L’inizio di ogni cosa

Però sono belli, gli inizi. Al principio sembra tutto più facile.
Può esemplificare la ragione del titolo del suo romanzo rispetto alle tematiche su cui si innesta la sua riflessione?
“L’inizio di ogni cosa” nasce proprio da un vasto ragionamento sul concetto di inizio. Una domanda mi ha costantemente accompagnato durante la stesura: quanti inizi può contenere, la vita? Quanti drammi, quante difficoltà, ma anche quante rinascite… Quante volte siamo costretti a ricominciare da capo, anche quando non lo vorremmo? Forse la risposta che cerchiamo sta proprio dentro di noi, nella nostra forza d’animo, in quel piccolo atto eroico che è andare avanti a dispetto dei dolori e delle difficoltà. Perché quando qualcosa finisce, ecco, proprio lì arriva il momento di scrivere un nuovo inizio. Cosa per fare la quale occorre una grossa dose di coraggio.
Il percorso della protagonista si dipana anche a ritroso nel tempo; si serve di ricordi ingialliti e via via emergenti. La sua personale indagine adopera flashback che compongono un puzzle di notevole impatto emozionale.
Quale valore attribuisce all’elemento della “memoria” nella texture del suo romanzo?
Tommaso, il protagonista, è una persona che la vita ha segnato profondamente all’inizio, e da allora è come se avesse difficoltà a continuare, ad andare oltre, a creare qualcosa destinato a durare in questo mondo spesso abituato a distruggere. E infatti soffre di sindrome dell’abbandono, le certezze che credeva di avere non sono poi così solide, e a volte basta poco, un frammento fuori posto, per mandare in pezzi qualcosa che si era costruito con tenacia. La memoria, in questo senso, è un elemento fondamentale. Senza di lei, semplicemente, non esistiamo. Il passato è ciò che fa parte di noi, sempre lo farà, ed è solo facendoci pace che possiamo provare a vivere un presente sereno e a camminare verso il domani con fiducia.
Una comunità di artisti, un luogo magico ed anticonformista ma comunque isolato: quanto ha inteso riflettere circa i concetti di ostilità e pregiudizio o scelta di confinamento?
Nel romanzo racconto Bussana Vecchia, un affascinante borgo sulle colline di Sanremo, un villaggio che sembra fuori dal tempo e dalla storia unica: semidistrutto da un violento terremoto, è stato ripopolato da una comunità di artisti che lì ha stabilito le proprie botteghe, scavando tra le macerie e costruendo un luogo che è stato capace di andare oltre la fine e di riportare la bellezza dove non era rimasto quasi più nulla. Tommaso vi approda per cercare un pittore che si fa chiamare Gabbiano, autore di una serie di quadri raffiguranti un misterioso volto femminile. Qui si imbatterà nella bizzarra comunità degli artisti, formata da persone che hanno abbracciato un tipo di vita più forte delle ferite inferte dall’esistenza stessa. In un mondo che diventa ogni giorno sempre più difficile, che ci vuole sempre perfetti e performanti, recuperare un senso della lentezza delle cose credo rappresenti qualcosa di molto importante e che sarebbe pericoloso perdere di vista, ancor più alla luce di quanto successo col Covid.

Il suo sembra un monito ad essere attenti alle sensibilità altrui, a farci forieri d’empatia. Trova che la contemporaneità vada scossa in tal senso?
Nella maniera più assoluta. Tommaso riesce a risolvere se stesso proprio nel momento in cui, entrando in contatto con gli artisti di Bussana Vecchia, si apre all’altro da sé, accoglie punti di vista anche molto differenti dal suo e fa della ricchezza del dialogo e del confronto un elemento centrale per capire che tipo di uomo vuole diventare e progredire. La sensibilità e l’empatia sono concetti chiave, e oggi purtroppo si stanno smarrendo sempre di più dietro le orribili derive dell’odio, dell’intolleranza e dell’indifferenza. Le persone sono tutto quello che abbiamo, non dovremmo mai dimenticarcene.
In un tempo politico, sociale ed economico che grida l’impellente bisogno di tessere un dialogo con sé stessi, la conflittualità interiore può essere lenita dalla scrittura?
Sì, perché scrivere un romanzo significa aprire un dialogo, con se stessi, prima, e poi con i lettori. Il vantaggio, per uno scrittore ma anche per chi ama leggere, è la possibilità incredibile di vivere più vite tramite le storie. I libri hanno questo potere magico: ci conducono su strade che non abbiamo mai percorso, in luoghi che non abbiamo mai visitato, dentro esistenze che non sono la nostra e che pure ci coinvolgono fino a farci sentire che ne facciamo parte anche noi. E in questo modo ci parlano, ci aprono la mente, ci fanno del bene. Ci guariscono. Dal punto di vista personale, poi, la scrittura è ciò che mi salva ogni giorno. Valeva prima della pandemia, e vale ancora di più in virtù del tempo difficile che ci siamo ritrovati ad attraversare.

Luca Ammirati (Sanremo, 1983) è responsabile interno della sala stampa del Teatro Ariston, dove ogni anno si svolge il Festival della canzone italiana. Ha fatto il suo esordio nella narrativa con Se i pesci guardassero le stelle, tradotto e pubblicato anche in Germania e Austria, presentato in giro per l’Italia riscuotendo il consenso dei lettori e dei librai. L’inizio di ogni cosa è il suo secondo romanzo.

Se mi ami sopravvalutami

In un tempo politico, sociale ed economico che grida l’impellente bisogno di tessere un dialogo con sé stessi, la conflittualità interiore può essere lenita dalla Poesia?

La poesia può essere tante cose, può affondare nel dolore o far ritrovare la leggerezza. Non credo si debba assegnarle uno scopo preciso, può semplicemente raccontare una sensazione, oppure assumere valore civile e politico. Che possa lenire le conflittualità e le nevrosi dell’autore, di certo accade, ma non credo debba diventare obiettivo primario: il lettore è più importante dell’autore, è il lettore che ha la parola definitiva sullo scopo della poesia che sta leggendo. Anzi, usare la scrittura come una sorta di autoterapia può portare a scrivere testi autoreferenziali, pagine di un diario interessante solo per sé.

Lei scrive versi che narrano una quotidianità quasi atemporale, in cui si stenta a riconoscere il contesto storico in cui la vita si svolge.

La vita umana vive una costante condizione di anonimato?

In realtà molte mie poesie sono inserite nel contemporaneo, lo dimostrano i numerosi riferimenti alla tecnologia e alla comunicazione social. Altre invece affrontano temi universali come l’amore, il lavoro, la vecchiaia, la morte, in modo più atemporale. La vita umana secondo me oggi vive una grande contraddizione: grazie ai social possiamo essere tutti personaggi, avere, chi più chi meno, un proprio seguito. Questo ci fa sentire fuori dall’anonimato, ma spesso è un’illusione. Leggere una poesia e identificarsi nelle parole dell’autore, al contrario, è un momento di condivisione che può far sentire unici, vissuto in una dimensione privata.

Qual è lo status della narrativa femminile? Occorrono “quote rosa”?

Credo ci sia ancora qualche pregiudizio, come se le scrittrici donne dovessero restare legate a certi temi. Un tempo erano l’amore, la famiglia, la maternità. Oggi, in modo diverso ma in un certo senso analogo, credo ci siano troppe donne che scrivono solo di femminismo, condizione della donna, violenza sulle donne. Forse perché è un mercato redditizio, ma è anche un ghetto. Non dico certo che questi argomenti non vadano trattati, anzi, ma si rischia di trasmettere quella sensazione di “donne che parlano di donne”. Non credo affatto occorrano quote rosa in letteratura, per carità. Basterebbe uscire dalle gabbie costruite per noi non solo dagli uomini, ma anche da noi stesse. Quindi dipende molto da noi, smettiamo come donne di parlarci addosso, alziamo gli occhi e raccontiamo dell’umanità intera, della storia, della morale, della scienza. Le grandi autrici non sono mai sfuggite ai grandi temi: penso a Virginia Woolf, Marguerite Yourcenar, Hannah Arendt, Wisława Szymborska.

“Amore” e “sopravvivenza”: quali sono i temi su cui si innesta la sua riflessione? C’è un filo conduttore tra le due sezioni?

Sicuramente le due sezioni sono strettamente connesse, non a caso l’amore aiuta a sopravvivere. Forse nella seconda sezione c’è maggior varietà di temi, ma il filo conduttore è quello dell’ironia malinconica, senza intellettualismi, in presa diretta con la vita. Almeno questa è l’intenzione.

Qual è la ragione che l’ha indotta a scegliere il versificare per dar voce al vissuto?

La poesia a verso libero è più immediata della prosa, richiede minor lavoro di costruzione, è più vicina all’ispirazione pura. La poesia in metrica richiede maggior applicazione, ma in compenso è molto divertente. Le amo entrambe. Credo si accetti ormai passivamente che la poesia sia poco letta, a volte quasi ci si compiace di questa cosiddetta elitarietà, invece credo sia una forma espressiva molto adatta ai nostri tempi veloci e frammentati. Credo che superando, anche in questo caso, alcune gabbie autocostruite, sia da parte degli autori che dei lettori, la poesia potrebbe vivere una rinascita, un percorso completamente nuovo.

Viviana Viviani è ingegnere, ma coltiva da sempre la passione per la scrittura. Ha pubblicato vari racconti su diverse antologie. Nel 2012 è stata finalista al premio Giallo Mensa di Mondadori e ha pubblicato il romanzo Il canto dell’anatroccolo (2013). È giornalista pubblicista, ha collaborato con la rivista on line «LucidaMente» e oggi scrive regolarmente su «Pangea News» e «Hic Rhodus».

L’Anima Fa Arte

Dottor Mezzanotte lei è il co-fondatore e direttore de “L’Anima Fa Arte”.
Può esemplificare scopi e finalità del Progetto?
Si, esattamente. Sono co-fondatore insieme a mia moglie Valentina marroni di questo progetto nato nel lontano 2012.
Lo scopo è la divulgazione della psicologia, il fare psicologia, il guardare il mondo attraverso gli occhi di Psiche.
Archetipi, miti, arte, astrologia, cinema, eros, musica sono solo alcune delle maniere in cui declina la psicologia. Alcuni appaiono binomi bizzarri.
Può indicarne i nessi?
Il nesso risiede proprio nella psicologia. La psicologia funge da ponte che unisce la mitologia e gli archetipi a tutto il resto del mondo. Questo è quello che facciamo.
Quali sono le ragioni sottese alla scelta della divulgazione telematica come mezzo di comunicazione rispetto all’ortodossia dei testi scientifici?
All’inizio abbiamo scelto la divulgazione telematica per due motivi: il primo è per crearci uno spazio tutto nostro al di fuori delle cerchie accademiche chiuse e obsolete. Il secondo motivo è che crediamo che la divulgazione telematica sia il presente e il futuro dell’editoria e del fare cultura.
Luigi Zoja, Remo Bodei, Cristòbal Jodorowsky, Ginette Paris, Carlo Rovelli, Noam Chomsky sono solo alcuni dei nomi contenuti nella Rivista di Psicologia “L’Anima Fa Arte”. Ebbene, essi sono anche afferenti a “categorie” di pensiero differenti. In qual misura ritiene che, oggi, siano da cassare le “scuole” di pensiero?
Non credo che ormai abbia senso il parlare delle scuole di pensiero. Ha senso parlare di punti di vista. Ognuno di noi è portatore di un punto di vista, non di una scuola di pensiero.
I 21 numeri che hanno caratterizzato la Rivista durante questi anni sono scaricabili gratuitamente in PDF. “L’Anima Fa Arte” intende costituire altresì un ponte culturale?
Lo spero. Il nostro intento è di essere un ponte culturale.

Michele Mezzanotte, psicoterapeuta, co-founder della rivista di psicologia L’Anima Fa Arte

Femminicidio, problema universale

Il femminicidio può essere attribuito al caso o è un fenomeno con radici culturali e sociali profonde?

Non penso che il femminicidio sia un caso. Penso invece che abbia radici profondi, nel senso che si tratta di una, anzi una delle conseguenze di scelte politiche, sociali, economiche, culturali, ecc. Premetto intanto che al mio avviso il femminicidio non esiste soltanto in alcuni contesti e non in altri. Vengo dal Camerun, un paese africano profondamente partriarcale. E posso assicurare che anche nel mio paese le donne vengono uccise per via del loro essere-donne, magari dopo uno stupro, o stalking. Magari dopo una litigata fra coniugi in cui la moglie ha alzato la voce facendo innervosire lo sposo. Quindi il femminicidio esiste dappertutto. Semplicemente, in molti contesti non viene pubblicizzato. Solo in Occidente si punta molto sulla libertà, e di conseguenza sull’emancipazione femminile. Solo in Occidente, almeno secondo me, il Diritto fa la differenza fra l’uccisione e il femminicidio. Solo in Occidente, infine, lo sviluppo dei media rende possibile la pubblicizazzione del femminicidio.

Ora, parlavo del femminicidio in quanto risultato di scelte politiche ecc. Penso che esso sia per l’appunto indicatore di una società in mutamento. Faccio un esempio: prendiamo un uomo. Se di fronte a lui una donna dimostra la propria sottomissione, è molto probabile che l’uomo rimanga calmo, rilassato. Immaginiamo adesso che la donna provi a ribellarsi contro la superiorità di lui, che lei inizi a proclamare i propri diritti. C’è da scommettere che l’uomo si alteri e provi adirritura a farle del male. È questo il femminicidio: la reazione violenta, anzi radicale, del maschilismo nei confronti dell’emancipazione femminile.

Si reputa che la intimate partner violence si riveli una strategia per “fare il genere”, e per “fare le maschilità”. La polisemia di accezioni (genere linguistico, biologico e sociale) che la lingua sviluppa dimostra quanto la dimensione linguistica emani riecheggiamenti nella maniera in cui si avverte la realtà, si erige l’identità e si calcificano i preconcetti. Reputa che modi di dire, proverbi e battute possano costituire l’anticamera di forme di violenza?

I modi di dire, battute e proverbi costituiscono anzitutto le tracce di tutto ciò che trasmette una cultura in termini di costumi, valori, divieti, ecc. Ma anche in termini di certezze (sempre secondo la stessa cultura) e di problematiche irrisolte. In questo senso i proverbi costituiscono, secondo me, l’anticamera di forme di violenza. Giusto per prendere un esempio, in Camerun c’è un detto che dice che la donna non pensa. Un detto che ha un senso comparativo, e che sta a significare che fra un uomo e una donna, questa prenderà sempre decisioni affrettate, in base all’istinto o agli “ormoni”. Ora, nessun uomo può affermare che una è incapace di pensare, dato che si tratta di un proverbio. Però, c’è da rendersi conto che in una discussione fra maschi e femmine, i primi tenderanno sempre ad avere il sopravvento sulle seconde. Per cui i proverbi, i detti, le battute celano un retromondo di pregiudizi che poi incidono sulla realtà, a volte anche all’insaputa delle persone.

Chi paga le conseguenze del femminicidio ed in quali forme nei contesti da lei analizzati?

Nel mio libro “Cameruneserie”, non analizzo esplicitamente il femminicidio. Analizzo le divergenze culturali sotto l’aspetto dei rapporti di genere. Praticamente, mostro come in un contesto camerunese e africano, le donne siano “sottomesse”, o meglio, accettino più volentieri la sottomissione nei confronti dell’uomo; al contrario dell’Occidente (l’Italia in questo caso, però non sottintendo che la penisola sia un esempio in tema) dove c’è parità uomo-donna, o quantomeno, dove ci sono sforzi in quel senso. Chiaro che, stando alle insinuazioni del libro, il femminicidio diventa un fenomeno strettamente occidentale, dato che nel contesto africano la donna è sottomessa e quindi ispira al maschio sentimenti di generosità e di paternalismo. Ma, ripeto, sono i personagi del libro a presumerlo.

Chi paga le conseguenze del femminicidio? Anzittutto le donne stesse, ovviamente, ma anche la società che perde così, chi una madre, chi una sorella, chi una figlia, ecc. Ma ci perde anche la stessa società nella sua capacità di seduzione, di porsi in quanto modello. Una società che registra tanti femminicidi senza preoccuparsene a priori, che lezione potrebbe dare ad altri paesi in termini di diritti umani o di tutela della libertà d’espressione?

Le norme religiose, a cui sono poi seguite le leggi civili, hanno acuito le disparità e le differenze tra maschi e femmine. Qual è ad oggi lo status delle discriminazioni di genere, soventemente preludio a forme di violenza?

Penso che ad oggi le discriminazioni di genere siano più una resistenza all’emancipazione della società, che non una modalità assunta di relazionarsi gli uni alle altre. Come ben dice Lei, le discriminazioni di genere sono state affermate e confermate, sistematizzate in passato per via della Religione e delle strutture stesse della società. In qualche modo, sono quelle strutture che proseguono fino ad oggie e che, man mano che si va avanti, vengono individuate, denunciate e poi decostruite. Ancora pochi anni fa il Diritto non contemplava il delitto di femminicidio. In seguito invece in Francia l’hanno adottato. Per lungo tempo si parlava d’emancipazione, ma non di parità di salari. Oggi invece, nonostante non ci sia parità stretta, almeno se ne parla, e si prova a trovare soluzioni. Un altro esempio: all’inizio del femminismo, quando scendevano in piazza le “Suffragette”, cosa chiedevanno? Il diritto di voto. Era quella la battaglia del tempo, non il diritto di vestire pantaloni oppure di scegliere il proprio uomo da sposare. Insomma, secondo me le discriminazioni ci sono sempre, anzi vengono frequentemente messe in evidenza, poste nel dibattitto pubblico in quanto problema a cui trovare soluzione.

Il suo testo è stato tradotto dal Francese dal Professor Gerardo Acerenza. Ci esemplifichi le ragioni dell’interesse linguistico costituto dal suo scritto.

Il processo di traduzione è stato lo stesso che per il primo libro: Negro, lettera a una madre. Per un anno il professore gerardo Acerenza, insieme alla sua classe di traduzione letteraria, ed Io stesso abbiamo fatto la traduzione durante orari di lezione. Poi abbiamo sottomesso il libro alle Edizioni Il Faro, che ha accettato di pubblicarlo in lingua italiana.

Va ricordato che il professore Acerenza nutre un grande interesse per la lingua francese parlata, non in Francia, bensì nel resto del mondo. Tant’è egli ha preso un PhD in Canada sul tema della variazione del francese nel mondo. Quindi, fin dall’inizio i miei testi in francese hanno costituito per lui un forte interesse.

Direi che l’interesse linguistico del libro viene dall’idea innovativa che ha avuto il professore Acerenza: portare gli studenti universitari a tradurre, non soltanto passi di qua e di la di qualche libro divenuto un classico, bensì un intero libro pubblicato in lingua straniera e non ancora tradotto. È un plus. Il lavoro era inedito all’Università degli Studi di Trento. Per cui i miei testi, finora, tradotti in lingua italiana non sono l’opera di un professonista, ma di studenti universitari. D’altronde, sono stati nomminati tutti nel proposito introduttivo del libro.

Christian Kuate è nato in Camerun; si è laureato in Filosofia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Trento. E’ autore di Negro. Lettera ad una madre: la storia di un viaggio.

Fifty-fifty. Warum e le avventure Conerotiche

Gli anni Ottanta sono stati, certamente, leggeri, gaudenti ed effimeri con gli yuppies, i paninari, le finte bionde, ancorché attraversati da trasporti politici profondi che condussero alla caduta del Muro di Berlino ed a Piazza Tien an Men.
Quali sono stati gli entusiasmi in grado di plasmare la scelta di ambientare Fifty-fifty. Warum e le avventure Conerotiche proprio in quegli anni?

Penso in tutta sincerità che questa scelta sia stata dettata più dalla mia storia personale che non dalla Storia del mondo. Ho iniziato a scrivere questo romanzo negli anni Novanta, quando la mia compagna ed io ci eravamo trasferiti da non molto tempo in Sardegna. Mi riuscì naturale ambientare la vicenda nel decennio precedente, quasi andando alla ricerca delle cause del nostro allontanamento da Milano. La mia città era cambiata profondamente, negli ultimi anni, e il desiderio di lasciarla era abbastanza diffuso (in seguito abbiamo deciso di ritornarci quasi tutti, noi esuli della campagna o del mare: vorrà dire che la città è poi cambiata di nuovo, in senso opposto? chissà). Il perché di quell’esodo stava forse proprio nella leggerezza gaudente cui la sua domanda allude. C’era negli anni Ottanta, a Milano, un benessere diffuso che si traduceva in un consumismo piuttosto sfrenato e poco riflessivo. Il protagonista e narratore di Fifty-fifty, Aram, mostra apertamente di esserne infastidito. Del resto dichiara anche, il narratore, di essere un uomo che ha sempre “aspirato all’assoluto”. Ecco, aspirare all’assoluto nella Milano degli anni Ottanta non era facile. Le cose cui si aspirava erano tutte acquistabili, consumabili, destinate alla polvere, e quella polvere finiva col soffocare. Caratteristica di Aram è di vivere in modo differente dagli altri. Ci sono vari indizi della sua diversità, e qua e là anche di quella del suo amato. Per esempio l’allusione, non frequentissima ma ripetuta, alle “carriere ironiche” di Warum e Fifì: carriere ironiche che, è da presumersi, devono esplicarsi nello scendere più che nel salire. Oppure il sarcasmo beffardo, quasi feroce, sulla smania delle destinazioni esotiche: i padroni di Whiggie, il cagnolino che sarà affidato ad Aram per tre lunghe settimane in agosto, “andavano lontano. Vacanze esotiche. Bali, forse, o Bahamas. Un’isola, comunque, con la B. Remota in modo assurdo”. In queste piccole frasi c’è molto della diversità di Aram, credo: un uomo che ama la vita, ma non la vita vissuta in modo stupido, seguendo le mode. Si potrebbe ipotizzare, credo, che si innamori di Fifì perché nel suo essere fifty-fifty vede una traccia o un’ombra dell’assoluto di cui è in cerca fin dall’infanzia (basti pensare all’esperienza precoce ed esaltante dell’insonnia). Ecco: mi sembrò che la Milano degli anni Ottanta fosse un teatro dove un uomo assetato di assoluto poteva muoversi, e parlare, e lottare, con effetti al tempo stesso un po’ comici e un po’ drammatici o strazianti. Un buon terreno di coltura per un romanzo, insomma.
Fifty-fifty, ossia Fifí, è un nomen loquens. Ebbene, per quale ragione ha fatto ricorso ad un espediente antico quanto la Fibula Prenestina?
Ho sempre trovato imbarazzante l’idea di appioppare ai miei personaggi nomi come Marco, Luca, Donatella o Valentina. Mi sembra un modo per convincere il lettore che la storia raccontata sia vicina alla realtà, che addirittura scaturisca dal Vero. A me del Vero non cale un bel nulla, e se c’è un movimento letterario dal quale mi sento mille miglia lontano quello è il naturalismo, che in Italia, anche a causa di un malinteso storiografico, assunse il nome pretenzioso, appunto, di verismo. Credevo che la letteratura se ne fosse allontanata per sempre: invece la malattia è ritornata con nomi nuovi (quello prevalente è non fiction). “Una storia vera!”, con il punto esclamativo, è lo strillo che dovrebbe invogliarci a comprare un libro che, il più delle volte, ha messo a segno un atto di sciacallaggio su qualche recente tragedia privata. Qui i protagonisti si chiamano allora Thomas o Amanda, cioè con i nomi che erano in voga una ventina d’anni fa, e che è quindi ragionevole siano portati da due ventenni. Perché tutto dev’essere di attualità, anche i nomi, pur di coincidere col Vero. A me non interessa il Vero, ma la Letteratura. Che i nomi abbiano un significato mi piace, stimola la mia creatività. Se Stern, il protagonista del mio romanzo d’esordio, Il pantarèi, non avesse ricevuto questo cognome astronomico, questo nomen omen, chissà che libro insignificante, terra terra ne sarebbe venuto fuori. Capace che Mondadori me lo pubblicava fin dal 1980. Sarebbe diventato un best-seller, un successo internazionale! E allora addio alla mia “carriera ironica”. Che l’espediente dei soprannomi sia antico perlomeno come le commedie di Plauto non può che farmi piacere. Se la parola “post-modernismo” ha ancora un senso (cosa di cui comunque dubito), se – soprattutto – ha uno scopo in letteratura, per me dovrebbe essere questo: non buttare via nulla, come si dice del maiale dopo averlo ammazzato, o come sanno fare i bravi cuochi con gli avanzi: anche la Fibula Prenestina può venir buona. In questo mio ultimo romanzo, per la verità, tutti i personaggi hanno un soprannome, un nomen loquens. Ma forse i significati più promettenti, perché nascosti, vanno cercati nei pochi nomi propri, assegnati dal destino, come il cognome del protagonista e narratore. Aram è l’anagramma di “amar”, e fin qui ci siamo, ma anche di “arma”, il che, per adesso, sembra del tutto incongruo. Chissà, vedremo nella seconda parte.
Quanto deve l’erotismo al senso di curiosità, ossia al fascino sperimentato nei confronti di un corpo che non è il proprio, alla promessa di una coincidenza, interiore ed esteriore, con l’altro?
Tutto, risponderei di primo acchito. Del resto senza la curiosità non esisterebbe nulla, nemmeno le dita dei piedi: a che cosa servirebbero se non ci fosse la curiosità di andare altrove? basterebbe un piedistallo, come per le statue. Ecco, l’erotismo è prima di tutto un desiderio di moto, uno spostamento della curiosità dal proprio corpo a quello di un altro, a quelli degli altri. Poi può diventare molte cose diverse, a seconda dei cervelli e dei temperamenti. Può avvicinare al divino o al diabolico. Può tradursi in piacere o in sofferenza. Forse potrebbe aver ragione Fifì, e l’erotismo più sublime potrebbe davvero consistere nell’attesa infinita. Una specie di moto perpetuo alimentato dall’energia del desiderio. Ecco una fonte di energia rinnovabile e pulita, se vogliamo attingere al sarcasmo più crudele.
Sei personaggi indimenticabili: quanto ha attinto allo sterminato patrimonio della commedia cinematografica in una scoppiettante contaminatio fabulae?
Le confesso che sulle prime, letta la sua domanda, mi sono messo a contarli, i miei personaggi: Aram, Fifì, Stocky, la Dalloway, la Ramsay, la Verboten. Ma mi restavano fuori la Beauharnais e Aladino, come minimo. E maman dove la mettiamo? Sono forse, questi tre, meno indimenticabili degli altri? E Bobi-Manon, la McMoney, gli Smokecoks? E Calimero, povero pulcino? Alla fine sono arrivato alla conclusione che lei voglia alludere ai Sei personaggi pirandelliani, che avrebbero trovato in me l’Autore che li ha resi indimenticabili. Se è così, la ringrazio per il complimento implicito, e non so quanto meritato, vista la mia insofferenza – acquisita a poco a poco, nei lunghi anni di frequentazione dei teatri – verso Pirandello. Mi trovo comunque un po’ in imbarazzo nel risponderle. Conosco bene tutte le difficoltà del mestiere ma, se devo esser franco, i personaggi mi sono sempre riusciti al primo colpo. Fosse tutta lì, la difficoltà, avrei scritto quanto Balzac e Simenon messi insieme. Perfino in una scheda di lettura del Pantarèi, risalente al 1980 (una scheda che, come decine di altre, sconsigliava la pubblicazione a meno di una generosa potatura), c’è scritto che i personaggi del romanzo “si scolpiscono nella memoria del lettore”, il che corrisponde in modo pressoché perfetto al suo “personaggi indimenticabili”. Penso che, se uno scrittore ha avuto in dono un piccolo talento, debba coltivarlo instancabilmente per tutta la vita, giocherellarci, polirlo, farlo luccicare. Ma ogni tanto, mentre scrive, bisogna che vi si abbandoni. Credo che i personaggi di questo mio romanzo vengano da ogni possibile serbatoio della memoria, dalla letteratura come dal cinema, dal teatro come, soprattutto, dalla vita, e siano impastati e modellati dal mio istinto. Forse dalla commedia cinematografica, quella hollywoodiana come quella nostrana, ho tratto, più che i personaggi, l’insegnamento su come costruire gli schemi della comicità, e misurarne i tempi. Questo sì è un lavoro davvero difficile, anche per me. Ma i personaggi! Via, diciamo la verità: fino a una cinquantina d’anni fa non esisteva sulla Terra un romanziere che non fosse capace di creare dei personaggi, tanti quanti ne bastavano. Altrimenti non avrebbe fatto il romanziere. Se molti, adesso, si meravigliano che i miei personaggi tengano bene la scena, è solo perché da vari decenni le scuole di scrittura insegnano a – se mi consente questo neologismo – “discrearli”, i personaggi, a renderli inorganici come automi. Ma io sono nato nella prima metà del secolo scorso, e le scuole di scrittura discreativa non sono mai riuscite a offuscare quella piccola monetina che avevo strofinato e strofinato per anni, fin dall’adolescenza, per farla luccicare.
Qual è il lettore ideale del suo romanzo?
Il più curioso, il più disposto a fare un po’ di fatica per provare piacere, il meno condizionato da pregiudizi etici e letterari. Forse, in una parola sola, il più coraggioso.

Ezio Sinigaglia ha svolto diversi lavori in ambito sia editoriale sia pubblicitario e nel 2016 ha dato alle stampe per Nutrimenti il romanzo breve Eclissi. Con TerraRossa Edizioni ha pubblicato nel 2019 Il pantarèi (con cui nel 1985 aveva esordito), nel 2020 L’imitazion del vero, segnalato da Lorenza Foschini al Premio Strega, nel 2021 Fifty-fifty. Warum e le avventure Conerotiche. Tra gli autori che ha tradotto e curato figurano Charles Perrault, Marcel Proust e Julien Green. Suoi contributi narrativi e saggistici sono apparsi su riviste a stampa e sul web.

Fascisti d’America. I suprematisti bianchi, i complottisti di QAnon, le milizie armate, la destra radicale. Ecco gli orfani di Trump che vogliono la rivoluzione

I complottisti di QAnon, i suprematisti bianchi, le milizie armate e ribelli, i neonazisti e gli ultraconservatori: qual è l’identità che li accomuna?
Al contrario di quello che si potrebbe pensare l’estrema destra americana è un fenomeno molto poco omogeneo. Le realtà appena citate, peraltro, rappresentano solo alcuni dei gruppi esistenti. Ci sono delle tendenze comuni: il complottismo, l’avversione rispetto alle autorità federali, la passione per le armi… Ci sono anche differenze sostanziali, però: l’antisemitismo, per esempio, è molto forte in alcuni gruppi, latente in altri e sostanzialmente assente in altri ancora. Negli ultimi anni alcuni eventi hanno spinto questi gruppi a mettere da parte le differenze per perseguire obiettivi comuni. Gli episodi chiave, in particolare, sono stati due, e di segno opposto: l’elezione di Barack Obama, vissuta da molti come l’inizio dell’Apocalisse, e la discesa in campo di Donald Trump.
Il 6 gennaio 2021 all’irruzione nel Campidoglio a Washington era presente solo il «popolo di Donald Trump»?
Con la locuzione “popolo di Trump” si intende generalmente l’insieme dei cittadini americani che si considera trumpiana prima ancora che repubblicana. Sono elettori che nel duello tutto interno alla destra fra il partito repubblicano e Donald Trump si schierano senza esitazioni con quest’ultimo. Si tratta di persone convinte, più o meno senza esitazioni, che la vittoria di Joe Biden alle presidenziali del 2020 sia il frutto di brogli. Molte di queste persone non hanno affiliazioni specifiche, ma solo convinzioni personali. Ciò detto, la gran parte delle persone presenti a Washington il 6 gennaio potrebbe a buon diritto essere inserita nel “popolo di Trump”. Bisogna aggiungere, però, che c’erano anche persone attratte solo e semplicemente dall’opportunità di scatenare il caos.

Alt-right e radicalismo politico: quali sono i nomi più esemplificativi al momento?
Alt-right, cioè destra alternativa, è una definizione che già nel momento della sua adozione sembrava fin troppo ambigua. Per alcuni la alt-right è qualcosa di completamente nuovo, legato alla tendenza della destra radicale contemporanea a utilizzare un linguaggio moderno molto legato a internet e ai social; per altri, invece, alt-right è solo un modo nuovo di definire la vecchia destra estrema americana, quella fortemente razzista e legata al retaggio del Ku Klux Klan. Se invece vogliamo parlare delle sigle più o meno organizzate iscrivibili nel vasto mondo del radicalismo politico di destra, i gruppi maggiormente in vista in questo momento sono i Proud Boys, sciovinisti e antifemministi, che hanno goduto di vasta celebrità dopo essere stati citati da Trump e Biden nel corso di un dibattito; QAnon è un’altra sigla di cui ultimamente si parla molto, anche se definire questa folle teoria del complotto come una realtà politica di destra è addirittura riduttivo. Personalmente penso si debbano seguire con attenzione anche i così detti Boogaloo Boys, un movimento per nulla strutturato composto da anarchici armati fino ai denti e attratti dall’idea di una nuova guerra civile americana. I Boogaloo hanno un’ideologia vaga, ma un dress code molto preciso: camicia hawaiana sotto il giubbotto antiproiettile. Spesso si tratta di lupi solitari che proprio per questo possono essere molto pericolosi.
Lei svela numeri, messaggi in codice, bandiere e loghi. Quale codice comunicativo adopera l’estrema destra americana?
La destra radicale americana è diventata molto abile nell’utilizzare il linguaggio dei social, e questa è una delle ragioni del suo recente successo. Sigle, acronimi e codici già utilizzati dal suprematismo bianco vecchia maniera (il numero 88, per esempio, che sta per HH, Heil Hitler: la H è infatti l’ottava lettera dell’alfabeto) vengono rivisti e riutilizzati in una chiave più contemporanea. Gli estremisti usano molto i meme, le vignette che vengono fatte circolare su internet e diventano spesso virali. Oggi l’ironia è una delle armi più utilizzate dall’estrema destra: un’ironia agghiacciante e di pessimo gusto, certo, ma capace di attrarre anche un pubblico non ancora radicalizzato. La distanza tra le vignette sul web e le stragi di massa sembra ampia, ma in realtà lo è meno di quanto si creda.
Per quale ragione, a suo avviso, la destra americana non ha potuto proprio evitare di macchiarsi di fatti di sangue?
Ovviamente avrebbe potuto evitarlo. La deriva violenta – che non ha giustificazioni – può avere delle spiegazioni legate alla profonda polarizzazione della politica americana in questi ultimi anni. Difficile approfondire in questa sede, ma semplificando possiamo dire per ragioni storiche e culturali gli Stati Uniti tendono a vivere la passione politica in maniera manichea, senza lasciare troppo spazio alle sfumature. La battaglia che si combatte in America in questi anni è uno scontro tra due idee del Paese profondamente contrapposte. Chi combatte questa battaglia, quindi anche gli esponenti della destra radicale, è convinto di difendere l’America “vera” dagli attacchi di chi invece vorrebbe corromperla.

Federico Leoni è caporedattore a Sky Tg24. Appassionato di politica e cultura statunitensi, ha seguito come inviato tutte le elezioni presidenziali americane dal 2008 in poi. Co-autore nel 2008 del saggio “John McCain, tutte le guerre di Maverick” (Utet), nel 2021 ha pubblicato “Fascisti d’America” (Paesi Edizioni)

Intervista alla sposa

Questo è un libro che gratta il fondo della sfera affettiva; vaglia meticolosamente i sentimenti, emozione, ossessione, attrazione, passione, per poi scaraventarli, di nuovo, sul fondo, senza sterili edulcorazioni. Qual idea ha voluto che emergesse dei rapporti umani?
Forse l’illusione. Quasi sempre l’illusione si presenta come una “volontà inconscia” di continuare a credere. Che si ama la persona giusta, che non è possibile uscire da un rapporto, che la famiglia è il bene supremo, che si commette peccato scegliendo il bisogno di libertà mentre tutto intorno è un frastuono di catene. Il gatto si morde la coda quando non si hanno le forze per cambiare e c’è un motivo serio di pericolo. In questa vicenda, in un contesto estremo, laddove la cronaca da anni ci presenta le sorti violente del dominio e del possesso nella coppia, ho provato a inoltrarmi senza limiti e con la forza del cieco in una passione d’amore che dalla giovinezza prende proprio la stangata delle illusioni: lei, Stefania, da ragazza parte con un uomo capace di aprirle il mondo e nel matrimonio scopre una persona diversa, ossessiva e violenta, manipolatore e tutore; lui, Dino, va dritto per la sua strada e stampa su Stefania il marchio dell’eletta, quella che deve essere nella vita e nella famiglia come la immagina, non come è. Una come Stefania si chiama vittima perché non sa di finire nella realtà allucinata del marito. Ormai un copione nella vulgata. Bene, appunto. Ma sappiamo davvero “come”?
L’amore, soventemente, appare fugace, ingannevole, temporaneo e deludente. Ritiene che siffatto sentimento non possa assumere carattere salvifico? Penso alla storia di Stefania, aggredita ed intrappolata.
Neanche leggere e rileggere Carver o ‘Donne innamorate’ di Lawrence, studiare il ‘Simposio’ di Platone o rivedere ‘Eyes Wide Shut’ di Kubrick, e tantomeno ripensare alla mia esperienza in amore, mi permette di rispondere. Temporaneo, perché cerchiamo l’eterno? Deludente, perché il “desiderio inconscio” non viene appagato? Temo che l’amore sia muova spesso in queste umanissime e infantili ambizioni sbagliate. Stefania e Dino hanno entrambi posizioni granitiche. Aggredito e intrappolato è anche il marito. Da se stesso. E lo scrittore, che cerca a suo favore una buona storia da raccontare, un libro magari di successo, va in pezzi proprio incontrando i suoi due personaggi. Vanno in frantumi tutti e tre. Dunque, non c’è dubbio che questo è un romanzo d’amore.
Il suo romanzo narra altresì di un laccio sentimentale inscindibile, quello della famiglia. Perché i legami familiari sono sempre così passionali, in grado, al contempo, di allontanare ed attirare, congiungere e dividere, annientare e generare?
Non lo dico io, ma a mio modo la metterei così: quei legami sono così passionali perché vengono dai corpi e si fanno simboli e questi simboli tornano ai corpi e così via quando i nuovi membri della famiglia, nel ciclo di esistenza e società, entrano nel mondo. Annientare e generare è una visione precisa del paradosso tra Stefania e Dino. Con le parole di Stefania e quello che possiamo chiamare il ‘flusso di coscienza’ dello scrittore l’intera relazione sentimentale si apre al suo percorso nel tempo: il desiderio e le aspettative, l’unione e i figli, i ruoli e il dominio, la fiducia e il controllo (tengo molto, l’ho capito dopo, all’invettiva alla videocamera di sorveglianza nel carcere, all’inizio del quarto capitolo). Amore e potere, passioni forti della famiglia. Ma, senza svelarlo, vorrei aggiungere che il romanzo è attraversato anche dall’elegia della carezza, come lei sa avendolo letto. A un certo punto lo scrittore, che mentre sbobina gli incontri con Stefania ragiona sul caso, le dinamiche di genere, il libro da fare, e se stesso, riflette sulla famiglia: “… il luogo mentale più fisico nella storia dell’umanità, la sede perpetua della libera prigionia”.
Quali pericoli ravvede nell’adesione a ruoli di genere rispetto alla texture di relazioni interpersonali sane?
C’è una storia antropologica dei generi fondata su un arbitrio di dominio (la colpevole e ben strutturata confusione tra natura e cultura di Simon De Beauvoir), nella relazione di coppia, in famiglia e in società, che si sta sgretolando, per fortuna, ma siamo al vagito del neonato, considerando tutto quello che ancora deve accadere prima di un “nuovo” di cui non abbiamo ancora la parola per definirlo, per quanto “parità” sia per me già qualcosa di ingessato e inefficace, un “nuovo” impossibile finché non si compie un risveglio vero, critico, aurorale, permanente, autoironico, proiettivo e costruttivo dei maschi, e delle femmine in dialettica con questo risveglio in progress, dunque la vedo dura, e secolare. Secondo il World Economic Forum al momento ci vorranno 150 anni prima di raggiungere la parità di genere nel reddito da lavoro. Qui stiamo parlando di un pianeta che deve uscire da un arbitrio fondativo. Mi spiego? Dove non c’è violenza, dove non c’è dominio, controllo, manipolazione, possesso, istinto di sopraffazione, la relazione è sana, e insieme in balia a dosi variabili di quei comportamenti insani. Tutti comprendiamo, sulla carta, quanto le stesse dinamiche appartengano sia alle relazioni interpersonali nelle età della vita sia all’espressione specifica del dominio di genere. E’ un lavoro, districarle. Spesso coincidono.
La relazione tra Stefania ed il suo interlocutore si srotola ambigua, squilibrata, toccando una questione cruciale: come si racconta una storia come questa? Ebbene, quali sono state le sue ragioni?
Come si racconta una storia come questa è stato un assillo, ma sono stato fortunato: si sono presentate subito due voci, una di fronte all’altra, non mi lasciavano, dunque un tavolo della questione che conteneva la soluzione. Distanza, non immersione. Governo del tempo, non ripartizione. Così ho tematizzato il problema conoscendo, lo vedono tutti, l’ambigua popolarità di questi fatti trattati dall’informazione e dalla narrativa mass mediale attraverso parole chiuse nel marchio invece che aperte al senso: femminicidio, vittima, carnefice. Lo scrittore incontra Stefania per raccogliere i fatti e le emozioni e restituirli in un libro. In questo altrove narrativo, fuori dalle debolezze di un percorso cronologico, dove è facile che l’autore finisca nella zuppa dello sdegno con il suo lettore, e addio, ho drammatizzato le posizioni e permesso a Stefania di avere diverse visioni di se stessa nel corso della sua vita, e con lei il lettore. In ogni momento il lettore è dentro e fuori dalla storia. Non credo ci sia alternativa alla critica. E’ la principale, la primordiale, vocazione umana. Naturalmente tutto questo resta un bel discorso se non c’è la ricerca di un orientamento formale, se non si raggiunge uno stile. Le ragioni di ogni lettore lo pretendono.

Silvio Danese è nato a Pavia, vive e lavora a Milano. Tra i libri di narrativa, Anni fuggenti (2003), Il suono della neve (2009). Giornalista e critico, si è occupato di cinema, musica e teatro.

Aldo Masullo: etica e politica dei giorni nostri

Oltre ai temi del “tempo” e della “solitudine”, Lei ha sempre posto al centro della sua riflessione filosofica i temi della “comunità” e della “intersoggettività”. Anzi, spesso Lei riprende nei suoi libri un’emblematica affermazione di Fichte secondo il quale “l’uomo diventa un uomo solo tra uomini”. Che ne è oggi dell’uomo che resta indifferente, insensibile, di fronte ai suoi simili che annegano quotidianamente nel Mediterraneo?

La filosofia, che risulta dal pensiero non solo dei cosiddetti filosofi, ma pure degli artisti, degli scienziati, dei religiosi, e di tutti coloro che sia pure oscuramente elaborano la cultura di un’epoca, è come il sole: pur non cessando di emettere i suoi raggi, viene spesso oscurato da nubi tempestose e di notte diventa invisibile. Le notti della storia civile a volte sono intollerabilmente lunghe e popolate di spettri spaventosi. Allora gl’innumerevoli deboli diventano ancora più deboli, “scarti”, e i pochi forti diventano ancora più forti, rendendo sempre meno tollerabile il loro proprio prepotere.

Prima ancora che di un’emergenza politica, vi è oggi in Italia un’urgenza “etica”. Dopo gli anni bui della deriva partitocratica, culminata in tangentopoli, e il ventennio mediatico berlusconiano, abbiamo assistito ad una svalutazione sempre più marcata dell’idea di politica, intesa non come interesse alla “cosa pubblica” (alla collettività), ma all’interesse personale (privato). Come si risana questa insanabile ferita? In che modo è possibile ricucire il tessuto di una “comunità”, oramai privata della propria identità?

Più che di ricucire il tessuto di una comunità, si tratta oggi di riattivare nessi o meglio attivarne di nuovi tra individui, società, continenti. In altre parole si tratta di darsi da fare per riscattare i più dal lasciarsi alienare dalla falsa comunicazione e così alla fine, senza accorgersene, ridursi in massa alla sottomissione.

Sempre riferendoci all’Italia, esistono delle questioni che si sono oramai incancrenite, divenendo un tutt’uno con la società. Questioni ataviche e irrisolte a cominciare dalla criminalità organizzata. Interi territori sono “formalmente” sotto il controllo dello Stato italiano, ma nei fatti, si verificano altre dinamiche, di soprusi e di ordinaria prevaricazione, che nulla hanno a che fare con la sfera del diritto. Perché questa immobilità o assenza dello Stato? Parafrasando il titolo di un suo libro del 2008, dedicato a Napoli, mi verrebbe da dire “Italia siccome immobile”.

Lo Stato è la sua forma costituzionale, ma la sua sostanza è la società. La società è la struttura degli scambi, ma la sua energia siamo tutti noi. Insomma tra lo Stato formale e le esistenze in carne ed ossa di tutti noi sta la struttura degli scambi sociali. Questa dall’unificazione d’Italia ad oggi non è stata corretta e rinnovata fino in fondo. Anzi le sue deformazioni sono state aggravate al punto che ora tendono a ripresentarsi due Italie, una sempre più funzionante e ricca, l’altra sempre più sgangherata e povera.

Parliamo di Europa. L’Europa che abbiamo conosciuto in questi anni non è certamente quella che sognava Stefan Zweig: un’Europa solidale forgiata da interessi “comuni” e intesa come un “organismo culturale unitario”. Come è stato possibile tradire questo sogno? Come è stato possibile assistere inermi, ad esempio, alla feroce pressione sulla Grecia, culla della nostra civiltà? In che modo è possibile liberarsi dai lacci della finanza e rilanciare l’ethos della nostra comune appartenenza spirituale?

Quella Europa era nata dalla dolente volontà di una generazione scottata dal fuoco delle stragi e delle distruzioni di due immani guerre. Questa invece è l’eredità gestita da generazioni senza memoria. Esse hanno creduto che bastasse un freddo sistema di regole, certo non perfette, a conservarne la funzione. Si è infine, peggio ancora, lasciato che le regole sovranazionali fossero forzate dalle variabili convenienze degli accordi tra i governi. Peraltro fino a qualche anno fa l’opinione pubblica non ne ha saputo nulla, mai informata da una stampa nazionale a tutt’altro interessata.

Lei è nato nel 1923. Ha attraversato il Novecento e ancora oggi rappresenta un’autorevole voce della cultura italiana. Cosa le hanno insegnato la vita e la storia?

Soprattutto che nella decisione dei destini collettivi quasi sempre l’illusoria ambizione di potenza di pochi tragicamente soffoca l’esperienza dell’inutile dolore dei più.

Un’ultima domanda: quali sono a suo avviso le principali sfide che ci attendono per costruire un mondo migliore?

È vitale che l’illimitato potenziale delle tecnologie elettroniche, soprattutto digitalizzazione e “intelligenza artificiale” si accordi con il bisogno di un’umanità migliore, innanzitutto con una vera democrazia delle persone e con un più forte senso di responsabilità diffuso.

Aldo Masullo è professore emerito di Filosofia morale nell’Università di Napoli Federico II. Il lungo percorso del suo pensiero si muove intorno a tre nodi teorici, fondamentali per una «genealogia» antropologica: il tempo, la paticità, la relazione intersoggettiva. La metafisica resta, sullo sfondo, il tragico della ragione: necessaria e insieme impossibile. Tra i suoi molti libri: Struttura soggetto prassi (1962, 1994), Fichte: l’intersoggettività e l’originario (1986), Filosofie del soggetto e diritto del senso (1990), Il tempo e la grazia(1995), La metafisica, storia di un’idea (1980, 1996), La potenza della scissione (1997), Paticità e indifferenza (2003), La libertà e le occasioni (2011), Piccolo teatro filosofico. Dialoghi (2012), Stati di nichilismo (2013), Giordano Bruno maestro d’anarchia (2016), L’Arcisenso. Dialettica della solitudine (2018).

Il virus dell’Occidente. Universalismo astratto e sovranismo particolarista di fronte allo stato d’eccezione

Le società capitalistiche sono state rese sempre più deboli e disuguali da decenni di guerra ai salari ed ai diritti delle classi subalterne, dalla demolizione del welfare e dall’ imporsi di forme di coscienza ultracompetitive.

Ebbene, in qual misura la pandemia di Covid-19 ne ha fatto emergere le intrinseche contraddizioni?

La pandemia si è abbattuta su società – quella italiana come degli altri paesi occidentali – già duramente messe alla prova dalla crisi economica e, più ingenerale, da tre decenni di politiche neoliberali. Le fratture tra le classi sociali ne suno state accresciute: pensiamo a quanto avviene nella scuola, dove il divario di classe è stato amplificato dalle lezioni a distanza. Purtroppo, nonostante gli auspici dei primi mesi (“nulla sarà più come prima”), sembra che non abbiamo imparato nessuna lezione. Al termine della pandemia, nessuna tendenza ad invertire la catastrofica politica economica del passato sembra profilarsi. Al contrario, siamo davanti a una mobilitazione generale delle classi dominanti per garantirsi una ulteriore concentrazione del potere economico e del potere politico. Le prese di posizione di Confindustria, la nascita del governo Draghi e le sue scelte, lo attestano.

Di fronte allo stato d’eccezione, sia le posizioni dirittumaniste astratte che il sovranismo particolarista e populista, che dell’odierna egemonia neoliberale costituisce non l’alternativa bensì una scissione conservatrice, condividono invero lo stesso atteggiamento suprematista.

Quali sono le ragioni sottese alla rinuncia a guardare l’alterità?

L’Occidente ha da sempre un problema con l’alterità, nei confronti della quale l’atteggiamento storico del mondo bianco è stato improntato alla guerra totale coloniale e allo sterminio. Ma ne ha uno ancora più grande quando questa alterità non è sin dall’inizio più debole e subordinata, come in passato, ma è forte e in ascesa, come la Cina. Addirittura destinata a prendere la testa dello sviluppo economico globale e ad assumere un peso politico sempre più rilevante. Il suprematismo occidentale è l’ideologia ufficiale delle tendenze liberali, le quali esprimono un profilo universalistico (diritti umani per tutti) ma nascondono dietro questi slogan una difesa degli interessi dell’Occidente e in particolare del blocco al servizio degli Stati Uniti. Ma il suprematismo occidentale è in realtà condiviso anche dalle tendenze populiste-sovraniste. Le quali sostengono di avversare il liberalismo ma ne replicano in realtà le posizioni in forme particolaristiche. In questo senso, il sovranismo e il populismo, nella loro contestazione della globalizzazione, sono esattamente una rivolta contro la Grande Convergenza e cioè contro il riequilibrio dei rapporti di forza internazionali conseguenza della decolonizzazione del dopoguerra. Sovranismo e populismo pretendono in realtà non un’equa divisione delle risorse in Occidente ma una ricolonizzazione del mondo, affinché non sia necessaria nessuna redistribuzione e i popoli bianchi possano continuare a godere dei sovraprofitti legati alla divisione imperialistica del lavoro internazionale e questi profitti non siano destinati soltanto alle classi più agiate ma anche alla piccola borghesia e ai ceti medi. Populismo e sovranismo sono perciò una forma di socialsciovinismo.

Lei prospetta l’elaborazione di una forma concreta di universalismo e pensa ad una diversa configurazione del rapporto tra individuo, società civile e Stato.

Ce ne descrive i termini?

La lezione che possiamo imparare dalla Cina è anzitutto questa: soltanto un forte ruolo di direzione da parte dello Stato e delle istituzioni nei confronti del mercato può consentire di far prevalere l’interesse pubblico sugli interessi privati. Nelle società capitalistiche è inevitabile che il mercato prevalga sulla politica. La presenza di elementi di socialismo rende invece molto più plausibile il perseguimento del bene comune. Inoltre, la Cina immagina uno scenario internazionale nel quale tutte le nazioni possono coesistere e cooperare con reciproca convenienza (Tianxia: “Tutto è sotto il cielo”). E’ un’alternativa radicale al modello imperialistico liberale, il quale pensa il mondo sulla base della politica di potenza e porta inevitabilmente alla competizione e al conflitto.

Lei scrive:”Di fronte a una crisi improvvisa come la pandemia, i presunti vantaggi che avrebbero dovuto facilitare una pronta risposta sono stati però neutralizzati da un altro aspetto di queste società e cioè la loro fede acritica nella immodificabilità dell’ordine presente”.

E’ la religione assoluta del capitalismo la responsabile d’uno sguardo miope e gretto verso altri stili di vita?

La religione assoluta del capitalismo è l’impossibilità anche solo di pensare un altro modo di vivere e di organizzare la convivenza umana, un altro tipo di società, nel quale prevalgano non il conflitto e la competizione ma la solidarietà e la cooperazione. Il capitalismo e la concorrenza capitalistica vengono percepiti come dati di fatto naturali ma anche come l’assetto migliore possibile perché perfetto e pienamente razionale. E’ per questo che oggi “è più facile immaginare la fine del mondo che non la fine del capitalismo” (Jameson, Fisher). Talmente radicata è questa concezione della realtà che nessuna indignazione emerge quando l’Occidente esporta i propri interessi e i propri standard tramite la guerra e l’occupazione di altri paesi.

Professore, quale strada percorrere per ricostruire la democrazia moderna?

C’è un’unica strada e consiste nel fare oggi in condizioni nuove ciò che è stato fatto ieri nell’ambito del movimento operaio e socialista: unire in un’unica forza quella molteplicità di debolezze che è costituita dalle classi subalterne e dal lavoro subordinato, al di là del genere e della provenienza nazionale. Si tratta di ricucire i tanti conflitti in corso nel paese e di ricostruire gradualmente un’organizzazione politica e una forma di coscienza conflittuale. Se non si ricostruisce un fronte unitario del lavoro in grado di difendersi e di pretendere i propri diritti, niente potrà arginare quella lotta di classe dei ricchi che ha portato allo smantellamento dello stato sociale e alla subordinazione del mondo del lavoro.

Stefano G. Azzarà insegna Storia della filosofia politica all’Università di Urbino e dirige la rivista “Materialismo Storico”. È impegnato in un confronto tra le grandi tradizioni filosofico- politiche della contemporaneità: liberalismo, conservatorismo, marxismo.

Le Odi di John Keats

Keats chiese di incidere sulla sua lapide: “Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua.”. Può commentare siffatta volontà alla luce dell’immaginario poetico di Keats?

Keats era animato da un lucidissimo senso critico: in una lettera al suo editore James Hessey – riferendosi alle durissime stroncature di Endymion apparse su alcune riviste dell’epoca – riconosceva che “la mia critica domestica mi ha dato pene ben più grandi di quelle che la Blackwood o la Quarterly abbiano mai potuto infliggermi.” Il culto della bellezza e la venerazione che nutriva per i grandi poeti del passato rendevano Keats il giudice più severo delle sue opere, pur essendo egli perfettamente consapevole del suo valore. Oltre a ciò, vi è sicuramente un significato più profondo ed è quello che troviamo espresso in una delle sue poesie più celebri, ovvero Ode a un usignolo: qui la “sorte felice” dell’uccello – il cui canto melodioso simboleggia l’arte – è contrapposta al dolore della vita umana. Keats definisce l’usignolo “uccello immortale”, in quanto archetipo o simbolo della bellezza imperitura, contemplando la quale l’uomo avverte dolorosamente tutta la caducità della sua condizione mortale. Per farla breve, l’individuo è destinato a svanire (l’acqua è il simbolo del divenire), ma la bellezza è un principio immortale che trascende lo spazio e il tempo.

Perché ha reputato necessario dare voce a Keats, traducendone le Odi?

Perché devo a lui la mia iniziazione alla poesia, e prima o poi dovevo ripagare il mio debito. Lo scoprii a 20 anni, e da allora è sempre stato un punto fermo della mia costellazione poetica. Con il tempo si sono aggiunti altri maestri – Hölderlin, Rilke, Pound, Celan, solo per citarne alcuni – ma a Keats sono sempre stato legato da un rapporto speciale, quasi mesmerico direi. Un piccolo aneddoto: cominciai a tradurre le Odi circa 8 anni fa, e senza aver concluso il lavoro lo accantonai per dedicarmi ad altri progetti; nell’autunno del 2020 decisi di riprenderlo e portarlo a termine, senza minimamente immaginare che sarebbe stato pubblicato proprio nel febbraio del 2021, cioè esattamente a 200 anni (persino il mese è lo stesso!) dalla morte. Ennesima dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che il caso non esiste, e tutto accade quando deve accadere.

L’amore ed il suo ostinarsi malgrado le traversie, la distanza e perfino la dipartita della persona amata; il legame con l’arte incontaminata, svincolata dalla fama; il perenne defluire del tempo e l’angustia della dimenticanza sono alcuni tra i temi dei versi di Keats. Può porli in relazione con la biografia di un giovanissimo autore? Ha solo ventitré anni quando incomincia a scrivere le Odi, è la primavera del 1819 e nemmeno due anni separano il poeta dalla morte per tubercolosi.

La vita di Keats fu certamente tragica, oltre che brevissima. Da bambino perse il padre, pochi anni dopo la madre, e vide morire anche uno dei fratelli minori, l’amatissimo Tom, morto di tubercolosi a soli 20 anni. Precarie condizioni di salute e problemi economici angustiarono la sua esistenza, e anche l’amore per Fanny Brawne fu fonte di tormenti ed angosce, dato che si trattava di un amore “impossibile”, tormenti ed angosce che naturalmente si acuirono al manifestarsi del male che lo avrebbe condotto alla morte. A tutto ciò si aggiunga lo scarso successo di vendite dei suoi libri, e la totale incomprensione dei critici dell’epoca. Eppure sono convinto – e leggendo il suo splendido epistolario lo si evince con chiarezza – che Keats avrebbe sottoscritto in pieno queste parole di Hölderlin: “E così è mio fermo convincimento che alla fine tutto è bene, ed ogni lutto è soltanto la via che conduce a una vera e santa gioia”. Per Keats il dolore fu un fuoco capace di liberare l’anima dalle scorie, qualcosa di catartico e purificatorio; non a caso egli definì il mondo “la valle che forma l’anima”, e in una sua lettera leggiamo: “Non vedete com’è necessario un mondo di dolore e di affanno per educare l’intelligenza e farne un’Anima?”. Le sofferenze e le tragedie che funestarono la sua vita furono insomma il duro, quanto necessario inverno che il suo spirito dovette affrontare per temprarsi e raccogliersi in sé stesso, per giungere infine alla miracolosa fioritura delle Odi.

To Autumn: leggendo quest’Ode emerge la dissolvenza dell’io al cospetto della Natura. Qual è l’idea di Keats in merito alla Modernità?

L’ostilità nei confronti della modernità accomunò molti autori romantici, e in questo Keats non fa eccezione: secondo lui l’umanità moderna era incapace di raggiungere il sublime, e definì gli Stati Uniti “monstruous region”. Del resto chi confessava di venerare soltanto “L’Essere eterno, il principio della bellezza e la memoria dei grandi”, quale attrazione poteva provare verso la società industriale? La nostalgia verso un’origine irrimediabilmente perduta, e attingibile solo nella forma dell’evocazione funebre, è una delle note dominanti della poesia di Keats: poesia e catabasi in lui coincidono. Ma nonostante lo sguardo e l’immaginazione di Keats fossero costantemente rivolti verso quel “non più” che solo la poesia poteva far rivivere, egli intuì come pochi la profonda lacerazione che l’epoca moderna aveva provocato nell’anima dell’uomo.

La versificazione di Keats pensa per immagini, per intensi chiaroscuri, “traboccante e al contempo di assoluta misura”, come scrive nell’introduzione alle Odi. Ritiene che abbia contratto debiti con la classicità?

Senza dubbio: la mitologia greca era per Keats una fonte inesauribile di immagini, suggestioni e simboli, e ne attinse a piene mani. Ma se in molte poesie essa assolve una funzione meramente “decorativa”, in quello che può definirsi il suo testamento, ovvero All’autunno, lo sguardo del poeta è davvero olimpico: qui ogni contrasto, ogni dicotomia viene risolta in una sintesi superiore. L’io del poeta si fonde nell’universale, nel ventre archetipico di una natura raffigurata come una divinità pagana: come se nei colori, nei ritmi e nei frutti della stagione autunnale il poeta cogliesse quell’istante al di fuori del tempo, quell’istante che coincide con l’eternità. Nell’ultima delle Odi il cuore del poeta è finalmente placato, perché ormai capace di vedere nel divenire (e dunque nella morte) un’armonia superiore.

Flavio Ferraro è poeta, saggista e studioso di dottrine metafisiche, scrive articoli per diverse testate online, tra cui Il Pensiero Forte, Il Primato Nazionale e L’Intellettuale Dissidente, e tiene conferenze su molteplici tematiche (alcune di esse disponibili sul canale YouTube del settimanale web Il Pensiero Forte). Ha curato una rubrica di poesia per il programma televisivo “Il thè con te”, e ha partecipato come opinionista al programma “Restart”, entrambi in onda su Cusano Italia Tv. Tra le sue opere: Sulla soglia oscura, La Camera Verde, Roma 2010; Da un estremo margine, La Camera Verde, Roma 2012; La direzione del tramonto, Oèdipus, Salerno 2013; La luce immutabile, La Camera Verde, Roma 2019; La malvagità del bene. Il progressismo e la parodia della Tradizione, Irfan edizioni, San Demetrio Corone 2019. Il libro delle Odi di Keats da lui curato è uscito per le edizioni Delta 3, Grottaminarda 2021. Il volume che raccoglie tutte le sue poesie è di prossima pubblicazione per le edizioni L’Arcolaio.