eliminazione dell’anonimato. Finché in rete si potrà restare anonimi sarà molto difficile che al fascino del lato impunito e non imputabile si possa sostituire un uso consapevole di questi mezzi.

Quali sono le responsabilità di coloro che ricoprono un ruolo educativo?

Sono ovviamente fondamentali soprattutto nel proporre esempi di relazioni serene, di conflitti mediati in modo non violento; l’eliminazione della violenza nei rapporti tra adulti o tra adulti e ragazzi è il primo passo perché la critica e la condanna del bullismo sono semplicemente degli atti di ipocrisia adulta.

RAFFAELE MANTEGAZZA insegna pedagogia interculturale all’Università di Milano-Bicocca. Ha scritto tra l’altro Di mondo in mondo. Tracce educative nella Commedia di Dante (Roma 2014), Diventare testimoni. Riflessioni e strategie per la Giornata della memoria a scuola (Parma 2014), Nessuna notte è infinita. Riflessioni e strategie per educare dopo Auschwitz (Milano 2014).

I cannibali di Mao. La nuova Cina alla conquista del mondo

Quali sono le ragioni per le quali la Cina, fino al recente passato produttore di mercanzia a basso costo, oggi padroneggia il mercato high-tech mondiale? Quali sono le sue radici?

Come spiego in un capitolo del mio libro, tutto è iniziato un giorno di dicembre del 2001, quando la Cina entrò nel WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, il “Tempio del commercio internazionale”. Quella, più di altre, è la data fatidica per la nascita della nuova Cina, la Cina che oggi tutti siamo stati costretti ad imparare a conoscere. Non a caso l’ingresso della Cina avvenne dopo quasi 15 anni di estenuanti trattative. Essere ammessi nel “salotto buono” del commercio globale, infatti, non era – e non sarebbe neanche oggi – affare da poco. I governanti cinesi di allora lo sapevamo bene e per questo diedero alla cosa una rilevanza mediatica straordinaria. A quel tempo, in Cina, c’erano “solo” 400 milioni di televisori (oggi è difficile trovare qualcuno, sul quasi miliardo e mezzo di cinesi, che non ne abbia uno in casa, e, spesso, più d’uno) ed erano tutti sintonizzati sulla cerimonia che si svolgeva a Doha, per seguire minuto per minuto, l’ingresso dei cinesi nella grande famiglia del commercio mondiale. Da quel momento la potenza economica cinese iniziò a trasformarsi, da produttore di robaccia cheap – appunto – fino a diventare leader in tutti i settori della produzione hi-tech. Non a caso, dopo soltanto un anno, nel 2002 la Cina ci “sorpassò”: il suo PIL sorpassò il nostro, quello dell’Italia. E a pensarci oggi, se guardiamo al colosso odierno, ci pare persino incredibile che, soltanto una quindicina di anni fa, l’Italia facesse più PIL della Cina!

Il cannibalismo economico a cui si riferisce il titolo del libro potrebbe stimolare un’altrettanta vorace crescita economica europea in chiave democratica?

Purtroppo la mia risposta è no. Valori come la democrazia, il rispetto dei diritti dell’individuo – umani, civili e giuridici – sono un portato che si è innestato ormai in modo inseparabile nella nostra civiltà occidentale, ma lo stesso non è accaduto per quella cinese. La Cina è una grande, magnifica e millenaria civiltà, che però si è evoluta – appunto – per migliaia di anni su binari totalmente differenti dai nostri. Binari che non si sono mai intersecati per lunghissimo tempo. E ancora oggi, le nostre civiltà vivono basandosi su valori differenti. In Cina conta di più la massa, il gruppo, la comunità – che poi si esprime nella patria e nella nazione – rispetto all’individuo. Per i cinesi, il più grande “peccato” di noi occidentali è il nostro individualismo. Ma del resto, la nostra civiltà, da migliaia di anni, è basata proprio sul primato del singolo, dell’individuo. Il mito dell’eroe solitario che sconfigge ogni avversità, da Ulisse in poi. Credo che ci vorrà ancora molto, molto tempo prima che i cinesi si facciano ammaliare dal fascino della democrazia. Se mai accadrà, poi…

In qual maniera dialogano l’individualismo del milionario cinese con la comunità comunista cinese?

Proprio qui sta una delle difficoltà nel capire la Cina e i cinesi e la loro peculiarità. Non c’è individualismo nella ricchezza del miliardario cinese. Secondo la visione che io chiamo “neo-comunista” o del “Comunismo 2.0” dei governanti cinesi, tutto è funzionale alla vittoria del Partito e alla conquista del benessere, della nuova prosperità, della Cina. Il miliardario svolge il suo ruolo, è capace di accumulare denaro e glielo si lascia fare, perché crea lavoro, industria, economia e alla fine benessere diffuso. Ma anche lui sa di essere solo una piccola pedina nella mani dell’onnipotente PCC, il Partito Comunista cinese che governa con mano di ferro a Pechino. Ogni miliardario cinese sa bene che tutte le sue fortune, i suoi miliardi di dollari americani, sono appesi a un filo. Quel filo che i vertici del PCC manovrano a loro piacimento. E possono decidere di spezzare in ogni momento. Allora la sua caduta sarà tremenda: dalle più alte stelle, fino a ritrovarsi in ginocchio sul patibolo, in attesa di un colpo di pistola alla nuca… E’ già successo tante volte, di aver visto miliardari finiti in disgrazia, contro i quali sono state mosse accuse di corruzione (vere o fabbricate che fossero…) fare una triste fine. Perché, se si viene riconosciuti colpevoli di corruzione, in Cina, la punizione prevista è la pena capitale.

Quale differenza ravvede tra la concezione del denaro cinese e quella di Wall Street dal punto di vista anche etico?

Una radicale differenza. A noi hanno insegnato per duemila anni che “il ricco non andrà nel Regno dei Cieli”. Ai cinesi hanno sempre detto, invece, che “arricchirsi è glorioso”. In Cina, quando si fa un regalo, è considerata cattiva educazione togliere il cartellino del prezzo….

Lei ha asserito in merito all’area d’interesse dei suoi studi: “Una vera storia d’amore, vissuta non con un’altra persona, ma con un continente, l’Asia, e con un popolo in particolare: i cinesi.” Può indicare le opportunità ed i pericoli rappresentati dalla Cina contemporanea?

Vivere e lavorare – e scrivere – in Cina e della Cina, come ho fatto io per quasi 25 anni, è una cosa che può essere difficile e snervante. A volte la Cina sembra un pianeta alieno, una sorta di pianeta Marte dominato dal Dio denaro. Ma quando poi si riesce ad entrare nel cuore della loro civiltà, a capirla, allora la soddisfazione è immensa. E inizia una storia d’amore, che non ha più fine. I francesi lo chiamano ”Le mal jaune”, Il mal giallo, parafrasando il famoso “mal d’Africa”.

Marco Lupis Macedonio Palermo di Santa Margherita (Roma, 1960), é un giornalista e scrittore italiano. Ha lavorato come corrispondente dall’Estremo Oriente con base ad Hong Kong per diverse testate italiane. Nel corso di un’attività più che ventennale, negli oltre 700 tra suoi reportage e articoli, ha descritto i mutamenti dello società di Fine Novecento, con particolare riferimento allo scacchiere asiatico e all’America latina. Dopo il successo de “Il Male Inutile”, Marco Lupis torna in libreria con un nuovo saggio dal Titolo “I Cannibali di Mao”, in cui spiega l’origine e le radici del nuovo potere globale cinese.

Come una barca sul cemento

Lei osserva: “Il passato, complice la bugia della propria memoria, spesso è mitico, grandioso, al limite del mitologico, ma è anche solo consolatorio, specialmente nel caso che fosse veramente bugiardo: spesso ci si ricorda di quel che si vuole, scartando, magari, chirurgicamente tutte quelle parti, non piacevoli, non interessanti, magari perfino sgradevoli. In base a questi canoni il passato non è mai molesto, o amaro, o increscioso, ma al contrario è sempre gradevole, spesso incantevole.” E’ il potere contorto della mente e come lo usa il protagonista del suo romanzo?

Il protagonista del romanzo parte da qualcosa che dovrebbe per definizione essere finito, cioè il passato, qualcosa di remoto, lontano nel tempo, e con un’operazione, se vogliamo anche ambigua e nostalgica e inquieta della mente, tenta di attualizzarlo, tenta di trasformarlo in un malato tempo presente e attua tutto questo per poter sopravvivere in un oggi che lo opprime, che lo schiaccia in una vita che non sta andando da nessuna parte, cementata a terra, come la barca del titolo.

Leipare voler indagarel’insieme d’inevitabili eventi che accadono secondo una linea temporale soggetta alla necessità e che portano ad una conseguenza finale prestabilita. Vuol definire il destino?

Il destino è il frutto contorto del fato, della sorte, della decisione di fare una certa cosa invece che un’altra, nel caso del mio libro di non aver avuto il coraggio, il protagonista, di chiedere ad alcune delle donne del suo passato di avere una storia con lui, e, in alcuni casi, di fare le scelte più facili, quelle che comportano meno complicazioni ma che magari danno meno soddisfazioni, meno piacere. Nell’economia del romanzo darsi l’opportunità di tentare di cambiarlo il proprio destino provando a fare quelle cose che non si è avuta la forza di fare quando se ne è avuta la possibilità.

Certo si può non seguire la sua indicazione, tuttavia lei designa una playlist in cui prevalgono gli Smiths da affiancare alla lettura. La colonna sonora d’una produzione letteraria evoca una sceneggiatura. E’ anche questa una possibilità che ha contemplato?

Spesso chi recensisce i miei romanzi sottolinea che sarebbero degli ottimi film, anzi che sembrano scritti e pensati quasi per questo scopo, e in effetti il mio modo di raccontare è, anche, uno scrivere per immagini, chi legge è portato a farsi il proprio “film”, aiutato in questo dal mio modo di descrivere i fatti, e in verità chi ha curato il mio romanzo ci sta ragionando sulla possibilità di trarne per davvero un film. E poi comunque al di là di questo mi piace abbinare dei brani musicali alla storia, l’ho sempre fatto, dal mio primo romanzo, mi piace quando un lettore mi dice “ho ascoltato la musica che suggerivi tu mentre leggevo il libro ed è stata una bella esperienza”.

Le barche non navigano sul cemento; il titolo del suo romanzo denuncia un disagio esistenziale specifico o esteso all’uomo contemporaneo?

Entrambe le cose, il personaggio principale del romanzo è come bloccato in una vita che non riconosce quasi più come propria, ha perso tutto, e in primis il suo lavoro di docente universitario, cosa che lo rendeva esistenzialmente stabile, che lo teneva in una bolla di realtà che lo faceva sentire adeguato nella sua nicchia di vita, mentre adesso si sente in un arco vitale di inadeguatezza, e allargando il campo visivo ci sta anche l’inadeguatezza esistenziale di una bella fetta di popolazione mondiale, dove la gente, molta gente, vive facendo quello che non vorrebbe fare come per esempio nel lavoro, svolgendo mansioni che odiano e che logorano la loro vita ma che per sussistenza si è costretti a fare, tutti i giorni per buona parte della vita come una sorta di condanna, ma anche negli affetti costruendosi famiglie che poi col tempo non si sopportano più ma che per opportunismo sociale si tengono comunque in piedi, o tenendosi amici solo perché convenienti per il tipo di lavoro che si fa, e così via in un devastante festival di disagi esistenziali, di vite sbagliate.

Il professore che tratteggia è un predatore sessuale, apre la caccia alle passioncelle giovanili adoperando i social. Il sesso compulsivo come balsamo ad una devastante solitudine?

Il sesso è un potentissimo motore esistenziale, in questo caso quando tutto il resto della vita sta andando a rotoli il sesso diventa davvero un lenitivo e salvifico rimedio, e non solo nei confronti della solitudine che il protagonista del romanzo sembra però maneggiare con sapienza, ma nei confronti di una struttura esistenziale che appare senza un vero futuro, dove sopravvivere è il leitmotiv delle giornate e in particolare delle notti da riempire, quasi uno sfuggire alla morte, un continuare a restare in vita nonostante tutto.

Roberto Saporito, nato ad Alba nel 962, ha diretto una galleria d’arte contemporanea. Autore prolifico, ha scritto racconti e romanzi: Harley Davidson (Stampa Alternativa, 1996), che ha venduto quasi trentamila copie, Il rumore della terra che gira (Perdisa Pop, 2010), Il caso editoriale dell’anno (Edizioni Anordest, 2013), Come un film francese (Del Vecchio Editore, 2015), Respira (Miraggi Edizioni) e Jazz, Rock, Venezia (Castelvecchi Editore, 2018). Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e su innumerevoli riviste letterarie. Ha collaborato con “Satisfiction” e, attualmente, scrive per il blog letterario “Zona di Disagio”.